MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

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    martedì, agosto 31, 2004
     

    LA METAMORFOSI

    A 18 anni arrivò la mia metamorfosi, cambiai decisamente look e modo di essere, mascherai la mia essenza insicura e traumatizzata con l’ironia e con una tanto notevole quanto dissimulata faccia tosta, decisi che, nel giro di un anno, in occasione dell’Università me ne sarei andato di casa, spinto dalla curiosità di ampliare ulteriormente il mio panorama culturale ma, soprattutto, dall’esigenza di rifarmi una vita in un ambiente nuovo, ricominciare da zero senza la pesante eredità di un passato da perdente, in una realtà di provincia tanto lenta a togliere quelle etichette che pesano come uno stigma perpetuo. Poi, magari la nuova vita, in certi momenti, mi sarebbe venuta come quella precedente ma questo poco importa.

    Fu in questo clima di non so quanto motivato ottimismo che, nel 1991, ebbi la mia prima relazione con una donna. Fino a quell’età non avevo avuto alcuna forma di intimità con l’altra metà del cielo, mai una fidanzatina, mai un contatto minimamente erotico, anzi a dire il vero il mio amico Luciano ed Io quando eravamo andati ad imparare l’inglese a Londra, avevamo avuto una nave scuola, una ragazza inglese molto più grande di noi che ci aveva insegnato le gioie e le tecniche del sesso. Già, che bello… una ragazza che vede due ternani occhialuti, grassocci e sfigati, condannati in patria a suscitare repellenza nelle donne, che ci trova attraenti e in maniera molto pedagogica ci rifondeva di un diritto negato: quello alla sessualità. Tutto molto bello, talmente bello da non sembrare vero, infatti non era vero e chiudiamo qui l’inciso.

    Lei si chiamava Valentina frequentava, con scarso profitto, un istituto professionale e adorava Marco Masini. Stare con lei voleva spesso dire sorbettarsi tutto l’album “Malinconoia”. Ve lo ricordate il Marco Masini di quei tempi? La malinconia, Il niente, Cenerentola innamorata (un brano viscidamente retorico ed antiaborista) La voglia di morire, Il giorno dei perdenti, Perché lo fai (un altro brano altrettanto viscidamente retorico sulla droga).

    Valentina era, a suo modo, una bella ragazza di origini siciliane: capelli lunghi e neri, bocca carnosa, molto femminile, aveva le cosce grosse. Dopo un po’ che ci si vedeva alla sala giochi, un aspetto della mia metamorfosi fu la voglia di un “ritrovo al bar”, mi dichiarai con queste parole: “ ti andrebbe di intraprendere una relazione con me?” Lei arrivò a dirmi di si dopo aver snocciolato una seri di sillogismi a favore della sua risposta affermativa, che in fondo ammirava la mia intelligenza, che con me si divertiva, che tutto sommato non ero brutto e quindi diciamo di si...

    A quel punto cominciai a peccare di inesperienza, feci il passo più lungo della gamba e mi sentii di colpo un figo, cominciai a uscire in gruppo, ci si incontrava in una piazzetta vicino ad un piccolo parco buio dove chi aveva la donna si appartava, io ero tra questi, mi appartavo per poi vantarmi delle mie “smaneggiate” (le chiamavo così all’epoca) con gli altri non fighi che rimanevano nella piazzetta luogo dell’incontro. I suoi argomenti erano i seguenti: 70% Marco Masini 10% i negozi di corso Tacito, 10% il resto del più triste ed inutile cantautorato italiano tipo Umberto Tozzi e Eros Ramazzotti, 10% le sue cosce troppo grosse e il padre che se la sarebbe inculata per la quasi sicura bocciatura, ma per me la novità stava proprio nell’avere la donna e che tipo di donna fosse rappresentava un fatto del tutto secondario. Intanto ero li, lo struscio il sabato pomeriggio per il corso con il sorriso ebete stampato in faccia, la domenica mattina al Parco Cardeto stesi sul prato con la mia testa appoggiata alle sue coscione, davanti ad una radio che sputava “Fuori di qui, prima che telefoni a sua moglie, tutti i mercoledì lavoravi si ma con le sue voglie…” oppure “i muri vanno giù al soffio di un’idea Allah come Gesù in chiesa o dentro una moschea” e lei a canticchiare con la radio. Avevo anche tradito le mie più grandi passioni: la lettura, la politica e la Ternana. La domenica pomeriggio, piuttosto che andare allo stadio con gli amici, preferivo andare a ballare al “Divina Disco Club” salivo su un palchetto come un cretino, la solita faccia da ebete e il più goffo dei passi standard. La vita non mi aveva insegnato un cazzo: ballavo come un deficiente con il sorrisino idiota, intanto i miei amici allo stadio mi avrebbero diffamato come non mai, ma io ero li che sgambavo e sbracciavo in pista: “Pump up the jam, pump it up, while your feet are stompin’ and the jam is pumpin’…” sopra quel cubo, facendo il cretino e dandoci le culate con quelle quattro coatte sgallettate delle sue amiche. La sera poi passavamo con il motorino davanti alla sala giochi, entravamo a braccetto, facevamo un breve saluto ai presenti e andavamo via, era la nostra passerella. Qualche volta, preso dal più peloso, odioso e sgradito spirito missionario combinavo appuntamenti tra i miei amici appartenenti casualmente, ma un occhio profano potrebbe pensare scientificamente, al panorama esteticamente più desolante della popolazione giovanile ternana e qualcuna delle coatte sgallettate. Le mie “vittime” preferite erano Fabio detto “Fabione” (per i suoi 110 kg di simpatia) o “il guzzo” (per la particolare forma del suo naso) e Francesco detto “The face” (per i suoi lineamenti non propriamente delicati) poco dopo scoprìi, naturalmente sulla mia pellaccia, che l’amico non figo che ti combina gli appuntamenti impietosito dalla tua involontaria condizione di single è quanto di più deleterio e indisponente possa esistere.

    Da intellettuale di sinistra in erba mi stavo trasformando in lettrice media di “Cioè” ma i primi innamoramenti, si sa, fanno quell’effetto.

    La mia prima volta fu rigidamente pianificata, ovviamente c’era il problema del trovare un posto dove consumare, non avevamo la macchina, a casa mia era improponibile: i miei genitori ancora mi costringevano alla domeniche balneari a Falconara Marittima figurati, quindi, se riuscivano minimamente ad associare a me il concetto di intimità. Così, sfruttando il fatto che i suoi genitori erano andati ad un funerale di un loro parente di Viterbo, approfittammo della disponibilità di casa sua. Facemmo l’amore sulla colonna sonora di Marco Masini e del “The best of Umberto Tozzi”.

    “Tu siamo qui, siamo là, c’è l’amore a cena tu dimmi si che ti va…dabadabadabadà”ed io alle prese con le difficoltà nell’indossare il condom ma era talmente tanta la voglia repressa che comunque feci la mia figura, a lei uscì un po’ di sangue (era vergine come me ma lei non sapeva della mia verginità per via del racconto della nave scuola) ma eravamo preparati per l’evenienza. Alla fine andammo a fare un giro di trionfo sul mio Piaggio si ed entrammo nella sala giochi, lei a gambe strette camminando come un attaccapanni e io a gambe larghe come un pistolero di un western spaghetti di quart’ordine. Ripetemmo l’esperienza altre 5-6 volte poi venne la noia e lo sfinimento, lei un giorno mi disse che era stato tutto molto bello ma che non provava più gli stessi sentimenti che provava inizialmente per me e mi chiese un periodo di riflessione, concesso. Una settimana dopo già usciva con un tipo di 26 anni tutto muscoli ed inflessioni dialettali. Io stavo sui coglioni a tutti, solo dopo un accorato mea culpa fui riaccolto, con riserva, dagli amici non-fighi, si andava a vedere la Ternana insieme e a sparlare di “Quello stronzo che mo’ da quannu c’ha la donna nun è più lu stessu” che intanto era al “Divina Disco Club” sul cubo a fare il passo standard, come un cretino, con la solita faccia da ebete e la vita non gli aveva insegnato un cazzo. Già la vita è una ruota quando si hanno 18 anni, una ruota che gira tra la polvere e l’altare e spesso a quella ruota ci finisci sotto, a 18 anni ero contento, avevo rotto il ghiaccio, finalmente anch’io avevo avuto quella magica iniziazione, ero ottimista, fiducioso, avevo fiducia in me stesso ed ero convinto che quelle 5-6 volte si sarebbero ripetute presto, ora che avevo subito la metamorfosi sarebbero presto arrivate nuove occasioni per provare di nuovo le gioie del sesso. Arrivarono. Tre anni e ½ dopo. A Cuba. Ma quella fu una vera nave scuola.

    Pensieri e parole di kendostoe | 20:00 | commenti (12)


    lunedì, agosto 30, 2004
     

    ESPERIENZE CHE HANNO FATTO UN MONSIEURDOSTO/3

    Come accennato nel post precedente a generare l’autopercezione da non figo, oltre che una serie di fattori biologici c’è un imprinting che viene dato sin dall’infanzia.

    Oltre ad essere un bambino timido oltre ogni presupposto, con l’apparecchio ortodontico, gli occhiali e la benda per l’occhio pigro, una costituzione fisica tendente al grassottello, ho per anni subito il discutibile gusto materno per un abbigliamento a dir poco sconcertante, cioè mia madre era in grado di abbinare, con una certa nonchalance la finlandese, in genere di colore rosso o viola (immaginatevi un bambino grassottello con questi colori) con gli stivaletti beige oppure i jeans con i risvoltoni con delle orrende camicie a scacchi o squadrettate, il tutto ulteriormente condito con un mocassino scamosciato o addirittura nero in vernice. A tutto ciò va aggiunta l’apprensione che mia madre aveva nei miei confronti e che mi impediva di praticare attività considerate pericolose, facendo di me una persona lenta e impacciata nelle normali occupazioni ludico-sportive con le normali e ben immaginabili ripercussioni sulla mancanza di spirito competitivo e associativo perfino nel gioco della seduzione.

    Oggi come oggi ho un certo odio nel rivedere le mie foto della scuola elementare, soprattutto le foto di gruppo, che potrebbero essere riproposte dalla settimana enigmistica nel gioco “scovate l’intruso” e sarebbe fin troppo facile trovarlo.

    In classe con me c’era Cecilia che veniva allora percepita come il mio equivalente femminile, spesso la maestra metteva il carico da 11 mettendoci di banco insieme il che suscitava l’inevitabile ilarità del gruppo dei pari.

    Cecilia sembrava uscita da un dipinto di inizi ‘800, aveva gli occhialoni colorati alla Mughini, i vestitini a fiori con la vita alta, oppure l’abbigliamento maglione con scollo a V, camicetta a fiori, gonna blu scuro ad ampie falde, calzettone bianco ricamato o variante di gambaletto color carne, mocassino nero o ballerine in vernice. Era, per la sua età, oltremodo alta e sgraziata e i suoi capelli erano color carota, ricci e completamente incolti. Un Angelo Branduardi femmina alle scuole elementari. Ho ancora dei ricordi di lei, oramai adolescente, che camminava sola e spaesata, guardandosi intorno in punti indefiniti, per il Corso Tacito, la via di Terni dedita allo “struscio”, con le sue gonne lunghe che lasciavano intravedere i gambaletti e una gamba non depilata, una vera e propria icona della sconfitta e dell’adolescenza difficile. Certi genitori andrebbero processati in una simbolica Norimberga per rivendicare i crimini e i traumi subiti dai non fighi. La famiglia tradizionale è spesso fonte di frustrazione e al giorno d’oggi, quando vedo nei supermercati certi ragazzini con i bermuda bianchi a righe celesti tenuti su dalle bretelle, i maglioncini blu uguali a quelli che portava la mia povera nonna defunta, il fazzoletto al collo e le madri che li rimproverano se toccano qualcosa e sempre attente ad evitargli il contatto con oggetti frangibili, vengo colto da un groppo in gola. Mi verrebbe voglia di chiamarlo e di metterlo in guardia su 15 anni di sventure, emarginazioni, colpi bassi all’autostima, se solo la mamma me lo permettesse e non mi prendesse per uno che elargisce le caramelle drogate o che ha intenzioni pedofile. A volte, quando a Terni passo sotto la mia scuola elementare, mi viene in mente il film “ritorno al futuro” ed ho la strana tentazione di aspettare me ragazzino, fermarmi e mettermi in guardia su quello che sarebbe stato il mio futuro, autoinvitarmi a “svoltare”. Già immagino quel ragazzino arrossire per la timidezza e per la paura, perché non bisognava mai farsi avvicinare dagli sconosciuti, ma per lo meno avrebbe percepito il messaggio e magari un giorno, di li a poco, se lo sarebbe ricordato evitandosi così ulteriori flagellazioni.

    Alla scuola elementare le crudeli ragazzine facevano le classifiche di noi maschietti, io mi piazzavo sempre al terzultimo posto, peggio di me solo un bambino con gli occhialini spessi, i piedi a papera inguainati dalle scarpe ortopediche e che periodicamente si cagava addosso e un altro ragazzo che soffriva di balbuzie, mi ricordo ancora la sua testina bionda il suo colorito bianco, quel suo fisichino esile e cagionevole; la maestra spesso lo faceva leggere a voce alta lui balbettava, tremava, la classe rideva e lui scoppiava in lacrime vittima della più terribile cerimonia di degradazione, a certi insegnanti bisognerebbe rinchiuderli in un carcere di massima sicurezza loro e la loro crudele frustrazione e mediocrità, per un periodo fu vittima delle “cure” della psicologa della scuola, la psicologa arrivava in classe, lo chiamava a se e lo prendeva in disparte, dovevano saperlo tutti che lui era diverso, dovevano metterci i manifesti, cazzo! Ma il ruolo della scuola si sa è quello di perpetuare quello che qualcuno continua a chiamare “il migliore dei mondi possibili” di creare deliberatamente emarginazione, di inculcare sin dall’inizio il concetto di vincente e di perdente, abbiamo bisogno dei disadattati per dare giustificazione alle nostre mediocrità.

    Il mio terzultimo posto, che non migliorò affatto alle scuole medie, servì quanto meno ad evitarmi di essere utilizzato come penitenza umana per quelle ragazzine che perdevano ad uno stupido giochino e avevano, quale pegno da pagare, il baciare il brutto e brufoloso di turno, altra terribile cerimonia di degradazione. Solo una volta fui io la vittima di questo atroce gioco ma mi incazzai di brutto apostrofando sagacemente le protagoniste (che comunque non è che fossero Maria Grazia Cucinotta in miniatura…) con un “no, grazie, preferisco piuttosto fare un bocchino a un pastore tedesco o appoggiare la bocca su un tombino scoperchiato. Sono sicuramente luoghi più puliti di voi, vergognatevi” ero un non figo ma avevo da sempre le mie solide argomentazioni.

    Poi con il tempo si maturano delle doti compensative, arriva il giorno in cui finalmente si svolta, si tolgono gli occhialini da sfigato, si mettono le lenti a contatto, si appende al chiodo la camicia quadrettata, ci si fa la barba tutti i giorni si va una volta in più dal barbiere, si cura il proprio essere interiore (molti non fighi coltivano molto la propria cultura) si legge di tutto e dappertutto: a casa, all’università, in treno e questo è il modo per non finirci sotto a quel treno. Soprattutto, però, si matura quella sottile ironia, si mascherano dietro l’autoironia i rimasugli di un forte senso di inferiorità, non di rado si sviluppa una feroce misoginia alimentata da antichi risentimenti; ma prima di arrivare a tutto ciò vi aspettano anni e anni di dure prove.

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:54 | commenti (14)


    domenica, agosto 29, 2004
     

    RIFLESSIONE FREUDIANA

    Premetto che i figli non vengono al mondo con il libretto delle istruzioni, che spesso quando si è genitori si sbaglia con l'aggravante della buona fede, che in genere non si vuole mai deliberatamente il male della propria prole etc, etc. Certo però è che se alle elementari mia madre non avesse scelto per me un look capello con riga da una parte, in certi periodi con la variante di un obbrobrioso caschetto, camicia squadrettata modello “scozzese” oppure felpa con faccia di animali (cani, gatti, stambecchi e chi più ne ha più ne metta) o con il mio nome scritto a caratteri cubitali, maglioncini modello cardigan dai colori più improponibili con una strana predilezione per le varie tonalità del verde e del giallo, pantalone di fustagno oppure color cachi o nelle varie sfumature di marrone e di grigio e per concludere (perché non si lascia mai nulla di incompiuto) mocassino nero in vernice che magari copre un bel calzettone verde o scozzese su fondo nero; o nella variante “sportiva” stivaletto sopra la finlandese rossa, probabilmente oggi sarei un uomo meno problematico.

    Dalle mie foto della scuola elementare già si capisce che, quella ragazza dai capelli ricci, rossi e incolti modello pagliaro (una piccola risposta femminile ad Angelo Branduardi) con quei vestitini stile madame inglese, rossi o marroni a fiorellini, larghi e con la vita alta, che lasciavano intravedere il calzettone bianco o un collant color carne, le “ballerine” in vernice nera ad ampio decolté come calzatura ed occhialoni bianchi alla Giampiero Mughini, ed io, ci saremmo senz’altro trascinati dietro dei traumi perpetui e che ci stava aspettando un’adolescenza mica da ridere…

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 16:12 | commenti (9)


    sabato, agosto 28, 2004
     

    SU CERTA ITALICA ANTROPOLOGIA

    I vergognosi attacchi di “Libero” nei confronti di Enzo Baldoni, aggiungendo anche la parziale deviazione di tiro dell’editoriale odierno di Vittorio Feltri dove si richiama tutti alla pietà cristiana, a inginocchiarsi e farsi il segno della croce davanti ai morti; già proprio strani questi cristiani: invocano draconiane leggi contro l’aborto e la procreazione assistita in nome di un astratto principio di difesa della vita, impongono di mantenere in vita malati di cancro all’ultimo stadio che invocano, tra le più atroci sofferenze, solo di morire e poi quando a morire non è “uno di loro” si dedicano alla villania, all’irrisione e all’oltraggio di condannato a morte, hanno scatenato in me una serie di riflessioni di carattere socio-antropologico, riflessioni che non derivano dalla scientificità della ricerca sociale quanto da un osservazione partecipante a distanza.

    Parliamoci chiaro: questa cultura dell’odio faziosa e violenta che mescola elementi del peggior bigottismo ipocrita non nasce tra le pareti del giornale diretto da Vittorio Feltri, ma da questo giornale ha voce e agibilità politica ed è, secondo me, il vero cancro dell’Italia di oggi.

    Qualsiasi opera di ricostruzione civile e politica dopo il Vietnam economico e di diritti creato dalla casa delle libertà deve fare necessariamente i conti con codesta perniciosa antropologia, soprattutto e se, come è giusto che sia, tale riedificazione dei valori debba prescindere dallo slogan maoista “colpirne uno per educarne cento”.

    Il dileggio per l’altro, per colui che a loro differenza è di sinistra, per tutto ciò che è a loro e a ciò che rappresentano estraneo non è un elemento nuovo in certa umanità, nel loro egoismo non conoscono il concetto di pietà per colui che è diverso, sia egli il disperato clandestino sia egli il pacifista. La loro logica sarà sempre quella del nemico e Baldoni era per loro un nemico, non un italiano morto in Iraq come hanno ripetuto spasmodicamente in occasione della morte di militari e mercenari, Baldoni se l’è cercata secondo loro, ma ragionando in base alla loro logica non se la sono cercata di più i militari e i mercenari dato che il loro mestiere ha a che fare in maniera diretta con l’ammazzare e il (non) farsi ammazzare? Comunque non interessa fare questa contabilità sulla morte.

    Molti di voi diranno che certi uomini di sinistra nei bassifondi di internet e dei bar di piazza hanno detto di Quattrocchi cose nauseabonde: è vero, ma ciò non è mai avvenuto da parte di esponenti politici, del giornalismo, degli opinion-maker, mai alcun intellettuale di sinistra si è sentito in dovere di pronunciare frasi così irriguardose nei confronti della vita, quella vita che voi ipocritamente vi impegnate a difendere in tutte le sue forme, in quanto sacra, nei dibattiti sulla fecondazione assistita.

    Purtroppo non sono per niente fiducioso sul futuro dell’Italia e personalmente farò di tutto affinché mio figlio cresca qui nella Confederazione Elvetica, ricostruire la società significa avere rispetto e coltivare la propria intellettualità, riscoprire certe pratiche del bello, dell’arte, della cultura e quale cultura può nascere da una diffusa antropologia dell’odio, da una guerra e da una (fallaciana e non…) chiamata alle armi planetaria che sta tirando fuori il peggio di tutti noi e da un mondo in cui nemmeno le tragedie, che in genere elevano lo spirito e la mente, riescono a suscitare il benché minimo senso del rispetto, della decenza e dell’autenticità del dramma umano di fronte alle iperboli che lo circondano?

    Non mi resta altro da fare che incazzarmi in riva al Lago Ceresio e prendere un’altra volta drammaticamente atto di un altro momento triste della vita pubblica italiana.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:50 | commenti (9)
     

     "Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà - ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me." (Enzo Baldoni)

    Addio Enzo e vaffanculo al repellente “patriottismo” di certa destra, rappresentata dal quotidiano “Libero”, patriottismo che svanisce nel nulla davanti ai loro squallidi distinguo tra “morti nostri” e “morti loro”.

    Non ho nient’altro da aggiungere che non appartenga alla categoria del già detto e del già scritto.

    Pensieri e parole di kendostoe | 02:11 | commenti (4)


    venerdì, agosto 27, 2004
     

    IL FORO BOARIO

    In una delle mie tristi e solitarie estati adolescenziali, l’unica passata completamente a Terni durante il periodo universitario, il che lascia ben immaginare l’allegria di quella stagione e il suo contributo ai miei traumi adolescenziali irrisolti, per potermi mantenere la sregolata vita da studente fuori sede lavorai per un periodo nel locale “Foro Boario” ossia il mercato ortofrutticolo all’ingrosso che in alcuni giorni del mese diventava anche mercato del bestiame.

    Era un lavoro che si svolgeva per lo più nelle ore notturne e nelle prime ore del mattino, che mi dava tempo di dormire fino all’ora di pranzo e di passare il resto della giornata a leggere e a studiare, si lavorava “a nero” ma si era ben pagati.

    Il mercato del bestiame era spettacolare, un lato di ternanità riservato a pochi martiri della levataccia. Arrivavano da tutta la provincia e dalle zone limitrofe intere frotte di anziani allevatori con i capi migliori del proprio bestiame, superavano con i loro camioncini stipati di bovini i cancelli della struttura, si mettevano nella piazza ed esaltavano la qualità e l’origine delle loro mucche che erano messe all’asta, mentre i titolari degli impianti di macellazione gridavano le loro offerte e la polizia municipale vigilava sulla regolarità del tutto, quando poi si raggiungeva l’accordo il venditore chiamava a se il compratore, i due si davano una robusta e sonora stretta di mano e sarebbe arrivato il “sensale” testimone e garante dell’affare a spaccare simbolicamente quel virile contatto, non c’era bisogno di pre-contratti scritti quando a vigilare c’era la robusta sovrastruttura dell’etica contadina.

    In quei giorni ricevetti da una donna (una sorta di sosia della sora Lella, la sorella di Aldo Fabrizi, protagonista in molti film di Carlo Verdone) il più bel complimento che avessi ricevuto da un esemplare di sesso femminile da molti anni a quella parte: “Bardasciu mia, si tarmente dorce e carino che si eri un maialino già t’avevo comprato” la qual cosa ebbe un certo impatto sulla percezione della mia avvenenza fisica.

    Intorno era tutto un cumulo di odori acri, di grida, di gente che si pavoneggiava di avere i capi più belli della provincia, ne esaltavano la tonicità, la qualità delle carni, dei mangimi che gli venivano somministrati. Le mucche guardavano placide quella folla di allevatori che se le contendevano, che le toccavano mentre gli agenti della Municipale le posizionavano sulla bilancia della pesa pubblica e gli industriali e gli artigiani del ramo ne segnavano su un taccuino le caratteristiche e gridavano le loro offerte. Certe mucche, particolarmente avvenenti, erano contese, spesso si sfiorava la rissa e la “cazzottata” tra i titolari degli impianti di macellazione divisi a stento dagli impiegati comunali e dagli agenti della Municipale e loro (le mucche) guardavano placide e non senza una certa fierezza percepivano il fatto di essere contese e di vendersi al miglior offerente con una grande soddisfazione dall’alto di quel palcoscenico. Non sapevano, nella loro ingenuità animale, che quella era la loro condanna a morte per macellazione, che era un momento di gloria da vivere con la metafora del “canto del cigno”e che dopo quel loro effimero wharoliano quarto d’ora di notorietà, sarebbero solo diventate un numero nei cruenti ingranaggi di un sistema fordista.

    Al Foro Boario non si respirava aria di morte anche se la morte era il permeante di tutto quel rituale, anzi era un’orgia di vita e di vitalità, di ostentata socialità fatta di brioches ancora calde di forno e di bicchieri di ottimo sagrantino.

    Immaginavo le stalle degli allevatori, le mucche da macellazione vantarsi, con le meno pregiate ma utili mucche da latte, di quella loro passerella e le mucche da latte invidiose, nel pensare che quella era la massima delle aspirazioni possibili, lasciarsi andare a tristi muggiti quando non venivano scelte dal grande capo, l’allevatore. Ma per quelle “fortunate” quella fu una condanna alla decadenza e alla morte dopo una vita in cui erano state cresciute e nutrite per il solo raggiungere quell’ideale di bellezza.

    Ripenso a tutto ciò ogni volta che guardo, su Canale 5, la trasmissione “Veline” condotta da Teo Mammuccari.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:46 | commenti (4)
     

    FANTASTICI

    Fantastici. In che altra maniera potrei definire certi radiofonici di una radio locale che, stamattina, dopo aver mandato in onda un breve reportage sull’ex militante dei Nuclei proletari per il comunismo Cesare Battisti, hanno trasmesso “Battisti dove sei” dei B-nario, quella che fa: “Battisti dove sei! Dove sei! Dove sei! Battisti non ci sei! Dove sei! Dove sei! Esisti o non esisti? Battisti non esisti dai!”?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:03 | commenti (5)


    giovedì, agosto 26, 2004
     

    IL PIU' GRANDE LIMITE DI UN UOMO

    Il più grande rimpianto che ho per il fatto di essere uomo e che non vivrò mai l’esperienza della maternità che secondo me è l’esperienza più forte e più bella in assoluto che possa riservare la vita.

    D’accordo, anche la paternità da le sue soddisfazioni ma rispetto alla maternità è veramente un niente.

    Nella gestazione, nel concepimento, nella gravidanza, nella nascita e crescita del neonato il ruolo di noi uomini è assolutamente marginale, vedi la pancia della tua donna crescere, pensi che dentro di lei c’è una vita che si sta formando e che rimane vita per quel cordone ombelicale che la lega alla tua donna, pensi che vive grazie alla tua donna, che sente le emozioni della tua donna che è ciò che lei è e tu li che ti senti quanto meno inadeguato, che sai che il tuo ruolo è quello di rompere i coglioni il meno possibile e di rendere alla tua famiglia, rinchiusa in un solo meraviglioso involucro, tutto più semplice.

    Il miracolo per me è cominciato il giorno in cui il mio bambino era solo un cerchietto in un test di gravidanza, ho visto la mia donna cambiare, votarsi verso l’amore, l’altruismo, ho visto mia madre, mia suocera e mia moglie unite in quella solidarietà tipica delle mamme ed io li spettatore di tutto questo. La notte dormivo abbracciato a mia moglie, sentivo i colpetti del bimbo, e a notte fonda quando c’era silenzio sentivo i loro cuori battere all’unisono. Era la macchina perfetta, la simbiosi assoluta, quella creaturina aveva bisogno dell’amore di Carla per vivere e in quel momento non aveva bisogno del mio.

    Già da quei giorni la mia donna si metteva da parte, la cosa importante era lui, il sentir crescere la vita dentro le dava un magnetismo raggiante, una serie di emozioni indescrivibili che a me erano trasmesse solo per induzione ed io che passavo le notti e gli attimi di riposo abbracciato alla sua pancia, parlavo già con mio figlio “sono il tuo papà piccolino mio, ci sono anch’io amore, ti starò sempre vicino, ti amo piccolino, ci sono anch’io amore” fiero ma un po’ geloso di quel rapporto speciale che li univa fisicamente ed emozionalmente.

    Vedevo Carla esultare di quella felicità che nasce da questo rapporto così intimo, la vedevo fregarsene di tutto, di quei datori di lavoro che la accusavano di “essersi fatta mettere incinta” di quella società che per un bel pezzo le avrebbe fatto pagare a caro prezzo, con l’isolamento, quel grandioso dono d’amore e d’altruismo, di quelle colleghe che “con tutto quello che c’era da fare nel loro mediocre posto di lavoro figurati se potevano permettersi un figlio” la cosa importante era Lui, solo Lui.

    Passavamo le notti abbracciati o tenendoci per mano a parlare di ecografie, di allattamento, di pannolini, di pappette, di colostro, di latte materno, di come sarebbe cambiata la nostra vita, a scommettere quale sarebbe stata la sua prima parola, se l’avrebbe detta in italiano o in portoghese, perché dovevamo parlargli subito in tutte e due le lingue a pensare chissà come sarebbe stato, come sarebbero stati i suoi occhi, la sua pelle, a immaginare le sue manine, i suoi piedini, il suo profumo, parlavamo, parlavamo… e spesso, stupefatti vedevamo sopra il nostro fitto parlare levarsi il giorno.

    Carla aveva voglia di vivere quel meraviglioso periodo in ogni fotogramma, non voleva perdersi nessun istante, non aveva voglia di dormire, sarebbe stato inutile dormire quando il solo fatto di vivere ti riservava così grande trepidazione.

    Poi venne il grande giorno ed io li vicino a lei in ogni momento, a vederla patire il dolore sorridendo e dicendomi “dai che ci siamo”. Nei film la fanno tanto facile ma fu un’attesa lunga dovuta ad un lungo travaglio ed io li, completamente inutile e inadeguato, a guardare. Poi vennero le contrazioni vere e proprie, tante, continue, il dolore lancinante ma quel dolore che si sopporta e si vive con gioia, quel dolore che si attende a pugni chiusi come una sfida, quella categoria metafisica completamente sconosciuta a noi uomini. L’ostetrica e il ginecologo se ne stavano li, con i loro gesti precisi e consapevoli, ad aiutare Carla a sistemarsi nel lettino, a chiedergli qual’era la posizione più comoda, il ginecologo spiegava che c’era la testa del bambino che spingeva, mentre l’ostetrica rassicurava mia moglie, le diceva di stare tranquilla, di non vergognarsi e intanto continuava le sue sapienti manovre e poi d’improvviso il prodigio: quella testina, quelle spallucce, le braccine, il corpicino ed io li immobile. Avevo portato con me un piccolo registratorino che azionai quando il piccolo, che compiva il proprio esordio nel mondo, respirò per la prima volta, strillò e cominciò a piangere forte, mentre il suo papà si portava le mani al viso e in un atteggiamento molto poco da duro cominciò a singhiozzare di quella gioia che si vive nel più bel giorno della propria vita. In quel momento la vita era meravigliosa, in un colpo sparivano i traumi adolescenziali, da quel momento non ero più solo figlio, ero un papà. Ancora oggi ogni tanto ascolto quella cassetta, risento il suo grido i suoi vagiti e il cuore mi va in fibrillazione, le lacrime scendono per conto proprio.

    In quel momento ero fiero di Carla e lo sono ancora. A ripensarci ho una strana sensazione: mi piacerebbe essere stato al suo posto, vivere tutte quelle emozioni, sapere che da quel giorno niente sarebbe stato uguale e che la mia missione su questo pianeta sarebbe cambiata.

    Poi, nei giorni seguenti, tutte quelle donne: puerpere, madri, suocere, sorelle, amiche, ginecologhe, infermiere, solo loro potevano capire il vero miracolo di quell’insieme di atti che sono alla base della vita, della specie, degli individui, della società. Quelle donne che ridevano di me, avulso nel contesto, nel vedermi impacciato con quel neonatino in quel baillame di italiano, portoghese, dialetto ternano, ticinese e poi vedevo Carla e il mio bambino insieme, che avevano vissuto tutto questo da prospettive diverse, vedevo il bimbo dipendere in tutto e per tutto dalla sua mamma, ed io li ad essere il loro primo spettatore e come me tanti altri papà di tutti i colori e di tutte le nazionalità, ci si guardava e ci si sorrideva, ci si sentiva salami e inutili allo stesso tempo, ma eravamo uomini, che ci vuoi fare? Ed eravamo limitati nel nostro essere uomini.

    Pensieri e parole di kendostoe | 00:39 | commenti (30)


    mercoledì, agosto 25, 2004
     

    KENDOSTOE-MONDO REALE 0-2

    Certi giorni ho l’impressione di essere terribilmente fuori di ogni moda e fuori di ogni tempo, altri giorni ne ho invece la certezza, tipo ieri che sono andato in piscina in un orario per me un po’ insolito ed avevo attorno a me tutti uomini statuari e soprattutto depilati. Io non ho voglia ne intenzione di depilarmi, ho un fisico morbido (per non dire flaccido) e ricoperto da un diffuso strato di peluria. Riesco a non avere l’abbigliamento adeguato anche quando vado in piscina e del resto perché dovrei rinunciare a questa parte così “maschile” di me?

    Poi al bar della piscina c'era un numero di Men's Health: è proprio vero, oggi come oggi non ha più senso parlare di maschile e femminile. La mia ternanocentrica e sociologistica divisione dei generi deve andarsene in pensione. Le donne l'8 marzo vanno a vedere i manzi e a dedicarsi a quelle attività che le loro mamme femministe deprecavano e odiavano in noi uomini, alcune di loro le vedi con la divisa e con le stellette e con espressioni ebeti e vincenti di fianco ai prigionieri torturati. Ma anche l'uomo ha fatto i suoi bei passi in direzione dell'uguaglianza: finalmente anche noi abbiamo le nostre riviste speculari ai settimanali femminili, anche noi possiamo perderci dietro fondamentali argomenti come diete, vestiti alla moda, depilazioni (la rivista ribadiva che se non sei depilato sei decisamente out e non hai prestigio sociale) e tatticismi seduttori del tipo ci sto, non ci sto, glielo do, non glielo do... Ma se per una volta cominciassimo a copiare il meglio dell'altro genere?

    Contro il mondo reale rischio di perdere di goleada.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 11:35 | commenti (12)


    martedì, agosto 24, 2004
     

    CONSIDERAZIONI SUL TURISMO SESSUALE

    Non saprei dire se in vita mia ho mai praticato il cosiddetto “turismo sessuale” diciamo che un anno, dopo un’ estate di lavoro presso i magazzini della “Metro” di Bologna e prima dell’inizio del nuovo anno accademico, sono stato a Cuba.

    Era il 1995 un periodo veramente molto difficile per l’isola caraibica dal punto di vista economico ed un periodo altrettanto difficile per il sottoscritto dal punto di vista sentimentale, sessuale e dell’autostima tempestato da una serie di esperienze negative e di insuccessi da non figo.

    Andai con un tour organizzato dai compagni: quei viaggi con visite a scuole, ospedali, incontri con esponenti politici. Ma il motivo principale del mio viaggio diventò presto Yodalis, una ragazza di 6 anni più grande di me, una mulatta tutta curve e femminilità che rappresentava il mio ideale estetico di donna assolutamente irraggiungibile in patria, come allora era irraggiungibile qualsiasi donna quasi a prescindere dalla sua condizione sociale, dal grado estetico e dal livello di pluscool o di figosità che dir si voglia. La conobbi durante una visita ad una scuola materna de L’Avana dove lei lavorava come maestra, essendo uno dei pochi giovani di un gruppo composto per lo più da vecchi arnesi comunisti ortodossi lei mi avvicinò complimentandosi per il colore dei miei occhi e iniziò subito a parlarmi chiedendomi cosa facevo nella vita, da quale parte di Italia venivo, guardandomi con i suoi occhioni grandi, neri, guizzanti e in fondo un po’ tristi. Non c’era nessuna cosa di lei che non mi piacque immediatamente, il suo sguardo, il suo muovere le belle mani dalle dita lunghe e affusolate, quel modo che aveva di mimare con gli occhi, quel suo schioccare la lingua insomma, per me ragazzo sfigato ed inesperto fu una sorta di folgorazione.

    Facendo mia la logica delle nicchie di mercato, basate su fattori economici ed esterior,i posso dire che lei, nel mio contesto di origine, sarebbe stata assolutamente fuori dalle mie possibilità. La bellezza in Italia è un valore (ho notato con stupore che lo è molto meno in Svizzera) un valore concreto, monetizzabile, vendibile e le ragazze italiane dell’epoca ne erano ben consapevoli, facevano di tutto pur di alimentare la loro apparenza, erano gli anni delle eterne diete, del bombardamento mediatico, degli imperativi estetici e dei mass-media che demolivano continuamente la figura dell’uomo. Non me ne vogliano le ragazze che mi leggono e non me ne vogliano gli amanti del politically correct ma le donne del mio contesto erano in genere persone superficiali, pesanti, poco intelligenti e scroccone (ed io avevo pelo pelo la possibilità di non avere utenze insolute) ma che si autostimavano tantissimo, spesso i miei timidi e sporadici approcci venivano respinti con sdegno e derisione, più di una volta mi è stato risposto con un “ma ti vedi!?”, “Io con uno sfigato come te!?”. Di Silvia e delle donne della categoria “con te parlo bene ma..” ve ne ho già parlato e mi pare del tutto superfluo riprendere il discorso.

    Con Yodalis passeggiavamo la sera sul Malecon de L’Avana, il lungomare pieno di splendidi edifici in stile coloniale, li c’era una vasta fauna di sbeccaccioni occidentali: c’erano gli attempati uomini “d’affari” con fighe ventenni al seguito, il ragazzino nerd occhialuto, rachitico e brufoloso con una splendida coetanea al suo lato, il ragazzetto carino che magari sentiva di non essere nato nel posto giusto ed era più portato alla “manera de vida” cubana, l’universitario italiano innamorato della splendida fanciulla del posto che, seduto sul muretto del lungomare, le accarezzava il viso e le parlava d’amore, c’erano i pappagalli napoletani che fischiavano e gridavano ad ogni donna che passava, il lussurioso circondato da 4-5 ballerine appariscenti e che magari doveva temere per la propria incolumità, il pollo da spennare a tutti i costi, la cinquantenne europea accompagnata ad un aitante uomo di colore, perfino un invalido con evidenti problemi motori accompagnato ad una splendida mulatta, il che lo rendeva sorridente e allegro (vi giuro che non riesco a dimenticare questa immagine). Com’era quindi questo turismo sessuale? Com’era il turista sessuale medio? Il Malecon non dava risposte.

    Sono tutte persone lubriche e condannabili moralmente gli uomini che vanno a Cuba a conoscere le ragazze locali? La mia risposta è: assolutamente no. Sono spesso uomini slegati al contesto di origine e che magari in questo contesto sono costretti a giocare ad un gioco che a loro non piace e del quale loro non hanno fatto le regole. A Cuba per certe cose valgono le solite leggi di mercato che valgono, e diciamocelo senza ipocrisie del cazzo, nel resto del mondo solo che colui che in Italia è un perdente a Cuba o in altri paesi ha le regole di mercato dalla sua parte. Non ci vedo veramente nulla di diverso tra lo sbeccaccione da viaggio e il Briatore o il calciatore di turno che sfrutta il suo prestigio per flirtare con il veliname locale. Voi mi direte: ma bisogna cercare l’amore.. L’amore è tutta un’altra cosa ragazzi, l’amore è sublimazione, l’amore è irrazionalità, è metafisica; il diritto ad una sana espressione della sessualità è invece qualcosa di spesso più meccanico e più slegato dai “nobili imperativi” l’accettazione del sè passa molto per la sessualità, e non bisogna essere Freud per dirlo, e in certi casi lo sviluppo della propria sessualità che piaccia o no si raggiunge anche pagando o ricorrendo ad espedienti di “mercato”.

    Unico ed invalicabile limite è il consenso tra le parti, la mancanza di violenza, di sfruttamento e nel turismo sessuale credetemi è un confine più labile di quanto si pensi, una sottile linea rossa. Se tutto viene fatto con questo spirito un viaggio esotico rappresenta oltre che una grande lezione di autostima e di sessualità anche una lezione di vita e di cultura che allargherà gli orizzonti mentali più di anni di frequentazione di sciurette da happy hour.

    Poi con i miei soggiorni all’estero e con la mia mentalità portata verso l’esterno, mi sono convinto che non tutti siamo nati nel paese giusto e che forse in qualche, più o meno remoto o più o meno esotico, angolo del mondo può esserci il nostro luogo ideale.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 11:56 | commenti (10)


    lunedì, agosto 23, 2004
     

    QUELLE DOMENICHE AL MARE...

    Come brevemente descritto nel post precedente a causare i miei traumi adolescenziali irrisolti ci si mettevano anche le domeniche al mare che passavo spesso in compagnia di mia madre, di mio fratello e dei miei cuginetti di qualche anno più piccoli di me.

    L’Italia è un paese dotato di 7375,3 km di costa, ancora oggi mi chiedo cosa spingesse la mia famiglia a scegliere i tratti di spiaggia di gran lunga più brutti e disastrati della penisola.

    Andare al mare la Domenica significava alzarsi la mattina alle 6 e prendere il treno che portava a Lido di Ostia o più spesso a Falconara Marittima (An).

    Il mio sclero in genere cominciava venerdì pomeriggio con mia madre che aveva la demenziale idea di queste domeniche marinare, mio padre era giustificato in quanto faceva i turni di notte così rimaneva a Terni costringendo me, in quanto ometto di casa, a partecipare al rito della calata dei cafoni dell’entroterra. Io ovviamente protestavo sempre, chiedevo a mio padre come mai non ci andasse lui, come mai non si alzasse lui la domenica alle 6 di mattina per quell’inutile sciroppata nel mare più brutto d’Italia, tutto si concludeva con mio padre che spesso alzava la voce nei miei confronti non avendo nessun torto se non quello marcio e con l’inutilità di ogni mia insistenza, ivi compresi i malanni che fingevo la domenica mattina.

    Per chi non conoscesse il posto, Falconara Marittima sorge di fianco ad una grande raffineria di petrolio, la spiaggia si trova direttamente dietro la stazione ferroviaria, basta percorrere un cavalcaferrovia, ed è direttamente confinante con i binari della linea adriatica. Da ciò si deduce che la ridente cittadina marchigiana era totalmente priva di qualsiasi infrastruttura turistica, non aveva lungomare, ma solo una trafficatissima strada statale aldilà della ferrovia.

    Il mare aveva un fondale sabbioso e melmoso, l’acqua aveva un colore marrone scuro, sulla sinistra svettavano imponenti le ciminiere della raffineria, sulla destra altrettanto imponenti i silos e gli impianti industriali del porto di Ancona. Per un periodo (per la serie non c’è mai fine al peggio) invece che frequentare la spiaggetta dietro la stazione ferroviaria si andava in un luogo, immediatamente (ma proprio immediatamente) dietro la raffineria, chiamato Rocca Priora dove un nostro amico amico di famiglia ternano, anche lui partecipe al rito delle domeniche balneari, aveva una specie di capanno in legno costruito abusivamente, insieme ad altre strutture simili, a pochissimi metri dalla spiaggia.

    Spesso si mangiava in questa irritante struttura abitativa tra i miasmi della raffineria e quelli delle fognature abusive che servivano queste, molto rudimentali, catapecchie spacciate spudoratamente per seconde case.

    Oltre all’acqua alta sempre 50 cm il mare di Rocca Priora aveva come pittoresca caratteristica alcuni frammenti galleggianti, probabilmente scorie della raffineria ed era frequentato per lo più da pendolari del fine settimana dell’entroterra marchigiano e umbro, solo molto dopo ho saputo, da un mio compagno di Università di Ancona con il quale ho condiviso per lungo tempo vari appartamenti bolognesi, che la popolazione autoctona se ne guardava bene dal frequentare quei tratti di costa e che si sentivano (leggende metropolitane?) di uomini morti di leptospirosi.

    Nonostante voglia un gran bene alla mia mamma devo ammettere che è di gran lunga la persona più ansiosa che io abbia mai conosciuto, aveva paura di tutto e di conseguenza mi proibiva tutto, dovevo aspettare le canoniche tre ore tra un pasto (anche un solo spuntino) e il bagno, ogni tanto mi allontanavo un po’ per fare qualche bracciata (a Terni frequentavo la piscina e per un breve periodo ho fatto nuoto anche a livello agonistico) e sentivo la sua voce gridare il mio nome, quando tornavo dalle mie uscite a largo la vedevo sempre alla riva che agitava i pugni o la mano aperta in segno di minaccia, era il segnale che mi aspettavano degli inevitabili scappellotti che arrivavano più puntuali di una corriera svizzera.

    Passavo così lunghe ore sotto il sole cocente o sul bagnasciuga a passeggiare, unto di crema protettiva per neonati (quella che, data la delicatezza della mia epidermide, sono costretto ad utilizzare anche ora) e con le scarpette di plastica antipesceragno. Il pesce ragno era un mito alimentato da mia madre, per disincentivarmi a fare il bagno a mare, con il quale ero stato cresciuto sin dalla più tenera età.

    Nonostante lo spesso strato di crema neonatale riuscivo ogni volta a procurarmi delle ustioni cutanee e degli eritemi che lasciavano il segno anche per lunghi mesi e mi svegliavo il lunedì seguente anche con qualche linea di febbre dovuta per lo più all’insolazione.

    Al termine della giornata si prendeva il treno delle 18,30, un treno, allora, rigorosamente senza aria condizionata, si era inevitabilmente accaldati e pieni di sabbia e ci aspettavano due ore e mezzo di viaggio durante le quali mia madre mi faceva notare che ero strano, che ero l’unica persona al mondo che non apprezzava andare al mare e che ero alquanto scorbutico.

    Non ho avuto particolari conflitti generazionali con i miei genitori, ma dopo certe esperienze non sarebbe stato poi del tutto incomprensibile se li avessi uccisi in preda ad un raptus, forse così nascono i serial killer.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 19:44 | commenti (5)


    domenica, agosto 22, 2004
     

    UN ALTRO POST AUTOBIOGRAFICO E UN PO' TRISTE

    Tra le tante insane abitudini che aveva la mia famiglia due erano particolarmente odiose: certi fine settimana al mare, in genere ad Ostia (Roma) o a Falconara Marittima (An) ma soprattutto certi mesi di Agosto passati in una località dell’Appennino Umbro-Marchigiano, della quale non farò il nome per non rischiare una denuncia per diffamazione da parte della locale pro-loco, sfruttando la seconda casa di una mia lontana zia che comunque si guardava molto bene dall’andare a passare le estati in quel luogo.

    Avrò avuto 12-13 massimo 14 anni età nella quale, secondo le regole vigenti, non ero autorizzato a passare periodi lunghi da solo in casa a Terni ed ovviamente ogni volta che si ventilava l’ipotesi di passare le ferie estive a casa di zia X diventavo un ragazzetto tutta pelle, grasso e nervi e a casa mia si respirava un’ aria da scontro, il calvario finì un anno in cui la mia dolcissima nonna prese le mie difese e disse che avrei passato quel periodo a casa sua. Le nonne talvolta stupiscono, da bambino mi faceva trovare, nel cassetto dei giochi, il ciocorì e la nutella e mi preparava dei gustosissimi panini acqua, burro e zucchero, i famosi panini della nonna. Era una nonna atipica, appassionatissima di calcio, giocatrice di totocalcio e tifosissima della Ternana, mi ricordo quando facevamo insieme il sistemone con le 4 doppie e le infinite discussioni se mettere la doppia su Brescia-Udinese piuttosto che su Torino-Fiorentina, quella volta disse: “oramai nun è più nu bardascio, sta a diventà n’ometto, deve cresce, alimentàsse lu cervello, nun potete pretenne che se venga a roppe li cojoni in quillu postu dove non ce sta ‘n cazzu da fa…”. La nonna godeva di un certo rispetto e di una certa autorità cosicché quella volta fu ascoltata e vissi un mese di Agosto da vero adulto.

    In questa località dell’Appennino non c’era nulla se non le seconde case di Umbri proprietari terrieri, di scuderie e di appartamenti, insomma beni che avevano ignorato la rivoluzione industriale, persone che non solo avevano ignorato il 1968 ma che addirittura non riconoscevano neanche il concilio di Trento e la cui mentalità ristretta li portava a passare i mesi estivi in quel non-luogo del nulla.

    Villette, case, case, case, ancora villette, case, case, case e un solo bar simile a molti bar di periferia di Terni, quei bar non fatiscenti ma del tutto anonimi, almeno il bar fatiscente ha un suo fascino, il bar anonimo è anonimo e basta. La sera, con la poca popolazione giovanile (quasi tutti ternani) del posto ci si incontrava al bar, le ragazzine si dedicavano ad ore e ore di preparativi prima di fare la loro uscita, i ragazzi giocavano con un consunto e vecchio biliardino, a Pac-man e a Wonder boy, poi ci si metteva tutti attorno a un tavolo e si parlava di quanto ci si rompesse i coglioni in quel posto di merda e ci si riprometteva che ci saremmo rivisti a Terni, cosa che comunque ogni anno evitavo in maniera accuratissima poiché anche il solo ricordo di quelle “vacanze” mi trasmetteva uno stato di inquietudine difficilmente descrivibile.

    Essendo in montagna la televisione si vedeva male, così passavo molto tempo a leggere (unica nota positiva) con mia madre che si preoccupava per il mio sano sviluppo psico-sociale perché non andavo al bar con gli altri ma passavo il tempo sempre da solo, chiuso in camera mia, a leggere.

    Ogni tanto il bar organizzava delle serate danzanti, in genere serate di ballo liscio, io rimanevo li con qualche ragazzo, seduto attorno alla pista, presi anche il vizio del fumo, si facevano girare le MS o le Muratti Ambassador come si fa girare un cannone, ogni tanto qualche genitore ci invitava cameratescamente a far ballare le ragazze, cosa che in me timidissimo creava una rara irritazione. Al nostro timido diniego, poi, si lasciava andare a pesanti e teatrali considerazioni su quanto siano tonti i giovani di oggi, che ai tempi suoi sì che si approcciavano le donne, e che i ragazzi di oggi sarebbero diventati tutti froci. Ovviamente poi le ternane secondacasamunite avrebbero rifiutato ogni mio approccio dal quale comunque mi guardavo bene. Mi sentivo completamente fuori luogo. Volevo morire.

    Ogni tanto quando qualche genitore ci accompagnava in macchina nel paese più vicino, sempre malvolentieri  perché cazzo siamo in vacanza, già a Terni vi devo accompagnare agli allenamenti e scarrozzare ovunque e che cazzo, manco in vacanza mi date pace” si andava a pattinare sul ghiaccio, io odiavo pattinare sul ghiaccio, era un qualcosa di troppo fisico per me, ero imbranato e inadatto a qualsiasi tipo di sport, soprattutto a quelli dove c’era il rischio di farsi male.

    Ogni tanto qualche vassallo vicino di casa organizzava cene di convivio invitando tutto il vicinato, ero generalmente coartato da mamma e obbligato a partecipare alle cene durante le quali si faceva la radiografia della situazione antropologica della conca ternana e zone limitrofe, in una masnada di chiacchiere su famiglie distrutte, figlie un po’ troie, mogli fedigrafe, mariti puttanieri e via dicendo. Ovviamente le cene offerte erano sempre a buon rendere e presto i vassalli avrebbero bussato alla nostra porta per pretendere ospitalità e tributi, altrimenti avremmo avuto tutta lo loro disapprovazione sociale. Io protestavo e mamma: “tesoro, non c’è niente da fare, viviamo in una società, dopotutto. Dobbiamo pur mantenere uno straccio di rapporto con qualcuno. Ma perché non esci con gli altri e non vai al baretto?, stai sempre da solo a leggere…” e così tutte le sere mi sorbivo i soliti discorsi: “Ma tu figlia ce l’ha lu fidanzato oppure fa come la sorella che sta sola e ha quasi passato l’età”, “ma ce lo sai che la moglie de Virgili l’hanno vista infrattata co l u marito de Elvira…” e via dicendo.

    A volte si andava al bar, ci si lamentava che in quel paese di merda non si faceva un cazzo, si giocava a Wonder Boy e a biliardino, si litigava per fare le squadre a biliardino, ci si rompeva il cazzo… Una volta stavo per morire soffocato da un boccone di panino con una fettina di prosciutto filamentoso e con quel pane vecchio di qualche giorno, dalla mollica farinosa, un panino triste e schifoso, metafora di tutta quella situazione. Avrò avuto 12-13 massimo 14 anni età nella quale, secondo le regole vigenti, non ero autorizzato a passare periodi lunghi da solo in casa a Terni, mi rompevo il cazzo, avrò avuto 12-13 massimo 14 anni. A quell’età non mi piacevano gli altri.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 18:17 | commenti (15)


    sabato, agosto 21, 2004
     

    SUL PORTOGALLO E SULLA NOSTALGIA PER L'ITALIA DEGLI ANNI '80

    In questi giorni mia suocera ripete spesso che il Portogallo è 20 anni indietro e deve recuperare un ritardo nei confronti del resto dell’Europa.

    Ha ragione, benché io dia all’affermazione un valore esattamente opposto a quello che probabilmente darebbero tutti.

    Il Portogallo, sotto certi aspetti e pur conservando delle forti tradizioni talvolta deteriori (vedi le draconiane leggi sull’aborto) sembra un po’l’Italia degli anni ’80.

    Negli anni ’80 in Italia si aveva l’impressione di vivere in un paese in forte ascesa. I megastore aperti fino a mezzanotte delle grandi città, la ricercatezza nel design industriale, la continua voglia di innovazione e quel poco che è rimasto di vita culturale sono tutto al più un residuo di quel decennio. La moda italiana ti faceva pensare ad un universo dorato e scintillante e non ad un semplice settore professionale. Chiunque di voi sia stato a Lisbona avrà senz’altro notato le architetture moderne e ardite, i maxi centri commerciali da 400 negozi con le montagne russe e le multisala cinematografiche all’interno, le mostre organizzate in ogni angolo della città, insomma un’ansia di modernizzazione che per il momento non ha eguali in altri paesi europei (forse in Spagna…).

    Poi in Italia sono arrivati gli anni ’90 con le crisi e le sanguinose manovre economiche che hanno portato l’italiano medio ad un pensare minimal esaltandone le connaturate e innate doti di vittimismo piagnone. Mentre negli anni ’80 si guardava alla grandeur parigina e a New York negli anni ’90 si è guardato, per lo più, a San Donà di Piave e a Darfo Boario Terme (con tutto il rispetto per chi vive in queste due realtà) e i gruppi sociali dominanti sono diventati gli esponenti di una certa borghesia bottegaia senza cultura, nemica dei centri commerciali e amica del prezzo selvaggio e del rigido orario di chiusura e quei settori una volta patinati sono passati in mano a buzzurri industrialotti del Nord-Est e della bassa bergamasca amici del lavoro nero, dello sfruttamento degli immigrati e nemici dei diritti dei lavoratori, dello stato sociale e di ogni più basilare concetto di solidarietà e di società civile.

    Con il tempo sono arrivato addirittura ad avere nostalgia di Bettino Craxi, della sua eliminazione dei patti lateranensi, del suo voler laicizzare la società. Gli anni ’90 sono stati gli anni della Lega Nord e di Berlusconi, della fobia nei confronti della percentuale di immigrati più bassa d’Europa, del richiamo alla più bieca cristianità e ai localismi più reazionari. Negli anni ’80 scienziati, architetti e designer stranieri venivano in Italia per trovare un ambiente culturale stimolante oggi l’Italia è diventato il paese dalla più alta disoccupazione intellettuale del mondo cosiddetto civilizzato, un paese che tratta malissimo i suoi laureati, che considera gli studenti universitari e chi vuole farsi una cultura come polli da spennare per consentire l’arricchimento di quegli avidi salumai padroni delle seconde case e per autoleggittimare i privilegi di un’insopportabile aristocrazia accademica parruccona, grezza, arretrata e nepotistica.

    L’Italia è il 30° paese al mondo per reddito pro-capite anche se i politici, non si sa in base a quale logica ci comunicano la rassicurante notizia che siamo la quinta potenza economica mondiale.

    I cervelli e i creativi italiani sono diventati terra di conquista per i paesi esteri, i nostri nuovi zii e cugini d’America partecipano a progetti da premio Nobel, in Italia si discute se la cellula staminale è da considerare o meno come un bambino, ci si legano i coglioni con lacci e laccioli che si stringono quando una cosa è considerata, non so in base a quale logica, sbagliata.

    E’ come se alla fine degli anni ’80 ci sia stato uno scarto dalla naturale via che portava verso l’alto, verso un futuro di ottimismo, di sviluppo e di prosperità e la scarsa curiosità dei giovani italiani, il loro scarso slancio verso il nuovo, la loro perpetuazione in contesti stantii e rassicuranti, il loro volare basso (perché l’ adolescenza allungata a casa di babbo e mamma è un volare basso per la madonna!!!) è una faccia di codesta medaglia.

    Mi auguro che il Portogallo non sbagli strada.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:43 | commenti (6)


    venerdì, agosto 20, 2004
     

    ESPERIENZE CHE HANNO FATTO UN MONSIEURDOSTO/2

    Poi all'Università è andata meglio... Correva il 1994, lei si chiamava Silvia, 21 anni come il sottoscritto, uscivamo sempre insieme, lei aveva bisogno di essere amata, io le volevo bene incondizionatamente, mi inzerbinivo, lei mi stimava molto, con me parlava bene, aveva bisogno di un uomo che le fosse anche amico, che non si dimenticasse che la conquista e l'amore sono cose quotidiane, io le regalavo rose, la andavo a prendere, la portavo nei locali bolognesi, alle mostre, ai concerti, pagavo io. Lei mi dava speranze, le facevo tanto ridere, voleva essere sicura di essere la sola, forse ero io l'uomo che cercava ma usciva da una storia traumatica, lei mi chiedeva solo tempo poi saremmo stati insieme, io ero dolce, lei amava la dolcezza, sapevo darle sicurezza, lei era convinta al 90%, alla manifestazione del 25 aprile a Milano ci siamo baciati in bocca sotto la pioggia a Piazza Duomo, lei voleva che fossi tutto suo, voleva sentirsi amata quotidianamente, "anch'io voglio questo", "ma esco da una brutta storia, quando poi ti scotti è brutta, pensavo di essere l'unica per lui, non mi fido più degli uomini", "vedrai che io ti amerò, sono diverso", "lo so, ma non mi pressare troppo, non fare il bambino, dammi tempo", "ma io ti amo, per dio!", "anch'io provo per te qualcosa che va oltre la normale amicizia, ho bisogno di essere amata".

    Poi c'era l'altro, molto alto, bello, non timido, le diceva: "vuoi accoppiarti con me?" quando non erano soli, però lui aveva un'altra e intanto ci provava anche con una terza, non era un tipo per lei pensavo, lei ha la sensibilità, ha bisogno di essere amata, perchè cazzo! esce da una storia traumatica, è stata delusa nella sua buona fede e nei suoi sentimenti, io la capivo, io mi intendo di inculate, non sono mica come lui che è il classico belloccio spavaldo e gradasso, alla fine lei si innamorerà di me, "amor ch'a nullo amato amar perdona" e lei presto mi amerà. si camminava in Via Indipendenza, Piazza Maggiore, Via Zamboni, si andava insieme alla Feltrinelli sotto le due torri, si leggevano cose a voce alta, "è un incanto starti ad ascoltare Andrea, hai tutto quello che una donna vorrebbe avere da un uomo", "sto troppo bene quando sto con te", "a volte penso di essere fortunata" quel giorno portai lei a casa mia nella camera singola, preparai cena, avevo ciriole alla ternana, vino per l'occasione, andammo in camera, lei non si sentiva pronta, le piaceva arrivare poco a poco, "abbracciami forte, accarezzami" "ti amo Silvia" "grazie Andrea per sapere aspettare" "sono certo che ne varrà la pena, non sto con te solo per il sesso ma anche per quello che sei, ti amo". Lei non era per l'altro, aveva bisogno di essere amata, poi l'altro già aveva un'altra, vabbè era bello, ma lei aveva bisogno di essere amata, era bello ma era volgare "vuoi accoppiarti con me?" e lo diceva quando c'erano tutti gli altri e le sue amiche, lei aveva bisogno di dolcezza, avrei saputo aspettare.... avrei saputo aspettare... avrei saputo aspettare.... lui era bello, leI aveva bisogno di sicurezza, io aspettavo, lui era bello, aveva un'altra, lei aveva bisogno di sicurezza, voleva sentirsi amata, io aspettavo, lui era bello, era bello, troppo bello. Quella volta persi la dignità.

    Pensieri e parole di kendostoe | 00:45 | commenti (7)


    giovedì, agosto 19, 2004
     

    TRAUMI ADOLESCENZIALI, SANDRO GIACOBBE E (S)CONSIGLI PER L'ABBRONZATURA

    E’ da stanotte prima di dormire che ho in mente uno degli episodi più tristi della mia vita nonché una delle cose che hanno fatto più male alla mia, tra l’altro mai eccelsa, autostima e che hanno alimentato i miei traumi adolescenziali irrisolti.

    Era il 1992, l’anno in cui poi avrei abbandonato definitivamente la mia città d’origine per non farvi più ritorno in maniera stabile e per andare a fare l’Università a Bologna.

    D’estate andammo in campeggio a Marotta di Mondolfo (Pu) uno dei posti di mare più tristi che abbia mai visto se non il più triste in assoluto, anche se ammetto che il mio giudizio potrebbe essere condizionato dalla terribile esperienza di quella vacanza.

    Ero con tre amici che all’epoca, stranamente per il mio carattere, percepivo come meno fighi del sottoscritto ma che evidentemente non lo erano, c’erano turiste di tutte le provenienze soprattutto milanesi e del nord italia, i miei amici scoparono come ricci anche con più donne, io ricevetti una serie di dinieghi più o meno cortesi (in genere meno) e di sonore prese per il culo.

    Ovviamente gli “amici”, vedi il mio post sul non figo che vince, mi fecero pesare la cosa come una vagonata di una tonnellata di letame scaricata sulla mia “percezione del se”.

    Con questo stato d’animo sono andato con mio figlio, Carla e la sua mamma a fare un giretto in centro e a fare un po’ di spesa al Carrefour, li ho incontrato Sandro Giacobbe, un cantante che ebbe un discreto successo negli anni ’80, l’emulo fisico e musicale di Claudio Baglioni. Comportandomi un po’ da scolaretta gli chiedo: “scusi, per caso lei è Sandro Giacobbe?” lui mi sorride facendo dei cenni affermativi con la testa e poi mi chiede come ho fatto a riconoscerlo, gli dico che avevo dei ricordi di lui e che dai tempi di “Sarà la nostalgia” non è cambiato affatto, ed in effetti è vero..

    Chi di voi, come me, si ricorda di Sandro Giacobbe? Sarà stato veramente lui o una persona che mi ha preso per il culo considerandomi “uno un po’strano”?

    Per finire un accorato appello: invito colei (tanto si tratterà quasi sicuramente di una donna) che è entrata in questo blog digitando su google “foglie di fico e abbronzatura” a non provare assolutamente questo rimedio, a meno che non voglia finire in un centro grandi ustionati. Così ho la coscienza apposto.

    Questo post è materiale per uno psicanalista.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:31 | commenti (6)


    mercoledì, agosto 18, 2004
     

    SAUDADE

    Trovo sempre meraviglioso conoscere e parlare di un paese che mi ha dato così tanto e dal quale viene la cosa più bella che mi ha regalato la vita.

    Il Portogallo è per me, innanzitutto legato al mio microcosmo quotidiano, a casa mia si respira un aria decisamente lusitana frutto di un mai sopito orgoglio nazionale di mia moglie. Il portoghese è la nostra seconda lingua, nel mio caso contaminata da elementi italiani e spagnoli che hanno dato luogo alle neo-lingua con la quale comunico con i miei suoceri e con i parenti acquisiti. Ma un viaggio in Portogallo è un viaggio fatto di tanti piccoli angoli e attimi rubati, un viaggio tra decadente e ultramoderno, tra cornici velate e colori cangianti, tra tante etnie e una moltitudine di luoghi.

    Nell’invitarvi a questo viaggio, vi chiedo paradossalmente di fermarvi. Chiudete gli occhi e per un istante immaginate di trovarvi in cima ad una ripida scogliera a contemplare l’orizzonte: di fronte a voi, rischiarata dal sole ancora alto del pomeriggio, la distesa sconfinata e tumultuosa dell’oceano; sotto, un bianco fragore di roccia e di schiuma a fare eco ai gabbiani. Sì, questo posto esiste: si chiama Cabo da Roca e si trova poche miglia a nord-ovest di Lisbona, in un punto che i geografi dicono essere il più occidentale del continente europeo. Di esso Luis de Camões, massimo poeta rinascimentale portoghese, scrisse: “Qui dove la terra finisce e il mare comincia”. E di esso Ivano Fossati, cantautore per professione, viaggiatore per vocazione  dice: “… quando si raggiunge il Cabo da Roca non c’è più terra, non c’è più Europa. Solo un potente faro, pochi mulini a vento, un vento freddo, fortissimo e perenne. E un immane crocifisso che taglia quel vento atlantico e fischia e vibra, suonando melodie assurde che al tramonto inquietano un po’ e allontanano gli ultimi turisti sui pullman che li aspettano. Lì, un tempo, finiva il mondo conosciuto e da lì, ancora oggi, ogni piccolo viaggiatore non può che tornare indietro, e raccontare”.

    Ed è in un luogo-simbolo come il Cabo da Roca che non di rado l’animo del viaggiatore, molto più di rado quello del turista, viene colto da quel sentimento particolarissimo e pressoché intraducibile che meglio di qualunque altro definisce la sensibilità dei portoghesi e la loro propensione al viaggio e al mare: la saudade.

    La saudade, che al tempo dei trovatori medievali era chiamata mal de ausencia (mal d’assenza), nasce dal senso di spaesamento e vertigine che si prova una volta giunti, dopo un lungo cammino, in un punto oltre il quale apparentemente è impossibile avventurarsi. Tuttavia, questo sentimento complesso, elevato a categoria filosofica dello spirito, contiene in sé un elemento passivo e contemplativo accanto a un altro eroico, votato all’immaginazione poetica di quei futuri possibili che non si sono avverati. Si tratta di una particolare forma di nostalgia, certamente, di inadeguatezza nei confronti del mondo, che si carica però di una tensione rivolta all’esterno, di un desiderio struggente di comunicazione e di guardare avanti, verso l’incognita di un futuro, che viene visto comunque come una sfida da combattere e da vincere.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 10:11 | commenti (5)


    martedì, agosto 17, 2004
     

    ODIO LA FAMIGLIA

    Odio la famiglia. O meglio: personalmente amo mia moglie, mio figlio e anche la mia mamma, il mio papà e mio fratello, ma odio la visione democristiana, astratta e moralista che certi politici italiani hanno della santissima famiglia fondata sul sacro vincolo del matrimonio e la solidarietà che essi esprimono a questo spregevole istituto. Solidarietà più sulla carta che altro, in quanto le famose politiche a sostegno del focolare domestico rimangono sempre, per lo più, lettera morta e rivolta ad un modello di famiglia talmente astratto che esiste solo nelle pubblicità del Mulino Bianco.

    Girando il mondo mi sono accorto che la realtà italiana è fatta di tanti babbascioni dalle adolescenze troppo allungate che a trenta e rotti anni vivono, spesso più che per scelta per necessità, con famiglie tradizionali fonti di conflitti e di frustrazioni e che soprattutto considerano se stessi come eterni ragazzi.

    Ma è mai possibile che in Italia non ci sia uno straccio di intellettuale o di politico che apologizzi o che promuova delle misure concrete che aiutino i giovani ad uscire dalla famiglia e a vivere in maniera autonoma l’esistenza?

    E’ mai possibile che, su questo come su altri assunti, la sinistra non abbia una sua visione laica di società da contrapporre al bigottismo imperante?

    E’ mai possibile che così pochi giovani italiani sentano questa esigenza come primaria?

    Pensieri e parole di kendostoe | 11:36 | commenti (19)


    lunedì, agosto 16, 2004
     

    QUANDO IL NON FIGO VINCE...

    Ragazzi, parliamoci chiaro e facciamoci una volta per tutte anche un bell’esame di coscienza. Oltre ad essere quasi sempre uno sfigato perdente, le rare volte che l’adolescente non figo vince diventa insopportabile.

    Sono giunto a questa conclusione dopo una serie di esperienze personali che mi hanno anche visto protagonista in prima persona (chiedo venia) e dopo un contatto lavorativo quasi quotidiano con il mondo adolescenziale.

    Il non figo che si crede riscattato lo riconosci subito o per lo meno, dopo anni e anni di presenza nel mio corredo cromosomico del gene non-figo, ho sviluppato un particolare sesto senso che mi permette di rilevarlo...

    L’elemento riscattante dell’adolescente non figo è sempre il fatto di avere finalmente la donna. Cari i miei lettori: avete mai letto “l’invasione degli ultracorpi”? Male, dovreste. In esso si racconta che terribili invasori alieni, in forma di "baccelloni", simili a grossi semi, allo scopo di impadronirsi della Terra, escogitano il seguente sistema: ciascuno di essi costruisce un corpo identico a quello di un qualsiasi umano, travasano nella sua testa ricordi e pensieri dell'ignaro "originale", poi, ad operazione completata, in un momento nel quale la vittima dorme, si sostituiscono a lui. Ne risulta un uomo virtualmente identico al precedente, ma "simulato". I suoi parenti ed amici, ignari, non riescono a riconoscerlo più, se non quando vengono sottoposti allo stesso trattamento e divengono alieni a loro volta. Ebbene, sarà capitato anche a voi che il vostro compagno di scuola sfigato… si, si proprio lui il nerd con la riga da una parte e gli occhiali con un velo di forfora, già anche lui quel grassottello con il capoccione, si si… anche lui quel ragazzo gracile e rachitico dal colorito bianco cadaverico, insomma vi sarà capitato anche a voi di notare che alcuni di questi soggetti, generalmente innocui e paciosi, se non addirittura simpatici si trasformino in stronzi di prima categoria. Bene, il tipo in questione è stato posseduto da un baccellone donna.

    Innanzitutto il non figo è per definizione avulso al gioco della seduzione e della caccia amorosa e quando, spesso per una pura questione di culo, altre volte per legge dei grandi numeri (nella variante sicura di se del non figo) o spesso perché un amico gli presenta la cugina o per una serie di circostanze favorevoli riesce nella conquista, subisce un processo a fasi molto simile a quello del proletario arricchito, che lo porterà ad avere dei comportamenti in cui rinnega apertamente, fino ad arrivare al disprezzo, la sua categoria di appartenenza precedente.

    Ma veniamo nell’ordine.

    Inopportuno, tronfio, grossolano, il non figo “vincente” lo riconoscerete immediatamente dall’alto grado di appiccicosità nei confronti della donna e dell’ostentazione che fa della fisicità che inevitabilmente crea l’avere un rapporto di coppia. Lo vedrete spesso avvinghiato in ostentati pomiciamenti nei luoghi inopportuni (treni ristoranti, autobus, strade principali) e comunque affollati, spesso si lascia andare anche alle toccate di culo o alle strusciate pelviche in pubblico, soprattutto in discoteca ma anche nei luoghi sopraccitati, nella sua variante più perfida spesso invita ad uscire un suo ex-amico e compagno di sventure, come lui non figo, costringendolo alla tortura del reggimento di moccolo, a me una volta è successo di accompagnare un non figo, con rispettiva donna, in macchina e di essere tempestato per tutto il viaggio da coretti di “non amarmi” di Aleandro Baldi e Francesca Alotta ed altra simile paccottiglia sentimental-popolare italiana e da epiche dichiarazioni di amore eterno. Nei rari momenti in cui non è accompagnato alla donna, che poi sono i momenti di attesa della donna che agli appuntamenti arriva spesso con quei 15 minuti di ritardo (quando va bene) non fa altro che parlare del suo rapporto, di come faceva schifo la vita che faceva prima, di come anche voi dovreste trovarvi una donna e battute allusive (spesso mica tanto…) alla sua sessualità in certi casi infarcendole di colorite espressioni rivolti agli astanti sul genere: “voi fatevi le seghe”.

    Una volta posseduto dagli ultracorpi il nostro nerd riscattato comincia a dedicarsi a quelle pratiche sociali che prima aveva sempre deprecato negli altri: si dedicherà, in compagnia della sua donna, allo struscio del sabato pomeriggio nella via principale della città: li vedrete tutti e due a braccetto, lui con il petto gonfio e l’espressione ebete, quando lo incroci ti saluterà con un “oh! Va!?” oppure con altre espressioni cameratesche e di superiorità. Comincerà a frequentare i luoghi da figo, a presenziare gli “aperitivi esagerati” e soprattutto andrà a ballare si, proprio lui che detestava le discoteche e che le considerava tempio del nulla, proprio lui che preferiva “luoghi dove c’è maggior dialogo” o “luoghi dove per lo meno c’è un po’ di cultura” spesso le sue performance saranno grossolane e consistono in balli latino-americani pieni di strusciate pelviche e di apapacciamenti vari e avranno come teatro la discoteca più frequentata dai giovani della comunità di appartenenza, sarà sempre al centro della pista intento all’attività del pomiciamento. Ovviamente onorerà tutte le ricorrenze “comandate” a partire dalla gita di ferragosto della quale ti costringerà a vedere le foto con soggetto lui durante effusioni amorose con la sua metà, cena di San Valentino e soprattutto si dedicherà alla cosa che in lui suscita un piacere orgasmico addirittura superiore a quello causato dall’attività sessuale: si metterà in tiro e porterà la sua donna nel luogo di ritrovo degli amici non fighi, luoghi sempre tipicamente maschili, tante volte mi è capitato di vedere queste povere donzelle annoiate mentre guardavano il boy impegnarsi in infinite sessioni di puzzle-bubble, di virtual striker, di stecca e di boccette questa ulteriore inutile passerella ha lo scopo di rimarcare il suo ruolo sociale di vincente e cominciare a ragionare, nei confronti dei non fighi in un’ottica di noi-loro.

    Veniamo ora al capitolo gadgettistica e articoli da regalo. Anche qui il non figo, in contraddizione con il suo parsimonioso essere precedente, diventerà volgarmente consumista di quel consumismo inutile, così come lo è nelle manifestazioni di “amore” sarà inopportuno anche nei regali. Non regalerà mai qualche oggetto che possa servire, ma i suoi doni, elargiti per ogni occasione futile (mesiversari e anniversari di fidanzamento, Natale, Pasqua, onomastici, compleanni, san valentini) avranno semplicemente lo scopo di rimarcare il fatto che lui ha la donna e consisteranno in catenine con il cuore spezzato, spillette e braccialetti con i rispettivi nomi da indossare ostentatamente, magliettine stile angelo con un’ala sola, anelli e fedine dal cui possesso nascerà un parlare eccessivamente gesticolato alla Giampiero Mughini, tanto per intenderci.

    Avete capito quindi la prorompenza del cambiamento in atto, ma è un cambiamento tanto prorompente quanto precario. Molte donne si rendono conto della dipendenza che il non figo ha nei loro confronti e cominciano a dare atto a quei sottili comportamenti di ricatto tipicamente femminili, faranno vedere che li tengono in pugno, pretendono da loro sempre di più, forse pretendono una figaggine che per ragioni strettamente genetiche il nostro non può avere o molto più semplicemente e giustamente si rompono i coglioni di avere al loro lato uno sfigato così appiccicoso, al che avviene, per il caro nerdino emancipato, la cosa peggiore ossia il brusco ritorno alla realtà dopo essere stato abbandonato per un altro figo o per quelle pause di riflessione che significano che la, oramai ex, partner si è rotta le balle di lui. Come l’arricchito con pretese di appartenenza alla crema della società il soggetto in questione non è assolutamente integrato nel mondo dei fighi, ma a questo punto a causa dei suoi comportamenti da idiota avrà delle serie difficoltà di accettazione anche dal suo universo di naturale appartenenza.

    Ho provato sulla mia pelle la frustrante sensazione di vedermi trasformato, per alcune persone, da amico a possibile “perdente da umiliare” o “reggitore di moccoli”. Ho visto amici e conoscenti sprovveduti perdere tempo, soldi e amicizie all'inseguimento di improbabili figaggini. Ho subito delusioni da persone pacioccone, simpatiche ed anche intelligenti prima, le quali, di punto in bianco, cominciavano a comportarsi con me come se fossero di dieci classi superiori e, soprattutto in una (sicuro) forse due occasioni, in questo baillame di comportamenti miserabili ci sono caduto anch’io. Vi assicuro che quando poi si ritorna alla realtà ci si arrovella il cervello in bilanci della vita in rosso e si beve dall’amarissimo calice della solitudine e più si sale più ,quando si cade, si fa il botto grosso.

    In questi casi la cosa migliore è incassare il fallimento, chiedere venia e riallacciare rapporti con gli amici non fighi di sempre, chiedendogli scusa per il vostro comportamento.

    E’ proprio quando si tocca il fondo che si comincia a riemergere: la vita vi ha già insegnato ad incassare e a perdere, ora se fate tesoro delle lezioni saprete diventare anche dei buoni vincitori e imparerete a vivere meglio.

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:15 | commenti (10)


    domenica, agosto 15, 2004
     

    GRAMSCI, I BLOG E RAPPORTO REALE E VIRTUALE

    «Io sono stato abituato dalla vita isolata, che ho vissuto fino dalla fanciullezza, a nascondere i miei stati d'animo dietro una maschera di durezza o dietro un sorriso ironico. Ciò mi ha fatto male, per molto tempo: per molto tempo i miei rapporti con gli altri furono un qualcosa di enormemente complicato.»

    A volte per trovare una sintesi della mia vita non ci si deve sforzare neanche di mettere nero su bianco, basta copiare. E’ una frase di Antonio Gramsci, l’uomo che più di ogni altro ha dato un senso alla mia esistenza, se oggi sono quello che sono, se in certe domeniche mi emoziono davanti alla letteratura di Dostoevskji, davanti alla vittoriosa lotta degli operai delle acciaierie di Terni o dei richiedenti asilo del centro di smistamento di Chiasso piuttosto che davanti alla vittoria della Ferrari forse è “colpa” di quelle lontane letture gramsciane.

    Detto questo volevo fare una riflessione, più confusionaria del solito, sul ruolo del blog e del virtuale in genere o meglio sui molteplici ruoli che hanno queste realtà.

    Dietro al blog c'è sempre e comunque una persona con un suo retroterra, i suoi ricordi, il suo tempo e il suo spazio. Nel post intimista del 12/08 non ho avuto l'accortezza di mascherare i riferimenti, dandomi così una notevole riconoscibilità e dando riconoscibilità ai personaggi della vicenda che è una vicenda (purtroppo per me) reale.

    Il lato curioso della questione è che dopo 14 anni ho avuto un po’ il coraggio di raccontarmi, proprio io poi che ho sempre vissuto con quello speciale pudore, dettato dalla timidezza e a una patologica riservatezza, che mi portava a non manifestare mai le sensazioni forti, a tenermi dentro quello che provavo, a vivere senza mai mettermi realmente in gioco, salvo poi ingoiare in silenzio le inevitabili umiliazioni.

    E’ proprio in questo momento che reale e virtuale hanno raggiunto un loro punto di incontro, anzi direi di più hanno visto capovolgere i loro ruoli. Forse Kendostoe è più reale di Andrea, quel teorico marxista-rivoluzionario da sala giochi che avrebbe fatto la rivoluzione la sera con il fresco e senza sudare troppo, che teorizzava dei cambiamenti macro senza però riuscire a cambiare nemmeno la sua quotidianità, che teorizzava l’amore libero ma che sbavava per avere anche lui un amore così adoloescenzialmente kitsch fatto di passeggiate abbracciati in centro, di gite in motorino, di regalini, di frasi da smemoranda, di San Valentini passati a cena fuori e al cinema, di intimità rubate in qualche parco pubblico.

    “Sono rimasto commosso”, “Non avrei mai immaginato”, “a dir poco struggente” sono frasi di chi mi conosce e ha letto il post e di chi si riconosce anche lui in esperienze simili e come me magari ha indossato delle maschere di scena dietro le quali nascondeva la sua vera identità, di chi ha vissuto come me con il tormento su “che faccia fare” e nella necessità di nascondere il fallimento.

    Detto questo devo prendere atto che dopo 14 anni il primo testa di cazzo di Terni (testa di cazzo in senso buono…) sa che ho pianto come un patetico coglione in un residence di Riccione. Non se lo sarebbe mai immaginato.

    Pensieri e parole di kendostoe | 16:28 | commenti (5)


    venerdì, agosto 13, 2004
     

    CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

    Venendo ai consigli per gli acquisti volevo consigliare a tutti voi un prodotto per l’igiene personale: Bilboa doccia ice alla menta.

    La pubblicità del prodotto promette che con il solo utilizzo di questo doccischiuma si mantiene l’abbronzatura, onestamente non posso ne confermare ne smentire la cosa, in quanto la mia epidermide conosce solamente due gradazioni: il bianco camice d’infermiere o l’arancio aragosta, senza soluzioni intermedie e senza soluzioni di continuità della pigmentazione.

    Vi consiglio questo prodotto perché, vuoi per la frescura causata dalla menta, vuoi per la presenza di un ingrediente misterioso ha il potere di procurare una forte e duratura erezione anche in condizioni estreme, per esempio dopo uno sfiancante incontro amoroso o dopo la visione della vostro vicino di casa vestito solo da mutandoni di flanella, canottiera e calzettoni in lana. Può essere inoltre, date le sue proprietà, un ottimo coadiuvante per giochini erotico-acquatici nonché penso, in casi estremi, un’ottima alternativa al viagra nel trattamento dei deficit erettivi. Anche se è uno slogan rubato ad un concorrente è proprio il caso di dirlo: Bilboa Doccia Ice, il ritorno di un amico!

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:00 | commenti (7)


    giovedì, agosto 12, 2004
     

    ESPERIENZE CHE HANNO FATTO UN MONSIEURDOSTO

    Nella cruda età dei 17 anni, si era nel 1990, un’epoca di cui io non ho alcuna voglia di ricordarmi, frequentavo il Liceo di Via Fratti a Terni e pensavo politica.

    Avete presente quei cinquantenni che fanno una vita noiosa e anonima ma poi quando si operano alla prostata fanno del racconto dell’intervento il proprio cavallo di battaglia? Bene, la mia prostata era il marxismo ortodosso. Mi avvicinai alle letture di Marx e mi parve talmente naturale appoggiare in toto le sue teorie sul plusvalore, sul materialismo storico, sull’alienazione, sul sesso libero e la fine dell’amore borghese che mi sentivo in dovere di diventare l’intellettuale collettivo gramsciano nonostante i tempi che correvano.

    Leggevo tutti i giorni “Il Manifesto”, frequentavo la sezione di Democrazia Proletaria dalla quale tornavo spesso con i libri dell’ortodossia comunista. Non c’erano santi: il mio riscatto economico, sociale e sessuale passava dalla cultura e la liberazione da quelli che erano i rigidi costumi della provincia italiana passava inevitabilmente dalla costruzione del comunismo.

    Nel 1990 conoscevo Francesca, una miniatura, una mini-stragnocca perfetta, piccolina di statura ma proporzionata e rifinita in tutti i dettagli, aveva i capelli lunghi, neri e fluenti leggermente permanentati, i suoi occhi grandi passavano dal marrone al verde sulla base della rifrazione solare e delle condizioni metereologiche, aveva un sorriso così spontaneo che tutta la sua espressione rideva e mostrava dei denti bianchi e perfetti, il suo profumo era quello caratteristico delle donne durante la loro fioritura, usava Jazz di Yves Saint Laurent forse il profumo più buono che abbia mai sentito in un esemplare di sesso femminile.

    Con la sua socievolezza e spontaneità Francesca ti faceva dimenticare di essere non figo, le altre ragazze tutte ad inseguire la moda del tempo, lei era al di sopra e al di fuori di tutto ciò: una bellezza spontanea, mai un filo di trucco, sembrava che quasi non si accorgesse della sua bellezza, sembrava quasi volersi conformare alla squallore che la città di Terni esprime in certe stagioni e in certi suoi luoghi, ma evidentemente non ci riusciva, era un fiore che cresceva tra le ciminiere, i marciapiedi scalcagnati, i casermoni tristi di una città in disarmo, lo smog che ti bruciava le mucose.

    Nell’estate del 1990, finita la scuola, si andava in centro con Francesca, ci si fermava nei tavoli all’aperto dei bar-pasticceria con servizio al tavolo, si andava in due su un Piaggio Si, all’ombra di una veranda si guardava la città muoversi lenta, si faceva sera ed io li a spiegarle il perché le donne dovevano liberare il loro amore, a raccontarle di quel mondo nuovo che avevamo il dovere di costruire, a regalarle libri, anche semplici romanzi, a parlare di noi, della nostra quotidianità delle nostre tensioni, di come era la vita fuori Terni, della voglia di andar via ma nello stesso tempo dell’orgoglio e del senso di appartenenza che ci legava a quel remoto lembo d’Umbria.

    Parlavo, parlavo ma non avevo il coraggio di una parola e di un gesto audace, chiamiamola timidezza, chiamiamola stupidità, imbranataggine o semplicemente attesa dell’occasione propizia, comunque non ci provavo. Eh sì che poi si parlava anche di sesso, argomento sul quale avevo una preparazione teorica notevole, appresa per lo più dai libri della biblioteca comunale, ma mai l’idea di un bacio, mai di una carezza, mai un “mi piaci”, mai un “ti amo”.

    Quell’estate l’occasione arrivò nel mese di Agosto, si decise di passare qualche giorno a Riccione con un gruppetto di amici: una coppia di 20 anni formata dalla sorella di Francesca e Riccardo il suo ragazzo, Francesca, Luca ed io.

    Affittammo due camere in una specie di residence, dormivamo in un bilocale io e l’amico Luca in una stanza, Francesca nell’altra. Luca era come me un non figo, ciccione sfatto già all’età di 17 anni, peloso come Lucio Dalla, un grande talento per la musica, suonava il pianoforte con una tecnica e una passione che ti davano i brividi ed era un simpatico orsacchiotto.

    Mi ricordo quelle serate passate nel Viale Ceccarini, e Riccione con quei suoi colori primari molto marcati, quella fiumana di gente, i negozietti di abbigliamento trendy e di gadgettistica, le bancarelle che vendevano le magliette strane, i bus che ti portavano nelle discoteche della riviera e ti riaccompagnavano a casa ed io che sentivo che sarebbe arrivata l’occasione.

    Ma si sa che Beppe Grillo ha sempre ragione, soprattutto quando dice che la vita è una tempesta e prenderlo nel culo è un lampo, l’inculata non tardò ad arrivare e quando arrivò ebbe l’effetto prorompente di una colonna di ghiaccio infilata in un forno a 300 gradi. Un giorno Francesca mi chiama in disparte, mi dice che avrebbe confidato nella mia riservatezza, che un po’ si vergognava a chiedermelo, ma ero io stesso ad averle insegnato che non bisognava avere muri mentali quando si parlava di sessualità, che “magari mia sorella… non so… potrebbe pensare male, e poi sai Andrea…un po’ di vergogna c’è… senti: ti dispiacerebbe fare uno scambio di stanze?” gelai. “Quindi tu e Luca…” dicevo questo ruotando la mano in perfetto stile Guido Angeli del mobilificio Aiazzone quando ripeteva lo slogan “provare per credere” “Si Andrea, mi sono serviti molto i tuoi consigli”.

    Passai quel pomeriggio per il Viale Ceccarini e il lungomare riccionese con la Ceres in mano e i finto ray-ban agli occhi camminando a testa bassa, vidi il sole tramontare che si rifletteva sul triste mare della Riviera Romagnola, passai il pomeriggio solo, poi venne la notte.

    Presi la mia roba e presi posto nella camera singola, era buio, faceva caldo grondavo di un sudore le cui gocce arrivavano alla mia bocca, bevevo acqua attaccandomi alla bottiglia, tutto aveva il sapore di sconfitta, le lenzuola odoravano di perdente quell’odore misto di sudore, sperma, alcool, pseudo-denim da hard discount che è l’odore della sconfitta, mi sforzavo a non pensare a Paolo Villaggio quando in “Fantozzi” viene confinato nella camera singola dalla Signorina Silvani e da Calboni che consumavano il loro avvenuto fidanzamento. Poi Luca era un non figo e il non figo si sa è quasi sempre un patetico perdente, ma le rare volte che può permetterselo sa diventare anche un pessimo vincitore. Il mio immaginario, poi avveratosi, mi portava al viaggio di ritorno in treno con me che cercavo di parlare ma loro due che non mi ascoltavano, non calcolavano la mia presenza, ma pomiciavano in maniera grossolana, immaginavo il mezzo metro di lingua di Luca visto dal lato, che poi cazzo! Nel pomiciamento chi rimane fuori non deve vedere la lingua, il pomiciamento ha una sue tecnica, il primo bacio in bocca si da a bocca chiusa, il mezzo metro di lingua e la bavicchia proprio non c’entrano un cazzo, perdio!

    Immaginavo già mia madre preoccupata: “anche questa vacanza non ti ha fatto bene, ma perché non vai a ballare e a divertirti come fanno tutti…” immaginavo il ritorno a Terni, le ostentate passerelle dei due nel piazzale del Liceo, il loro amore adolescenziale fatto di catenine con il cuoricino diviso a metà, di spillette con i rispettivi nomi, di bigliettini musicali ed io lì appoggiato al Piaggio Si, con la solita sigaretta penzolante dal labbro, solo, dietro i miei finto Ray-Ban, con “Il Manifesto” nella tasca posteriore, con in mente gli estratti de “I quaderni dal carcere” di Gramsci, di come l’amore borghese sia una costruzione sociale, di come nella futura società comunista ci sarebbe stata sessualità anche per noi poveri sfigati.

    Intanto ero li in quella triste camera romagnola, i muri sottili, i rumori che si espandevano.

    Francesca abbraccia Luca, Francesca ride con Luca, Francesca fa sega a Luca, Francesca fa bocchino a Luca. Piangevo.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:11 | commenti (22)


    mercoledì, agosto 11, 2004
     

    BLOG E LETTERATURA (un appello...)

    Dopo il fenomeno di "Melissa P" e dei suoi 100 colpi di vanga prima di coricarsi abbiamo assistito ad una proliferazione di blog di sedicenti (e sedicenni...) erotomani assatanate.

    Oggi come oggi qualcuno sa segnalarmi qualche blog di donne che parlano con i barboni e con i relitti nauseabondi seguendo l'esempio mazzantiniano?

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:14 | commenti (4)
     

    RIFLESSIONI SUL CASO LIBONI

    Sono rimasto molto colpito dal caso Liboni e da come è stato trattato dai media italiani.

    L’immagine, trasmessa in diretta, di un uomo morente, ammanettato che viene caricato su un ambulanza coperto da un lago di sangue è l’ennesima dimostrazione che per le regole cialtrone che governano la nostra informazione la morte non ha autenticità se non viene sbattuta in prime-time e se non entra in maniera così diretta nelle case di tutti noi.

    Sul merito della questione non discuto, anche se il proiettile dietro la nuca mi lascia un po’ perplesso, ma si sa che i tutori dell’ordine sono uomini e quando si è minacciati da una persona armata che ha già ucciso a sangue freddo e si vive in una situazione di paura in cui viene richiamato il principio di autoconservazione un semplice carabiniere, abituato a sparare contro sagome di cartone, non va a fare tante sottili disquisizioni sul mirare alle gambe piuttosto che alla testa ed è quindi comprensibile la condotta del protagonista della vicenda.

    Tuttavia penso che ogni qualvolta che le forze dell’ordine uccidono un criminale, per quanto efferati siano i delitti da esso commessi e per quanto pericoloso possa essere, siamo di fronte ad una grande sconfitta dello stato di diritto. Ho trovato quindi quantomeno stonate le parole di encomio incondizionato da parte delle alte cariche dello stato e la spettacolarizzazione dell’intera vicenda.

    Certe volte sarebbe meglio un sano e solenne silenzio.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 00:06 | commenti (4)


    martedì, agosto 10, 2004
     

    UNA SCRITTRICE CHE MI PIACE (E MOLTO...)

    Sono sempre rimasto affascinato da Isabella Santacroce. Trovo che sia, oltre che un personaggio straordinario, una delle più grandi scrittrici contemporanee.

    Da un po’ di tempo non leggevo più nulla di suo, esattamente dopo la famosa triade “fluo”, “destroy”, “luminal” tre libri forse non eccelsi a livello di tematica, trattavano tutti e tre dei mondi giovanili al di fuori di una certa normalità, ma scritti con una tale tecnica e con un tale linguaggio da lasciare il lettore a bocca aperta e da far pensare che siamo davanti ad una vera e propria innovazione linguistica di vastissima portata.

    La Santacroce è figlia della generazione dei “cannibali” una delle più simpatiche novità letterarie italiane della seconda metà degli anni ’90, un fenomeno dalla tante belle speranze ma che ha tradito le rosee aspettative in esso riposte scadendo un po’ nel macchiettistico.

    L’errore dei vari Nove, Balestra, Ammaniti è stato quello di scrivere ciò che il loro presunto pubblico si aspettava, cadendo in una certa reiterazione e prevedibilità ed è stata proprio questa sensazione che mi ha bloccato dal continuare a leggere libri della Santacroce; sensazione rafforzata dalle foto sadomaso che ritraevano la scrittrice sulla pagine di un noto newsmagazine, foto che per una sorta di pensiero cialtrone mi facevano pensare all’imminenza di un suo ennesimo romanzo pulp.

    A tre anni di distanza dalla sua uscita ho letto finalmente “Lovers” un romanzo scritto tutto in versi, un genere nuovo, ibrido, che oltre a denotare la superba tecnica dell’autrice è anche capace di incollarti alle sue pagine, di emozionarti.

    La storia di un’amicizia tenera e ambigua tra due giovani adolescenti: Virginia ed Elena, due facce della stessa medaglia, due anime della stessa persona. Oltre che una storia di amicizia la metafora di quel gran periodo che separa l’adolescenza dalla maturità, forse un libro sulla fine dell’adolescenza dal quale esce l’incomunicabilità tipica di quella stagione della vita, il distacco da un certo tipo di pensare del mondo adulto, l’idea di una transitorietà unica nel suo genere fatta di troppi sentimenti che non si conoscono, di equilibri precari.

    Uno splendido libro di amore, che tratta l’amore in tutte le sue sfaccettature il tutto con un inquietudine romantica molto violenta. Si parla di un amore tagliente, capace di ferirti, di farti male e della scoperta del dolore, scoperta sulla quale si gioca tutta la metafora di questo libro sulla fine dell’adolescenza e l’inizio della maturità, ma si parla anche di amore per la bellezza, per i ricordi, per la vita.

    Un libro assolutamente da leggere, fatto di frasi spezzate, brevissime, anche di una o due parole, uno stile che richiama lampi di pensiero, immagini, associazioni mentali, uno stile degno di una grande scrittrice in grado ancora di suscitare emozioni con i suoi romanzi.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:34 | commenti (1)


    lunedì, agosto 09, 2004
     

    Ripristino della pena di morte, oscuramento di Al Jazeera, immunità penale per i suoi membri.

    Sono le prime misure prese dal nuovo governo iracheno. Lasciamo perdere per una volta la questione sicurezza... In Iraq stanno costruendo proprio una bella e civile democrazia. Complimenti.

    Pensieri e parole di kendostoe | 22:44 | commenti (3)
     

    L'ANGOLO DELLA POSTA

    Per la seconda volta da quando ho il blog ricevo una e-mail da un lettore.

    Ricevo e pubblico: “Leggo tutto il suo antidemocratico odio verso le crociere, i villaggi turistici e i tormentoni estivi. A parte che penso che ognuno sia libero di vivere l’estate come meglio crede, ma poi a che pro disquisire di tutto ciò? Mamma mia quanta boria…” (Alessandra).

    Cara Alessandra, a parte che se cominciamo a dire “a che pro parlare di…” si finisce che non si può parlare più di nulla, poi richiami anche un concetto alquanto impegnativo quale quello di Democrazia.

    Perché il mio odio sarebbe antidemocratico? Perché non rispetta il pensiero delle maggioranze? Perché espresso in maniera giudicata arrogante?

    Richiamando lo stesso concetto posso dire che Democrazia non vuol dire accettare tutto in maniera acritica e, appellandomi alla libertà di espressione, sono libero di ritenere quanto meno intellettualmente limitato chi, in un paese come Cuba o come il Messico, invece di cercare di capire qualcosa del mondo si barrica in un villaggio turistico ad ingozzarsi di carbonara a mezzanotte e chi durante il tempo libero in un paese sconosciuto ha bisogno di essere “animato” per divertirsi.

    Poi se la mia ironia è boria, l’arroganza di chi ti taglia la strada con i 4X4 o di chi ti prende per il culo perché ordini un crodino all’aperitivo figo cosa sarà mai? E cosa sarà mai l’arroganza di quei quattro mediocri che governano la nostra estetica e che dai rotocalchi televisivi ci dicono di continuo cosa è “in” e cosa è “out”? E l’arroganza di quei gestori di locali che mettono i caproni della security a giudicare chi può entrare e chi no è una pratica democratica?

    Se è valido il tuo ragionamento: a che pro hai inviato un e-mail al sottoscritto?

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:18 | commenti (4)


    sabato, agosto 07, 2004
     

    UNA SANA DOSE D'ODIO

    Odio le vacanze estive. Odio il sole, il caldo, le spiagge affollate, gli amorazzi nati tra le sdraio, il sesso notturno in spiaggia, i tour operator che ti caricano su un charter per Sharm-el-Sheikh insieme agli stronzi che durante il resto dell’anno mi tagliano la strada con i Suv, i bivacchi alla Malpensa, le code autostradali, gli eritemi solari, i tg che trasmettono le notizie sull’esodo e le solite immagini dei turisti con i piedi a bagno nelle fontane. Odio le tendenze dell’estate 2004, l’acqua-gym nella piscina della motonave, i villaggi turistici, gli animatori dei villaggi turistici, le cacce al tesoro, le serate danzanti, le attività sportive, la pesca subacquea, i consigli per l’estate dei nutrizionisti, odio i tormentoni estivi, odio il ricordo di quando l’anno scorso venivo trascinato in una pista piena di gente urlante che ballava “sono il capitano uncino”o “Chihuahua” o peggio ancora “papi chulo”.

    Odio i balli latino-americani e non me ne vogliano i cultori dei veri balli latino-americani (l’odio non è rivolto a loro) odio le pubblicità dei gelati e degli operatori di telefonia mobile, odio le case estive in affitto a 1500 € a settimana, odio i proprietari di case estive, odio i prezzi maggiorati dei baretti sulla spiaggia, odio i consigli per l’abbronzatura, odio i polli che finiscono all’ospedale dopo essersi cosparsi di decotto alle foglie di fico, odio quelli che vedendomi non abbronzato mi chiedono se sto male, odio ricevere le foto scattate con le fotocamere dei cellulari dai colleghi in Liguria, odio i salotti, gli aperitivi estivi e le gite in barca, odio la folla domenicale spiaccicata sui lettini sotto il sole. Odio soprattutto te che dopo aver letto questo post dirai che sono uno pseudointellettuale supersnob che si rifiuta di imparare dalla gente e dal mondo reale.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:17 | commenti (9)


    venerdì, agosto 06, 2004
     

    DUE LIBRI DA SOFFITTA

    Le soffitte rappresentano sempre una miniera di sorprese soprattutto per chi nella vita non ha fatto altro che traslocare di casa in casa e di città in città.

    Oggi ho notato un piccolo scatolone che mi insegue, a mia insaputa, sin dal periodo universitario. Dentro questo scatolone ci sono dei libri cosiddetti "minori" che non trovano spazio nella mia libreria e che tanto so che non leggerò mai più.

    Mi hanno comunque particolarmente colpito due di questi testi.

    Il primo si intitola “il Caso C” un libretto che comprai nel 1994 all’edicola della stazione di Terni, edito dalla casa editrice “Critica sociale” di Milano e scritto niente meno che da Bettino Craxi.

    Non so se questo pamphlet possa essere oggi rivalutato e promosso a reperto storico, comunque in parte lo è visto che rappresenta una sorta di autodifesa e soprattutto di J’accuse dell’autore, nel bel mezzo della rivoluzione di tangentopoli. Prendo in mano il libro convinto di possedere un vero e proprio macigno della storiografia contemporanea italiana, guardo la copertina e la leggo.

    Titolo: Il caso C

    Sottotitolo 1: La difesa di Craxi nell’inchiesta “mani pulite”

    Sottotitolo 2: “un attacco inaccettabile nei confronti della mia perosona”

    Rileggo meglio il sottotitolo 2: “un attacco inaccettabile nei confronti della mia PEROSONA” .

    Si, proprio così: perOsona.

    I redattori sono riusciti ad infilare un refuso. Un sassolino all’interno di un blog o di un articolo di quotidiano. Un macigno sulla copertina di un libro che si propone come atto di accusa nei confronti di un sistema politico e come testamento morale di uno dei personaggi più discussi della storia contemporanea italiana, quel perOsona smonta la solennità dei contenuti del libro più di una scorreggia durante un’omelia funebre. Penso poi al valore simbolico di certe cose e come in fondo la carriera politica di Craxi e certe posizioni del Partito Socialista dell’epoca siano effettivamente state un unico grande refuso. Quel perOsona grida indubbiamente vendetta.

    Il secondo libro si intitola “Il cigno” ed è stato scritto dall’attuale testimonial della TIM Naomi Campbell. Non ricordavo di aver comprato un libro di Naomi Campbell, poi leggo una dedica che recita: “intanto leggi e fatti due risate, poi si vedrà… Ti voglio tanto bene. Silvia” Naturalmente Silvia rappresenta una delle mie sconfitte adolescenziali, questa dedica può essere tradotta in questo modo: “leggiti questo libro trash, poi [visto che con te parlo bene non come con quello stronzo del mio attuale ragazzo che non mi capisce ed è pieno di muscoli e di espressioni dialettali e non sa nemmeno nè il bi nè il bo, mentre tu sei intelligente, comprensivo, colto e tanto dolce e la mia mente, nonostante il mio cuore ancora sia legato a lui, mi porta verso di te, quindi sicuramente hai qualche speranza che io mi metta insieme a te] ti voglio bene anche se l’idea di scopare con te mi disgusta ma magari chiudendo gli occhi tutto si sopporta, Silvia”. Come poi sia finito questo mio rapporto con Silvia lo potete ben immaginare da voi…

    Chiusa questa breve nota biografica veniamo ai contenuti del libro (scusate la parola contenuti e scusate la parola libro). La sensazione che ebbi all’epoca fu che se non sono diventato un top-model è a causa delle polveri sospese delle acciaierie di Terni che hanno rovinato la mia carnagione. Oggi, non avendo voglia di leggere un super-harmony trashissimo da 400 pagine mi limito a dargli un’ occhiata sfogliandolo.

    Bellissimi i punti in cui l’autrice si autocita dicendo per esempio: “C’erano tantissime modelle famose, persino Naomi Campbell”. Questo mi ricorda un mio narcisistico sogno: diventare talmente famoso e illustre da poter prendere la quarta o quinta laurea con una tesi su me stesso. Fantastico.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:20 | commenti (8)


    giovedì, agosto 05, 2004
     

    ... E DEL "BLOCHERISMO"...

    Mentre il berlusconismo nasce da un deficit di società civile, dove per società civile si intende tutto quell’insieme di credenze, di usanze, di consuetudini e di valori che uniscono tutti gli appartenenti a una società a prescindere dall’appartenenza politica, il blocherismo in Svizzera nasce invece da una sua degenerazione.

    In quanto a diversità e campanilismi la Confederazione Elvetica sinceramente non è seconda a nessuno, tanto meno all’Italia. In questo paese, però, esiste un culto della bandiera rossocrociata e si sono inventati principi quali la neutralità armata, il segreto bancario, l’essere al di fuori e al di sopra di ogni disputa internazionale, lo splendido isolamento e last but not the least un rispetto per il territorio che ha talvolta del maniacale e un ostentato benessere economico. Questi principi oltre ad avere una componente utilitaristica e pragmatica detengono soprattutto un valore fortemente simbolico: possiedono il potere di unire il contadino della Mesolcina, il bancario ticinese, l’ingegnere chimico basilese e il finanziere zurighese, categorie che in genere benché separate da una breve distanza fisica, non si parlano o addirittura si odiano tra loro vuoi per le differenze linguistiche (oltre a 4-5 lingue ufficiali esistono una miriade di dialetti) vuoi per il loro forte orgoglio tipicamente montanaro, in una grande appartenenza comune basata sulla convinzione, o sull’illusione che dir si voglia, di vivere in una sorta di splendido e isolato eden sulla terra.

    Utilizzando forse un paradosso potrei dire che senza queste grandi creazioni, pratiche e metafisiche allo stesso tempo, in questo paese potrebbe scoppiare in ogni momento una guerra civile per le motivazioni più futili e per giunta gli svizzeri sono tutti armati!!!

    Ed è così che molti cittadini di questo paese vedono fenomeni quali l’integrazione europea, una massiccia immigrazione e l’apertura al resto del mondo come una minaccia, in primis, ai motivi fondamentali e fondanti della loro società civile e all’ esistenza stessa della Svizzera.

    In questo retroterra antropologico i richiami alla bandiera, al territorio e al mito di una “Svizzera felix” perpetrati ossessivamente da alcune forze di destra hanno una presa molto forte su larghi strati della popolazione, trasversali per appartenenza linguistica, territoriale e sociale; tutto ciò a prescindere dalla bassa partecipazione politica dell’elettorato e dalla presenza di una fortissima componente straniera nella popolazione stessa.

    Forse il fenomeno (in esaurimento) del leghismo in Ticino e del blocherismo nel resto della Confederazione rappresenta una sorta di malattia senile elvetica, dato che esiste comunque una cultura giovanile maggiormente aperta all’esterno. Spero di non sbagliarmi.

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:03 | commenti (11)
     

    SUL PERCHE' DEL "BERLUSCONISMO"

    Parlando di Berlusconi e del blocco sociale che lo sostiene le cose sono spesso proprio quello che appaiono.

    Le allegre decisioni berlusconiane sul falso in bilancio, sui condoni edilizi, sul rientro dei capitali, sulla scuola privata (e potrei andare avanti fino all’infinito) sono un dovuto e schietto ringraziamento al blocco sociale che ha espresso la maggioranza di governo votandola.

    Milioni di italiani hanno votato per la casa delle libertà per il semplice motivo che antepongono i loro interessi privati a qualsiasi nozione, anche elementare, di bene comune e alle leggi e ai vincoli che possono ostacolare tali interessi. Per loro Berlusconi è non solo il leader naturale ma anche l’esempio da seguire a tutti i costi.

    La sola idea che un principio di tutela sociale, come ad esempio la difesa dell’ambiente e un welfare state basato sulla solidarietà verso i più deboli, possa interferire sugli affaracci loro, viene interpretata come una violenza incomprensibile. Per l’elettore medio berlusconiano non è abusivo l’abuso edilizio ma la ruspa che cerca di abbatterlo.

    Si possono poi fare discorsi di alta sociologia e politologia, ricerche sociali, profili, osservazioni partecipanti e raffinate analisi politiche, potrei io stesso perdermi in una disquisizione un po’ accademica sulla (non) formazione di una società civile nella penisola, ma la verità è molto semplice: questo governo rappresenta l’Italia meno attenta agli interessi comuni e la rappresenta non bene ma benissimo.

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:44 | commenti (4)


    mercoledì, agosto 04, 2004
     

    MOBBING

    Colpisce sempre molto sentir parlare di mobbing, a maggior ragione quando il mobbizzato si chiama Pippo Baudo, un tempo incontrastata icona della televisione, uomo che ha sempre richiamato, anche in me, sentimenti contrastanti ma al quale va comunque riconosciuta un’indubbia professionalità: un uomo di televisione che sa fare televisione, con quella grande autorevolezza e sicurezza che sempre lo hanno contraddistinto, abituando la televisione italiana ad uno stile e ad un’etichetta, anche se con qualche caduta, che esulano dal vallettame imperante a cui siamo oramai abituati e rassegnati.

    Indirettamente ho vissuto altre storie di mobbing, nel dorato mondo della ricerca sociale italiana il mobbizzato era generalmente un brillante laureato e dottorato che aveva la colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e che, solo con la sua presenza, turbava una serie di dogmatici equilibri interni dettati da logiche clientelari, era in genere condannato a fare i lavori più umili di inserimento dati o di archiviazione pratiche, a ricevere sanzioni disciplinari per le motivazioni più pretestuose come l’utilizzo per scopi privati dell’e-mail “aziendale”. Alcuni di loro cadevano in uno stato di prostrazione e di depressione mentale e fisica, altri reagivano ma non sempre, anzi quasi mai l’avevano vinta.

    Pippo Baudo è stato allontanato dalla Rai per aver presenziato ad una conferenza stampa per la presentazione del nuovo CDA e della stagione teatrale del Teatro Stabile di Catania senza l’autorizzazione dei dirigenti RAI, motivazione quindi apertamente pretestuosa. Qualcuno potrà dire che si tratta di una banale querelle che vede coinvolto un potente  miliardario, e forse in parte lo è, ma in fondo anche i Baudi piangono e anche i miliardari hanno un’anima soprattutto quando sono vittime di quell’uso privato delle cose pubbliche che in Italia oramai è divenuta sconcertante prassi a tutti i livelli mietendo vittime illustri e meno illustri, prassi sempre aspramente criticabile che però nella penisola è stata promossa ad “antropologia” e a “sistema istituzionale”.

    Baudo o non Baudo non c’è da strare molto allegri. Siamo sempre più circondati dalla merda e non si riesce a trovare il pulsante dello sciacquone.

    Al Pippo nazionale va la mia, seppur modesta, solidarietà.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:33 | commenti (9)


    martedì, agosto 03, 2004
     

    MISTERI DELLA MIA PSICHE

    Andare a prendere un gelato con mia moglie per me significa mangiare due gelati poiché, dopo aver mangiato il mio, Carla ha la sana abitudine di darmi da mangiare anche parte del suo, imboccandomi coattivamente con gesti talmente veloci da non darmi tempo di dire “basta” o “non mi va”.

    Non avendo più il fisico per permettermi queste dosi industriali di alimenti freddi ieri ho avuto i sintomi di una futura maternità.

    Il mio sonno quindi è stato interrotto e spezzettato da numerosi risvegli.

    In compenso però ricordo ancora e bene i due sogni che ho fatto stanotte.

    Nel primo ero in un palasport vestito da sultano, ballavo la musica dei Kraftwerk muovendomi a scatti mentre sugli spalti un pubblico formato da migliaia di nerds in camicia a quadri e occhiali urlavano entusiasti, poi dai Kraftwerk si passava a “mambo number five” e ai Pizzicato Five ed io sempre a ballare, muovendomi a ritmo con il solito costume da sultano. Ad un certo punto provavo una strana sensazione di fastidio avevo l’impressione di aver voglia di smettere di ballare ma che una forza più grande avesse il controllo della mia volontà tanto da farmi continuare in quella inutile esibizione della quale sentivo che mi sarei vergognato per anni.

    In un altro sogno mi guardavo in televisione mentre facevo il ballerino di fila di Renato Zero che cantava “Mi vendo” insieme al cardinale Milingo in abito talare.

    Avevo un frack bianco e accompagnavo Renato Zero con le maracas e con altri semplici strumenti a percussione  muovendomi anche con una certa agilità e classe mentre Milingo, al mio fianco, si cimentava in una notevole e acrobatica prestazione. Guardavo il tutto insieme ad un collega con il quale ho in genere rapporti limitati e di lavoro.

    Un post del genere potrebbe interessare molto un mio futuro e ipotetico psicanalista dal quale, comunque, mi guarderò bene di andare.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:14 | commenti (15)


    lunedì, agosto 02, 2004
     

    INVECCHIAMENTO

    Ti rendi conto che stai invecchiando quando non conosci nessun brano della hit-parade, quando se fai sport lo racconti in giro e quando non puoi permetterti certi stravizi alimentari.

    Stasera ho mangiato un gelato un po' di fretta ed ora ho tutti i sintomi della gravidanza.

    Pensieri e parole di kendostoe | 21:42 | commenti (6)
     

    HOBBIES

    Purtroppo, per quanto riguarda i lavori di bricolage, sono la negazione più assoluta. Non so fare nulla, le rare volte che ho provato i risultati sono stati disastrosi.

    Non ho mai avuto un hobby e/o una passione.

    Ne parlavo ieri con il papà di pecosa, un simpatico signore originario di Basilea che nel tempo libero fabbrica dei copri-mazza da golf fatti con lo scroto dei tori.

    Pensieri e parole di kendostoe | 00:22 | commenti (6)