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domenica, febbraio 27, 2005
ATTRAZIONE FATALE Tra le conoscenze del Monsieurdosto c’è una strana coppia protagonista di una storia “d’amore” nata in una chat sulla quale, dopo un paio di anni abbondanti di conoscenza, non riesco a prendere una posizione. Lei è una ragazza portoghese di origini angolane, ha 25 anni, è venuta in Svizzera a seguito di una zia con l’intenzione di studiare all’Università, vive con questa zia e lavora part-time. Lui ha 29 anni è di famiglia italiana ma nato a Lugano, una volta in pensione i suoi genitori hanno deciso di ritornare nel loro paese di origine in Sicilia, lui è rimasto invece in Svizzera dove si è laureato in economia aziendale ed ora lavora presso un istituto di credito. Lui appartiene alla nostra grande famiglia dei non fighi, un ragazzo timido, grassottello, buono, simpatico ma ahimè l’incarnazione dell’ignavia, dell’incapacità di imporsi e di prendere decisioni, di dare direzioni definite alla propria vita, schiavo dell’abitudine e molto poco intraprendente. I due stanno insieme da diverso tempo. Lei vive una gelosia morbosa nei confronti di lui, un rapporto iper-possessivo fatto di tragedie quotidiane, lunghe e stucchevoli discussioni che si scatenano da questioni apparentemente banali, le rare volte che lui non esce in coppia con lei viene tampinato al cellulare, costretto a stare anche due ore al telefono e solo una sua mancata risposta è in grado di scatenare violente sceneggiate. Lui non è felice ma dato il difficile carattere e il precario equilibrio emozionale di lei non è in grado di terminare la relazione. Lei non si rende conto dell’infelicità del suo ragazzo e pretende di dare una certa ufficialità al loro rapporto, parla spesso di matrimonio, di richieste formali che lui dovrebbe avanzare alla di lei famiglia, di anelli di fidanzamento e di tutti i corollari della tradizione che portano alle nozze, lui si limita ad annuire senza molta convinzione più per evitare l’ennesima pesante discussione che per altro. Siamo di fronte ad una ragazza che vive un rapporto in maniera ossessiva e ossessionante da una parte e ad un ragazzo ignavo che subisce passivamente la vita e la relazione dall’altra, sembra di stare in un romanzo di Flaubert, quei romanzi fatti di umanità mediocre condannata all’infelicità dalla propria stessa mediocrità. Oggi ho parlato con lui e gli ho detto i miei punti di vista, che non lo vedo felice che magari meriterebbe qualcosa di diverso, lui mi ha risposto che spera sempre che lei cambi, che lui comunque prende la relazione senza impegno e che lei ha la madre in Portogallo che sta male, che ha troppe preoccupazioni e che non vuole aggiungere tragedia alla tragedia, lei ammette di non avere un carattere facile ma si rifiuta di guardare in faccia alla realtà e in questi giorni è tutta presa dai preparativi di un matrimonio che tutti sappiamo non avrà mai luogo (come se non bastasse dovrebbero sposarsi in Portogallo con una cerimonia religiosa e lui dovrebbe invitare tutti i suoi parenti). In un caso come questo è facile condannare tutto e tutti, dire che in fondo lei è una maniaca ossessiva e lui è un coglione e la verità non è in fondo molto distante, ma so che non è così facile. Tutti e due hanno le loro buone ragioni, le loro miserie e le loro nobiltà e sono in un certo senso schiavi di un qualcosa più grande di loro, vuoi per mancanza di lucidità e vuoi per mancanza di coraggio. Non riesco a prendere una posizione e sicuramente non è nemmeno necessario che mi faccia un’opinione e dica la mia su una faccenda così privata, ma è anche vero che non rientrando tutto ciò nelle mie esperienze dirette e non avendo mai scatenato ossessioni, non riesco nemmeno a dare una classificazione mentale alla cosa e onestamente sono molto preoccupato per loro due e per il loro subire gli eventi di una vita che sta prendendo direzioni da loro non volute. Mah!?
venerdì, febbraio 25, 2005
Un non figo d.o.c non dirà mai “ricordo con nostalgia gli anni del liceo” oppure “gran parte delle mie fidanzate erano…”. Ricordatevelo e diffidate di chi si professa non figo e pronuncia spesso queste frasi.
mercoledì, febbraio 23, 2005
IL PIU' GRANDE BEST-SELLER DEL 2005 Avrei pensato ad un soggetto intitolato “L’herba di Grace” ossia la storia di un disincanto, la fine dell’ingenuità e il duro impatto con il mondo per una giovane adolescente reduce da una cocente delusione: non essere diventata ricca vendendo integratori dietetici per una grande azienda di multilevel marketing. La giovane Grace, spinta dall’ambizione di emergere ad ogni costo e di sottrarsi alla monotona vita meschina che la attende nel suo paesino della bassa bergamasca, troverà in un annuncio di “secondamano” la sua possibilità di riscatto sulla quale porrà incondizionatamente tutte le proprie timide ma vitali speranze. Dopo un ottimismo iniziale, foraggiato dai depliant della multinazionale raffiguranti anonimi ragionieri o impiegati statali al fianco di lussuose fuoriserie, lo stato d’animo che prevarrà sarà quello di una cocente delusione quando comincerà a ricevere dinieghi, ad essere considerata invadente da parenti, amici e conoscenti e dopo essersi resa conto che tutti i compagni di scuola obesi che aveva contattato dopo tanti anni, nel tentativo di vendere i suoi integratori in realtà accettavano il suo invito ad uscire nella remota speranza di una sana giornata di sesso e non erano interessati ne agli integratori ne alle sue qualità umane Tale delusione la porterà dapprima ad un confronto tra vita reale, dalla quale ha perso oramai ogni contatto, e vita immaginata fatta di grosse automobili, frequentazione di ambienti esclusivi, shopping sfrenato nelle boutique alla moda, fama da vincente e della quale le convention dei venditori della grande multinazionale rappresentano una squallida pantomima e una vuota rappresentazione che sfuma nel giro di un attimo. Tale discrasia la porterà dapprima alla disperazione poi ad uno spettacolare suicidio gettandosi nel falò dei depliant e dei gadget dell’azienda, simbolo del bruciare dei suoi sogni di carta. Barbara Palombelli: leggete tutti il romanzo di Monsieurdosto, uno struggente spaccato della nostra società e del nostro vissuto di ragazze liberate che non si accontentano più di un "impiegato statale, anche lieve difetto fisico" ma che sono diventate esigenti e soprattutto vogliono costruire il loro successo personale. Nella morte di Grace c'è la morte delle speranze di noi ragazze quando impattiamo contro una società che non aiuta quelle che come me sono delle giornaliste-mamme. Commovente. Fausto Bertinotti: un libro che rilancia la necessità di una sinistra antagonista contro le facili illusioni e il miraggio della ricchezza che ci viene propinato dalla società capitalista. Sono le prime reazioni a caldo dopo una lettura del best-seller.
IL LOCALINO "ESCLUSIVO" Tra le cose che odio, anzi forse la cose che odio di più, ci sono le discoteche con selezione all’ingresso e siccome quando il Monsieurdosto non sopporta una cosa tende ad essere netto e a non negoziare, chi sta con me deve sapere che non entrerò mai più in un locale del genere, con mia moglie ho fatto patti chiari e lei ha accettato, pensandola come il sottoscritto (che uomo fortunato). Diciamo che in passato potrei anche aver avuto delle esperienze in questo tipo di discoteche, in certi locali che magari stavano a Narni Scalo (Tr) davanti agli stabilimenti dell’Elettrocarbonium o a Molinella (Bo) in mezzo alla campagna appena concimata, ma volevano darsi quel tocco e quella pretesa di esclusività facendo vedere che comunque avevano clientela selezionata e di un “certo livello”. Bisognava vestirsi bene, ma chi era colui che decideva se eri vestito bene o no e se avevi un abbigliamento consono alla frequentazione del locale? Il direttore di Vogue America? Qualche magnate di una casa di alta moda? No, in genere si trattava di un anello di congiunzione tra l’uomo e il bovino con la t-shirt anche di inverno, la scarpa a punta, l’anello al mignolo e il pantalone di pelle nero, insomma un bell’esempio di eleganza, o nell’alternativa femminile l’emulazione di una lucciola ucraina o di un viado brasiliano con la sola variante di essere umanamente meno interessante. Ciò che ancora oggi mi stupisce è il vedere come la gente accetti di buon grado ogni tipo di umiliazione pur di entrare nel novero dell’esclusività data dalla frequentazione di questo o di quel locale. Accettano di fare ore di fila tra la calca, l’indesiderato contatto fisico, le gomitate, il freddo, il sudore, magari per sentirsi rifiutare l’ingresso da uno dei due tipi umani sopraccitati e poi, se l’ingresso non viene rifiutato, si passa una serata tra musica commerciale a volume assordante, muri bianchi, long drink venduti a prezzo da furto. Sono forse marziani? Sono degli alieni che vivono solo il sabato notte? No. Sono gli stessi mostri che improvvisano comizi ogni qualvolta devono far la fila alle poste lamentando l’inefficienza degli uffici pubblici, “che loro non han mica tempo da perdere”, “che pagano le tasse e pretendono servizi efficienti” (vorrei vedere poi la loro efficienza sul loro posto di lavoro, il loro senso civico e soprattutto come pagano le tasse…). Coloro che riempiono di ingiurie l’impiegato dell’anagrafe a cui si è rotto il terminale o che si lamentano a voce alta quando non sei abbastanza rapido, alla cassa del supermercato, nel riporre la tua spesa nei sacchetti di plastica, facendogli perdere così trenta secondi del loro preziosissimo tempo ma che nel contempo descrivono come “favoloso” o “da sballo” un sabato sera passato in fila in piedi per bere un cocktail finto-tropicale in un bar trendy o per attendere l’ingresso in una qualsiasi discoteca di Busto Arsizio. Nella mia non figaggine non capirò mai…
martedì, febbraio 22, 2005
COLLEGHI DA ELIMINARE Credo che in ogni ambiente lavorativo che si rispetti esista la figura del o della collega che passa le giornate inviando “spassosissimi” allegati via e-mail. Li riceve da chissà chi e li smista a tutte le caselle di posta elettronica aziendali comprese quelle dei consiglieri di amministrazione e del mega direttore galattico, accompagnate da commentini del tipo: “Questa è fortissima”; “Da non perdere assolutamente”; “Bellissima”; “Per risollevarti la giornata”; “Per farti un po’ riflettere”. L’e-mail in genere contiene barzellette che ho ascoltato per la prima volta durante il primo governo Craxi, animazioni pesanti alcuni megabyte o presentazioni Power Point contenenti le succitate barzellette o storielle finalizzate ad un’ aforisma o a un consiglio di moralismo spicciolo vagamente new age, l’ultimo era “ama il prossimo tuo come te stesso” cosa che se fosse davvero successa già sarei stato protagonista della trasmissione “mangiatori di uomini” o di un’intervista dal carcere di Enzo Biagi. Oramai, quando ricevo di queste cose, vedo il mittente e l’oggetto e capisco immediatamente che si tratta di una stronzata da cancellare senza nemmeno leggere. In passato ricevevo anche delle catene di Sant’Antonio che avevano lo scopo di salvare da malattie di vario genere bambini invalidi di genitori divorziati di tutto il mondo, fortunatamente non ne ricevo più da quando ho minacciato il mittente di morte violenta in una e-mail di risposta. Oggi è stata la volta del calendario elettronico, ossia un’email generata automaticamente da un irritante sito web che ha l’irrinunciabile scopo di farti ricevere in automatico una cartolina elettronica di auguri nel giorno del tuo compleanno. Ho rifiutato più volte la stessa e-mail e proprio oggi ho ricevuto il quinto avviso che mi invita ad inserire la mia data di nascita. Temo che questi avvisi andranno avanti all’infinito. Ecco come nascono i serial-killer negli ambienti di lavoro.
lunedì, febbraio 21, 2005
PORTUGAL In Portogallo ha vinto Josè Socrates, il Partito Socialista ha la maggioranza assoluta del parlamento ed anche le altre due formazioni di sinistra hanno riscosso un’ottima affermazione. Ha perso il centro-destra di Barroso (attuale presidente della Commissione Europea, ex militante di estrema sinistra convertito al neo-liberismo, una sorta di Paolo Liguori portoghese) e Santana Lopes nonostante l’appoggio della chiesa cattolica e una campagna elettorale tutta spesa sul pettegolezzo, insinuando sulla presunta omosessualità del leader socialista alla quale spesso hanno volgarmente contrapposto la fama da “sciupafemmine” e da “uomini veri” di alcuni membri della loro coalizione, tentando di affermare i più retrivi valori cattolici e sventolando i successi calcistici di Santana Lopes quando era alla presidenza dello Sporting Lisbona (non vi ricorda tanto qualcuno?) il tutto per distogliere l’attenzione su tre anni disastrosi di governo e sui reali problemi di un paese in cui sembra terminata la spinta propulsiva degli anni ’80 e ’90. Da una parte esprimo soddisfazione per una netta affermazione delle forze di sinistra, soddisfazione però in parte mitigata dalla natura moderata di Josè Socrates che per sua stessa ammissione “guarda più a Blair che a Zapatero” e che in sede di campagna elettorale ha toccato solo marginalmente e senza troppa convinzione i grandi temi laici. Speriamo che non sia, per la sinistra europea, un’altra occasione sprecata.
sabato, febbraio 19, 2005
EGOCENTRISMO Sono alcuni giorni che noto nei blog, nei forum e nei siti di “incontri” che molte donne italiane (direi un 50%) che frequentano questi luoghi virtuali amano definirsi “egocentriche”. Ciò che è peggio è che queste donne vantano il loro egocentrismo come se fosse una pittoresca qualità positiva invece che un loro irritante e insopportabile modo di essere. Inutile dire che anche questo è un fenomeno antropologico tipicamente italiano. Mah!?
giovedì, febbraio 17, 2005
I LIBERALI-LAICI DE NIANTRI Dopo una breve disquisizione di politica svizzera direi che mi sembra il caso di ritornare alle altrettanto miserabili vicende italiane. Ho perso ogni stima e rispetto nei confronti dei radicali, trovo semplicemente irritante il loro meretricio di questi giorni tra centro-destra e centro-sinistra in attesa di chi offre di più in termini di poltrone e di potere, dandosi all’antico gioco italiano dell’opportunismo e comportandosi da eterne incerte Luise Rossi della politica. Ho sempre sostenuto l’idea che il partito radicale rappresentasse ciò che in Italia è sempre mancato: una destra laica, liberale e decente, degli avversari con i quali poter collaborare, costruire o anche solo andare a prendere un caffè, ho appoggiato anche attivamente il comitato Luca Coscioni, le loro battaglie per la libertà di ricerca, contro la legge sulla procreazione assistita, e loro che ti fanno? Stanno tentando di spartirsi la torta alleandosi con chi ha reso l’Italia una sorta di Iran cattolico, con chi ha portato il paese su posizioni retrograde ed antistoriche, con i fascisti, con la peggior destra cattolica, con chi spara quotidianamente contro la loro grandissima conquista della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, il tutto per qualche assessorato regionale in più e, intanto, strizzando anche l’occhiolino a sinistra. Non voglio più sentire parlare di grandi principi laici da chi da una parte lotta contro la legge sulla procreazione assistita e dall’altra si allea con chi ha partorito questa orrenda normativa. Ti ricordi Pannella i tuoi bei discorsi contro la partitocrazia, contro i partiti divenuti macchine di potere? Purtroppo anche tu hai fatto la stessa nauseabonda fine. Come sempre. Come tutti.
mercoledì, febbraio 16, 2005
PRIVATO (NON) E' BELLO 5184,60 Franchi Svizzeri pari, al cambio attuale, a 3345 Euro. E’ la cifra che è stata spesa in casa Dosto negli ultimi due giorni per l’affitto della Maison Dosto, il premio quadrimestrale della cassa malati (assicurazione sanitaria) e utenze varie; cifra alla quale vanno aggiunti i non irrilevanti effetti psicologici dovuti all’aver speso questa ingente somma senza ritrovarsi nulla di tangibile in mano. “Si rende necessaria una drastica riduzione delle spese superflue” è la laconica dichiarazione del Ministro del Bilancio nonché despota illuminato Monsieurdosto. Il dito viene puntato contro l’elevata spesa sanitaria, alla quale andrebbe aggiunta un’ulteriore franchigia di 400 Franchi Svizzeri a testa qualora qualche componente di casa Dosto dovesse necessitare di far ricorso alle cure del sistema sanitario elvetico. Il ministro lancia altresì un severo monito a tutti coloro che sostengono la privatizzazione del sistema sanitario nazionale nei paesi dove esso vige: “la sanità pubblica è un patrimonio incommensurabile che va difeso in tutti i modi, sarebbe una rovina lasciare lo stato sociale in mano ad imprese e compagnie di assicurazione senza scrupoli, attente solo ai loro profitti, che aumentano i premi anche del 10% l’anno” e ai cittadini e alle autorità politiche della Confederazione “Invito tutti a sostenere e a dare il proprio voto favorevole all’iniziativa per una cassa malati unica e sociale e a lottare per l’istituzione di un servizio sanitario pubblico”.
lunedì, febbraio 14, 2005
FAUNA LONDINESE Il fascino di Londra sta, più che nell’architettura, nell’impressione di stare in mezzo a qualcosa di mobile, di energico, di sentirsi in un certo senso in un “centro” o almeno questa è la cosa che nota uno come me abituato a vivere da sempre nelle periferie del mondo. Ogni volta che vado ho anche l’impressione di stare all’interno di una sfera di vetro di quelle con la neve che vengono vendute come souvenir, tutto ha un che di artificiale. Penso che in realtà l’Inghilterra con il suo spirito fortemente anti-europeista sia molto distante dalla cosmopolita Londra, non ho esperienze dirette per dimostrare la cosa ma più di una fonte mi dice che è così. La cosa nuova che ho notato stavolta sono stati gli immigrati, in particolare gli immigrati italiani. Innanzitutto Londra è stracolma di italiani di tutti i generi e di tutte le età. Lasciamo stare per un momento i ragazzi che si trovano li per studiare l’inglese e prendiamo in esame coloro che sono invece a Londra per lavoro. In genere sono sempre venuto a contatto con due realtà di immigrati italiani (ma non solo italiani): un’immigrazione “povera” fatta di persone poco istruite che vanno all’estero per fare lavori umili e comunque di manovalanza e un’immigrazione “intellettuale” figlia della spesa in ricerca e sviluppo più bassa d’Europa, la cosiddetta fuga di cervelli. In tutti e due i casi la scelta di andare in un altro paese è stata dettata dalla necessità di promozione sociale, dalla volontà di “andare a stare meglio” e di concedere un avvenire migliore a se stessi e alla propria famiglia. Queste regole valgono ovunque ma non valgono a Londra. Nella capitale del Regno Unito abbiamo un terzo tipo di immigrato tutto particolare: L’immigrato intellettuale o comunque con un livello culturale medio-alto che va a stare peggio di come potrebbe stare nel paese di origine. Questo tipo di immigrato è spesso un laureato che svolge lavori umili e sottopagati presso ristoranti italiani, imprese di pulizie, pizzerie al taglio, negozi di abbigliamento o fast food delle grandi catene internazionali, talvolta alle dipendenze di manager indiani o nigeriani. Vive pagando prezzi da furto che si aggirano attorno ai 600 euro mensili (quando va bene) in micro-camere ammobiliate con i servizi igienici in comune con altri 6-7 inquilini e come da tradizione inglese senza bidet, si muove con i mezzi pubblici (tanto efficienti quanto costosi) e ovviamente può giusto consentirsi gli standard minimi di sopravvivenza dato il costo della vita londinese. Insomma mantiene uno standard di vita che se qualcuno glielo avesse proposto nella madrepatria di sicuro lui lo avrebbe preso a calci nel culo. Mi verrebbe da dire “cosa non si fa pur di non rimanere alla periferia delle cose”. Onestamente non ho mai visto nessuno in Italia abbassarsi a questi livelli, nemmeno tra gli studenti bolognesi; ma siccome fa molto figo ed è molto fashionable dire “Vivo a Londra” vedi gente disposta a qualsiasi sacrificio. Poi magari in Italia, la stessa gente, appartiene a quale novero di persone che “certi lavori non li fanno più e li lasciano agli immigrati”. Io resto dell’idea che le metropoli sono meravigliose solo se non ci devi poi lavorare.
mercoledì, febbraio 09, 2005
CUORE DELLA SOCIETA' Come ho già avuto modo di dire in svariati post precedenti io mi incazzo ogni qualvolta i politici dicono che la famiglia è il cuore della società e che bisogna far di tutto per sostenerla. La famiglia per il sottoscritto è stata fonte delle più grandi frustrazioni e solo il fatto che io abbia abbandonato precocemente e in maniera definitiva, salvo qualche periodo in estate e nelle soste dell’anno accademico, la mia casa d’origine, è stata la scelta che più di ogni altra mi ha salvato. Come sono stati i rapporti con i miei? Purtroppo non ho mai avuto un bel rapporto con mia madre, non c’è che dire. Ho ricevuto un’educazione spesso immotivatamente severa, ero un bambino a cui veniva proibito tutto salvo poi lamentarsi e far notare la mia diversità e la mia imbranataggine, ovviamente quando tentavo una cosa ero sempre quello che non riusciva a priori, ero il caso clinico nelle discussioni familiari, per mia madre ero “asociale”; “imbranbato”; “non avevo voglia di fare un cazzo”; “incapace di mantenermi le amicizie”; “strano”; “malato di mente”. Sono stato costretto fino alla soglia della maggiore età a prendere parte al rituale delle ferie in montagna e delle domeniche al mare, ovviamente se provavo a manifestare il mio rifiuto e la mia necessità di raccoglimento erano discussioni dure. Per le più banali sciocchezze mia madre era in grado di tenermi il muso e non parlarmi anche per settimane, se non lamentandosi a voce alta tra se e se o con mio padre facendo in modo che io sentissi. Queste cose le ho sempre trovate particolarmente irritanti e ora che sono un papà fanno parte del mio personalissimo manuale del come NON essere un buon genitore. Non ho mai subito ne percosse ne maltrattamenti fisici e a sentire le cronache forse posso ritenermi fortunato per questo. I migliori ricordi li ho legati a mio padre: da bambino mi portava a vedere la Ternana allo stadio, al luna park, sulle autoscontro ma nella sua sostanziale simpatia, bonarietà e estrema tranquillità aveva quella ignavia e quella mania di delega di tutte le incombenze domestiche ed educative tipiche dell’uomo del centro-sud. Non ha mai avuto autorità e autorevolezza nel decidere la mia educazione e soprattutto non l’ha mai voluta avere, era ignavo, lento, pigro. Scherzando ogni tanto dico che il suo motto è “non fare oggi quello che puoi far fare domani”. Ho anche un fratello che, prima di andare a vivere nei villaggi senza acqua corrente, energia elettrica e altre forme di comodità e di andare a cagare nelle latrine del Togo e del Ghana o di altri luoghi dell’Africa e dell’America Latina, era quanto di più integrato nella cultura giovanile di provincia. Innanzitutto mio fratello è sempre stato, al mio contrario, molto bello, alto quasi un metro e novanta, capelli neri corvini e occhi azzurri, riusciva bene nello sport, andava per bar e discoteche, era sbruffone, modaiolo, fashion victim, strafottente, faceva a pugni, aveva successo con le donne, per un periodo è stato anche fidanzato con la figlia di un ricco e porco industriale di merda che aveva fatto le sue ricchezze sul lavoro nero dei prepensionati e cassintegrati delle acciaierie, grazie alla connivenza di politici e funzionari locali e ciò rendeva mio fratello l’orgoglio della famiglia. Io ero grasso, non avevo cura di me e non avrei mai avuto ne la grinta, ne i successi, ne il fascino di mio fratello, mi veniva ripetuto con cadenza quasi quotidiana. Avevo una nonna meravigliosa, l’unica persona che capiva la mia diversità, l’unica persona che aveva fiducia nel sottoscritto. Quando stavo con lei mi erano consentite tutte quelle cose che, durante l’infanzia, mi venivano proibite a casa: uscivo dopo cena e alle telefonate materne lei si inventava che stavo dormendo, mi reggeva sempre il gioco, era sempre pronta a capirmi e a giustificarmi, parlavo con lei molto a lungo, mi raccontava della sua vita da operaia, di quando durante la guerra si nascose tra la vegetazione in riva al Nera mentre i tedeschi razziavano il possibile e la luna illuminava a giorno, di quel militare inglese che aveva aiutato e che le veniva rievocato da tutta la popolazione giovanile di Terni. Ero il nipote prediletto, le raccontavo vita, morte e miracoli. Mi comprò, tra le tragedie familiari, il motorino (mio fratello ebbe a 13 anni uno scooter ultimo modello senza tragedia alcuna). Quando ripartivo per Bologna non c’era mai volta che non mi facesse trovare la sua borsa delle provviste o che non mettesse di soppiatto nel mio giaccone una busta con dei soldi. E’ morta mia nonna, se n’è andata. In quella che era la sua camera da letto c’è ancora attaccata allo specchio una mia foto in bianco e nero di quando ero bambino e una del giorno della laurea. Conserva ancora nel “cassetto delle meraviglie” tutti quelli che sono stati i miei giocattoli, lo stesso cassetto dove mi faceva trovare “casualmente” la confezioni di nutella e di marmellata. Non ha fatto in tempo a conoscere il suo pronipote, ha fatto però in tempo a conoscere Carla, a parlare a lungo con lei, a insegnarle a fare gli struffoli e le polpette di melanzane e a dirmi che sarebbe stata la donna della mia vita. Quando è morta presi la macchina e mi feci il viaggio da Lugano a Terni in lacrime. Pochi giorni dopo i componenti del suo “cuore di società” si sarebbero scannati attorno alle poche proprietà che aveva lasciato dando luogo ad una faida familiare degna della migliore cinematografia. Che cosa ha voluto dire vivere in una famiglia così? In fondo la mia è stata una famiglia come tante altre le cui versioni patinate e stereotipate si vedono nei film di Muccino. Era ed è una famiglia italiana media, un’istituzione che in Italia è cresciuta a dismisura quasi come se avesse una qualche malattia dell’ipofisi, un corpo sociale intermedio colpito da neoplasia. Sono sempre stato dell’opinione che in Italia le famigliole felici le trovi solo negli spot del mulino bianco, nelle situation commedy e nell’immaginario dei politici. Vivere in famiglia per me ha voluto dire vivere anni ed anni con la “sindrome dell’isola” (l’idea di essere solo contro il mondo) conoscere, soprattutto dopo che me ne sono andato (scelta ovviamente mai condivisa e appoggiata e per la quale sono stato sottoposto ad ogni forma di ricatto morale) quel sentimento fatto di rancore latente, di aggressività che poteva scoppiare da un momento all’altro per i motivi più futili e che nelle sue degenerazioni porta molti “cuori della società” a finire nelle prime pagine dei giornali italiani. Ma mi ha anche insegnato a poter contare sulle mie forze, ad essere anche orgoglioso di me stesso e a guardarmi allo specchio dicendo che forse quell’uomo riflesso, con la panza trabordante, la camicia fuori moda e la cravatta da fuorigioco non cambierà mai il mondo ma le sue scelte coraggiose le ha fatte sostenendo anche il peso delle loro conseguenze. In un mondo di persone che si sentono anticonformiste solo per il fatto di portare la kefiah o di avere i capelli blu, di trentenni “rivoluzionari telematici” che raccontano la loro vita da leoni trascorsa senza mai scendere a compromessi con il mondo e con gli altri, che dicono che mollerebbero tutto e che cambierebbero il mondo da dietro il monitor del pc con intorno i poster delle squadre di calcio e dei take that nelle loro camerette, di “io andrei a vivere da solo ma la flessibilità del mercato del lavoro e il prezzo degli affitti…”, di “me ne vado di casa quando trovo l’uomo/la donna giusta comunque in occasione del matrimonio”, forse un Monsieurdosto può anche sentirsi orgoglioso di se stesso e in un certo qual senso rivoluzionario.
martedì, febbraio 08, 2005
ROMANTICISMO FORTUITO La prima volta che vidi mia moglie Carla fu all’aeroporto di London Stansted poco più di 6 anni fa, tutti e due eravamo di ritorno da un breve soggiorno nella capitale del Regno Unito e aspettavamo il nostro volo Ryanair che ci avrebbe riportati in Italia. “La vita è l’arte dell’incontro” diceva il poeta brasiliano Vinicius de Moraes ed effettivamente quell’incontro e tutto ciò che ne è derivato ha cambiato radicalmente la mia vita. Chiudo questa stomachevole premessa autobiografica per dire che Venerdì 11 sarò a Londra e rientrerò Lunedì 14 sfruttando un volo Ryanair (gran cosa questa compagnia) a 35€ a testa comprese tasse aeroportuali. Ieri mia moglie mi faceva notare la bellezza del mio gesto di portarla, nel giorno degli innamorati, nel luogo dove sei anni fa ci siamo visti per la prima volta e di come, dopo tutto questo tempo che stiamo insieme, sia ancora capace di stupirla con queste iniziative improvvise e con questi gesti di grande valore simbolico. In realtà il mio proponimento era quello di visitare il British Museum e la National Gallery e di passare qualche giorno a Londra. Solo ieri, grazie a mia moglie poi, ho pensato al risvolto rievocativo e romantico di questo viaggio che è stato, comunque, assolutamente al di fuori dei miei propositi. Ovviamente non ho detto tutto ciò a Carla, non voglio assolutamente rompere la magia che nasce dal credere di avere un marito da libro Harmony, invece di un patetico, grasso e distratto non figo dal romanticismo fortuito, al proprio fianco.
lunedì, febbraio 07, 2005
ESPERIENZE CHE HANNO FATTO UN MONSIEURDOSTO/8. (A)SOCIALITA' A stratificare ulteriormente la mia condizione di non figo ci si è messa anche e soprattutto una mia naturale tendenza alla solitudine e i numerosi momenti e gli interi periodi della vita passati nel più totale isolazionismo e raccoglimento. Ho quasi sempre evitato le compagnie stile oratorio, i ritrovi al bar e soprattutto i sabati sera passati nei locali dove si andava a "vedere gente" o a testimoniare al mondo la propria presenza. Sarei stato benissimo a casa da solo a leggere e a scrivere se non fosse stato che il mondo attorno a me mi considerava quantomeno "strano" dove la stranezza è vista nelle sue componenti di patologia psichiatrica, per questa mia mancanza di socialità. Mia madre in particolare utilizzava questa mia diversità come argomento principe con le sue amiche, arrivando a combinarmi dei del tutto non richiesti incontri con i loro figli e soprattutto inserendomi all’interno delle discussioni, familiari e non, come termine di paragone negativo e solo per sottolineare la mia stranezza. "Ma non ci vai mai a ballare come tutti gli altri?"; "Ma te ne stai sempre con quei cavolo di libri chiuso dentro la tua camera?" sono frasi che mi sono state ripetute sull’ordine delle migliaia di volte, "abulico"; "asociale"; "strano"; "patologico"; "cattivo"; "antipatico" erano gli aggettivi che venivano più spesso avvicinati al mio nome. L’andarmene di casa a 19 anni è stato dettato più che da motivi di socialità da ragioni strettamente legate a questa necessità di solitudine, infatti non ho mai amato nemmeno la socialità degli studenti fuori sede. Il risultato di questo beato isolamento, che io invece amo definire alterità e diversità di interessi, è stato che già a 22 anni me la cavavo bene con le lingue straniere, avevo letto tutti i libri di Dostoevskij, di Flaubert e della beat generation, "il capitale di Marx"; "i quaderni dal carcere di Gramsci" e tutta un’altra serie di cose, e ovviamente una serie infinita di paranoie, neurosi, turbe mentali e scompensi affettivi come rovescio della medaglia. Sia chiaro, in realtà nella mia vita sono entrato in contatto con un sacco di persone, frequentavo le sezioni dei partiti di sinistra e parlavo a lungo con gli anziani ex-partigiani e militanti operai, ero molto spesso nella biblioteca comunale, come potevo viaggiavo, andavo a conoscere paesi stranieri, ad approfondire le lingue, passavo spesso le estati lavorando, andavo ai concerti; ma non ho mai fatto niente di tutto ciò inquadrato in una mega compagnia, sempre da solo o tutto al più insieme ad isolati elementi riconducibili all’area del non fighismo ternano o universitario bolognese. Quello che mi rifiutavo di fare era tirare calci ad un pallone nel campetto vicino casa, andare in giro per pub e discoteche, partecipare agli eventi, i maxy-campeggi, e soprattutto andare "dietro alle ragazzine" e difenderle a pugni se qualcuno le guardava in discoteca insomma, quello che mia madre e gli altri riassumevano con il verbo vivere. Ogni tanto e sempre malvolentieri "vivevo" anch’io, un po’ perché a forza di sentirmi dire che ero malato di mente mi ero convinto in fondo di esserlo veramente; un po’ perché qualcuno, mosso da indesiderata e malposta compassione, decideva di invitarmi e sarebbe stato maleducato dire sempre di no o spiegargli che in realtà stavo bene così e giudicavo questo mio stile di vita più completo ed appagante rispetto al loro (tanto nessuno mi avrebbe creduto). In quelle occasioni pontificavo sui problemi politici del mondo ad una platea di persone che valutavano la qualità della vita di una città sulla base del numero di locali notturni presenti nel suo territorio (le famose 2 discoteche e 106 farmacie del grande Max Pezzali di "con un deca") e per le quali anche se arrivavano al potere gli ayatollah poco sarebbe cambiato e soprattutto partecipavo ai riti collettivi. Prendendo per esempio le estati passate a Terni nel periodo dell’Università la cose si svolgevano così: appuntamento alle 21,30 presso il bar-sala giochi punto di ritrovo della compagnia, attesa ingannata giocando con i videogames o bevendo le solite Becks o Ceres, verso le 22,15 squillava il cellulare dei pochi ragazzi "accoppiati" ed era il segnale che le loro maestà imperiali erano pronte per l’uscita del sabato sera e loro dovevano andarle a prendere a casa rigorosamente in macchina, alle 22,30 arrivavano le maestà imperiali accompagnate dai cavalier serventi, un gruppo di ragazzette che si atteggiavano a dive di Hollywood e che con il loro arrivare in ritardo e atteggiarsi da vamp (segnali, secondo il sottoscritto, di villania e maleducazione tout court) davano luogo ad una delle innumerevoli irritanti manifestazioni di "femminilità" inevitabili in quasi ogni esemplare di donna italica e dai cui modi e discorsi emergeva tutto il loro spessore e tutta la loro "apertura mentale" di donne ternane di quartieri nominati Borgo Bovio, Campitello, Boccaporco; Cecalocco, Battiferro, e tutto il loro fascino pari a quello di un piatto di cavoli lessi sconditi, ovviamente il look, frutto di ore di maquillage, ripensamenti, isterie e immeritate attese, consisteva in qualche capo rigorosamente di moda e che portavano rigorosamente tutte quante. Le maestà imperiali si prodigavano subito in belati e gridolini, si abbracciavano tra loro facendo dei complimenti talmente ostentati da apparire quantomeno sospetti, fingendo una calorosa amicizia, squadrando l’abbigliamento. Noi uomini invece continuavamo le partite a Virtual Stricker o a parlare della Ternana o di auto o a decidere dove andare. Dopo varie e spesso animate discussioni si sceglieva di andare o al pub finto-irlandese o alla solita discoteca, scelta quasi mai gradita dalle maestà imperiali (quel tipo di donne dietro alle quali, per essere considerato normale, avrei dovuto sbavare e prodigarmi in favori e servigi e che in televisione dicevano essere le migliori del mondo) che comunque se ne guardavano bene dal proporre le loro valide alternative per la serata o le proponevano un paio di ore oltre il tempo massimo ("se andavamo li siii che mi sarei divertita!") e si limitavano a far mangiare la loro dose di merda agli sventurati morosi aggiungendola alla già non modica quantità che i tipi avevano avuto da insegnanti, capi reparto, imprenditori e genitori durante la settimana. Sia al pub che in discoteca era impossibile dialogare a causa del volume della musica, ogni tavolo e ogni capannello erano oasi impenetrabili, alcuni membri della compagnia si prodigavano in timidi approcci verso donne "basta che respirino" che in genere oltre che delle facoltà respiratorie erano dotate di una tale autostima da farle essere convinte di meritare di più e da farle respingere questi approcci con sdegno, ogni tanto da qualche incauto approccio con ragazze già accoppiate nascevano risse e cazzottate. Ogni volta che sento dire da qualcuno che l’esperienza mediata dalla letteratura, dall’ascolto solitario di musica e dal pensiero è simbolo di disadattamento e che sento esaltare l’esperienza non mediata data "dalla vita vera", intendendo per vita vera le cose che ho elencato, ripenso a tutta questa serie di serate inutili e fuffose della mia esistenza e mi verrebbe voglia di mandarlo amabilmente a fare in culo.
domenica, febbraio 06, 2005
Avevo scritto un post in onore del grande Luigi Tenco ma simpaticamente si è perso nei meandri di Splinder.... Provvederò.
venerdì, febbraio 04, 2005
ELEZIONI VIRTUALI Sembrerebbe essersi finalmente consumata la burletta delle prime “elezioni democratiche del nuovo Iraq liberato” quella cosa per la quale si sono scomodati nuovi concetti quali quello di guerra preventiva. Dopo essersi dimenticati delle armi di distruzione di massa e dei collegamenti tra il regime di Saddam Hussein e le stragi dell’11 settembre, sembrerebbe che l’esportazione della democrazia sia stata la causa prima della seconda guerra del golfo (si discute tanto di dopoguerra ma ancora non si sono capite bene le cause che hanno innescato il conflitto). Che poi questa democrazia consista in elezioni virtuali, con candidati anonimi e non collegabili per “motivi di sicurezza” ad alcun partito o ad alcuna lista elettorale e senza un vero contraddittorio è un particolare di poco conto, così come è un particolare di poco conto che l’affluenza sia stata attorno al 50%, praticamente la popolazione irachena ha dimostrato lo stesso entusiasmo che hanno dimostrato gli svizzeri nella votazione contro la costruzione degli inceneritori a griglia, un po’ pochino per delle elezioni definite epocali e per le quali si sono sprecati un mucchio di aggettivi e di dichiarazioni quantomai fuoriluogo. Ovviamente anche i dati definitivi sull’affluenza alle urne e i risultati elettorali non si sapranno mai, sempre per i soliti “motivi di sicurezza” e resteranno anche essi virtuali. Uniche cose reali: i 100.000 morti durante le operazioni di “esportazione della libertà e della democrazia”, i 36 morti durante le operazioni elettorali, un paese diviso e nel bel mezzo di una guerra civile, una parte significativa della popolazione irachena, la minoranza sunnita, priva di ogni forma di agibilità politica, i gongolanti proclami di tanti maggiordomi di casa Bush con l’aggravante della buona fede e un paese che farà certamente la fine dell’Afghanistan: tra poco, nei media occidentali, non se ne parlerà più e tutto sarà risolto. L’appuntamento è per la prossima ingerenza umanitaria.
giovedì, febbraio 03, 2005
SOLIDARIETA' AGLI OPERAI DELLE ACCIAIERIE DI TERNI “Lu magliu se n’è andato e non ritorna più, fortuna che è arrivato lu compare Krupp, insieme alla cordata ce sta pure Falck, con Riva e Agarini l’han comprata già, ricordo da Bardasciu la sirena, svegliava la ppe casa ce facea struzzà, partiva co la bicicletta l’operaio, lu botto de lu magliu lo fa pedalare, dimmi come mai ce sta il tedesco in Viale Brin, quella bandiera noi l’avemo già strappata giù da li, ma che te arporta la capoccia, erano amici de lu boccia, ce bombardavano l’americani, sti boia de villani, la ternitudine, la ternitudine, la ternitudine…. Emo lavorato poi come somari, ricostruendo tutta quanta la città, lu salto delle marmore poi ci aiutò e semo annati avanti finalmente a mo’ l’acciaio è cosa seria nun ce poi scherzà, e tutta l’Umbria emo messo la lavorà, anche lu perugino ci ha da ringrazià sennò le zolle stava ancora a svorticare…” (Altoforno, la ternitudine) Dal 7 febbraio 380 dipendenti della Thyssen Krupp Electric Steel di Terni saranno in cassa integrazione a zero ore, 61 anni fa gli operai delle acciaierie e i cittadini di Terni scrivevamo una delle pagine più gloriose della Resistenza, una rivolta degli operai scacciava i nazisti dalla città, nasceva il primo governo provvisorio e la prima esperienza di autogestione, la città subiva 189 bombardamenti da parte delle forze “alleate” e gli operai difesero eroicamente gli stabilimenti della allora società Terni e il futuro della comunità a costo di migliaia di vite umane, poi per i governi della Repubblica siamo stati dei pericolosi comunisti da combattere con la dura repressione della fine degli anni ’40 e dell’inizio degli anni ’50. Anche stavolta, come tanto tempo fa, siamo soli contro tutti: contro la Krupp, contro un governo compiacente con le strategie delle peggiori multinazionali dinnanzi alle quali si dimentica spesso e volentieri l’interesse nazionale, contro un leader dell’opposizione che mi toccherà anche votare turandomi il naso, la bocca e gli occhi e scollegando il cervello e soprattutto il cuore, autore della più sciagurata delle privatizzazioni, contro le regole del “libero mercato” e del pensiero unico neo-liberista. Anche stavolta però dovranno fare i conti con l’orgoglio dei ternani, anche stavolta quegli operai trattati come birilli difenderanno la nostra fabbrica e il nostro futuro con lo stesso coraggio di 60 anni fa e anche stavolta, spero, si sconfiggeranno i fascisti e sapremo di nuovo rialzarci orgogliosi di noi stessi e della nostra storia. Forza ragazzi, in queste ore drammatiche il Monsieurdosto è con voi.
mercoledì, febbraio 02, 2005
IL NON FIGO NEL CINEMA. AMICI MIEI Ieri sera ho rivisto dopo tanto tempo l’atto secondo dell’immortale capolavoro “Amici miei” bellissimo film, fatto di quella comicità che percorre in equilibrio il sottile filo che la separa dalla tragedia ed è proprio in questo sottile equilibrio che troviamo la grandezza della cinematografia comica italiana, che nel caso di “Amici miei” sta nel parlare di una stagione della vita di confine, la fine della giovinezza con i suoi ultimi sussulti e l’inizio della vecchiaia. Il farti fare amare risate su temi quali la morte, la povertà, l’abbandono e la malattia è segno, senza ombra di dubbio, di grande genialità e di una sostanziale riuscita dell’opera. La comicità non è solo clownesca e questo andrebbe spiegato a molti registi e sceneggiatori di oltreoceano e a quei distributori che invadono le nostre sale cinematografiche con quei film comici che a me personalmente fanno male agli occhi. Mi ha colpito molto l’episodio in cui il Melandri, architetto presso il Comune di Firenze trombato per pochi voti dall’assessorato ai lavori pubblici (si capisce chiaramente la sua appartenenza politica all’allora PCI) scompare per quattro mesi dai suoi amici a causa di Noemi Bernocchi, un’avvenente e procace cattolica praticante, sorella di un sacerdote, che lo convince a sposare il culto cristiano inducendolo al battesimo e alla partecipazione al rito della via crucis. Nel Melandri c’è tutta la casistica del non figo rapito dall’ultracorpo che davanti alla bellezza femminile sbraga su tutte le sue convinzioni precedenti. In un mio precedente post sulla saga del non figo scrivevo:”… per il non figo diacronico le difficoltà non si limitano al fatto di essere scoppiato quando gli altri sono accoppiati. Altrettanto problematica è la sua condizione di accoppiato quando tutti gli altri si comportano come incalliti single. Il vero non figo, in questo caso si inabissa in un buco nero. Si dicono Buchi Neri quelle coincidenze spazio-temporali per mezzo delle quali un non figo sparisce dall’orbita delle sue amicizie non appena s’è fatto una ragazza fissa. Le conseguenze di tale stato possono indurre il soggetto a una perdita totale della concezione del tempo non riesce mai a stabilire quanto tempo passa con la sua ragazza (di solito dalle 12 alle 18 ore al giorno) e da quanto tempo non vede i suoi amici (di solito dai 3 ai 6 mesi), nonché una perdita totale della concezione dello spazio, si ritrova sempre in posti che prima non frequentava perché detestava. Il vostro Monsieurdosto, all’età di 18 anni, quando una certa Valentina aveva sconquassato la sua esistenza, andava a ballare tutte le domeniche pomeriggio (chi mi conosce sa quanto odi il ballo) andava addirittura al mare ma soprattutto (lo dico? Vabbè lo dico) ha frequentato qualche lezione di tango argentino (me ne sto ancora vergognando). L’innamoramento adolescenziale consiste nella perdita di controllo del nostro cervello, nottetempo ci viene istallato un chip che ci fa diventare i passivi videogiochi del Dio Eros…” Infatti il signor Melandri oltre a partecipare a tutti i riti cattolici, farà ritorno al suo ritrovo al bar dopo quattro mesi e parlerà, come se niente fosse, delle condizioni metereologiche, tra lo stupore dei suoi amici. Questo stato di estraniazione dal sè terminerà quando la Noemi Bernocchi vedrà salvata la sua verginità da un cataclisma (l’alluvione di Firenze) e ringrazierà Dio per questo, scatenando le ire del Melandri che la manderà a fare in culo e si getterà allegramente tra i flutti dell’ Arno in piena e di colpo tornerà il non figo di sempre. E’ bello vedere confermate le proprie teorie dalla cinematografia e soprattutto è bello vedere una connotazione positiva della figura dell’antieroe che nonostante tutto non perde mai quel ghigno di amara autoironia, che va avanti nonostante le difficoltà, che sorride davanti alle disgrazie facendo fondo dell’orgoglio che caratterizza noi non fighi che in fondo siamo gli antieroi di tutti i giorni che lottiamo e andiamo avanti nonostante le microumiliazioni che l’esistenza ci infligge, affrontando tutte le stagioni della vita sempre con la voglia di ridere soprattutto di noi stessi e soprattutto sempre a testa alta e alla fine i non fighi ce la fanno ed è grazie a loro se il mondo non è proprio una merda.
martedì, febbraio 01, 2005
REALITY BLOG (…) Mammadosto: ciao Andrea, come stai? Monsieurdosto: bene, e voi tutto apposto? Mammadosto: si, lo sai cosa è successo? Monsieurdosto: no, dimmi! Mammadosto: sabato è morto Luigi, ti ricordi quel signore coi capelli bianchi che abitava vicino al casello, che era sempre sorridente? Monsieurdosto: Si, ho capito, quel signore anziano che andava spesso in giro con lo yorkshire con il cappottino e che si fermava a chiacchierare da Maria la signora del sali e tabacchi… insomma quello che aveva un figlio e una figlia e il figlio è ingegnere… Mammadosto: esatto! Proprio lui… Monsieurdosto: ma va!? Figurati, io neanche sapevo che era ancora vivo… ma non era morto cinque anni fa? Mammadosto: ma che dici!? Come sarebbe a dire che non sapevi che era ancora vivo!? Monsieurdosto: oh mamma, hai presente quegli anziani che quando muoiono rimani sorpreso perché non sapevi che erano ancora vivi…? Mammadosto: no! Monsieurdosto: a te non capita mai che muore uno che non vedi da tanto tempo e la testa ti diceva che era morto diverso tempo prima? Mammadosto: queste sono cose che capitano solo a te, figliu miu certo che si strano come lu pancotto! Monsieurdosto: comunque mi dispiace, fai le condoglianze alla moglie anche da parte mia Mammadosto: veramente era vedovo da quasi 10 anni…. Monsieurdosto: ma va? E quando è morta la moglie!? Mammadosto: Andrea, ho visto su internet che a Lugano c’è la minima di –10° ti copri bene la notte? Ce l’hai un pigiama di lana o di pile tipo quello a quadrettoni che avevi da ragazzo? (…)
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