MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
    link
    Billiejoe
    Blondi
    Cadavrexquis
    Coniglione
    Il Manifesto
    lakanamamu
    Leonardinha
    Leonardo
    Malessere
    Olympia
    Totentanz
    Underworld
    Yoshitsune
    blog archivio
    oggi
    novembre 2009
    ottobre 2009
    settembre 2009
    agosto 2009
    luglio 2009
    giugno 2009
    maggio 2009
    aprile 2009
    marzo 2009
    dicembre 2008
    novembre 2008
    ottobre 2008
    settembre 2008
    agosto 2008
    giugno 2008
    maggio 2008
    aprile 2008
    marzo 2008
    febbraio 2008
    gennaio 2008
    dicembre 2007
    novembre 2007
    ottobre 2007
    settembre 2007
    agosto 2007
    luglio 2007
    giugno 2007
    maggio 2007
    aprile 2007
    marzo 2007
    febbraio 2007
    gennaio 2007
    dicembre 2006
    novembre 2006
    ottobre 2006
    settembre 2006
    agosto 2006
    luglio 2006
    giugno 2006
    maggio 2006
    aprile 2006
    marzo 2006
    febbraio 2006
    gennaio 2006
    dicembre 2005
    novembre 2005
    ottobre 2005
    settembre 2005
    agosto 2005
    luglio 2005
    giugno 2005
    maggio 2005
    aprile 2005
    marzo 2005
    febbraio 2005
    gennaio 2005
    dicembre 2004
    novembre 2004
    ottobre 2004
    settembre 2004
    agosto 2004
    luglio 2004
    giugno 2004
    maggio 2004
    aprile 2004
    marzo 2004
    febbraio 2004
    gennaio 2004
    dicembre 2003
    novembre 2003
    ottobre 2003
    settembre 2003
    agosto 2003
    counter
    visitato *loading* volte


    sabato, ottobre 30, 2004
     

    ESPERIENZE CHE HANNO FATTO UN MONSIEURDOSTO/6. LA GRANDE FESTA

    Riunire tanti non fighi nello stesso ambiente è una delle cose più sconsigliabili che si possano fare e il tipo di aggregazione meno consigliato è rappresentato sicuramente dalle feste.

    Mi ricordo ancora una delle rare volte che ho partecipato ad un veglione di capodanno e non ho passato quella festa comandata a pensare che tanto era una notte come tutte le altre, tra la preoccupazione materna per la mia asocialità e le domande dei parenti serpenti sul fatto se avessi o non avessi la fidanzata e sul perché passavo questa festa in casa.

    A occhio e croce avrò avuto 17-18 anni, sarà stato il capodanno del 1990 o del 1991, era tutto preparato a puntino: casolare di campagna, luci, musica, bevande, giochi pirotecnici, derivati della canapa quando nel pomeriggio del 31/12 ci rendiamo conto che mancava un ingrediente fondamentale: le donne.

    Trovare una decina di donne in quel lasso di tempo era una cosa veramente impossibile per noi, cominciammo a pensare ai nomi delle nostre compagne di classe e ai loro impegni sentimentali con uomini più grandi, tirammo fuori le nostre agendine tutte desolatamente vuote di presenze femminili ad esclusione di tre Luise Rossi con le quali ognuno di noi aveva un qualche “rancore da annusamento” che ne sconsigliava l’invito, allora decidemmo di pescare un po’ nel torbido del mare magnum del disagio adolescenziale femminile chiamando rispettive cugine e vicine di casa quelle che, data la loro asocialità e la loro scarsa avvenenza, avrebbero trovato nel non figo party un compromesso più che dignitoso per non essere state invitate da nessuna parte nella notte dell’ultimo dell’anno e fu così che alla fine raccogliemmo un numero sufficiente di ragazze per dare all’occasione una parvenza di festa mista.

    La festa stentò molto a decollare, da una parte c’erano gli uomini, dall’altra le donne, in mezzo un filo spinato psicologico che ci divideva, tra le invitate c’erano anche due mie cugine con le quali non avevo grossi rapporti, se non generiche chiacchierate nelle grandi occasioni di happening familiare (natale, matrimoni, battesimi, comunioni, cresime) espulse in seguito, per sopraggiunti limiti d’età, dall’oratorio della parrocchia di San Francesco, dal forte rigore morale e dalla forte intolleranza verso gli eccessi giovanili.

    Nessuno ovviamente ballava, fu allora che cominciai a ubriacarmi e a rollare qualcosina di buono ovviamente lontano dagli occhi delle mie due oratoriali cugine invitate a mia insaputa per uno strano giro di conoscenze incrociate, piano piano salì l’ubriacatura personale e cominciò a salire, anche se blandamente, il tono della festa, tutti si misero a ballare come orsi, ad un certo punto improvvisammo un trenino che si interruppe quando io ebbi uno scontro fortuito contro lo stereo facendo saltare le casse che sputavano le note di Y.M.C.A dei Village People. In prossimità della mezzanotte, andammo io, l’inseparabile Luciano e Red (si proprio tu che lasci commenti nel mio blog) nel giardino del casolare a preparare dei cannoni che fumammo in generosa quantità, tanto che persi i freni inibitori e mi buttai di nuovo dentro il casolare, con il cannone in bocca, fregandomene della presenza delle cugine e di persone poco raccomandabili e continuai a bere come una spugna, ad un certo punto Luciano ed Io cascammo a terra e ridevamo talmente tanto da non riuscire a rialzarsi, un paio di amici sfigati cominciarono a limonare, io passai tutte le fasi da delirio tossico alcolico.

    Inizialmente la fase euforica, cominciai a ballare sui tavoli ad essere ipersocievole fino quasi alla stucchevolezza, poi arrivò la fame tossica, mangiai l’impossibile, alla fine sono stato un po’ male e ho tentato di vomitare il tutto ma il gran finale arrivò quando mi prese cattiva e comicia ad insultare il deejay reo di non mettere canzoni di mio gradimento, fino quasi ad arrivare ad una colluttazione con lui, poi non mi ricordo più nulla, il tutto tra le note di “I love to love” di Tina Charles e “Get Up” dei Technotronic.

    Due giorni dopo avvenne il patatrac, il più grande dramma familiare ternano degli anni ’90, le cugine scandalizzate avevano parlato delle mie bravate san silvestrine con le rispettive famiglie, che ebbero l’immediata premura di avvisare la mia famiglia della mia “tossicodipendenza”. Cari lettori dovete sapere che nella famiglia Dosto c’era un’idea talmente massimalista delle sostanze psicotrope che quando si parlava di droga veniva rievocata l’immagine dell’eroinomane sieropositivo all’ultimo stadio. Per la prima volta, dopo essere sempre apparso come il figlio chiuso, asociale, tendente alla solitudine, timido, taciturno, sempre chiuso in camera a leggere, vennero associati a me concetti come quelli di assuefazione, crisi di astinenza, dipendenza fisica, dipendenza psicologica, cattive compagnie che (non) frequentavo. La vittorianità della mia educazione raggiunse picchi massimi, solo dopo un consulto con alcuni loro amici che negli anni ’60 e ’70 avevano vissuto le mode dell’epoca e non erano scesi dalla montagna con la piena, i miei genitori diedero la giusta dimensione all’accaduto, ma ciò non mi aveva risparmiato un’infinita serie di pesantissime paternali e soffocanti apprensioni materne.

    Quasi quasi c’era da rimpiangere i capodanni solitari passati a leggere i “quaderni del carcere” di Gramsci o i mattoni del grande e vero Dosto.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 00:05 | commenti (5)


    giovedì, ottobre 28, 2004
     

    LE RICETTE DEL MONSIEURDOSTO

    SMARTIES SU UN NIDO DI RUCOLA E CUORI DI PARMIGIANO.

     

    Prendere un’intera forma di Parmigiano Reggiano e dividerla a metà, nel frattempo preparare un letto di rucola disponendolo “a nido di rondine” su dei piatti in rame anticato, scaldati per l’occasione, facendo attenzione a creare un bordo circolare alto, scagliare direttamente dal cuore del parmigiano degli ampi pezzi e disporli al centro del letto di rucola, a questo punto, facendo attenzione affinché i piatti mantengano il calore, versare due tubetti di smarties in maniera uniforme senza mescolare.

    Il calore servirà ad esaltare la delicata scioglievolezza della granella di zucchero caramellato e la solidità del cioccolato contenuto negli smarties, i colori degli smarties renderanno il piatto gradevole nella sua presentazione, considerando anche l’eleganza un po’demodé ma di sicuro impatto del rame anticato, a piacimento potete anche arricchire il piatto aggiungendo alla base dei fogli di guanciale o di lardo di colonnata o un filo di olio d’oliva a crudo.

    Servire a tavola accompagnato da un ottimo cabernet “colle d’Avra” o in alternativa dal sempre classico “Chinò” della San Pellegrino.

    Un' ottima ricetta per le vostre cene formali e per le vostre grandi occasioni, ma anche un veloce e nutriente piatto unico per una fugace cenetta in piedi o per accogliere in maniera raffinata degli ospiti inattesi.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:57 | commenti (7)
     

    IL NON FIGO E IL FASCINO

    Ho pubblicato una breve ma intensa trattazione qui.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 10:25 | commenti


    mercoledì, ottobre 27, 2004
     

    LA GRANDE FABBRICA

    Penso che chi è nato in quella che un tempo veniva chiamata un po’enfaticamente la “Manchester italiana” meglio di chiunque altro può capire il rapporto di amore-odio che lega la popolazione di una città alla grande fabbrica, nel mio caso alla grande acciaieria che con le sue sirene scandiva i turni di lavoro e i ritmi di vita della città.

     

    Sono nato respirando il fumo e le polveri delle acciaierie, sono cresciuto e ho vissuto la mia socializzazione con la vita e con la politica all’ombra della grande fabbrica e con i rapporti che essa creava, tra i racconti di coloro che hanno lasciato tra quei forni, tra quei laminatoi, quei convertitori, i loro sogni, i loro ricordi, le loro speranze, a volte le loro dita e la loro vita, in un rapporto tutto speciale con quel loro lavoro, con quel loro aver fatto a pugni quotidianamente contro la morte, contro la follia, contro la silicosi e contro le malattie del progresso per mangiare e per dare a loro stessi, ai loro figli e alla loro città un avvenire migliore spesso nel vano miraggio della ricchezza e dell’obbedienza ad un astratto e tangibile allo stesso tempo “Dio Progresso”.

     

    Quella grande fabbrica che ci è costata una città rasa al suolo dai bombardamenti, ma che è stata difesa strenuamente dagli operai scudi umani, gli allarmi aerei suonavano ogni giorno in quel maledetto 1944 e una colonna di fantastici uomini, donne, bambini, ragazzi, andavano di corsa a difendere la loro fabbrica, il loro lavoro, il loro futuro, avevano molta paura, avevano paura di morire insieme alla loro fabbrica, ai loro altiforni, al loro futuro, ma non gli importava di morire, c’era da difendere la nostra identità, le nostre tradizioni, la nostra Terni ed hanno distrutto le nostre case, le nostre strade, tanti Giuà, tanti Alvaro, Tanti Alvise e tanti Sandri sono morti ma non è mai morta la nostra dignità che poi ci ha dato la forza di ricostruire sulla macerie.

     

    Ricordo i racconti del lavoro di mio nonno, più di trent’anni passati sotto la grande pressa, un uomo robusto con le mani grandi e con un fisico forgiato a martoriato dal calore, un manovratore talmente abile da riuscire a mettere, con la stessa pressa, un tappo di sughero a una bottiglia senza romperla, quell’atto che era perfettamente metafora della sua vita, del suo fare burbero ma che dietro una dura scorza e pellaccia da operaiaccio nascondeva un’infinita dolcezza.

     

    Sono nato e cresciuto tra grandi uomini e maschi, tra quelle famiglie che vivevano in piccoli appartamenti, nei villaggi operai estensione della grande azienda fordista, in quelle case di ringhiera simili a quelle di molte altre realtà. In questi cortili e in questi villaggi cresceva un forte senso della comunità, si sviluppava una solidarietà basata su una fitta e complessa rete di scambi e di favori, quello spirito comunitario oggi sta scomparendo assorbito dall’infighettamento e dalla cultura Mediaset, e sicuramente questo non è un bene.

     

    Ti ho odiato, ti ho odiato tanto “mamma acciaieria” ci hai viziati, anestetizzati, coccolati, hai visto morire a cento e a mille tanti ternani ingnari, mi hai soffocato, mi hai fatto sentire chiuso, mi hai oppresso, hai fatto scappare via la tua gioventù migliore verso altri lidi, verso altre opportunità, ci hai soffocato il sogno, la speranza, sei sempre stata una matrigna ingrata, hai preso tutto da un territorio e l’hai prontamente sacrificato alla logica del profitto, ti abbiamo dato la vita, il nostro miglior orgoglio e ci hai cassintegrato, pensionato, buttati via con il sorriso dopo l’uso.

     

    Ma quando la vita diventa un ricordo, diventa un fiammifero acceso, quando perdi la speranza ovunque tu sei, quando devi ricostruire dalle macerie ci fai ricordare che siamo ternani e ci infondi lo spirito e il coraggio che avevano i nostri antenati quando sfidavano i bombardamenti cantando e tenendosi per mano, il coraggio della tante lotte fatte al loro fianco, al fianco dei loro figli con il pugno alzato al cielo quando dentro quel pugno chiuso c’erano le nostre speranze, la nostra dignità e il nostro orgoglio di essere operai e di essere ternani.

     

    Poi siamo cambiati, sono cadute molte nostre vecchie convinzioni, ma l’essenza è rimasta la stessa, diventiamo ternani all’estero, raggiungiamo la tranquillità, il casco e la tuta blu sono sostituiti dalla giacca e dalla cravatta, l’attestato del miglior operaio dell’anno e del pioniere del lavoro è stato sostituito dalla Laurea e dal Dottorato, ma il pugno chiuso alzato al cielo, l’orgoglio e la testa alta quelli sono rimasti e resteranno per l’eternità.

     

    Resteremo per sempre operai nell’anima e la classe operaia prima o poi andrà in paradiso.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:56 | commenti (6)


    martedì, ottobre 26, 2004
     

    SI PUO' DARE DI PIU'

    Tra i locali che ho visitato sabato c’è stato anche un pub, molto triste, dove facevano una sorta di karaoke.

     

    Nella concezione continentale, non anglosassone quindi, il pub al contrario delle premesse non è mai un luogo di socialità, ogni tavolo rappresenta un’oasi assolutamente impenetrabile, nessuno ha mai l’aria di divertirsi o di stare bene in quei luoghi, in qualche pub c’è addirittura la musica sparata altissima stile discoteca che ti impedisce anche di parlare con il tuo dirimpettaio.

    Ad avermi colpito sono stati tre perfetti non fighi, con tanto di abbigliamento fatto di pantaloni di fustagno, camicie squadrettate indossate sotto maglioni a rombi o sotto delle anonime felpe, mocassino marrone, occhialetti con montatura cerchiata in metallo, capelli a caschetto uno, riga da una parte gli altri due che a un certo punto, tra timida partecipazione di alcuni avventori del locale e sguardo schifato di un gruppo di culette (ringrazio Billiejoe per aver coniato il termine, è fantastico) si sono messi a cantare uno dei più orridi e nauseabondi brani sanremesi: “Si può dare di più” del trio Morandi, Ruggeri, Tozzi.

     

    D’accordo, sono stato e sono anch’io un non figo, ma nella mia consapevole non figaggine non ho mai ricercato di queste umilianti esposizioni, non ho mai preso altri due miei consimili per cantare “Si può dare di più” davanti ad un pubblico di odiose fighette, a parte il periodo in cui ho avuto la prima fidanzata o meglio la prima “cosa” che somigliava ad una fidanzata, quando facevo il cretino sui cubi del “Divina disco club” di Terni, ma si sa quelli sono peccati di gioventù con tanto di aggravanti della buona fede.

     

    E’ comunque incredibile come, a distanza di 17 anni, si ascolti ancora, alla radio, in televisione, nei karaoke un pezzo così brutto e di una sanremesità disarmante, un brano costruito a tavolino per vincere il festival della canzone italiana (e quello delle banalità) fatto di facili ingredienti: tre interpreti nazional-popolari; un motivetto semplice, orecchiabile, musicalmente retorico; un testo trasudante luoghi comuni sempre schifosamente politicamente corretti e mai riferiti a situazioni riconoscibili e contingenti e che gioca su banalissimi sentimenti, al pubblico di Sanremo piace tutto ciò, sembra goderci e brani del genere hanno una vita oltremodo e immeritatamente lunga.

     

    Di questa canzone mi colpiscono alcuni versi, uno lugubre e apocalittico “Se la tua corsa finisse qui, forse sarebbe meglio così”, il ritornello più illuminante di un tomo di filosofia morale Si può dare di più perché è dentro di noi si può osare di più senza essere eroi come fare non so non lo sai neanche tu  ma di certo si può dare di più”. Un brano che non ti finisce mai di stupire, che dopo una frase sulla guerra e la carestia che non sono scene viste in tv e che non puoi lasciare perdere altrimenti sei anche tu colpevole quadra il cerchio dicendo “e se parlo con te e ti chiedo di più è perché te sono io, non solo tu”.

     

    E come scordare la canzone ipocrita e retorica per eccellenza “L’Italiano” di Toto Cutugno, dove si sventolano orgogliosamente i peggiori stereotipi sull’italianità fatti di spaghetti e mandolino seguita, nei sanremi successivi da canzoni su figli, mamme, DioPatriaeFamiglia, ogni volta che ascolto questa canzone ho voglia di chiedere la naturalizzazione elvetica per fondare un movimento politico che si proponga di espellere tutti i miei connazionali dalla Confederazione e che raggiunga il potere con un po’di facile retorica xenofoba, isolazionista e filo-zucchina (cazzo no! Un movimento del genere esiste già ed è al governo…).

     

    Nell’ultimo anno, nel festival organizzato dal colluso Tony Renis, ho visto solo l’esibizione di Adriano Pappalardo rimanendo sconcertato come chi ha appena subito un gavettone di merda. Farò la figura del solito pseudo-intellettualino che disprezza il nazional-popolare ma, perdonatemi, un festival organizzato da Tony Renis e presentato da una culetta, shampista prestata al giornalismo sportivo prima e al varietà televisivo poi come Simona Ventura, che nel condurre gli spettacoli ha la stessa grazia di una scimmia urlatrice di Gibilterra è già inguardabile “sulla fiducia”.

     

    Non capisco come possa piacere Simona Ventura, sempre urlante, volgare, con un ego che raggiunge come estensione la Repubblica Popolare Cinese, una soubrette capace di trasformare anche una trasmissione seria in una specie di mercatino del pesce rionale e che veste con un abbigliamento che sfrutta tutte le più complicate leggi dell’aerodinamica, della fisica, dell’architettura e dell’ingegneria delle infrastrutture per inventare un paio di tette.

     

    Gli italiani sono conosciuti in tutto il mondo per essere dei grandi urlatori, per la mafia, per le canzonette e per una visione odiosamente retorica della famiglia, nei festival di Sanremo abbiamo tutto questo e molto di più.

     

    Questo post è completamente inutile e sconclusionato, forse è il caso che smetta per un po’ di bloggare.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:30 | commenti (10)


    lunedì, ottobre 25, 2004
     

    TRASH

    Si dice trash l'emulazione fallita di un modello alto (Labranca, 1994).

    Paolo Meneguzzi altro non è che l'emulazione di Tiziano Ferro.

    Se i modelli alti, al giorno d'oggi, sono rappresentati da Tiziano Ferro secondo me c'è poco da stare allegri.

    Pensieri e parole di kendostoe | 19:58 | commenti (7)


    domenica, ottobre 24, 2004
     

    THE RHYTHM OF THE NIGHT

    Starò invecchiando ma credo proprio che uscire il sabato sera non sia poi tutto sto granchè.

    Per carità, antropologicamente sarà anche bello, stare troppo in casa comunque fa male, ma va sempre a finire che in giro nei locali ci sono un sacco di ragazzi giovanissimi e i trentenni sono scomparsi dalla vita notturna, ai tempi miei quando eri giovanissimo non potevi andare nei locali e di notte potevi tutto al più frequentare i bar o il cortile vicino casa, non se ne parlava di frequentare i posti dove c’era la vita notturna, dove c’era l’alcool e dove c’erano i drogati.

    Mia madre è sempre stata un pericolosissimo misto di apprensione, ossessione ed esasperante moralità e possessività, ed ha giocato un ruolo a dir poco fondamentale nello spingere il proprio primogenito verso una vita da perfetto non figo, inculcando in lui una serie di dubbi, insicurezze, imbranataggini.

    Durante la mia infanzia e la mia pre-adolescenza mia madre era colta da una serie di apprensioni.

    In genere gli interrogativi che lei si poneva nei miei confronti non erano mai di natura positiva, del tipo: “mio figlio avrà per caso vinto al totocalcio?” oppure “mio figlio avrà per caso conosciuto una bellissima e dolcissima ragazza che gli toglierà tutti i complessi di inferiorità e le insicurezze?”, ma erano del tipo: “mio figlio si sarà rotto la testa?” Oppure “mio figlio sarà andato in una bettola e avrà incontrato i drogati che lo hanno rapinato dandogli le caramelle drogate e poi gli hanno iniettato eroina e ora è drogato anche lui?”.

    Quando ero bambino vivevo con lo spettro del maniaco che si aggirava di notte ai giardini pubblici di Via Cardeto, figura retorica creata dalle mamme per non far allontanare troppo i figli dal cortile, da adolescente il posto del maniaco era stato preso dai drogati.

    Oggi ho 31 anni e mi faccio le canne, ecco i risultati di questa educazione.

    Mia mamma non era e non è una donna cattiva, io le voglio un gran bene e lei nel suo iperprotezionismo e nell’impostazione vittoriana del suo metodo educativo aveva comunque l’aggravante della buona fede, la sua era una forma di amore e come lei erano molte mamme ternane.

    Se volevi frequentare la vita notturna dovevi o appartenere ad una famiglia “assente” ed essere un ragazzo a rischio oppure essere una bella fighetta che andava con i ragazzi più grandi.

    I ragazzi più grandi, alle belle fighette, le portavano nei posti con la loro utilitaria e poi se le scopavano sui ribaltabili, in un piazzale dietro il cimitero urbano o al parcheggio dello stadio, poi le riaccompagnavano a casa dove le ragazzine scrivevano i loro innocenti dubbi su quei primi assaggi di sessualità alla redazione di “Cioè” e dove sognavano una sessualità più romantica e l’amore fatto in una camera da letto, ma i genitori non volevano perché c’era tutta un’apparenza da salvare, si sentivano grandi e a noi coetanei nemmeno ci guardavano.

    Nelle preferenze delle donne c’erano per primi i ragazzi più grandi con le chiavi della Fiat Uno penzolanti dai pantaloni, chiavi che rappresentavano, nell’immaginario femminile, le chiavi della libertà e dell’ingresso nel mondo adulto della vita notturna, poi c’erano i ragazzi a rischio, poi i ragazzi non a rischio fighi e alla fine quelli come me: i ragazzi non a rischio non fighi. Fino alla maggiore età eri escluso dal mercato dell’accoppiamento senza possibilità di appello.

    Però essere maschio aveva comunque i suoi vantaggi: potevi passare davanti al Bar Ambassador senza ricevere pesanti apprezzamenti dal capannello di anziani che stazionava nei tavolinetti, potevi entrare nel Sali e Tabacchi di Delfo mangiando una banana, i tuoi genitori ti lasciavano comunque una libertà che non lasciavano alle figlie femmine che non avevano trovato il ragazzo più grande, quel ragazzo con la faccia pulita e di buona famiglia che si sarebbe arruffianato la di lei famiglia superando il test basato su canoni lombrosiani. Senza ragazzo più grande spesso le adolescenti ternane non andavano nei locali notturni il sabato notte, le mamme avevano paura che poi facessero l’amore e maturassero la fama di zoccole, oppure che qualcuno se le scopasse e rimanessero incinte; in tutti e due i casi avrebbero deturpato il decoro e il buon nome della famiglia, allora uscivano solo se avevano il ragazzo più grande, che poi se le scopava e siccome nelle scuole non si parla (parlava?) mai di contraccezione le metteva incinta (qualche volta succedeva) e rovinava il decoro e il buon nome della famiglia, però almeno non incontravano i drogati e i malintenzionati.

    Le ragazze che non avevano il decoroso boyfriend di un lustro e oltre più vecchio soffrivano di invidia, le loro amiche si vantavano, non senza un certo malcelato sadismo, delle loro mise da sabato sera, dei localini che frequentavano, delle uscite con il ragazzo, della fellatio elargita sul sedile posteriore della di lui Alfasud o Austin Maestro e loro, le povere “ragazze normali” ci stavano male, anche se ci pensavano bene prima di scendere nella gerarchia dei papabili fidanzatini e quando lo facevano dedicavano le loro attenzioni alla categoria “ragazzo a rischio con famiglia assente”.

    Gli appartenenti a questa categoria erano in genere miei coetanei o tutto al più erano di uno o due anni più adulti, solitamente erano i compagni di asilo più odiati (quelli che ti tiravano l’astuccio e ti picchiavano in aula) o quelli che ti rubavano il posto da titolare nella squadra di calcio del quartiere, quelli che ti rubavano i soldi per andare a giocare con i videogames, i commilitoni che ti facevano i gavettoni, insomma ci siamo capiti, quella gente li… E tu sognavi di avere la famiglia assente ma intanto eri fuori dai giochi, il mondo della vita notturna era dei “grandi” ed era loro.

    Poi sono andato in una città più grande e culturalmente viva dove la notte frequentavo i classici posti da universitario fuori sede insieme agli altri studenti provenienti da tutta Italia, poi Bologna è sempre stata la vetrina occidentale del comunismo, gli emiliano-romagnoli (lo so che Emilia e Romagna sono due realtà diversissime che si odiano tra loro, ma passatemi la semplificazione) non hanno la mentalità provinciale, sono aperti, sono popolazioni a cui piace divertirsi, sono paciocconi, crapuloni, gaudenti, tolleranti, ospitali, soprattutto a Bologna, hanno la mente aperta e poi stavi lontano dal controllo sociale della tua comunità di origine e nessuno ti diceva niente se frequentavi i posti dove c’erano i drogati, anzi ti potevi fare le canne che tanto non gliene fregava un cazzo a nessuno e le donne uscivano la notte senza passare per prostitute e senza rovinare blasoni familiari fatti di rigorosa moralità e soprattutto cosce e vedute ben serrate.

    In questi anni ho perso di vista l’evoluzione sociologica di Terni e delle altre città provinciali tra le quali forse potrei annoverare anche Lugano. Uscito poi dal contesto atipico bolognese mi rendo conto, all’improvviso, che i trentenni sono scomparsi dalla vita notturna e i pochi che ne fanno parte appartengono alla categoria degli adolescenti irrisolti, i quindicenni e sedicenni di oggi sono i padroni della città e dei locali, sia a Terni che a Lugano, ma cos’è successo nel frattempo che ero assente?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 21:10 | commenti (9)


    sabato, ottobre 23, 2004
     

    ETERNA MALATTIA

    Da quando MadameDosto, per lavoro, traduce dei manuali o parti di enciclopedie mediche il MonsieurDosto è colpito da una grave forma di ipocondria.

    Tutto è cominciato un giorno in occasione della traduzione dell’enciclopedia della salute della donna, mia moglie soleva rileggere a voce alta quanto tradotto ed io, ignaro ascoltatore, cominciavo a sentirmi tutti i sintomi delle malattie elencate, poco dopo mi ero autoconvinto di avere una forma di gravidanza isterica praticamente unica nella sua variante maschile, il bello è che ne avvertivo tutti i sintomi: gonfiore, nausea, stanchezza, segni di affaticamento, pesantezza addominale.

    Passata la gravidanza isterica è arrivata la volta del melanoma cutaneo, i sintomi di questa patologia dermatologica sono: asimmetricità dei nei, cambiamento del loro colore, aumento del loro volume, secchezza della cute. Essendo di carnagione chiara sono dotato di un certo numero di nei e piccole macchie cutanee, ovviamente da una prima autodiagnosi i miei nei risultavano tutti asimmetrici, e li vedevo continuamente cambiare di gradazione e crescere di dimensioni, il tutto accompagnato da una certa secchezza della cute. In questo caso, per fugare i miei dubbi che poi in realtà erano quasi certezze di aver contratto il terribile tumore cutaneo, ho dovuto ricorrere ad approfonditi consulti specialistici ovviamente e fortunatamente tutti hanno dato esito negativo.

    Ma non è finita qui: ho vissuto anche con la convinzione di avere il Linfoma di Hodgkin manifestandone tutti i sintomi ossia gonfiore indolore e localizzato ai linfonodi del collo, ascellari e inguinali; febbre; accessi di sudore notturni; stanchezza; perdita di peso; prurito, diffuse ecchimosi e incarnato pallido.

    Solo a seguito di approfondite analisi del sangue e palpazioni da parte di tre medici (un medico di base, un endocrinologo e un oncologo) di mia moglie, di parenti, amici e conoscenti vari e dopo una vivace discussione con uno dei tre medici, dovuta al fatto che avevo intenzione di sottopormi ad una biopsia, così, tanto per tagliare la testa al toro, mentre lo specialista in questione continuava a dirmi di non avvertire nessuna anomalia e di non vedere un quadro clinico tale da giustificare un esame così invasivo; ho cominciato a pensare, confortato dai sanitari da me interpellati, di soffrire di suggestioni e di ipocondria.

    Tutto ciò è naturalmente motivo di scherno da parte di mia moglie ed è diventato un suo cavallo di battaglia nelle discussioni con gli altri, con particolare riferimento alle mie anamnesi sempre molto tecniche, doviziose e particolareggiate, come se avere un ipocondriaco in casa sia ragione d’orgoglio o l’ultima moda trendy del nuovo millennio e non una volgare rottura di coglioni.

    Addirittura sembra divertirsi nel leggermi a voce alta i suoi lavori, quasi a voler alimentare consciamente queste mie insane manie.

    Comunque ammetto che non è sempre facile avere un MonsieurDosto al proprio fianco considerato che, in questi giorni, avverto tutti i sintomi di un’infezione da Helicobacter pylori, detta volgarmente ulcera duodenale: bruciori alla bocca dello stomaco intervallati da fasi di quiete; nausea; acidità; disturbi della fase digestiva.

    Sarà mica il caso di andare a fare un’endoscopia?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:02 | commenti (8)


    giovedì, ottobre 21, 2004
     

    IL NON FIGO NELLA CANZONE/4 (FRANCO BATTIATO-LA CURA-)

    Ebbene si, lo dico: la pur meravigliosa canzone del grandissimo Franco Battiato altro non è che la proiezione della futura vita di coppia di un non figo.

    Per carità, bellissimo testo, stupenda canzone d’amore, ma quanto è crudele? Quanto è spietata nei confronti di noi uomini? E soprattutto che razza di stereotipo femminile (che poi tanto stereotipo non è) emerge dal brano?

    Veniamo all’analisi del testo:

     

    “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai. Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore, dalle ossessioni delle tue manie. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io, avrò cura di te.”

     

    E’ il destino di ogni non figo quello di avere al proprio lato delle vere e proprie maniache ossessive, quella categoria di donne che si fanno problemi dal nulla, problemi dovuti in parte all’insoddisfazione di avere al proprio lato il perdente di turno mentre loro magari sognavano Gustavo, il loro istruttore della palestra con passato da bagnino e proprietario di un suv, il quale sarà stato quello che sarà stato, ma era talmente figo che gli si perdonavano anche le infedeltà.

    Comunque quello che conta è sottolineare che razza di gran rompicoglioni è la musa del Battiato, eternamente alle prese con i piagnistei, le malattie immaginarie, piccoli litigi familiari e insuccessi lavorativi ingigantiti a dismisura, instabilità emotiva, sindromi maniaco ossessive e paura dell’invecchiamento fisico. Non solo la donna in questione soffre di ogni forma di malanno immaginario, ma farà di questa sua condizione il tema centrale dell’esistenza e non riuscirà ad immaginare niente al di fuori del proprio mitico egoismo e del proprio ego ipertrofico.

     

    “Vagavo per i campi del Tennessee (come vi ero arrivato, chissà). Non hai fiori bianchi per me? Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare. Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza. I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi, la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi. Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. TI salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te... io sì, che avrò cura di te.”

     

    Si comincia con un breve intermezzo che dà al brano la dimensione di un sogno: l’eterna proiezione e speranza di una vita coniugale tranquilla da parte del non figo e la sua eterna ricerca dell’isola che non c’è, di quel posto dove le donne lo amano per quello che è senza presentare regolare ricevuta, speranza che lui proietta inutilmente (…non hai fiori bianchi per me…) nella rompicoglioni di turno.

    Il non figo darà alla sua donna tutta la sua pazienza e la sua saggezza (conosco le leggi del mondo…) continuerà ad avere una grande pazienza nel combattere ogni giorno con le di lei inutili e pretestuose paturnie, ma verrà abbandonato.

    Il tema dell’abbandono in questa canzone emerge con tutta la sua prepotenza nelle ultime parole: IO SI che avrò cura di te. Questo “io si” pesa come un macigno e vuol dire “io si” non quell’altro con cui sono in eterna competizione. L’eterna situazione del “con te parlo bene, non sei stronzo come quell’altro, ma sono incredibilmente attratta dall’altro…” l’eterna situazione dell’ex ingombrante che lei sventolerà ogni qualvolta lui da un minimo segno di sconforto o di impazienza o di porre su un piano secondario le di lei manie, uno spettro dell’abbandono che lei sventolerà come eterna arma di ricatto, ma il non figo non se ne renderà conto, perché quando ama, ama davvero e verrà strumentalizzato per questo.

     

    CONSIDERAZIONI FINALI: La mia è una lettura ironica, in realtà penso che il pezzo di Battiato sia per lo più un mantra, una preghiera-meditazione sull’essenza dell'amore come cura e accompagnamento di un altro essere, un percorso che comprende tutte le tappe, incluso il dolore, e che vede chi "conosce le leggi del mondo" farne dono ad "un essere speciale", senza dimenticare che ogni persona può essere speciale per un'altra persona, e che i ruoli possono invertirsi, nella tipica circolarità del mantra.

    Amore vuol dire anche e soprattutto amore intellettuale, è bisogno di partecipazione attiva è sempre reciprocità, purezza, spontaneità, sapersi supportare e spesso, ahimè, sopportare a vicenda e soprattutto aver bisogno, talvolta, di altra forza, di altro coraggio e non sempre produrcelo da soli. Noi non fighi abbiamo bisogno soprattutto di questo, sarà allora che avremo trovato la donna della nostra vita, ma il percorso è duro, la strada da fare è molta. L’importante è non terminare mai di crederci e di combattere, di essere sempre pronti a tutto e non dimenticare mai che chi fa questo percorso al nostro fianco è un essere speciale che ci ama e da amare nonostante tutto.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:29 | commenti (13)


    mercoledì, ottobre 20, 2004
     

    CONTAMINAZIONI

    Sicuramente vivere nella “Little Italy” elvetica è un’esperienza di quelle che sono in grado di arricchirti e di insegnarti tantissime cose.

    Ti rendi conto innanzitutto di una cosa, che ho ripetuto varie volte, cioè che in fondo l’Italia non esiste. Diciamo Italia ma pensiamo Regione, Città, Provincia, Quartiere, la coscienza comune degli italiani è alquanto mobile e aleatoria e nasce, o per lo meno nasceva, soprattutto in occasione di competizioni calcistiche (del ruolo sociale del calcio ne parlerò prossimamente…) il nostro è un popolo legato al Comune dove lo spirito del campanile è comunque più forte di quello nazionale.

    Ben diversa, per esempio, la connotazione della comunità nazionale portoghese fortemente legata invece ad un forte patriottismo di ritorno, al voler affermare la propria identità e il proprio spirito nazionale a prescindere totalmente dalle differenze endogene. I portoghesi nelle città svizzere tendono a vivere in dei tempi e in dei luoghi propri, hanno i propri ristoranti, i propri negozi con vessilli patriottici sparsi qua e la e un forte spirito di corpo che si manifesta anche nelle piccole manifestazioni quotidiane, negli scambi di cortesie in fila al supermercato e nel rappresentare una sorta di società nella società.

    Gli italiani sono invece prima napoletani, foggiani, beneventani, frusinati, palermitani e poi infine italiani e questa è sicuramente anche una ricchezza, abbiamo tante piccole culture del cibo, del vino, dei prodotti tipici dalle quali, se ti ci avvicini con un sano spirito eteroreferenziale, puoi attingere a piene mani per il tuo arricchimento culturale e simbolico-esistenziale, i vessilli patriottici sono sostituiti dai vessilli cittadini, restano fortissime connotazioni locali e la straordinarietà del trovare ovunque nel paese (in tutte le sue aree linguistiche) un posto dove non ti negano un fresco chinotto e un panino con la mortadella oppure quel dolcetto o liquore tipico umbro, marchigiano e abruzzese, elargito non senza un certo orgoglio dal gestore “della casa”.

    In Svizzera sto scoprendo l’essenza del mio essere e sentirmi ternano anche alla luce di un rapporto con la popolazione autoctona fatto di simbiosi, deferenti cordialità, ingessata cortesia ed educazione, latente xenofobia, ma anche, talvolta, seria e reciproca curiosità e contaminazione, poi ci sono i deficienti sia tra gli svizzeri che tra gli stranieri, ma di loro se ne fa volentieri a meno e nell’economia della mia vita non contano più di tanto.

    Trovo che dalle contaminazioni e dalle identità flessibili nascano comunque le cose migliori e questo non vuol dire conformarsi tutti nel mare magnum del politically correct o dell’integrazione nel pensiero unico, ma vuol dire trovare la sintesi, tenere conto della strada che abbiamo alle spalle per incontrarci in un simbolico luogo nuovo, entrare in empatia con l’altro pur non rinunciando a ciò che si è, anzi, scoprendo noi stessi proprio nel confronto con le diversità e imparando la nostra direzione proprio da gente che non ci somiglia affatto.

    E poi è sempre bello scegliere qualcosa di diverso dalla solita polenta o dal Tessiner Rosti, soprattutto in un paese dove il cibo è caro oltre ogni presupposto e dove in genere si mangia di merda.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 11:23 | commenti (16)


    lunedì, ottobre 18, 2004
     

    MATRIMONI GAY

    Sono ferocemente contrario al matrimonio come istituzione e quindi sono altrettanto ferocemente contrario ai matrimoni gay.

    Non capisco, anzi, come da una categoria di persone, in genere fortemente protese all’innovazione, nasca l’esigenza di normalizzarsi all’interno di un istituto spregevole, ipocrita, superato, irritante e espressione del peggior bigottismo e astrattismo di matrice democristiana. Ma c’è proprio bisogno di ufficializzare una cosa come l’amore tra due persone con un contratto? C’è proprio da dare soddisfazione alla perversa voglia di controllo dello stato, della chiesa e delle istituzioni?

    Che poi parliamoci chiaro, spesso il matrimonio tutto è meno che dettato dall’amore. Nella storia è sempre stato più legato alle proprietà che a propositi romantici e idilliaci, ancora oggi benché inconsciamente, il matrimonio risponde sempre a logiche di promozioni sociali, in Italia un buon 85% delle donne sposa uomini appartenenti a classi sociali superiori. Negli Stati Uniti d’America addirittura c’è un reality show, che sicuramente non tarderà ad arrivare nella cloaca mundi mediatica italiana, dove donne giovani e attraenti si contendono, in maniera aperta e palese, la possibilità di sposare un miliardario che non hanno neanche conosciuto, si mettono in mostra varie volte finchè non vengono scelte dal riccone di turno.

    Se il matrimonio civile davanti allo stato è una sgradevole manifestazione burocratica e di sottomissione ad un sistema di controllo, trovo il matrimonio religioso davanti a Dio addirittura una cosa oscena, una violenza non manifesta ben più perversa di tante violenze magari più visibili, uno scempio della dignità dell’individuo, uno stupro contro natura, una nauseabonda aberrazione. L’irreversibilità di scelte dalle quali possono nascere immense frustrazioni, violenze, insoddisfazioni è addirittura di un masochismo e di un inutile e inimmaginabile sadismo, basti pensare che la quasi totalità delle violenze sessuali, dei casi di pedofilia, delle violenze sulle donne e sui bambini in genere avviene all’interno delle pareti domestiche e all’interno di famiglie tradizionali; queste violenze e questi reati nella quasi totalità dei casi non vengono nemmeno denunciati perché la sacralità del matrimonio è un qualcosa di superiore e irreversibile, perché ci si è sposati davanti a Dio e perché è penetrata la convinzione che il matrimonio debba essere indissolubile e, comunque, rescindere questo contratto ha un costo notevole soprattutto all’interno di una società che non compendia tra le varie scelte di una persona, quella di vivere la vita autonomamente all’infuori degli schemi familistici tradizionali.

    Sembrerebbe, a sentire le statistiche ufficiali in materia che non compendiano certo un dato qualitativo ma molto importante come la frustrazione e l’infelicità coniugale, che i matrimoni oggi in quasi un caso su due terminino in divorzi e i divorzi sono anche più triste dei matrimoni, con tutti i loro inevitabili corollari di litigi, avvocati superpagati, dirigenti di consultori pubblici, dispetti, ripicche, tattiche per scucire più soldi possibili, figli che diventano strumenti per pressioni psicologiche e terribili armi di ricatto, nei divorzi ogni singolo individuo riesce a manifestare il peggio di se e un campionario di comportamenti manifestazione delle peggiori bassezze umane.

    Senza matrimoni non esisterebbero i divorzi e tutta l’umanità ne trarrebbe beneficio.

    Quando sento i politici parlare del matrimonio come fondamento della società vengo colto da acidità di stomaco e da un forte senso di nausea e di vomito paragonato a quello della gravidanza in corso, ma perché dobbiamo umiliare in questo modo l’individuo? Perché questa umiliazione nasce proprio da forze politiche sedicenti liberali? Il primo punto del liberalismo è appunto la liceità dell’individuo, ma molti sembrano dimenticarsene quando vogliono rinchiudere i singoli all’interno delle peggiori pastoie familiari.

    Sono pienamente d’accordo sul fatto che le coppie gay debbano avere gli stessi diritti delle coppie eterosessuali e che magari venga data anche una qualche forma di ufficialità alla loro unione, trovo giusto che una coppia formata da individui dello stesso sesso abbia, per esempio diritto agli assegni familiari e che abbia anche la facoltà di poter avere figli e accesso all’adozione, ma per favore, cari omosessuali, non parlatemi di matrimonio, guardate nel concreto senza farvi intrappolare da visioni astratte di focolare domestico e familiare, guardate oltre, siate innovatori, superiamo questi schemi e miglioriamoci.

    Odio tutto dei matrimoni, odio quando ricevo le partecipazioni, odio il giorno del matrimonio, odio la gente ai matrimoni, odio la gente che spende 5000 euro o più negli inutili abiti da sposa bianchi, come se non sapessimo che la sposa invece ha preso già il batocco e che quel giorno è la risultante di tutta una serie di relazioni e valutazioni di ogni tipo e di ogni natura, quel bianco che meglio di qualunque altra cosa simbolizza la finzione di tutto l’ambaradan, odio la gente che si lamenta dei prezzi degli affitti, dei tassi di interesse dei mutui, della mancanza di denaro e poi spende inutilmente tutto quel denaro per la più inutile e ipocrita delle cerimonie dove saranno presenti tanti nuclei familiari a loro volta fonti di frustrazioni, odio la mutazione genetica che trasforma normali uomini e donne in “invitati ai matrimoni” ossia irritanti sottospecie umane urlanti e vocianti, sbrodolanti complimenti più falsi di un quadro della gioconda fatto in garage,

    Perché proprio gli omosessuali, persone in genere con un forte bagaglio culturale, umano e di conoscenza dei casi della vita dovuto proprio alla loro condizione e alla loro diversità vogliono uniformarsi a tutto ciò? E se decenni dopo il referendum per il divorzio si cominciasse a pensare ad un movimento per l’abolizione o la facoltatività del matrimonio?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 17:24 | commenti (25)


    domenica, ottobre 17, 2004
     

    MIRACOLI ITALIANI

    Niente da fare, da oggi mi pongo un buon proposito, non guarderò più la televisione italiana o per lo meno non guarderò più i telegiornali Raiset.

    Cominciamo dal Tg5: è di questi giorni la notizia che la Libia consentirà agli ex coloni italiani di rientrare nel paese nordafricano, e il telegiornale in questione presenta un servizio con delle interviste dove degli ex italiani di Libia rifiutano sdegnosamente il “dono” fatto dal colonnello Gheddafi, sventolando i soliti luoghi comuni sulla naturale paciosità italiaca, che per tutti vale meno che per i comunisti ovviamente, e sul carattere originale, umano e civilizzatore del nostro colonialismo alla amatriciana e al fascio littorio, il servizio poi continua facendo vedere delle immagini di alcuni giardinetti pubblici “ricavati dal deserto con il duro lavoro e la tenace operosità degli italiani” e facendo riferimento ad una sorta di ingratitudine del popolo libico.

    Ovviamente nessun riferimento all’uso massiccio di gas nervino, di iprite, alle colonne di profughi mitragliate dai bravi e paciosi soldatini fascisti, allo sterminio delle popolazioni berbere, ai capi di prigionia di Sidi Amhed, el Magrun, el Agedabia, el Abiar, el Aghelia, nomi tratti da un libro di storia adottato dalle scuole superiori svizzere e che noi italiani non abbiamo mai sentito dire, dove la popolazione indigena moriva a migliaia di unità di fame, sete e botte. Comodi silenzi e le solite favoline sugli “italiani brava gente”. La mia mente è andata ad un vecchio ex gerarca fascista mio vicino di casa a Terni, città completamente rasa al suolo dalla follia della seconda guerra mondiale, che soleva ripetere che “Mussolini sarà stato quel che sarà stato, ma a Terni ha costruito il palazzo delle poste e quello della prefettura” e il Tg5 oggi fa proprio la stessa cosa, fa vedere le palazzine e i giardinetti costruiti dai laboriosi colonizzatori, considerando un dettaglio tutta la merda e la distruzione intorno, con l’unica quisquilia che il vecchio gerarca era un signore anziano vagamente rincoglionito che non lo ascoltava nessuno, il TG5 raggiunge milioni di italiani che ora penseranno al colonialismo come alla costruzione di giardinetti pubblici.

    Incazzato cambio telegiornale e passo al TG2, qui raggiungono livelli fantastici parlando della finanziaria in questi termini: “la manovra conterra' tagli delle tasse e aumenti delle entrate del 3,5%”. A quando la moltiplicazione dei pani e dei pesci e l’apertura delle acque del Mediterraneo, con loro relativa trasformazione in aranciata, da parte del governo Berlusconi?

     

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:45 | commenti (10)


    venerdì, ottobre 15, 2004
     

    CONCLUDENDO

    Purtroppo il lato costruttivo e propositivo della mia polemica contro Miss Blog e altri fenomeni mediatici della blogsfera non è stato da molti compreso e consisteva in un invito a usare le immense potenzialità del mezzo, e le possibilità di feed-back dateci dalle autostrade dell’informazione, per creare agire comunicativo che in un epoca di referenzialità e autopoiesi delle istituzioni politiche tradizionali è la vera base della democrazia.

    Se ci sono in giro blog diaristici, blog che mostrano 320 fotografie del gatto domestico e blog che parlano di ciclo mestruale, di carpenteria metallica o di conflitti adolescenziali, disagi giovanili e intrafamiliari di trentacinquenni irrisolti, in realtà poco mi importa, anzi, spesso mi è capitato di leggere racconti di vita quotidiana e di giornate assolutamente non particolari che denotavano una schiettezza, un’intelligenza e una squisita ironia che li rendevano particolari e decisamente apprezzabili e spunto di riflessione, così come capita di leggere blog letterari che altro non sono che la discarica delle peggiori Melisse P. di Tor Pignattara e dei soliti emuli della beat generation che dicono di fare la vita di Charles Bukowski senza però saper scrivere, così come spesso succede di leggere blog che trattano temi come quelli della guerra, della politica internazionale e della politica in genere che se la cantano e se la suonano da soli o che si trasformano in luogo di diatribe campanilistiche da sala da biliardo.

    Concludendo, ciò che mi preoccupa è il concetto di utente medio della rete che emerge che è di livello simile a quello di utente medio della televisione, ossia spinto sempre più verso il basso, un utente da quiz con l’aiutino, da stacchetti, da tg satirici servi dei padroni che vengono scambiati per "informazione non-allineata".

    Leggendo i blog spagnoli emerge invece una forte tensione verso il tema delle unioni di fatto e dei matrimoni gay, tema attualmente discusso nell’arena politica del paese iberico, ci sono blog che totalizzano centinaia se non migliaia di accessi quotidiani su tali temi, ci si confronta, si discute e quei blog rimarranno come testimonianza, per la storiografia, della grande tensione di una società civile e del rinnovamento di un paese che si libera dal gioco e dalle pastoie del clericalismo e del cattolicesimo e se oggi in quel paese c’è un grande uomo politico (Zapatero) così coraggioso è anche perché riceve una forte spinta promozionale ad andare avanti, anche da questi dibattiti.

    E in Italia? Stiamo (state) talmente messi bene che questi temi non interessano nessuno? Siamo solo attratti a frotte dai Costantini e dalle storie d’amore mediatiche tra Dj della bassa pianura veneta e mascellute e zinnute amanti del ballo latino-americano? Siamo tutti in fila per partecipare a concorsi che ci prospettano il miraggio di una pubblicazione di racconti che al massimo interessano noi e il nostro psicanalista? Riflettiamo per favore, poi partecipate pure a Miss Blog, a Mister blog e chi più ne ha più ne metta…

    Pensieri e parole di kendostoe | 10:20 | commenti (11)


    giovedì, ottobre 14, 2004
     

    STRANE COMBINAZIONI ASTRALI

    L'attrice che interpreta la mamma di Michele Apicella (Nanni Moretti) nel film "Ecce Bombo", un film che avrò rivisto un centinaio di volte tanto da averlo imparato quasi completamente a memoria, si chiama Luisa Rossi.

    Ringrazio Lostessosole per la segnalazione.

    Pensieri e parole di kendostoe | 22:25 | commenti (1)
     

    EVOLUZIONE DELLA LUISA ROSSI

    Il gettonatissimo argomento delle Luise Rossi e del fenomeno del luisarossismo merita senz’altro un approfondimento dal punto di vista dell’evoluzione del fenomeno data dalle nuove tecnologie con particolare riferimento al fenomeno dei blog

    La quanto mai azzeccata canzone del compianto cantautore di Poggio Bustone (Rieti) risale niente meno che al 1967 ed è stato addirittura il suo secondo brano in assoluto.

    All’epoca non esisteva internet e quindi non esisteva tutto il suo corollario di blog, chat e rapporti virtuali, esistevano però, con ogni evidenza, le Luise Rossi che data la cultura del tempo e del contesto geografico battistiano, venivano presto inquadrate e stigmatizzate dal controllo sociale basato sul pettegolezzo affabulatorio e avrebbero presto pagato le conseguenze di questo loro comportamento così leggero “…Luisa Rossi rischia di restare sola e lei lo sa…”.

    Con l’avvento della virtualità è radicalmente cambiato il rapporto tra le situazioni e la loro spazialità, abbiamo quella fenomenologia che viene definita con un termine particolarmente appropriato villaggio globale, villaggio perché ritorna il “fare gruppo” e tutta la relazionalità tipica del paese e del quartiere, globale perché cambiano radicalmente gli spazi e di conseguenza le “vie di fuga”.

    I territori dell’interazione non hanno più quella natura concreta e limitata tipica del villaggio tout court dove i luoghi di comunicazione e di creazione dell’accettazione e dello stigma sociale erano angusti e limitati alla Piazza di paese e di quartiere, al bar, alla sala giochi, al piazzale della parrocchia, alla sala da biliardo e al sempre battistiano “mondo tutto chiuso in una via” (crf. Pensieri e Parole) ma tendono ad avere una caratteristica di illimitatezza e soprattutto di non-luogo o di ambiente astratto dal quale sono possibili mille vie di fuga da ogni forma di etichetta sociale.

    Il venir meno del controllo sociale e l’astrattezza degli spazi ha dato luogo alla moltiplicazione quantitativa e qualitativa delle Luise Rossi che nel virtuale perdono veramente ogni freno e ogni più elementare senso del pudore e del limite.

    Si dice che internet sia la rivincita dei peggiori nerds (categoria entro la quale mi annovero) se questa proposizione è vera per gli uomini è verissima per le donne, internet è la rivincita delle peggiori Luise Rossi che, sfuggendo dallo stigma sociale, alimenteranno il loro narcisismo e il loro bisogno di codazzi di ammiratori a cui farla annusare, soprattutto in un contesto territoriale come quello italiano dove certe dimensioni della socialità con tutti le loro appendici inerenti il controllo sociale permeano tutta la società. Ben diversa, ad esempio, la situazione in Svizzera e nei paesi della Mitteleuropea dove il controllo sociale è bassissimo, gli svizzeri e le svizzere ad esempio (con qualche parziale eccezione nel Canton Ticino dove comunque c’è anche una certa influenza della cultura italiana) pensano ai fatti loro, non si interessano ai problemi altrui, infatti trasmissioni quali i reality show, la vita in diretta e le riviste di gossip non riscuotono alcun successo, contrariamente a quanto avviene nella vicina Italia, tutto ciò ovviamente ha anche un rovescio della medaglia ma consente indubbiamente alla popolazione elvetica e mitteleuropea in genere (situazione simile in Austria e in Germania) di vivere la vita autonomamente e liberamente, compresa la dimensione sessuale, in questi paesi non esistono o comunque esistono molto meno le Luise Rossi.

    Come la riconosci una Luisa Rossi dei blog: post testimonianti un disagio nel loro vissuto e una vulnerabilità da relazione appena terminata più falsa di una banconota da 28000 lire, il sottolineare ossessivamente il loro status di single, il codazzo di cavalier serventi nei commenti grondanti pareri smielati e sdolcinati (quanti polli, mamma mia…) a cui lei darà di tanto in tanto delle strizzatine d’occhio di carattere sessuale, ovviamente vorrà bene a tutti, stimerà tutti, saranno tutti amichetti speciali; essendo poi il blog anche immagini e icone non mancheranno nelle sue pagine cuoricini spezzati, mele morsicate a altra iconografia dell’amore e del sesso, saranno più facili da riconoscere per via della massima “Scripta manent, verba volant” che fa si che mentre il messaggio verbale viene filtrato e mediato, quello scritto rimane a testimonianza del Luisarossismo. Insomma è sempre la Battistiana “Italia che fu” cambiano gli strumenti, i luoghi e i non luoghi ma non cambiano le Luise Rossi e non cambia, soprattutto, il consiglio di papà Dosto: E-V-I-T-A-T-E-L-E COME LA PESTE.

    E dopo non dite che non vi avevo avvisato.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 09:26 | commenti (12)


    martedì, ottobre 12, 2004
     

    MISSBLOG

    Sarò antipatico ma sincero, così, tanto per non perdere la vivida vena polemica di questi giorni.

    Come tutti i concorsi che hanno nel titolo il suffisso “Miss” trovo l’iniziativa Miss Blog indisponente, volgare e inutile allo stesso tempo alla luce soprattutto del grande seguito di pubblico che sta avendo nella blogsfera.

    19000 accessi in una settimana, punte di 500 commenti per post, ridda di irritanti polemiche riguardo l’ultima prova prevista dalla giuria, accuse di slealtà, di disonestà, insomma ci sono tutti gli ingredienti per parlare a buon titolo di evento blog-mediatico.

    Oltre a riempire di pura paccottiglia preconfezionata la rete iniziative simili fanno emergere un' Italia che si infervora, nella vita di tutti i giorni come nei blog, su argomenti quali Costantino e Alessandra, il grande fratello e piccole ma sentite competizioni femminili basate sul nulla, guardatevi le classifiche di iobloggo tanto per farvi un'idea...

    Ne esce da tutto ciò un’ antropologia di perfetti “figli di mediaset”, gente integrata in quel tipo di cultura del niente, dell’effimero e del veliname imperante.

    Se questi sono i grandi temi di comunicazione delle pubbliche agorà reali e virtuali c’è poco da stare allegri, è inutile parlare di potenza del medium quando i messaggi che interessano al grande pubblico sono di una pochezza così disarmante e comunicano il trionfo del pensiero unico, della peggiore cultura televisiva e del più puro disimpegno e anestesia sociale e culturale.

    In un paese ideale sarebbe bello vedere la stessa folla di ragazze accompagnate dalle madri che vedi nei casting per le veline e le letterine di turno manifestare contro la vergognosa legge sulla procreazione assistita e le stesse persone che si scannano per i temi di un concorso di Miss Blog discutere incazzate sui forum e sui blog che parlano di come lo stato e la chiesa cattolica vogliano, in Italia, disporre della vita, del grembo e della figa delle donne; ma si sa l’Italia tutto sta diventando meno che un paese ideale e il sogno del quarto d’ora di notorietà vale infinitamente di più di tanti diritti sfottuti.

    Quale sarà la prossima idea? Un concorso per mister blog con in palio un abbonamento annuale a “Men’s health”?

    Spero che la rete conosca presto un rapido ed inesorabile fenomeno di entropia e che imploda su se stessa e con essa anche Missblog e Monsieurdosto..

    Pensieri e parole di kendostoe | 18:47 | commenti (39)
     

    ADOLESCENTI IRRISOLTI

    Diciamo che ho vissuto rapporti alterni e spesso burrascosi con la mia famiglia di origine. Pur non mettendo mai in dubbio l’amore e la buona fede che i miei genitori hanno nutrito nei miei confronti,  ho avuto vari conflitti familiari, loro erano genitori iper-protettivi e da loro ho sempre subito una rigida educazione di stampo vittoriano. Come se non bastasse il mio senso di inquietudine e di inadeguatezza verso il mondo mi ha eternamente spinto alla fuga da tutto e da tutti, ho sempre vissuto con una irrefrenabile voglia di vivere la vita autonomamente, già da bambino avevo la mania di stare molto tempo da solo.

    Avevo già maturato a 16 anni l’idea che in occasione dell’Università me ne sarei andato via lontano e questa autonomia me la sono dovuta faticosamente conquistare, sono andato a Bologna con l’opposizione dei miei e, credetemi, erano litigate anche violente, volavano urli e paroloni, i miei genitori scambiavano spesso il mio desiderio di autonomia come mancanza d’amore nei loro confronti.

    Non ho mai amato chiedere nulla a loro ne avanzato mai pretese di carattere economico o cosa, spesso lavoravo e mi guadagnavo le piccole cose, era sempre un organizzarsi ed un arrangiarsi in tutto e per tutto per coprire i costi della vita da studente fuori sede, stavamo anche mesi senza vederci, è stato un conflitto molto duro, questo quando avevo 20 anni.

    Poi, con il crescere, il rapporto è diventato addirittura idilliaco, mio padre e mia madre si sono resi conto che loro figlio era un uomo, una persona autonoma da loro ed hanno cominciato a capirlo e a rispettarlo nella sua singolarità e nelle sue scelte così come io, soprattutto in occasione della mia paternità, ho cominciato a capire certe loro apprensioni e certi loro comportamenti e, almeno in parte, a giustificarli.

    Tornando indietro rifarei tutto quello che ho fatto, cazzate comprese e credetemi ne ho fatte e continuo a farne con una facilità che ha del diabolico, senza battere ciglio, sono fiero di aver avuto questi conflitti e di non essere oggi un eterno adolescente irrisolto.

    Mi mette addosso un’enorme tristezza sentire nella vita di tutti i giorni e leggere nei blog storie di miei coetanei ancora alle prese con i problemi da 18 enne, con le famiglie che non li capiscono, con genitori con i quali si tengono il muso per mesi, gente dalle eterne adolescenze irrisolte, persone che non avranno mai la briga di prendere la vita e viverla autonomamente ma che recriminano, si lamentano, fanno le vittime incomprese di un mondo troppo cattivo per loro e di una generalizzata malvagità umana, sempre pronti a dare la colpa a terzi, al prezzo degli affitti, alla mancanza di lavoro, al costo della vita, alla società assente, alle fasi lunari, al ciclo mestruale.

    A 31 anni è ora di entrare in un’ottica della responsabilità individuale, non lamentarsi di vivere in un mondo di merda senza far nulla per togliersi tutta questa merda di torno nemmeno nell’intervallo tra una birra e l’altra o tra una paturnia femminile e l’altra, se la vostra vita a 31 anni è uno schifo la colpa è solo vostra, già l’adolescenza è un periodo di per se inutile, prolungare l’adolescenza è un qualcosa di veramente inumano e diabolico ed è più lesivo per la dignità umana di 10 anni di lavori forzati alla Cayenna.

    Immagino che quando avevate 20 anni c’era chi era pronto a giustificare le vostre puttanate con le cattive compagnie, con il quartiere a rischio, con la mancanza di sani luoghi di aggregazione e tutte quelle cazzate sociologistiche che servono solo a lavarci la coscienza dalla responsabilità individuale e a non fare i conti con la nostra dimensione psichica, ed oggi siete li con la vostra del tutto immotivata autostima a fare gli eterni ed irritanti adolescenti incompresi dal mondo, siete pallosi, noiosi, egoisti.

    A 20 anni è normale avere conflitti con i genitori, averli ancora a 30 anni è una cosa da patetici coglioni dall’esistenza inutile, coglioni che magari teorizzano e pretendono una libertà totale senza però assumersi mai le grandi responsabilità che una grande libertà comporta e che non si sono mai presi nemmeno la briga di abbandonare la cameretta con gli orsacchiotti, gli adesivi della squadre di calcio e il poster del bonazzo di turno e che anzi, da quella cameretta hanno anche la presunzione di voler mettere le braghe al mondo, in fondo è comodo avere tutto uno stipendio da spendere per le rate della palestra, per le serate nei locali fighetti e per il leasing dell’Audi.

    Gli adolescenti irrisolti si lamenteranno sempre della crisi economica, che non c’è lavoro, che i costi degli affitti sono troppo alti, ma ovviamente vogliono il lavoro sotto casa, cercano la raccomandazione dell’amico di papà, non ci pensano nemmeno a muoversi anche solo di 20 km dagli orsacchiotti della loro cameretta o di fare un lavoretto di quelli che sporcano le loro belle camicie bianche o che scheggiano le loro belle unghie laccate, poi magari si lamenteranno degli extracomunitari che gli rubano il lavoro.

    Gli adolescente irrisolti, pur non avendo ancora superato i conflitti generazionali a 40 anni, ad un certo punto decideranno di uscire di casa in occasione del matrimonio perché “a una certa età è arrivata l’ora” si sposeranno spendendo inutilmente lo stipendio di due anni per il giorno della cerimonia, in genere non faranno figli perché i bambini costano e comportano sacrifici del tipo rinunciare ai puttan tour del sabato sera, alla palestra, alle uscite con le amiche, alla linea (vi giuro che ho sentito anche questo) a far costruire la villa al produttore di carpenteria metallica che gli paga lo stipendio, ai viaggi nei mega hotel in stile occidentale sul Mar Rosso, oppure faranno dei figli per dare uno scossone alla propria relazione che sta scoppiando, non riusciranno mai a ragionare in un’ottica di altruismo ma faranno solo le cose per se stessi, poi si accorgeranno che i bambini non sono bambolotti e invece che unire la loro relazione la sfasciano, litigheranno per le banalità e sfogheranno le loro frustrazioni anche sulla loro creatura, così come sono stati pessimi figli saranno anche pessimi genitori e continueranno a dare la colpa di tutto a ragioni aleatorie e inesistenti, si guarderanno bene dal fare un po’ di sana e robusta autocritica, gli immaturi e gli irresponsabili saranno sempre gli altri e loro saranno gli eterni incompresi in un mondo crudele e sbagliato, mai li sfiorerà il dubbio che ad essere sbagliati sono proprio loro.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:13 | commenti (5)


    lunedì, ottobre 11, 2004
     

    DONNE DA EVITARE COME LA PESTE/2. LUISA ROSSI

    Mi pare oltremodo chiaro che la mia visione morale del mondo e delle cose della vita sfocia molto spesso nel moralismo.

    Ebbene si, in fondo sono un moralista. Sia chiaro per moralista non intendo una persona che vuole imporre la propria morale agli altri, quella cosa lasciamola fare agli integralisti cristiani, mussulmani e ebrei e ai seguaci di tutte le altre superstizioni che infestano il mondo, ma intendo quella certa intransigenza e rigorismo nel connotare e classificare mentalmente tutta una serie di circostanze.

    Reputo che sia una convinzione idiota e ipocrita quella di chi dice che non abbiamo il diritto ne l’autorità di giudicare gli altri, in realtà tutti giudicano e in realtà trovo terribili quelle persone che accettano tutto esimendosi dal dare giudizi di valore, così come è sbagliata l’equazione moralismo=conformismo, esistono anche delle morali e delle convinzioni fortemente indipendenti e che connotano un grande autonomia di pensiero e poi, in fin dei conti, se gli altri giudicano me io ho il diritto di giudicare gli altri.

    Nella mia vita da non figo non sono mai mancate e non mancano tuttora le connotazioni etiche ed essendo oramai un uomo sopra la trentina e orgogliosamente ben al di fuori dai traumi da adolescente irrisolto e quindi ben al di fuori dell’adolescenza (poi quello degli e delle adolescenti irrisolti/e è un altro tema che meriterebbe un’approfonditissima trattazione) provo un grande e sincero trasporto paterno verso i non fighi di tutto il mondo e mi piace metterli in guardia dai pericoli e dalle trappole che la vita tende a loro stessi e alla loro autostima.

    Veniamo al titolo del post: Chi è Luisa Rossi? Non è una mia amica o una mia conoscente ma è il titolo di una canzone del grande Lucio Battisti, anche lui grande conoscitore di certi microeventi dell’esistenza di ognuno e di certe dinamiche del rapporto uomo-donna.

    Analizziamo il testo della canzone: “Luisa? "Sì" Luisa Rossi? "Sì" Ehyyyy... ehh... na, na, na... Luisa Rossi, sa bene quel che fa, Luisa Rossi, sa bene quel che fa.  Regala un giorno a me ride e poi se ne va...va, lei va bene.. va, lei va ride con tutti, ride con tutti sa quel che fa. Va, lei va bene.. va, lei va ride con tutti, ride con tutti sa quel che fa. Luisa Rossi rischia di restare sola e lei lo sa. Luisa Rossi rischia di restare sola e lei lo sa. Regala un giorno a te ride e poi se ne va... va, lei va va, lei va vuol bene a tutti, vuol bene a tutti sa quel che fa va, lei va.  Hey... Va, lei va va, lei va vuol bene a tutti, vuol bene a tutti sa quel che fa va, lei va  Ehyy.. sa quel che fa.. Ehy...”

    I non fighi mi hanno capito al volo, su questo ci posso scommettere, ma per chi avesse bisogno di sottotitoli, di note a piè di pagina, di cartelli applausi quando c’è da applaudire e risate quando c’è da ridere sono pronto a spiegare la morale di questa canzone e i pericoli che comportano le, sempre più rare visto il clima di tiraggio e di incomunicabilità sempre più generalizzato, Luise Rossi sparse per il mondo.

    Le Luise Rossi sono ragazze con uno spirito decisamente socievole, in genere sono fisicamente anche carine, non strafighe ultramodaiole, e possono rappresentare ad una prima occhiata superficiale la ragazza particolare ambita dal non figo ma nascondono, dietro la loro facciata rassicurante, delle insidie quantitativamente e qualitativamente impressionanti.

    Come si riconosce una Luisa Rossi: innanzitutto mentre in genere le donne non vi rivolgono neanche il saluto in quanto il loro concetto di autostima le fa sentire spesso, per non dire quasi sempre, immotivatamente superiori al non figo di turno, Luisa Rossi sarà con voi socievolissima, vi racconterà in tutto e per tutto gli affari suoi manifestando anche una certa ironia. Altro segnale distintivo di questa tipologia femminile è l’uso e ovviamente l’abuso di frasi del tipo “ti voglio tanto bene”, “sei una persona speciale”, “non voglio perderti per nessun motivo al mondo”, “sei un uomo meraviglioso” nonché una certa ricerca di piccoli contatti fisici tipo abbracciamenti, sbaciucchiamenti e via dicendo. Tutto molto bello, vero? Peccato però una cosa: questi atteggiamenti lei li riserva a tutta la popolazione maschile della provincia di età compresa tra i 18 e i 35 anni e ve ne sarete accorti senz’altro dai continui rintocchi di sms del suo telefonino e dal continuo fermarsi per strada non appena incontrano un qualche ragazzo.

    Per un certo periodo voi sarete al centro della sua attenzione, attenzione che scemerà non appena scendete nella loro personalissima classifica del pollo di turno, voi poveri non fighi magari vi siete fatti delle illusioni, siete uomini che peccano perfino di ingenuità e vi sentirete rispondere che in realtà non avevate capito ed avete frainteso il loro atteggiamento e la loro spontaneità. Vi diranno che soffriranno molto per questo loro essere così spontanee e fraintese dando luogo al più becero a insopportabile vittimismo piagnone ed eterodiretto (è sempre colpa degli altri che non capiscono, vero? Comodo no!).

    In realtà Battisti aveva visto lungo (Luisa Rossi sa bene quel che fa) ed è chiaro che il loro candore è più falso del Porco Giuda ed altro non è che un atteggiamento malizioso per sentirsi corteggiate e per alimentare la loro autostima, nonché segnale di grande immaturità e incapacità nel muoversi nella complessità del mondo, bene che vada donne del genere saranno delle eterne adolescenti irrisolte che non sanno nemmeno quello che vogliono dalla vita e insomma… se le conosci le eviti, se non le conosci ti uccidono.

    Voi non fighi e la vostra scarsa e limitata conoscenza dei casi della vita siete le vittime preferite di Luisa Rossi, quindi se vi capita un rapporto con una persona del genere non fatevi illusioni, sfruttate i lati positivi e la simpatia di cui sono immensamente dotate le Luise Rossi, ma non prendete abbagli, il fatto di non sbavargli dietro comunque farà si che lei accantoni presto il rapporto con voi e, credetemi, sarà meglio così.

    Oh! Sia chiara una cosa: non tutte le ragazze socievoli sono necessariamente Luise Rossi e spesso sono più le “sensazioni a pelle” e soprattutto una stratificazione di situazioni empiriche che vi insegnano a distinguerle.

    Passerò per moralista e, come detto all’inizio del post lo sono, ma persone del genere hanno tutta la mia più profonda e risentita disistima, non ho mai apprezzato le persone immensamente ambigue e paracule e comunque voi siete libere di paraculare, di farla annusare a tutti e di avere tutti gli “amichetti speciali” che volete e io sono libero di non approvare certi comportamenti e di mettere in guardia tanti miei consimili dalla vostra malafede e immaturità. Bello, vero?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:12 | commenti (19)
     

    IL NON FIGO NELLA CANZONE/3 (AMATA SOLITUDINE) E UNO SPUNTO DI RIFLESSIONE

    Per chi non lo sapesse questa è una canzone di Franco Battiato contenuta nell’album “L’Imboscata”.

     

    “A quel tempo tu stavi, sicura di te, della tua logica, guidando e parlando ininterrottamente...
    ed io, che già non ti ascoltavo più, (come ipnotizzato), seguivo gli occhi che seguivano i colori, i raggi elettrici della città. Chissà cos'è quel moto che ci unisce e ci divide, e quel parlare inutilmente delle nostre incomprensioni, di certi passeggeri malumori. Amata solitudine, isola benedetta.”

     

    Nei resoconti della fine delle relazioni il nostro non figo è solito invertire il reale esito delle cose in realtà colui che guidava e parlava del materialismo storico marxista, del cinema d’avanguardia e che faceva bilanci del tutto sbagliati della loro relazione era lui, lei invece lo ascoltava stancamente, anzi non lo ascoltava affatto, in quanto la relazione era da tempo scoppiata.

     

    “A quel tempo di te, amavo il tuo pensiero logico e quella linea perfetta del baciare, la simmetria delle tue carezze; vivificato dal chiarore vibrante di sapore: scintilla di una mente universale. Ero in te come un argomento del tuo amore sillogistico, conclusione di un ragionamento. Ma mi piaceva essere così, avviluppato dai tuoi sensi artificiali. Ora sono come fluttuante...”

     

    Lei era attratta solamente dalla sua personalità e dalla sua intelligenza, i due non scopavano quasi mai ed ogni volta che avevano un rapporto lui era alle prese con la di lei secchezza vaginale dovuta al fatto che in realtà lei sognava Christian un tipo sulla trentina suo istruttore in palestra. Le ultime due proposizioni “avviluppato dai tuoi sensi artificiali” e “Ora sono come fluttuante” indicano che siamo in una fase ben precisa: la cosiddetta botta di vita dopo la fine della relazione. Questa della “botta di vita” è una caratteristica soprattutto femminile ma dalla quale anche noi maschietti non ne siamo immuni, vi sarà capitato senz’altro di incontrare la vostra amica che con uno sguardo vagamente ansiolitico vi dice “adesso che ho terminato la relazione con Luca ho solo voglia di divertirmi” frase generalmente seguita da un ridolino schizoide e di incontrarla poi la sera in una discoteca a ballare ininterrottamente in preda a sostanze alcoliche e psicotrope. Bene, il nostro non figo è in quella condizione, avviluppato nei sensi artificiali dopo aver assunto un acido, fluttuante a causa del barcollamento casato dall’alcool. Nella fase che in Messico chiamano la “resaca” e i ternani più modestamente “doglie postume” verrà colto da violente crisi isteriche e di panico che getteranno la maschera su quella spavalda simulazione di vivere la fine della relazione come una sorta di liberazione.

     

    “Amata solitudine, isola benedetta. Così è finita, mi stacco da te, da solo continuo il viaggio. Rivedo daccapo il cielo colorato di sole, di nuovo vivo.”

     

    La solita pappardella sul rapporto di coppia come schiavitù, sul “cioè, ci ho bisogno dei miei spazi” sul “finalmente ho ripreso a vivere”. Il tipo andrà a dire in giro che è tornato felicemente single e che si gode la vita come non mai, in realtà sta rosicando. La figura del single felice è un qualcosa di molto raro, nonostante c’è chi è pronto a dire di no, che la libertà, che l’autonomia, e via dicendo…

    In realtà la sua vita è fatta di serate alcoliche e tossiche (da solo continuo il viaggio).

    Ammetto che dall’analisi del testo non emerge un granchè, ma questa è una canzone che ha il suo senso nel non detto, così come non è esplicitamente riferito il disagio di chi ostenta a ripetere frasi sull’essere felicemente single. A proposito qualcuno di voi è capace di essere felicemente single? Io non ne sono stato mai capace, o meglio sono anche stato un single felice ma la mia felicità non era data specificamente dalla singletudine.

     


    Pensieri e parole di kendostoe | 00:09 | commenti (3)


    domenica, ottobre 10, 2004
     

    UNA MARCIA IN PIU': UN UOMO CON LA RETROMARCIA

    Possiedo una profonda visione morale del mondo e delle casistiche della vita e questa è una condizione sine qua non per essere un vero non figo.

    Sono ubriaco duro.

    Pensieri e parole di kendostoe | 01:24 | commenti (5)


    venerdì, ottobre 08, 2004
     

    ANDY WHAROL SI E' FERMATO A TERNI

    Erano anni che non guardavo più le emittenti locali ternane e devo dire che ritornare a guardarle dopo tanto tempo fa un certo effetto, ripensando soprattutto al famoso wharoliano quarto d’ora di notorietà. C’è una trasmissione di Tele UmbriaViva che si chiama Cantaumbria, come si evince dal logo rossoverde con la mappa dell’Umbria stilizzata in basso sulla sinistra del teleschermo, l’idea di associare l’Umbria al rossoverde (colori dello stemma di Terni) è un chiaro segnale dell’orgoglio ternano.

    Oggi sul Cantaumbria ho visto due video che non esito definire storici.

    Tanto per cominciare, nel primo video, la cantante era una mia ex compagna di classe del Liceo di nome Laura, una di quelle fighette del classico che se la tiravano come non mai, cosicché ho preso subito una cassetta e ho cominciato a registrare, la cantante aveva top, minigonna, calze e giubbotto di pelle all’insegna del nero totale, il ritornello della canzone diceva: “Tu mi fai impazzire, tu mi fai impazzire, è un tamburo questo cuore, batte solo per te, scoppi come un motore e mi accendi di te”.

    Le immagini di Laura erano intervallate dai primi piani di una pantera, notare il sottile accostamento…

    Ad un certo punto Laura ancheggia dietro una grata, chiara emulazione di nove settimane e mezzo, dopo pochi secondi l’immagine si allarga e si scopre che la grata altro non è che un fascio di griglie di quelle che vengono inserite nei muri in costruzione, siamo all’aperto in un cantiere e qui appare il protagonista maschile vestito da una tuta blu con un caschetto giallo con su scritto “Ilva divisione inox” trattasi quindi di una divisa smessa delle acciaierie di Terni. Qui emerge con tutta la sua prepotenza l’idea massimalista che il regista del video, probabilmente un altro mio ex-compagno del Liceo Classico nonché ragazzo di “buona famiglia”, ha del mondo operaio, del volgo e delle classi popolari, in realtà un operaio edile non indosserà mai una divisa delle acciaierie. Il ragazzo si gira verso la telecamera, si toglie l’elmetto giallo e libera dei lungi capelli fluenti e cotonati, Laura si abbassa mettendo elegantemente una mano davanti al pube per tenere ferma la minigonna, con l’altra mano prende della malta e la sbriciola quasi ad indicare la sabbia del tempo che corre via come quella malta o che la protagonista, essendo una pantera, prende gli uomini e li sbriciola o più semplicemente il regista doveva inventarsi qualcosa per allungare il brodino.

    Cambio di scena: alberi ripresi in dissolvenza, immagini della pantera e Laura che cammina in un labirinto di specchi, primo piano dei suoi piedi in decolletèes nere, chiaro richiamo feet-icista, soggettiva all’interno di un bar, visuale di una piazza di Terni con stuolo di anziani incuriositi dalla telecamera. Passando in piena zona a traffico limitato arriva una Jaguar d’epoca di quelle che si affittano per i matrimoni, esce il maschione di prima dalla macchina, ruggito di pantera, entra nel bar, lei scende scivolando una lunga scala ovale (avete presente il vecchio spot dell’Aperol?) per raggiungere l’uomo al bancone, si toglie il giubbotto di pelle e lo lascia a terra, lui le offre un beverone rosso che lei sdegnosamente rifiuta, di nuovo rapide dissolvenze, di nuovo ruggiti di pantera e poi gran finale, arriva una Rolls Royce con scritto Rolls Royce sulla targa, un autista in livrea scende ad aprire la porta, lei scende, al posto del giubbotto di pelle ha un foulard nero a rete visto che il giubbotto è rimasto nel bar,  riappare il suo uomo, tra due colonne, con una sigaretta in bocca per poi scomparire dietro una cascata di gocce d’acqua, il video si conclude di nuovo con immagini in dissolvenza della pantera che corre.

    Adesso io mi chiedo che cos’è che spinga una persona a prestarsi a questo genere di cose pur di avere il wharoliano quarto d’ora di notorietà, domanda come al solito senza risposta.

    Subito dopo c’è stato un altro video di un tale Alvise Fazzini dove compare un uomo sulla cinquantina in evidente sovrappeso, vestito di blue-jeans, maglietta bianca e pseudoallstar in tela da mercatino rionale mentre canta camminando in un parco: “…Finchè vorrai starai con me come in un film, amanti si, amanti si come in un film…” . Dal nome, dal fisico e dall’abbigliamento del cantante e protagonista del video si evince già la sua professione di porchettaro, già mi vedo la veranda del camioncino con su inciso “da Alvise, porchetta e panini”. Il video è girato con mezzi ben più poveri di quello precedente e a intervallare la camminata di Alvise ogni tanto c’è il viso di una giovane e bella ragazza dalle fattezze est-europee e due bambini, un maschio e una femmina in evidente sovrappeso che giocano a pallone nel parco. I bambini sono probabilmente i figli di Alvise e la ragazza la colf ad ore polacca che mantiene una relazione clandestina con il capofamiglia. Il film di riferimento è con ogni evidenza “Occhio alla perestroika” e non potrebbe essere altrimenti, data la limitata cultura cinematografica del signor Fazzini.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 22:14 | commenti (4)


    giovedì, ottobre 07, 2004
     

    UN DOVEROSO CHIARIMENTO

    Signore e signori, vista la brutta piega che sta prendendo il dibattito, in uno dei miei post, vi faccio un accorato appello: quando vi dico che sono un non figo e un uomo per nulla attraente, credetemi! E’ vero.

    Non state a dare credito a quello che scrive una Pecosa qualunque ma date ascolto al sottoscritto, avrò anche delle altre qualità che sono il primo a riconoscermi ma sono una persona fisicamente molto poco gradevole e per un buon 98% della popolazione femminile di paesi liberi il concetto di felicità non compendia l’avere un qualunque tipo di intimità con il sottoscritto.

    Non lo avrei mai detto che un giorno sarei stato nella condizione di dover dimostrare agli altri, seppur in un contesto virtuale, che sono veramente un cesso quando tutto ciò è una realtà di per se evidente.

    Lo ribadisco a scanso di equivoci, non vorrei che poi un giorno qualcuno/a si sentisse deluso/a se non dovesse incontrare una risposta ternano-elvetica ad Antonio Banderas se e quando avrà a che fare con il sottoscritto.

    Chiaro, no?

    Pensieri e parole di kendostoe | 17:23 | commenti (6)
     

    Da domani fino a Domenica sarò a Terni. Dosto come home.

    Consiglio alle mie numerose fans di non accalcarsi e di non intasare inutilmente la e45 e il raccordo Terni-Orte.

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:18 | commenti (4)


    mercoledì, ottobre 06, 2004
     

    ESPERIENZE CHE HANNO FATTO UN MONSIEURDOSTO/5

    “..Ne abbiamo avute d’occasioni perdendole, non rimpiangerle, non rimpiangerle mai…”

    -Franco Battiato- La stagione dell’amore-

     

     

    Era il 12 Giugno del 1993, certe date si ricordano a memoria, ero reduce dal mio primo anno accademico bolognese e in occasione delle vacanze estive me ne tornai a Terni per qualche giorno.

    In quel periodo avevo un atteggiamento talmente borioso e dottorale nei confronti di Terni e dei ternani che era veramente difficile sopportarmi, mi godevo tutte le opportunità di crescita della città felsinea, da un punto di vista culturale la mia vita aveva fatto un notevole passo avanti, ero terribilmente saccente e ciò veniva scambiato dagli altri per sicurezza in me stesso.

    A quei tempi conobbi una ragazza di nome Valeria, mi ricordava molto Francesca (vedi post del 12 agosto) come lei era piccolina ma proporzionata e rifinita in tutti i dettagli, una miniatura preziosa. Ho poi, con il tempo, notato che la mia città d’origine è la patria delle miniature perfette, gli estimatori delle “miniprede” a Terni troveranno il loro paradiso terrestre, aveva i capelli nerissimi e gli occhi grandi e neri, veramente molto carina, tra l’altro era anche molto timida, discreta, gentile nei modi e molto dolce, aveva addirittura nei miei confronti dei gesti materni che in seguito avrebbe avuto solo mia moglie tipo comprare una coppetta di gelato e imboccarmi o cercare i piccoli contatti fisici, quelli che in genere le altre donne consideravano e considerano tuttora sgradevoli se non molesti, con il sottoscritto.

    Aveva frequentato il liceo scientifico ed era iscritta, se non ricordo male, alla facoltà di Conservazione dei beni culturali a Viterbo.

    Dicevamo, era il 12 Giugno del 1993, la città si stava preparando al ballottaggio che avrebbe visto, per la prima volta dopo quasi mezzo secolo, la sconfitta dell’ex partito comunista e l’ascesa a Palazzo Spada di un sindaco liberale, tale Gianfranco Ciaurro al quale riconosco da avversario leale di essere stato un buon sindaco e un vero amante della città.

    Camminavamo per il Corso Tacito Valeria ed Io, parlando delle enormi opportunità culturali bolognesi, delle mostre, dei locali autogestiti, delle presentazioni dei libri e ricordo che lei mi ascoltava in un certo qual modo affascinata, si entrava insieme nelle librerie del centro e lei mi chiedeva consigli su cosa leggere, quando quel giorno nel “giornale luminoso” di Corso Tacito (un pannello dove scorrevano delle scritte) comparve che ci sarebbe stato un concerto di Paolo Vallesi organizzato dal Comune di Terni.

    Forse a palazzo Spada già si percepiva nell’aria il sentore di tempi difficili e gli ex, i neo e i post comunisti al governo della città meditavano la ritirata. Quando un esercito sconfitto è messo in fuga, i soldati cercano di lasciare dietro di se il nulla: distruggono ponti, mettono i villaggi a ferro e  fuoco, stuprano le donne e organizzano concerti di Paolo Vallesi.

    Andy Wharol disse che in futuro saremmo stati tutti famosi per 15 minuti. Una profezia che azzeccò solo in parte, il buon Wharol non aveva previsto che, trascorsi quei 15 minuti di celebrità, nessuno avrebbe voluto tornare nell’anonimato e ancora oggi mi chiedo come mai Paolo Vallesi, per perpetuare l’effimera fama sanremese datagli dal brano “le persone inutili”, la canzone più brutta da quando l’uomo inventò il cavallo, abbia continuato a scrivere e cantare dei brani così melensi e monocordi . Perché non ha continuato a far parlare di se scendendo in difesa delle foche? Oppure sgozzando l’amante della moglie o sabotando uno scuolabus? Avrebbe compiuto un delitto molto meno nefando. Ovviamente quando dissi agli amici della sala giochi che sarei andato a vedere il concerto di Paolo Vallesi venni preso per i fondelli come non mai, barcollò la mia fama da intellettuale “bolognese” e quel Paolo Vallesi divenne per la mia reputazione come la Porsche cabrio o lo yacht per il sedicente no-global, un’ imperdonabile onta di incoerenza, ma ci sarei andato con lei, con Valeria e poco importava di quello che dicevano gli altri.

    Paolo Vallesi a parte fu una bella serata, un dolce venticello che ci accarezzava in sella al mio inseparabile “Piaggio Si” rompeva l’afa ternana, durante il concerto una signora si sentì male e fu portata via in ambulanza, non so perché ma la mia vita è fatta di tante “cornici velate” e di tanti “squallidi contesti”, dopo il concerto andammo a bere in un bar all’interno di una delle aree verdi più belle di Terni, il parco Cardeto dove conversammo e sghignazzammo fino a tardi e dove, complici le svariate Ceres che sciolsero la timidezza, incominciammo a baciarci. Lei era abbastanza timida e impacciata, io non è che fossi da meno, anzi, i pochi contatti con le donne avevano fatto di me un perfetto imbranato.

    Ricordo che lei a un certo punto mi baciò le palpebre, il viso, il collo e poi con un dito sorridendomi cercava di togliermi le macchie di rossetto. Perché all’epoca non capivo il significato di quei gesti materni? Perché mi ci è voluto così tanto per capire che quei gesti così innocenti significano amore? Perché si è in attesa spasmodica dell’amore, ma quando poi questo arriva passa senza che noi ce ne accorgiamo?

    Nulla oramai mi poteva legare a quella città, alle sue ciminiere, ai suoi muri e a quei palazzi, nemmeno il ricordo di me bambino che giocavo in un cortile, nemmeno un amore nuovo che stava nascendo, all’epoca recitavo la parte dell’uomo autonomo, ero in guerra con la mia famiglia, che non mi contrastava ma nemmeno approvava il mio essermene andato di casa, dovevo dimostrare e me stesso che valevo, che sapevo conquistarmi le cose, che sapevo badare a me stesso e tornare indietro sarebbe stato da sconfitti, sarebbe stato un segnale di resa, sarebbe stato un far affiorare i miei limiti e quando si guarda troppo avanti, troppo lontano, non ti rendi conto di ciò che accade al tuo fianco.

    Feci di Valeria il più grande punto interrogativo della mia vita, ne feci il ricordo e il rimpianto di due occhi grandi e di un sorriso puro e sincero, un inutile domandarsi come sarebbe andata: forse sarebbe stato il percorso che mi avrebbe portato dove sono ora, forse mi avrebbe evitato un cammino e delle esperienze dolorose, forse sarei un uomo meno ferito e meno paranoico di adesso, sicuramente sarei stato meno solo, sicuramente avrei pianto meno lacrime di solitudine in quegli squallidi letti bolognesi nel buio di quegli appartamenti sudici e mal riscaldati, molte di quelle lacrime avevano il suo nome e il volto del rimpianto e delle occasioni perdute o forse sarebbero venuti fuori i soliti paragoni persi con il figo di turno (so bene che no!).

    Probabilmente, tornando indietro nel tempo, metterei da parte l’orgoglio o se solo avessi avuto più coraggio l’avrei presa e portata via con me. Forse un giorno la cercherò e le dirò in ritardo quelle parole che non le ho detto a tempo debito e rideremo insieme, rideremo di me, come ridemmo quel 12 giugno del 1993, quando ancora ci aspettava quel grande film che è la vita, che da quel giorno poteva diventare un altro film.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 18:41 | commenti (19)


    martedì, ottobre 05, 2004
     

    COSE CHE FANNO UN MONSIEURDOSTO

     

     

     

     

     

     

     

    BELLA CAMICIA, VERO?

    Pensieri e parole di kendostoe | 22:18 | commenti (14)
     

    VIVERE IN UN PAESE CIVILE

    Stamattina, verso le 8, mi telefona un anonimo signore parlando un italiano intercalato da un forte accento svizzero-tedesco, dice di essere risalito al mio recapito telefonico dal numero di targa servendosi del sito dell’amministrazione cantonale. Scopo della sua telefonata è stato quello di dirmi che ieri, uscendo da un parcheggio, ha inavvertitamente dato una piccola strisciata alla mia automobile, io ovviamente non mi sono accorto di nulla, solo riguardandoci meglio stamattina si vede un piccolo graffio all’altezza dello sportello del guidatore. Il signore in questione ha chiesto un mio recapito di fax, al quale ha immediatamente inviato il foglio della constatazione amichevole, scusandosi per l’accaduto e per avermi contattato in una maniera così insolita sottolineando il fatto che per impegni lavorativi era nell’impossibilità di aspettarmi.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 11:04 | commenti (11)


    lunedì, ottobre 04, 2004
     

    IL NON FIGO NELLA CANZONE/2 (ERA GIA' TUTTO PREVISTO)

    Il buon Riccardo Cocciante ha indubbiamente molte caratteristiche del non figo, a partire da un aspetto fisico censurabile fino ad un’elevata sensibilità personale sublimata con un certo talento artistico. Musicalmente poi può piacere come non piacere, a me il genere che rappresenta sinceramente non piace più di tanto, ma gli va senz’altro riconosciuta una matrice tutt’altro che banale ed una certa profondità e abilità nella composizione dei testi. Analizziamone un pezzo cosiddetto minore ma da dove emerge con prepotenza una situazione presente nel corredo di esperienze del non figo come l’abito elegante nella valigia del viaggiatore mondano era già tutto previsto.

     

    "Era già tutto previsto fin da quando tu ballando mi hai baciato di nascosto mentre lui che non guardava agli amici raccontava delle cose che sai dire delle cose che sai fare nei momenti dell'amore mentre ti stringevo forte e tu mi dicevi "ti amo e non lo amo, non lo amo".

    Situazione classica, lui è il non figo della situazione, lei è fidanzata con il solito buzzurro sicuro di se, che è li a poca distanza avvolto nella sua camicia leopardata mentre parla dei pompini e del sesso anale praticato da lei, lei che invece in quel periodo della vita avrebbe bisogno di un uomo meno tronfio, più timido e più sensibile che colmi il suo bisogno di romanticismo. I due stanno ballando, situazione molto rara per il non figo e il buzzurro è tanto sicuro della innocuità della situazione che nemmeno tiene la partner sott’occhio: figurati, un non figo che sbecca durante l’attività del ballo, ma dove si è mai visto? Il titolo fa già ben capire che il nostro povero non figo non è nuovo a rovesci in campo amoroso.

     

    "Era già tutto previsto fino al punto che sapevo che oggi tu mi avresti detto quelle cose che mi dici che non siamo più felici che io sono troppo buono che per te ci vuole un uomo che ti sappia soddisfare che non ti basta solo dare ma vorresti anche avere nell'amore ma quale amore ..."

     

    Lui vive la relazione nella rassegnazione di chi ormai è talmente abituato alla sconfitta che gli pare strano che questa ritardi ad arrivare, infatti un bel giorno tac! Lei lo rimprovera di essere un tipo troppo buono e troppo sensibile (leit motiv anche per il sottoscritto) e di non fargli provare le stesse emozioni del partner precedente che sarà quel che sarà ma che quando c’era da dare uno scossone alla relazione era sempre pronto e la faceva sentire protetta e sicura. Lei confesserà inoltre che negli ultimi tempi ha ricominciato a sentirsi con lui e che quelle volte che lei diceva di essere andata a trovare la zia all’ospedale in realtà aveva avuto degli incontri amorosi con lui e che tutto è stato “da impazzire”, “sesso da urlo” descrivendo con dovizia di dettagli le posizioni e i 24 cm di membro di cui è dotato il buzzurrone, facendo paragoni con la sessualità prevedibile e passiva e la poca dotazione e fantasia di lui… Così, tanto per non ferirne la troppa sensibilità. Lui ora si spiega come mai lei, nell’ultimo mese, fingesse dolori alla testa e infiammazioni vaginali e penserà a tutti i flaconi di “Tantum Rosa”, “Vagisil intimo” e “metronidazol lavande” per uso locale che lui, premurosamente, le ha comprato inutilmente. Da questa strofa emerge comunque come i due praticassero poco l’attività sessuale, il non figo è protagonista tutto al più di amori sillogistici basati su affinità elettive, raramente susciterà passioni fisiche intense.

     

    "Era già tutto previsto anche l'uomo che sceglievi il sorriso che gli fai mentre ti sta portando via ho previsto che sarei restato solo in casa mia e mi butto sopra il letto ed abbraccio il tuo cuscino non ho saputo prevedere solo che però adesso io vorrei morire."

     

    Ovviamente lei avrà anche la delicatezza tutta femminile di farsi venire a prendere nella casa dove conviveva con il non figo della situazione, che è costretto a vedere la scena della limonata con slinguazzata e le energiche palpate di culo di lui, tale situazione lo fa cadere nella più pesante delle prostrazioni. Mentre i due se ne vanno, lui resta solo in quel letto troppo grande e troppo vuoto, comprato a rate in uno di quei solidi mobilifici che ti portano a pranzo fuori e con le rate del mutuo da pagare, nella vana attesa che lei ritorni. Lei ogni tanto lo richiamerà per dirgli che sta benissimo ed è felicissima e quanto vanno bene le cose con il buzzurro, nonchè per ringraziarlo per averle fatto capire che lei non può vivere senza di lui e per raccontargli i più scabrosi dettagli della sua vita sessuale. Ogni tanto lo andrà a trovare con lo scopo di saccheggiare parti dell’arredamento e per descriverle l’attico in centro dove lui l’ha portata a vivere, ripetendogli che ora si sente una donna molto realizzata.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:12 | commenti (12)


    domenica, ottobre 03, 2004
     

    LA FORZA DEL NON FIGO

    Partirei con il dire che il non figo è una categoria molto particolare, assolutamente non riassumibile nel brutto del quartiere, nel nerd, nello sfigato, nel secchione, nell’asociale o nel disadattato anche se magari rinchiude molte caratteristiche dei tipi in questione. La condizione del non figo nasce oltre che da ragioni estetiche anche da una stratificazione di microtraumi, di sconfitte, di demeriti, insuccessi e insicurezze accumulati nei vari ambiti della socializzazione (famiglia, scuola, gruppi formali, informali e dei pari nonché ovviamente i mass-media). Ciò che distingue il non figo dalle succitate categorie è comunque la risposta che il soggetto in questione esprime, una risposta che troverà la sua estrinsecazione in una forte tensione nei confronti della cultura, in una spiccata sensibilità personale e in un marcato desiderio emancipatorio. Mentre lo sfigato, il nerd, il disadattato sono figure funzionali al sistema, il non figo ha in se una marcata funzione rivoluzionaria e soprattutto una forte potenza innovatrice, il non figo è decisamente altero rispetto al pensiero dominante, non condivide i valori della società dell’immagine ma ne crea di nuovi. Così come il proletario nella concezione di Marx, assumendo consapevolezza della propria condizione e del proprio ruolo storico e soprattutto sviluppando anche un forte senso elitario si distingue dal pensiero dominante borghese ma anche da quello che Marx chiamava proletariato non consapevole o sottoproletariato, categoria quest’ultima incline al reazionarismo e alla riproduzione del sistema, il non figo si distingue sia dall’infighettamento generale che dallo sfigato, dal nerd, dal secchione, dall’asociale e dal disadattato tout court; non a caso il non figo ha quasi sempre una forte connotazione politica di estrema sinistra.

    Questa sua discrepanza lo porterà a sentirsi diverso da tutto e da tutti, la solitudine sarà il lieto motivo della sua vita, non riconoscendosi appunto nè tra i fighi nè rassegnandosi ad un destino da sfigato, e passerà molto del suo tempo a rielaborarla, una rielaborazione dura, spesso problematica e che gli creerà ulteriori microtraumi ma una rielaborazione da vedere come percorso necessario.

    Si vivono i rovesci, ci si sente emarginati si sa che non si apparterrà mai alla categoria dei vincenti ma si ha tanta voglia di vincere, ma di vincere in un altro gioco con delle altre regole.

    Si viene colpiti dalla “sindrome del sottosuolo” quel sottosuolo dove nascondiamo il nostro vero modo di essere, la nostra bellezza, il nostro carisma, la nostra voglia di lottare e viviamo nell’eterna convinzione che presto qualcuno entrerà in questo sottosuolo e si accorgerà che dietro quel ventre prominente, quel capello eternamente unto, quei denti storti, quelle labbra inesistenti, quella camicia squadrettata, quei pantaloni fuori moda e quel fisico scarsamente atletico c’è molto di più.

    Il non figo, non si rassegna a volare basso, non si accontenta di una donna che “basta che respiri” perchè si è convinti di meritare di più e perché questo è il ruolo in cui il “sistema” ci vorrebbe, il non figo non cerca nemmeno la figona del quartiere, della città e del paese, non cerca la tipa talmente integrata nella cultura affluente da essere percepita come desiderio di tutti, il non figo cerca la ragazza particolare, visivamente si innamorerà di un bel viso e di un bel sorriso, la sua donna ideale sarà una tipa ironica, senza muri mentali, profonda, al di sopra e al di fuori delle mode, la donna che guarda oltre le apparenze e anche lei a sua volta non inquadrata negli stereotipi da cozza o da velina che la società ritaglia per la donna, poi il lato prettamente fisico ha un’importanza del tutto secondaria.

    E’ vero, si guarda il mondo attraverso le lenti, siamo elitari, ci autoinvestiamo di una missione storica, abbiamo voglia di vivere la felicità in modo esagerato e crediamo che da qualche parte ci sia un mondo dove i non fighi vengono capiti e compresi e siamo eternamente in fuga verso la ricerca di questa isola che forse c’è e forse non c’è, cambiamo città, viaggiamo all’estero, ci rifacciamo vite che ci vengono sempre uguali alle precedenti, si è sempre alla ricerca e si è sempre in fuga soprattutto da noi stessi e dal nostro passato ma siamo nel contempo fragili, un cuore che vive nel sottosuolo spesso non sa che fuori fa molto freddo, la nostra sensibilità viene strumentalizzata, veniamo usati e gettati da persone che in fondo cercano vite tranquille, sicurezze, sogni da inseguire con un volo charter, accettazione sociale, pochi scazzi, una bella macchina, il suv in occasione della nascita del primo figlio e un ragazzo che le porti a ballare e le faccia fare bella figura con le amiche.

    Quando si vive nel sottosuolo ci si perde talmente nelle fantasticherie da non accorgersi di lasciar passare tutta la giovinezza e di avere solo una conoscenza teorica dei casi della vita, siamo sicuri di capire la vita meglio degli altri, ne abbiamo una visione quasi da formula matematica perché la guardiamo da fuori, la analizziamo senza mai metterci realmente in gioco e ce ne pentiremo, ci mancherà molto il nostro non esserci messi in gioco, soprattutto quando pensiamo di avercela fatta, quando pensiamo di aver trovato la persona che ha fatto breccia nei nostri sotterranei aprendo una finestra di sole ma che non potrà mai riempire ciò che non hai vissuto e ciò che hai celato con una maschera di durezza e di ironia.

    Vivremo sempre la nostra alterità, saremo sempre in combutta con il mondo, soffriremo molto, ma siamo fatti così e in fondo ne andiamo anche orgogliosi, molto orgogliosi.

     

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:34 | commenti (19)


    sabato, ottobre 02, 2004
     

    NATURALIZZAZIONE AGEVOLATA

    Il vostro caro Monsieurdosto si sta preparando per ogni futura e tragica evenienza, leggasi improvvisi abbandoni coniugali, e sta creando una propria personalissima lista d’attesa.

    Oggi in un sito internet di relazioni sociali, il che già la dice lunga sui siti che sono solito frequentare, ho letto il seguente annuncio: “25 enne cittadina elvetica, bionda con occhi azzurri, altezza 1,71m peso 58 kg, intrigante, solare, amante dei gatti e della natura, offresi scopo matrimonio anche a cittadino straniero immigrato residente a Lugano e dintorni, astenersi perditempo” con allegata foto di una sorta di Barbie in carne ed ossa.

    Nell’ottica di una mia naturalizzazione agevolata la signorina in questione balza prepotentemente in cima alla lista, anche se sicuramente da qualche parte ci sarà una qualche fregatura, secondo me si tratta di una tattica di adescamento di qualche serial-killer spinto da motivi razziali.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:24 | commenti (4)


    venerdì, ottobre 01, 2004
     

    IL NON FIGO NELLA CANZONE/1 (SEI UN MITO)

    C’è poco da fare e qui lo ripeto, Max Pezzali mi è proprio simpatico, vabbe’ sono un intellettualino elitario, certe cose dovrei snobbarle, poi sono di sinistra e Max Pezzali rappresenta una gioventù dai valori effimeri e vagamente destrorsa, ma io nelle sue canzoni mi ci riconosco pienamente.
    Stamattina venendo al lavoro ho ascoltato“Sei un mito” ossia la storia di un non figo che finalmente riesce ad avere, dopo una lunga lista d’attesa e reiterati rinvii dell’ultimo momento, un appuntamento dalla figa del quartiere.

    “Tappetini nuovi, arbre magique, deodorante appena preso che fa molto chic, appuntamento alle 9 e mezza ma io, per non fare tardi forse ho cannato da Dio, alle 9 sono già sotto casa tua”.


    Tipico atteggiamento da non figo in genere trasandato (fenomeno dello sbragamento del non figo che aderisce allo stigma sociale) che, in occasione dell’appuntamento con la donna, passa all’eccesso opposto, spandendo nell’aria l’essenza di arbre magique al cocco e l’essenza al muschio selvaggio del deodorante di marca “habano” comprato nello stesso hard discount dove ha comprato i tappetini per l’auto, profumandosi eccessivamente e in maniera grossolana. Poi l’arrivare mezz’ora prima all’appuntamento ti fa pensare alla scena di quando Fantozzi parte in treno per Montecarlo, con il duca conte Semenzara arrivando alla stazione 7 ore prima. Tale atteggiamento rivela la paura del non figo di perdere il treno per la figaggine dopo una vita passata nella sua vana attesa, il non figo è sempre ansioso di fronte a queste occasioni, arriverà sempre con largo anticipo, il figo e la figa si fanno sempre aspettare.

    “Tu scendi bella come non mai sono anni che sognavo 'sta storia lo sai sento il cuore che mi rimbalza in bocca e tu con un body a balconcino che ti tiene su un seno che cosi' non si era mai visto prima. Sei un mito, sei un mito per me sono anni che ti vedo cosi' irraggiungibile sei un mito, sei un mito perche' tu per tutti noi sei la piu' bella ma impossibile.”

    Qui c’è tutto il complesso di inferiorità del non figo, vede la donna irraggiungibile così come sono irraggiungibili tutte le donne, senza differenza tra Claudia Koll e Claudia della Coop, a lui il cuore rimbalzerà in bocca, per lui quello sarà il massimo dei ricordi e il massimo delle soddisfazioni della vita. Lei, invece, qualche settimana dopo lo incontrerà di nuovo per la via principale della sua città di provincia, quella dedita allo struscio, e non lo saluterà oppure lo saluterà con un altro nome confondendolo per la “vittima” della settimana seguente, il fatto che “eran anni che aspettava sta storia” indica chiaramente l’esistenza della lista d’attesa e dei reiterati rinvii.

    “Ancora adesso non capisco perche' hai accettato il mio invito ad uscire con me forse perche' tu non sei quel freddo robot che noi tutti pensavamo tu fossi pero' l'importante e' che adesso siamo qui insieme.Appoggiati al tavolino di un bar scopro che oltretutto sei anche simpatica nonostante tu sia la piu' eccitante che abbia visto in giro sono a mio agio con te ordiniamo un altro cocktail poi si va via”.

    Tadaaaaaaaa e qui cari ragazzi c’è tutta la sfiducia in se stesso del non figo, maturata in anni ed anni di “con te parlo bene ma…” “ti voglio bene ma non nel senso in cui vorresti tu..” “purtroppo non sono scattate certe chimiche” “per lui provo un’attrazione che per te non provo anche se tu sarai la mia spalla quando ho voglia di piangere" che lo farà sentire sempre non all’altezza anche di fronte ad una controparte i cui massimi argomenti sono i negozi di abbigliamento del centro, le diete, chi è più figo tra Tizio e Caio, i tormentati rapporti con le amiche. Il non figo, notoriamente insicuro, fatica a capire perché la tipa abbia accettato di uscire con lui. Veniamo alla seconda parte della strofa, dove lui scopre che “oltretutto è anche simpatica” e qui c’è un altro caposaldo della vita di noi non baciati da madre natura e che abbiamo la camicia squadrettata nel DNA: la figa del quartiere con noi non è mai simpatica, non è mai gentile, spesso non ci saluta e le rare volte che ci rivolge la parola lo fa squadrandoci dall’alto in basso con un ghigno misto di derisione e compassione, il tirarsela in Italia è un must per un certo tipo di donna e il fatto che sia anche simpatica viene preso come un atto di estrema disponibilità a cui non si è abituati.

    “Quasi esplodo quando mi dici: "Dai, vieni su da me che tanto non ci sono i miei." Io mi fermo a prendere una bottiglia perche' voglio festeggiare questa figata con te anche se forse non mi sembra neanche vero”.

    In realtà è lei che sta esplodendo per la puzza provocata dalla micidiale miscela: gomma dei tappetini nuovi, Habano parfume deodorant, arbre magique al cocco, after shave Ballestrero, così decide di portarlo a casa sua “che tanto non ci sono i suoi”. Qui emerge di nuovo la differenza figa-non figo. I genitori del non figo, che hanno trasmesso per osmosi al figlio la non figaggine durante la socializzazione familiare, non escono mai, non hanno vita sociale come i genitori del figo, le rare volte che escono lo fanno per andare da parenti o da colleghi di lavoro per occasioni particolari, lasciando al loro primogenito (perché il non figo è quasi sempre primogenito) la nonna o il fratellino in custodia. Il non figo non avrà mai casa libera, inoltre è cresciuto in un clima vittoriano che impedisce ai genitori di concepire che possa ogni tanto avere una qualche intimità diversa dalla defecazione. Lui si ferma a prendere una bottiglia di pessimo spumante in un bar notturno, a prezzo maggiorato, ancora ha la faccia da ebete perché non ha realizzato che la tipa è scesa dal piedistallo per regalargli questa uscita, tale faccia da ebete insieme a questa iniziativa così maldestra e demodé dello spumantino gli costerà, nel resoconto del giorno seguente, l’umiliazione con le amiche della tipa: “pensa un po’ s’è pure fermato a pijà una bottiglia la lu bar aci, che sfigato!” “Ma sai, ce so uscita per solidarietà, quannu je ricapita a quillu struppiu nantra occasiò del genere, pensa un po’ è stato tutto lu tempu a chiedemme perché so ‘scita co llui, nun se ne faceva proprio na raggiò, porello!”. Intanto mentre compra la bottiglia da un’occhiata a lei, che lo aspetta in macchina fuori dal bar, intenta a guardarsi intorno alla ricerca di qualche lontano conoscente che le dia il pretesto per darsela a gambe levate: “Ho incontrato Annalisa, un’amica delle elementari che non rivedevo da tanto tempo, ti dispiace se sto un po’ con lei e noi magari ci rivediamo prossimamente? Tanto il mio numero ce l’hai, vero che non ti dispiace, ciccio!?”(il tutto con la vocina da bambina)*

    E' incredibile abbracciati noi due un ragazzo e una ragazza senza paranoie senza dirci "io ti amo", "io ti sposerei" solo con la voglia di stare bene tra noi anche se soltanto per una sera appena.Sei un mito, sei un mito per me perche' vivi e non racconti in giro favole sei un mito, sei un mito perche' non prometti e non pretendi si prometta a te...”.

    E qui emerge prepotentemente tutta la limitata conoscenza dei casi della vita tipica del non figo, in questo caso convinto di aver trovato la donna disponibile a ricevere l’estremo oltraggio senza accampare richieste matrimoniali, ma lui non si chiede il perchè. In realtà lei, spinta dalla madre così sensibile alla promozione sociale della famiglia per mezzo della figlia bella e che non vuole che la sua discendente debba fare i sacrifici come li ha fatti lei, mira al figlio dell’industrialotto che produce il tipico amaro locale o grigliati in acciaio e lui per lei sarà solo un divertimento del sabato sera del quale presto si pentirà, ripeto: già qualche mese dopo lo saluterà con un altro nome. Ma lui è contento e coglionato, del resto è un non figo e deve accontentarsi. In fondo in fondo, però, qualche speranza se l’era fatta e i giorni dopo ripensandoci sarebbero scese delle lacrime, lacrime private e solitarie che non può dare a vedere perché è un uomo e gli uomini non piangono anzi, si vanterà di quella storia di puro sesso senza sentimenti con gli amici della “sala giochi Royal” di Viale Cesare Battisti a Terni.

    * Episodio realmente accaduto al sottoscritto con una ragazza di Bologna durante il periodo universitario. Ovviamente i giorni seguenti tentai di ricontattare, senza alcun esito, la tipa in questione. Il bello di tutta la scena fu l’espressione facciale, tra lo spaesato e l’allampanato, della cosiddetta “compagna delle elementari” coinvolta, suo malgrado, in quella pantomima.



    Pensieri e parole di kendostoe | 10:19 | commenti (20)