|
mercoledì, marzo 30, 2005
LA MIA VITA NOTTURNA
Stanotte ho sognato che ero il nuovo leader e voce solista dei Banco del mutuo soccorso. Le vicissitudini che mi avevano portato a tutto ciò non erano chiare dal sogno, comunque ero in tournee con loro. Immediatamente prima di un concerto, in uno stadio Olimpico di Roma stranamente gremito per l’occasione, mi rendevo conto di non sapere i testi delle canzoni del loro repertorio, così imponevo alla band di suonare alcuni pezzi di Lucio Battisti esattamente “acqua azzurra, acqua chiara”; “7 e 40”; “fiori rosa, fiori di pesco”.
Dopo aver interpretato (piuttosto male) questi pezzi, il pubblico invocava a gran voce i classici della band, inizialmente cercavo di guadagnare tempo facendo eseguire ai musicisti una versione strumentale di “Moby Dick” porgendo il mio microfono verso il pubblico e cantando con voce scarsa le strofe che sapevo, poi tenevo un comizio pieno di retorica terzomondista promuovendo una finta campagna di solidarietà a favore del Mozambico dando il numero di una mia vecchia sim disabilitata che intanto appariva sui maxi schermi dello stadio, lanciavo dei cori a favore della Roma e della Lazio sostenendo di essere un simpatizzante delle due squadre romane, eseguivo al piano una versione molto elementare e piena di errori di Hymne di Vangelis (la canzone dello spot della Barilla degli anni ’80) infine, esauriti i diversivi, tentavo la fuga ma venivo fermato da due carabinieri e dagli altri componenti della band che mi riportarono sul palco.
Prima che il pubblico cominciasse a spazientirsi arrivò a salvarmi il culo Francesco Di Giacomo, il vero leader dei Banco del mutuo soccorso, ringraziandomi e congedandomi dagli spettatori, tra timidi applausi e qualche fischio, porgendomi una busta con un centinaio di euro in banconote da 5 come compenso, tra i miei sospiri di sollievo.
martedì, marzo 29, 2005
IL NUOVO CHE AVANZA
In una domenica luganese il leader della Lega Nord Umberto Bossi ha presentato alla folla adorante di padani il suo futuro successore: Riccardo, suo figlio primogenito. Insomma, un partito che si pone come forza di cambiamento e di rinnovamento, prima si presenta come partito-stato della futura Padania (ricordo ancora le manifestazioni dell’epoca di Alleanza Nazionale a difesa dell’Unità italiana) con tanto di elezioni a partito unico e parlamenti burla, e ora tira fuori un’altrettanto nuova categoria politica come quella della successione dinastica. Ma non erano loro quelli contro il potere, il nepotismo, il clientelismo, i giochi politici romani? Proprio loro mettono in atto questa forma di nepotismo che ha eguali solo nella Corea del Nord e nel Togo? Senza contare che Roma è “cattiva” quando si tratta di inserire il suo nome nei facili slogan, ma diventa buona quando si tratta di incassare le indennità parlamentari, il finanziamento pubblico ai partiti e occupare poltrone pur avendo uno scarso 5% dei suffragi che, potenza del maggioritario de niantri, dell’incultura e del cretinismo di buona parte degli italiani, pesa come non mai.
Sulla prima pagina del “Corriere della sera”, alcuni giorni fa, è comparsa una vignetta in cui appariva Benito Mussolini con la divisa della Repubblica Sociale Italiana, ritratto sopra una nuvoletta, che guardava verso il basso e si domandava: “ma chi è questo Storace!?”. Già, Mussolini sopra una nuvola che guarda in basso… Cioè, insomma, avete capito? Mussolini stava sopra una nuvola e guardava verso il basso…
sabato, marzo 26, 2005
CUORE VERDE D'ITALIA
Grazie al sempre ottimo Red ho avuto modo di visionare un dvd con i messaggi elettorali trasmessi dalla televisioni locali in vista delle prossime elezioni regionali dell’Umbria.
Tutti, sia a destra che a sinistra, ridurranno le tasse ma aumenteranno i servizi sociali e ridurranno i tempi d’attesa delle prestazioni sanitarie. Tutti, sia a destra che a sinistra, parlano un italiano regionale, anzi più che regionale comunale, dei candidati ternani riesco a capire anche il quartiere di provenienza. Oltre a non esistere l’Italia in fondo non esistono neppure le regioni, dal medioevo in poi è sempre stata la dimensione comunale ad essere importante; “Per far contare Terni nella Regione”; “Per far contare Città di Castello nella Regione”; “Per far contare Spoleto nella Regione” sono tutti slogan gettonatissimi. Un sindaco di un comune montano si vanta di aver manifestato, a favore della costruzione di nuove vie d’accesso per il suo comune, fuori della sede dell’amministrazione regionale rovesciando un camion di neve e dice che è pronto a farlo ancora, cioè… avete capito? Non si vanta di aver migliorato i servizi e la qualità della vita nel suo comune, ma di aver scaricato un camion di neve a Perugia; se è un merito politico e una cosa di cui vantarsi giuro che lo faccio anch’io, scaricherò un camion di neve a Berna, poi diventerò il paladino della viabilità di qualche remoto comune del Grigioni italiano, sarò per sempre “quello che ha scaricato un camion di neve a Berna” e me ne vanterò.
I politici di destra ripetono ossessivamente la parola famiglia, si presentano come padri di famiglia, abbracciano bambini, passeggiano al mercato tra la gente con le mogli sottobraccio e i figli tardo adolescenti di fianco, quelli di sinistra fanno lo stesso, anche nella rossa e laica Umbria il “tengo famiglia” fa ancora un certo effetto.
Ci sono le donne, come al solito poche e soprattutto nessuna di loro è giovane (segno di tempi che cambiano… in peggio) che chiedono il voto perché sono donne. Se non ci fosse il logo raffigurante il simbolo elettorale non capiresti se sono di destra o di sinistra, ti dicono solo che sono donne, che devi votarle perché sono donne, tra loro c’è anche la governatrice uscente e ricandidata dal centro sinistra, anche lei chiede di essere votata in quanto donna, quello che ha fatto o non ha fatto nei cinque anni precedenti non importa, è donna, e poi tanto in Umbria puoi candidare anche una capra tanto vincerebbe comunque il centro-sinistra, anche perché il miglior candidato della destra non arriva neanche alla metà del livello di una capra.
C’è uno della Lega che dice “noi popoli del nord” perché gli umbri sono un popolo del nord e dice che se c’è il federalismo l’Umbria va meglio, poi parla di indipendenza della Padania e l’Umbria farà parte della Padania, il popolo umbro è un popolo della Padania, il popolo umbro sarà indipendente. Chissà se ad Osio di Sopra e a Castelfranco Veneto saranno d’accordo.
Che campagna elettorale atroce. Comunque voterò in Emilia Romagna.
giovedì, marzo 24, 2005
QUANDO SARA'...
Si fa un gran parlare attorno al caso di Terry Schiavo.
Una discussione ad ampio raggio sul tema dell’eutanasia deve necessariamente travalicare il singolo caso particolare. La sofferenza fisica e psicologica, a volte, non consentono più di onorare la vita in modo dignitoso e può capitare purtroppo a chiunque di trovarsi all’improvviso in condizioni di incoscienza, di impotenza, di immobilità, di stato vegetativo permanente. Ci vuole, secondo me, una legge che renda l’eutanasia come una delle scelte possibili e che faccia si che una persona possa preventivamente dichiarare la propria volontà di rinunciare ad un trattamento e ad un accanimento terapeutico.
Ai preti e agli integralisti non importa nulla di tutto ciò, non concepiscono una concezione della vita e del dolore diversa dalla loro, la povera Terry dovrà forse morire di sete e di fame, la ferocia ebete spacciata per rispetto della vita le impone, purtroppo, questa ultima tortura.
Quando sarà, spero il più tardi possibile, voglio che chiunque si ricordi che ho fatto dell’indipendenza la mia ragione di vita e che non sopporterei anni ed anni di immobilità e di stato vegetativo, voglio che i medici mi pratichino l’eutanasia attiva se non me la praticano loro autorizzo chiunque ad uccidermi, ma lo faccia nel modo più veloce possibile per favore. Non voglio fiori sui pali se si tratterà di un incidente, non voglio articoli retorici e commemorativi nel remoto caso in cui diventassi famoso, non voglio funerali religiosi nè preti al mio capezzale. Chi si occuperà del mio post-mortem dovrà vestirmi con il completo grigio scuro, la camicia blue elettrico e la cravatta arancione a pois neri o in alternativa con la camicia a quadrettoni e i pantaloni di fustagno. Voglio che nella mia camera ardente ci sia in loop il “concerto a Colonia” di Keith Jarret, poi voglio essere cremato e voglio che le mie ceneri vengano sparse sul terreno dello Stadio Liberati di Terni così potrò ancora sentire l’ebbrezza di un gol al 90°.
Dimenticavo: spero che tutto ciò accada un 14 agosto così romperò i coglioni, anche da morto, ad un sacco di gente in ferie. Ma starò sempre bene e non succederà mai. Si, non succederà mai.
mercoledì, marzo 23, 2005
BARZELLETTE
Sapete qual è la differenza tra il treno e Rodolfo Valentino? Il treno va veloce, Rodolfo Va-lentino.
Avevo intenzione di scrivere, con un certo ritardo, un bel post sulle dimissioni del ministro leghista Calderoli ma poi ho pensato che sarebbe stato meglio raccontare un’altra barzelletta vecchia e che oramai non fa neanche più ridere.
martedì, marzo 22, 2005
TUTTO COMINCIO' DAL CB
Come ogni non figo che si rispetti ho avuto un rapporto molto precoce con la virtualità.
Prima della nascita di internet, con tutti i suoi annessi e connessi di chat, forum, newsletter e blog, la virtualità era rappresentata da quel meraviglioso e mai troppo rimpianto apparato chiamato CB.
Il mio primo CB fu un cosiddetto mattoncino, ovvero una ricetrasmittente portatile con antenna in gomma ma presto, come tutti i posseduti dal demone del baracchino, cominciai a investire tempo e denaro in apparati sempre più potenti, così ebbi la mia prima stazione fissa.
Comprai il tutto grazie ai contatti procuratimi da un certo signor “Vito Furia”, nick usato nel mondo-cb da un quarantenne muratore pugliese emigrato a Terni. Ricordo ancora che mi portò in macchina da un suo amico di Ferentillo (un piccolo centro nella Valnerina) dal quale acquistai il baracchino, l’alimentatore e l’antenna (una sirt 2000 alta otto metri) e in quella stessa giornata picchiò barbaramente, in mia presenza, sua figlia, una bambina di 6-7 anni. Il tutto mi fu installato da “Bravo Romeo”, un sedicente esperto di elettronica e impiantistica, unitamente a un preamplificatore di antenna e ad un amplificatore lineare di potenza che acquistai in seguito apparati, questi ultimi due, illegali ma che ti consentivano di aumentare notevolmente la portata e la potenza della trasmissione salvo poi disturbare le comunicazioni telefoniche e le trasmissioni radiofoniche e televisive di tutto il quartiere.
Ero anche iscritto all’associazione cittadina radioamatori-cb che, tra le altre cose, offriva un servizio di casella postale dato era buona norma, quando si stabiliva un contatto radio con una persona lontana, farsi mandare una cartolina che testimoniasse l’avvenuto collegamento. Presto collezionare cartoline e vantare collegamenti internazionali diventò come un fare a gara a chi ha il cazzo più grosso, ognuno sparava le sue stronzate, persone dal forte accento ternano e dall’italiano stentato vantavano conversazioni con il Giappone, con la Russia, con l’India, con la Cina, chissà in quale lingua… Ognuno sparava potenze inverosimili quando parlava del suo apparato.
Chi erano gli utenti del Cb? In una buona parte dei casi si trattava di patiti di elettronica, iper-timidi, asociali, nerd, secchioni, disadattati, scemi del quartiere, monsieurdosti e visto che tale realtà è stata oggi assorbita da internet, che ti consente collegamenti a distanza con un’ utenza potenzialmente infinita, con maggiore riservatezza percepita e senza comprare ingombranti accessori, è lecito pensare che erano l’embrione di tanti esseri che oggi incontri in rete. Così come i blog anche il mondo dei radioamatori comprendeva tutti i suoi corollari di conventicole, di giri chiusi e autoreferenziali, di cbstar che grazie al fatto di avere una più alta potenza di trasmissione monopolizzavano interi canali e non facevano entrare nessuno nelle convesazioni se non gli appartenenti al loro circolino, si organizzavano raduni, verticali (nel gergo dei radioamatori incontri dal vivo) e cene. Il “da dove dgt” era sostituito dal “da dove moduli”, le faccine erano sostituite dall’espressione “hi” e c’era tutta una serie di codici più o meno imbecilli che rientravano nello slang del radioamatore: break (per entrare in una conversazione, con le varianti ternane “brekke”e “brekko”) 7351 (espressione di saluto), 25 (fidanzata), 50 (moglie), kk (ho capito) carica batterie (vado a mangiare) 2 metri orizzontali (vado a dormire) e via dicendo…
Quali erano i motivi che spingevano a darsi a questo hobby? Il fare nuove amicizie, lo sconfiggere la timidezza del primo approccio, l’essere giudicati per quello che si aveva da dire e non per l’aspetto fisico e soprattutto il recondito obiettivo di trombare o per lo meno di conoscere donne che, tanto per cambiare, latitavano.
Per un periodo il vostro Monsieurdosto che all’epoca avrà avuto attorno ai 15-16 anni, modulò per lungo tempo con una coetanea concittadina dalla voce molto bella e con la quale si concedeva lunghe e piacevoli chiacchierate notturne. Un bel giorno decidemmo di incontrarci.
A quell’età il rapporto con le donne era tutto sulla base dell’incomunicabilità, le nostre coetanee all’epoca avevano già ragazzi ultraventenni automuniti, le stesse donne che adesso a Terni come in altre città italiane giocano a fare le emancipate mettendosi con i liceali, ed erano irraggiungibili come top-model, così che quell’appuntamento al buio, in una piazza del centro di Terni, rappresentava per me una piacevole novità che scatenò una, tanto immancabile quanto imprudente, sindrome del non figo che vince.
Il pomeriggio dell’appuntamento cominciai a mettere in atto una serie di comportamenti odiosi nei confronti dei miei amici (tutti appartenenti all’area del non fighismo ternano) cominciai a vantarmi, a prepararmi usando quintali di gel, di profumo, di deodorante, mettendo l’abbigliamento delle grandi occasioni, a usare delle espressioni del tipo “voi fatevi le seghe”; “voi andate a giocare a subbuteo”. Quell’occasione sarebbe diventata, nel mio oltremodo ottimistico immaginario, la mia entrata nel mondo adulto e la possibilità di un vissuto imminente fatto di frasi da baci perugina, passeggiate mano nella mano e intimità rubate nel buio di un parco. Andai all’appuntamento con i miei amici che osservavano il tutto a distanza quando ad un certo punto si avvicinò una ragazza, eufemisticamente parlando, sovrappeso e non più alta di 1,50 m, sentii immediatamente l’eco di sonore risate da lontano, lanciai un’occhiata ai miei amici ed erano piegati in due in preda alle convulsioni, mi presentai e cominciai a parlare con lei. Lei mi fece vedere una catenina di plastica di quelle che si acquistano nelle feste paesane del santo patrono dicendomi che quello era il suo centro di potere e che li c’era raffigurata una dea chiamata “Makatron” o “Makotron” insomma una roba del genere… Ero davanti ad una psicopatica.
In quel pomeriggio incontrai tutta una serie di miei conoscenti e la sera, dopo l’incontro, fui bersagliato da una serie di telefonate di scherno, la ragazza in questione era stata ribattezzata “Poldo” e io diventai per un periodo il caso, il fenomeno da baraccone della compagnia e del popolo dei CB, la notizia fece presto il giro di Terni e come se non bastasse a Poldo ero risultato simpatico ma in fondo non ero il suo tipo e non le piacevo il che scatenò in me tutta una serie di angosciose e prostranti considerazioni su quale fosse la mia “fascia di mercato” in tema di accoppiamento.
Per un breve periodo continuai ancora nel mio hobby, il 90% dei radioamatori in fondo non aveva niente da dire ma lo diceva lo stesso, si finiva sempre a parlare di baracchini, di antenne, di scanner e di marchingegni ricetrasmittenti, insomma un’autoreferenzialità del mezzo facilmente rintracciabile anche nella blogsfera. Ancora oggi, a casa dei miei, ho tutta l’attrezzatura perfettamente efficiente e in perfetto stato di conservazione anche se in disuso. Quando vedo quello strano e ingombrante attrezzo, oggi derubricato a semplice strumento di servizio per autotrasportatori e diportisti nautici, vengo colto da un moto di nostalgia e scrivendo sul mio blog non posso fare a meno di pensare che tutto cominciò da li e che il virtuale in fondo non è nato con l’informatica ma molto prima.
venerdì, marzo 18, 2005
RITORNO AL FUTURO
Nei giorni scorsi gli operai di Terni hanno ingaggiato l’ennesima lotta per difendere il loro lavoro e le acciaierie. Oggi leggo della corsa al biglietto per i prossimi concerti dei Duran Duran in Italia. Mia madre mi rimprovera che non mi faccio quasi mai vedere a casa e mi consiglia, in vista della primavera, di andare a fare dei controlli allergologici. Su Rai Due Franco Simone canta “il sogno della galleria”. La Swatch annuncia l’imminente uscita di nuovi modelli.
Sembrerebbe proprio che gli ultimi 20 anni siano durati la notte appena trascorsa. Non mi resta che attendere fiducioso le candidature di Andreotti, Martelli e Forlani alla carica di Presidente del Consiglio, di Zamberletti all’economia e di Signorile agli Esteri. Toh! Guarda un po’chi ritorna! La Democrazia Cristiana e il PSDI. Non saremo mica tutti ignari protagonisti di un reality di massa?
giovedì, marzo 17, 2005
ULTRATRENTENNI SINGLE E PREZZO DEGLI ABITI DA SPOSA
Ieri ho guadagnato in autostima, almeno così mi sembrava in un primo tempo.
Sappiate che il Monsieurdosto ha una cugina 35enne alla quale, durante l’infanzia e l’adolescenza, era molto legato e per la quale nutre un grandissimo affetto. Una ragazza timida, non bellissima (neanche propriamente un mostro) ma dotata di una grande simpatia, intelligenza e di un’immensa bontà d’animo (mi ha aiutato diverse volte a trovare dei lavori estivi). Una non figa nell’accezione positiva del termine, con un buon lavoro e molto indipendente, con una sorella ingombrante stupida come la merda ma che vista la sua avvenenza era sempre al centro delle attenzioni della sua famiglia, sempre pronta a decantarla e ad assecondare ogni suo capriccio. Sua sorella ora vive a Londra alle spalle dei genitori e di mia cugina e ultimamente ha chiesto disperatamente dei soldi al sottoscritto perché altrimenti non poteva pagarsi l’affitto londinese e i soldi mandatigli dai genitori li aveva spesi per comprare un videofonino (dico questo per darvi una vaga idea del personaggio in questione).
Nelle ultime occasioni di convivio familiare le discussioni ruotavano tutte attorno al fatto che finalmente mia cugina, dopo varie vicissitudini, ha trovato un fidanzato con il quale ha intrapreso una relazione stabile. Tale fidanzato veniva descritto come una sorta di figo del bigonzo, come il bello e tenebroso della situazione, insomma: tutto un decantare le sue grandi qualità estetiche e umane.
Ieri ricevo una e-mail dalla cuginetta con allegata una foto di lei e del suo ragazzo alla cascata delle Marmore. Nella foto appare, abbracciato a mia cugina, un uomo poco più alto di un metro e sessanta, sovrappeso e nel contempo dotato di due gambe corte e sottilissime evidenziate da un paio di bermuda e con un look decisamente truzzo, insomma tutto meno che un bell’uomo. Magari sarà anche la persona più brava di questo mondo, non lo metto in dubbio, ma ho immediatamente pensato che se lui viene considerato bello e figo io, che ho la presunzione di percepirmi esteticamente un pochino meno sgradevole, posso essere considerato altrettanto avvenente e che tutte le mie paranoie passate e presenti sono state e sono del tutto infondate. Sensazione illusoria durata molto poco, ripensando soprattutto alle preoccupazioni dei miei familiari quando la mia cara congiunta “non riusciva a trovare un uomo” o “era ancora zitella a 33-34 anni” cosa che viene vissuta, per lei e per le ragazze single della sua età, come una colpa e una condanna talmente grave da far apparire come una sorta di “salvatore della patria” qualunque uomo le tolga da questo “imbarazzante” stato.
Alcuni giorni fa sono stato a Zurigo e mi sono fermato davanti alla vetrina di un negozio di abiti nuziali dove c’erano dei capi da sposa esposti. L’occhio è subito andato sui cartellini dei prezzi ed ho notato, non senza una certa sorpresa, che tali abiti erano di gran lunga più economici rispetto agli standard italiani e si mantenevano mediamente su un prezzo attorno ai 500 euro (prezzo comunque eccessivo per un abito che deve essere indossato solo un giorno) rispetto ai 2000-3000 euro (in genere anche di più) che si pagherebbero in Italia e a dispetto dello standard di vita e della disponibilità di reddito nettamente superiori. La sera ho parlato di ciò con mia madre che giustificava il tutto con il miglior stile e con le migliori finiture degli abiti italiani e con il fatto che nella cultura italiana il giorno del matrimonio è un evento importante che va vissuto e festeggiato al meglio, non come ho fatto io che ho un carattere strano e voglio sempre fare delle questioni di principio e distinguermi da tutti sulle questioni futili (testuali parole seppur dette con tono ironico).
A parte il fatto che non reputo propriamente una questione futile spendere o no 3000 euro per un abito da sposa e che non sono d’accordo sul fatto che festeggiare al meglio = spendere tanti soldi, ho pensato che comunque la mentalità materna deve essere molto diffusa in Italia e se gli abiti da sposa hanno quei prezzi è perché c’è comunque un mercato che risponde, si da per scontato che per il giorno del matrimonio ci si debba indebitare e che le apparenze vadano comunque salvate a dispetto della sostanza (nelle coppie giovani un matrimonio su due si chiude con un divorzio).
Siamo veramente allo scontro culturale.
mercoledì, marzo 16, 2005
REALITY
Andy Warhol disse che in futuro tutti saremmo stati famosi per 15 minuti. Devo riconoscere che Warhol era una persona molto intelligente, ma in quell’occasione ci indovinò solo in parte. Il grande esponente della pop art non aveva infatti previsto che, trascorsi quei 15 minuti di celebrità, nessuno avrebbe voluto tornare nell’anonimato ed è proprio quest’ultimo principio che genera ed anima i reality-show che hanno gli ex vip come protagonisti.
Ho pensato a queste cose guardando “Music Farm”, una sorta di versione salutistico-canora del “Grande Fratello” con protagonisti 11 interpreti e cantautori italiani, alcuni di loro a dire il vero anche validi, se non proprio in disarmo quanto meno dentro una mediocrità talvolta tutt’altro che aurea. Tra i concorrenti abbiamo quelli che fanno le loro comparsate nei Festival di Sanremo, le nuove proposte-mancate promesse del festival stesso, quelli che hanno avuto una stagione fortunata poi il declino, nonostante vantino improbabili successi in America Latina (la cloaca mundi della musica leggera) e nel sud-est asiatico e un paio di giovani anonimo/emergenti, tutti pronti a sfruttare l’opportunità del reality.
Mi ha colpito molto, oltre alla conduzione come al solito presuntuosa e arrogante di Simona Ventura che non faceva altro che interrompere i cantanti, rispondere al posto loro alle domande della giuria di qualità con il suo solito tratto caciarone e la traballante dizione fortemente cadenzata dal suo accento piemontese e ostentare il suo solito crocifisso ricoperto di brillanti, la performance di Gerardina Trovato.
La cantante siciliana infatti ha indossato, immediatamente prima delle nominations, un pigiama bianco con delle giraffe rosse disegnate ed è apparsa con questo strano abbigliamento al pubblico televisivo dopo essere scomparsa in bagno per una buona mezzora tra l’imbarazzo della Ventura e dei suoi colleghi compagni di reality. Ha cominciato a far sfoggio di ridolini isterici e a vaniloquiare chiedendo, in diretta, alla conduttrice del programma dove fosse la Coca-Cola light creando un piccolo caso attorno alla presenza o meno del soft-drink in questione. Più reality di così si muore, mi verrebbe da dire, vista l’esibizione di questo lato di quotidianità molto poco edulcorato; dall’altra parte però i suoi atteggiamenti, il suo vaniloquio e questa attenzione maniacale attorno alla Coca-Cola mi hanno messo più di un dubbio sull’equilibrio psichico della Trovato e mi sono interrogato se fosse giusto o meno esibire in questo modo il malessere di una persona e trasformare il disagio di una persona in un mezzo per fare spettacolo e audience, un interrogativo tutto sommato stupido al quale è impossibile dare risposta e poi parliamoci chiaro: alla fin fine saranno affari suoi e del suo psicanalista. Sta di fatto, comunque, che ho provato un certo imbarazzo.
martedì, marzo 15, 2005
SINISTRA "ALTERNATIVA"
C’è stato un breve periodo durante il quale frequentavo i centri sociali e i luoghi della sinistra sedicente “alternativa”. In quello stesso periodo chiunque mi incontrava esordiva con l’espressione “strano, non sembri un tipo da centro sociale” e già la cosa, di per se, doveva riempirmi di sospetto. Chi erano i cosiddetti tipi da centro sociale? Come si riconoscevano? Facile: gli uomini li riconoscevi dal capello lungo e ricercatamente non curato, dalla kefiah indossata anche d’estate, dal pallore naturale, dalla barba lunga, dal jeans sdrucito e dalle clark; le donne, oltre che dalla kefiah, dal loro essere secche e rifinite, dai capelli dai colori più brutti e improbabili, dalla presenza di piercing e tatuaggi tribali, dai maglioni di lana grezza e dal jeans sdrucito con alternativa del gonnellone o del pantalone scampanato. Proprio loro che dicevano di essere contro il sistema e contro le sue etichette indossavano degli inconfondibili marchi e facevano del loro look il loro segnale di appartenenza. Da quella volta ho imparato a diffidare sapientemente di coloro che già dal modo di abbigliarsi vogliono farti risalire al loro modo di essere e alle loro ideologie pseudo-politiche.
Quei luoghi rappresentavano tutto un accalcarsi di vuoti ripetitori dei libri della Klein o di Chomsky, delle canzoni dei 99 posse, di “voglio o’ salario garantito”, di idee precotte e confezionate, di facili slogan e dei peggiori manicheismi e qualunquismi umani e politici. Tutti a dire che stavamo in un paese di merda, circondati da gente di merda senza però fare nulla per ripulire tutta questa merda, nemmeno nell’intervallo tra una birra o tra una canna e l’altra. Sia chiaro, non ho nulla contro le canne e le droghe leggere, delle quali sono tuttora un estimatore e moderato consumatore (in Svizzera sono facilmente reperibili) ma quando le vedo promuovere a unico simbolo della propria diversità e a misera arma di dissenso e di manifestazione di uno stile di vita “nihilista e non allineato” nutro una grandissima stima e rispetto verso coloro che non si sono mai ubriacati e non hanno mai toccato una canna in vita loro.
Tutto sommato ho un bel ricordo del centro sociale Icaro di Terni che, nella città umbra che mi ha dato i natali, era l’unico luogo dove potevano esprimersi e suonare i gruppi musicali locali e dove era possibile ascoltare dell’ottima musica jazz, ma una volta all’Università e una volta arrivato a Bologna gli unici generi musicali per eccellenza “da centri sociali”, come se non bastasse già il rigido dress-code che ti veniva imposto per fare parte di quell’universo a restringere il già angusto orizzonte mentale di certi personaggi, diventarono l’hip-hop e lo ska: canzoncine dalla musicalità e dal testo banale, dalle tonalità pseudo-etniche della tradizione dell’agro foggiano, suonate da gruppi che vendevano poi i loro cd fatti in garage in banchetti allestiti per l’occasione, gruppi che una volta raggiunto il successo avrebbero inciso per le multinazionali che tanto contestavano e ti avrebbero chiesto 10 milioni del vecchio conio per venire a cantare “Voglio o salario garantito” e “Rafaniello sì rosso fuuuuori e bianco drentro” alla festa provinciale di Liberazione (lo dico per esperienza diretta) ma che, all’epoca, contestavano il dominio delle major e gridavano al complotto perché la loro musica “di dissenso e non allineata alle logiche imperialistiche e del mercato” non trovava modalità di espressione nei canali commerciali tradizionali. Se la prendevano con produttori, distributori, con la scarsa intelligenza e il conformismo del pubblico, senza mai essere colti dal dubbio che la loro si trattava di musica brutta e dai contenuti presuntuosi e banali che giustamente veniva relegata in una nicchia di marginalità.
Per entrare in quei luoghi, come se non bastasse, bisognava pagare il biglietto di ingresso spesso di 15-20.000 lire (un po’cari per essere centri sociali, no?) e si pagavano le consumazioni a prezzo da bar. Ovviamente trattandosi di attività per lo più abusive tutto era venduto in nero, senza pagare una lira di tasse, proprio come fanno molte attività commerciali “borghesi”, poi tutti erano pronti a guardarti male e ad insultarti se fumavi le Philip Morris invece delle MS o delle Alfa o se mangiavi un big mac al McDonalds, tutti pronti a contestare il tuo abbigliamento così poco alternativo o il tuo lavoro da magazziniere interinale alla “Rinascente” che prestavi per pagarti gli studi universitari e la vita da studente fuori sede ma che loro, arroganti e vuoti figli di papà dai cui discorsi emergeva il vissuto di adolescenze troppo allungate passate nelle loro camerette tra le lenzuola di marca lavate e stirate dalle mamme, vedevano come un vendersi alle grandi multinazionali e alle logiche del mercato.
Credo che sia facile esprimere un dissenso così vuoto dall’alto e dal chiuso della propria torre d’avorio rappresentata dal centro sociale; credo che sia facile fare gli snob, chiudersi dentro un locale occupato e dai tavoli di questo locale spalare merda e discredito verso coloro che, anche da sinistra, non vogliono appartenere a quel mondo; facile definirsi alternativi solo perché si indossa la kefiah o si ha un ciuffo di capelli blu e soprattutto è facile definirsi anarchici, sentirsi liberi da ogni logica di potere e di intellettualità attiva e limitarsi a contestare delegando agli altri l’esercizio del potere; ci si sente molto liberi in termini di responsabilità dando prova solo del proprio snobbismo e della propria immensa aridità umana e del fatto che, rispetto a quel mondo e a quelle logiche vuote, effimere e superficiali che tanto si dice di voler combattere, si è solo una parte funzionale con un modo tutto conformista di esprimere un anticonformismo di pura maniera.
Vi ho odiato e tuttora quando vi incontro vengo colto da un moto di sana e sincera repulsione.
lunedì, marzo 14, 2005
FASCISTI
Leggo che Alessandra Mussolini sta facendo uno sciopero della fame per protestare contro l’esclusione della sua formazione di estrema destra dalle elezioni regionali del Lazio.
Nonostante la costituzione lo vieti esiste in Italia una forza politica che si rifà apertamente al fascismo. E’ una questione abbastanza spinosa nel senso che in una democrazia è teoricamente giusto che anche chi si professa fascista abbia libertà di espressione e la lotta al fascismo si fa sul piano culturale e intellettuale. Seppur con mille paletti penso che forse è meglio che anche certe ideologie abbiano agibilità politica altrimenti si esprimerebbero solamente con la violenza. Davanti a certe idee, rappresentate non solo dal partito della Mussolini, ci vuole una forte etica politica che escluda a priori ogni accordo di governo con queste forze e non andrebbe mai dimenticato il carattere antifascista su cui si fonda la Repubblica Italiana anche e soprattutto a scapito delle logiche elettorali e di potere.
Ma visto che in Italia non esiste, come in Francia, una destra liberale, laica e democratica che esclude ogni connivenza con l’estrema destra, c’è una cosa che mi preoccupa: il machiavellismo e l’opportunismo politico italiano rendono effettivo il rischio che, magari tra dieci anni, questa formazione si trasformi da evento “folcloristico” del panorama politico a forza di governo. Nessuno avrebbe mai detto, negli anni ’80, che un giorno avremmo preso sul serio i deliri dell’allora Lega Lombarda di Umberto Bossi, un movimento nato sull’onda lunga del sentimento razzista dei cittadini del nord verso i meridionali e gli immigrati che poi ha fatto del “federalismo”, senza però mai avere un progetto serio di stato federale ma sventolandolo come un tanto facile quanto vuoto slogan, il tema centrale e la falsa priorità della politica italiana.
Non vorrei che nel 2015 politici, giornalisti e politologi disquisiscano sui giornali, sulle riviste e nei salotti televisivi sull’immediata necessità di istituire nuovamente la camera delle corporazioni e che il D’Alema di turno consideri i fascisti come costola della sinistra visti i trascorsi socialisti di Benito Mussolini.
Cazzi vostri comunque, all’epoca avrò già la cittadinanza elvetica.
venerdì, marzo 11, 2005
PERICOLO GIALLO
Oramai lo hanno capito tutti il meccanismo cialtrone che governa l’informazione italiana: succede, per esempio, che un pitbull morda una mano ad un’anziana signora e subito altri dieci pitbull faranno la stessa cosa, succede che un automobilista finisca fuori strada sulla fettuccia di Terracina e subito lo faranno altri dieci; così si creano delle emergenze del tutto insussistenti e secondarie che hanno però il potere di confinare le stragi in Iraq e nel medio-oriente e le faide camorristiche a poco prima delle notizie di gossip.
In questi giorni noto, nei Tg e nei programmi di approfondimento italiani, una strana concentrazione di servizi che hanno per oggetto la comunità cinese residente in Italia con particolare riferimento a coloro che gestiscono laboratori tessili ed esercizi commerciali che producono e vendono articoli di moda e abbigliamento talvolta con marchio contraffatto.
Venendo al merito della questione trovo estremamente più riprovevole che le case di moda pompino i prezzi in maniera vergognosa solo per la presenza del loro logo, incassando lauti margini servendosi semplicemente del meccanismo della moda e della manipolazione, meccanismo che fa si che una semplice canottiera venga venduta a 100 euro solo perché ha il marchio D&G o una borsa di Prada venga venduta a 600 Euro a prescindere dai costi di produzione e dal valore marginale del prodotto.
Purtroppo questa dei cinesi sembra diventata la caccia alle streghe del momento. A sentire i giornalisti sembrerebbe che la contraffazione in Italia sia stata direttamente importata dalla Cina. Tutti stanno a sottolineare come il settore della moda sia il comparto trainante del sistema produttivo italiano, personalmente avrei preferito che questo ruolo lo avesse l’industria chimica e siderurgica, e come tutti mali dell’economia nazionale siano da addebitare al “pericolo giallo”. Gli imprenditori chiedono a gran voce dazi doganali e misure protezionistiche che consentano loro di acquistare dalla Cina e di aprire unità produttive nei paesi del sud-est asiatico (paesi magari licenziosi sul tema dei diritti dei lavoratori) ma che impediscano ai cinesi di vendere nell’Unione Europea, proprio loro che si riempiono la bocca con parolone quali “liberismo”, “competizione” e “libero mercato”; lemmi che sembrano valere solamente quando si tratta di giustificare la precarizzazione del lavoro dipendente ma che non valgono più quando i martiri della globalizzazione sono i lavoratori autonomi. Dalle mie parti si dice, in maniera tanto volgare quanto efficace, che “sono tutti froci con il culo degli altri” e questo detto vale drammaticamente per la cialtrona classe politica e imprenditoriale italiana.
E’ comodo dare la colpa della crisi di un modello ai cinesi di turno quando per decenni alla base dei successi economici ci sono stati dei meccanismi furbeschi quali quello del plusvalore dato dal marchio e dall’obsolescenza artificiale dei gadget modaioli, con la complicità dei consumatori boccaloni che magari si indebitano pur di avere gli ultimi occhiali da sole dalla grandezza di un metroquadro e dal prezzo pari a un mese di stipendio, stessi occhiali che un anno dopo li trovi in vendita a 50€ al foxtown, invece di puntare sulla qualità e sull’innovazione.
Come se non bastasse alcuni servizi pseudo-giornalistici tendono a creare allarmismi anche sulla questione ordine pubblico, dando risalto a fatterelli di cronaca quali la scoperta di una casa di appuntamenti gestita da una signora cinese nelle Marche o piccoli furti commessi da membri della comunità asiatica, con tanto di reazioni politiche che chiedono l’inasprimento delle regole sull’immigrazione. Le teorie del dislocamento e del capro espiatorio ci insegnano drammaticamente che da qui alla caccia all’immigrato il passo è breve e che basta una campagna pubblicitaria diffamatoria per trasformare gli immigrati asiatici da individui piccoli, carini, gentili e sorridenti in pericolosi nemici da combattere. Spero di sbagliarmi.
giovedì, marzo 10, 2005
L' ITALIA DI IOBLOGGO
Stavo guardando le classifiche dei blog presenti sulla piattaforma iobloggo, purtroppo non esistono dati simili relativi alla piattaforma splinder, e non ho potuto fare a meno di notare, tra le altre poco confortanti cose, che quasi 1/3 delle visite della piattaforma sono totalizzate dal solo blog “La rubrica di Costantino e Alessandra”.
Per quanto gli utenti di iobloggo non siano di per se un campione rappresentativo della popolazione italiana la blogsfera è comunque composta da persone in carne ed ossa e non da marziani e non è un ente trascendente che vive di vita propria ma vive grazie alla somma dei soggetti che la compongono. Da tutto ciò posso dedurre che comunque si ha una fotografia di un paese reale, di un paese riscontrabile nei fenomeni mediatici e nella vita di tutti i giorni, un paese dove Rai e Mediaset sono considerate le più grandi aziende nazionali produttrici di cultura non per detta del Monsieurdosto ma per detta di opinionisti ben più illustri e che possono vantare platee mediatiche ben più corpose della mia.
Un interessante specchio dell’Italia di oggi che riflette un paese schiavo di un processo di mediasettizzazione e vittima dello stillicidio quotidiano di modelli di vita effimeri e superficiali, un paese disimpegnato e facilmente manipolabile, da oltre trentanni all’interno di una fase di riflusso culturale dalla quale non si vede sbocco se non la speranza rappresentata da qualche piccolo fiore che cresce qua e la tra l’immondizia.
Oltre che estensione di mediaset i blog appaiono anche come estensione delle chat line, a loro volta estensione del cb dei camionisti, con tutti i loro corollari di nickname cretini, sfruttamento dell’anonimato per vantare proprie improbabili prestazioni sessuali, strumento di rappresentazione di un inesistente sé di aspiranti e sedicenti Melisse P. e bulimiche sessuali di Pizzo Calabro o di Monte Vidon Combatte, rivincita dei peggiori nerd in cerca di protagonismo o di alimentazione di un ego tanto ipertrofico quanto vanaglorioso, fenomeni di vippismo masturbatorio.
Leggo le statistiche di iobloggo e poi scrivo quel che scrivo su donne vacue e uomini sbavanti in cerca di fighe che latitano e mi prendo anche dell’imbecille, del superficiale e vengo accusato di parlare di una realtà che sta su Marte. Leggo che il blog di Costantino totalizza quasi 9000 accessi al giorno e preferirei onestamente che lo stesso numero di visite le totalizzasse un blog contro la legge sulla procreazione assistita.
Forse questo panorama desolante non appartiene all’Italia ma sicuramente appartiene all’Italia di Iobloggo e ammettiamolo: da un mezzo come il blog che finalmente da a tutti la libertà di esprimersi e creare una tribuna su qualsiasi argomento è lecito aspettarsi qualcosa di più.
mercoledì, marzo 09, 2005
ESSERE DI SINISTRA NEL 2005
“Essere di sinistra nel 2005 vuol dire non dimenticare che le parole sono armi e chi ha le armi ha i soldi per produrle ad esempio la parola “flessibilità” arriva dal fuoco nemico distrugge la verità della “precarietà” in cui viviamo per legge viziata di mercato.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire ricordarsi sempre che ogni parola appena usata diventa potere, e che il potere oggi ci ha rubato le parole ad esempio “fare uno stage” è il modo mascherato che il potere usa per perpetuare le sue nuove forme di schiavitù indicibile, patinata.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire ricordarsi che ogni parola usata dal potere è truccata travestita è una bomba nascosta nei cassonetti delle anime della gente ad esempio la parola “pace” usata dai padroni del mondo vuol dire usare la loro libertà di distruggere tutto ciò che non sia il loro interesse immediato, e questa pace non la vogliamo.
Perché non si è mai sentito nei secoli usare la parola pace per uccidere intere popolazioni e poi di nuovo per perpetuare gli interessi del fondo monetario internazionale adesso che nessuna organizzazione di stato corrisponde alla realtà che è cambiata per sempre mentre continuiamo a usare sempre le stesse vecchie logorate capovolte parole.
Essere di sinistra nel 2005 nel frattempo vuol dire ritagliare dai giornali e conservare le notizie ad esempio che per diventare leader dell’attuale primo partito di governo bisogna sborsare 500.000 euro nel mondo all’incontrario che si chiamava un tempo Italia e oggi è un detersivo sui banchi delle offerte speciali nel nuovo ipermercato mondiale.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire sapere con furia che comunista in Italia ha voluto dire per ottant’anni che non basta essere più ricchi per avere ragione, ed è per questo che chi ha rubato il potere continua a invocarne lo spettro perché la ruota gira e anche chi ha eretto il mausoleo a se stesso ad Arcore un giorno dovrà morire.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire sapere che Romano Prodi non è esattamente di sinistra ma ce lo teniamo Clemente Mastella sotto un non insignificante punto di vista ad esempio dovremmo ricordare ha avuto delle collusioni con quel tipo di potere che è oggi al potere che della sinistra è l’esatto contrario.
Per cui essere di sinistra nel 2005 vuol dire avere la lucidità di restare all’interno di una coalizione meno mafiosa di quella che adesso si è comprata l’Italia inondandola di menzogne e di incubi che non vogliono finire.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire farli finire il più presto possibile.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire continuare a stupirsi del presente ad esempio del fatto che non esiste soltanto la classe operaia da proteggere perché la classe operaia è una classe e le classi nel 2005 le hanno fucilate nelle agenzie interinali i giovani hanno quarant’anni e sono disoccupati.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire sapere che televisione vuol dire visione da lontano mentre tutto quello che ci sta vicino ci sta scappando di mano e per questo va stretto nel pugno chiuso con orgoglio qualunque nome al posto della parola “comunista” chi stringe il pugno voglia adoperare.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire ricordare che un tempo essere di sinistra voleva dire essere proletari cioè avere soltanto come proprietà i figli che oggi solo chi è miliardario c’era scritto in copertina su Panorama il mese scorso possono fare.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire che non vogliamo più marcire a quarant’anni vivendo con la pensione dei nostri genitori ciascuno attaccato alla sua televisione come una prolunga umana dell’impero triste del nuovo sempre più corroso capitale.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire che non vogliamo più marcire a quarant’anni vivendo con la pensione dei nostri genitori.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire che non vogliamo più marcire a quarant’anni vivendo con la pensione dei nostri genitori.
Essere di sinistra nel 2005 vuol dire che non vogliamo più marcire a quarant’anni vivendo con la pensione dei nostri genitori.”
Aldo Nove.
Copincollato da “nazione indiana” perché non sarei riuscito a trovare parole migliori per esprimere il mio pensiero.
martedì, marzo 08, 2005
IL MIO OTTO MARZO
E’ da stamattina che tento, senza esito alcuno, di mettermi in contatto con gli uffici del Comune, del P.R.A e dell’ACI di Terni per un’irritante questione di un passaggio di proprietà di una mia vecchia auto che mio padre vorrebbe rottamare ma che visto che è intestata a me si trova dinnanzi a tutta una serie di ostacoli burocratici, di richiesta dei più assurdi certificati e delle più assurde liberatorie di assenso alla rottamazione e al trattamento dei dati personali.
I telefoni squillano ma nessuno risponde o al limite risponde un qualche centralinista o usciere appartenente alle categorie protette che mi dice che le dottoresse Tizia, Caia e Sempronia in quel momento hanno l’interno occupato o si trovano fuori stanza, poi penso che oggi è l’otto marzo e le “signore” in questione saranno sicuramente in fila dal parrucchiere o dall’estetista per prepararsi alla serata che passeranno in qualche club, ristorante o discoteca della zona a fare sfoggio di quelle manifestazioni collettive e deteriori di sessualità che sono solite, per 364 giorni all’anno, deprecare negli uomini ma che in questa particolare giornata assumono un significato tutto originale di emancipazione e liberazione da secoli di oppressione maschilista e di determinazione della loro identità e autonomia.
Davanti a tematiche e a giornate dal significato così profondo le mie noie burocratiche e i miei soldi spesi inutilmente in chiamate internazionali possono passare tranquillamente in secondo piano.
L’otto marzo è comunque una data densa di significati, infatti in quella giornata del 1992 la Ternana vinceva il suo ultimo derby contro il Perugia con un gol all’88° minuto di D’Ermilio. Quell’anno saremmo andati in serie B mentre i cugini perugini sarebbero rimasti in C1 all’ultima giornata. Io c’ero.
lunedì, marzo 07, 2005
REALITY BLOG Ho passato un week-end con moglie e figlio colpiti dall’influenza, oggi al lavoro la situazione non era migliore, gran parte dei miei colleghi sono rimasti a casa malati. Il vostro Monsieurdosto nonostante, causa ipocondria tutt’altro che silente, lamenti i sintomi di settanta patologie più o meno gravi (in genere più) gode di una robusta salute e ha contratto per l’ultima volta il virus dell’influenza nel lontano 1995. Ieri sera sono andato in giro per cercare qualcosa da mangiare notando che a Lugano, la domenica sera, gli unici esercizi aperti sono i fast food e i take away arabi e in giro per le strade si parlano solo lingue e dialetti maghrebini, i miei vicini di casa peruviani hanno ascoltato per tutta la durata del fine settimana e a volume da discoteca tamarra la canzone “amores problematicos” una rivisitazione in chiave salsa di “strani amori” di Laura Pausini. Sono tornato a casa con qualche kebab e felafel e con un moto di sincera comprensione verso coloro che per cercare un po’ di occidente sono costretti ad andare in vacanza in qualche villaggio “all inclusive” in Egitto o ai Caraibi.
domenica, marzo 06, 2005
E’ tutto così stupido che non mi va nemmeno di parlarne, comunque bentornata Giuliana e addio Nicola. Basta con la guerra, via le truppe dall’Iraq. Personalmente non credo all’ipotesi dell’agguato e che l’obbiettivo degli americani fosse uccidere la Sgrena, non ci credo per un semplice motivo: se così fosse stato l’avrebbero uccisa punto e basta.
giovedì, marzo 03, 2005
MACHO ITALIANO? Basta girare un po’ per internet o più genericamente guardarsi un po’ intorno per capire come sia falso lo stereotipo del maschio italiano seduttore*, perché parliamoci chiaro: non si possono stare sempre a sottolineare certe vacuità tipicamente femminili senza considerare da chi è composta la controparte maschile e da questo punto di vista in Italia siamo proprio messi male. In Italia purtroppo c’è una sovrappopolazione di maschi cavalier serventi, affamati di figa, pronti a strisciare e ad umiliarsi in continuazione, il cui unico motto è “basta che respiri” e le cui tecniche di seduzione principe sono lo sbragamento istantaneo, lo sbavamento e lo zerbinismo. Li vedi nei blog, nella chat, nei forum di internet, nei siti di dating, nelle scuole, negli uffici, nelle università, nei pub, in discoteca, per le strade, all’oratorio, insomma in qualunque posto dove ci sia un minimo di aggregazione ed una minima possibilità di trovare fighe che latitano. Li vedi sforzarsi per inventarsi una frase divertente, un complimento, accalcarsi, farsi notare per attirare l’attenzione di un’improbabile “favolosa” donna di passaggio e una volta “catturata la preda” li vedi far sfoggio del peggior servilismo, assecondare ogni capriccio della controparte, dispensare servigi, andarla a prendere rigorosamente in macchina, santificare le peggiori e più squallide feste commerciali, elargire regali e frequentare locali e luoghi che prima detestavano, insomma fare tutti i più odiosi tagliandi di manutenzione senza batter ciglio, li vedi sbavare senza dignità per elemosinare un tozzo di pane. Perché scrivo queste cose? D’accordo non me ne dovrebbe fregare oramai più niente ma purtroppo è innegabile un certo mio astio verso questa situazione che comunque mi ha visto interessato in prima persona fino a quasi 26 anni, un’età non proprio adolescenziale, anche se personalmente non mi sono mai abbassato a mettere in atto gran parte di questi atteggiamenti, non ho mai per esempio invitato la mia ex a cena o fatto regali per il giorno di San Valentino, tra la sua mai celata insoddisfazione e gli inevitabili paragoni persi con i morosi delle amiche o verso i suoi ex, tutti pronti a santificare questa festa salvo poi lamentarsene in privato. Ma si sa, come nel mercato del lavoro una situazione di alta disoccupazione danneggia non solo chi non è occupato ma anche chi un lavoro ce l’ha ed è costretto a soggiacere al ricatto padronale, ad accettare condizioni salariali e lavorative degradate e degradanti perché tanto “la fuori” c’è una massa di poveracci pronti a fare lo stesso lavoro a condizioni anche peggiori, così in quello che è il mercato degli accoppiamenti in Italia ogni donna, anche quelle caratterialmente più insignificanti e più banali nelle loro manifestazioni, è abituata ad avere un certo numero di corteggiatori per il solo fatto di essere donna e di trovarsi in un territorio italiano ad “alta disoccupazione” sentimentale e sessuale maschile. Questa massa di maschietti (non c’è termine più appropriato) sbavanti, disperati, disposti ad osannare qualsiasi aspirante velina con il quoziente intellettivo pari all’ altezza della vita dei loro pantaloni e aggiungerei a non apprezzare donne oggettivamente intelligenti ma più timide e meno esibizioniste, oltre a rendere la vita difficile a se stessi (e di questo onestamente poco mi importa) la rendono difficoltosa a tutti quegli uomini che, come il sottoscritto, hanno camminato e camminano in posizione eretta, che accampano delle legittime aspettative e finiscono per scontrarsi con una popolazione femminile sempre più vacua, viziata ed esigente ma che, dati i chilometrici codazzi e gli innumerevoli pretendenti, si autostimerà tantissimo e sarà sempre più abituata ad esigere tutto senza offrire nulla in cambio e senza mettersi mai in forse, sottolineando talvolta come pittoresche caratteristiche i propri più irritanti difetti. Lasciando da parte tutte le stronzate, di cui sono pieni i settimanali femminili e la pagine di cronaca rosa dei quotidiani, sulla “donna cacciatrice” (in Italia non esistono donne cacciatrici o al limite lo sono con il California dream man di turno o con i figli degli industriali, non con i non fighi o con i ragazzi normali) il comportamento della popolazione femminile italiana non è del tutto immotivato. Oramai si sono abituate alle folli evoluzioni di domanda-offerta in questo settore e si comportano di conseguenza e non potrebbe essere altrimenti: perché smettere di fare le madonnine intoccabili e venire incontro alle esigenze del proprio uomo quando ci sono almeno altri dieci uomini pronti ad assecondare incondizionatamente le proprie? Per colpa vostra, cari italianucci che poi vi lamentate delle donne, in Italia il valore di un maschio è nettamente inferiore a quello di una donna e sia chiaro, non parlo di valore reale ma del valore “economico” dato dalle fluttuazioni di domanda-offerta influenzate da retaggi cattolici, da arretratezza culturale e sociale e dal mito del maschio latino che deve essere per forza conquistatore* di donne passive prede. Fortunatamente, almeno nel mio caso, fuori dai confini nazionali c’è un continente di donne i cui interessi vanno anche un po’ oltre al Costantino di turno, allo shopping compulsivo, alle feste, ai vestiti, alle vacanze nel resort sul Mar Rosso e che magari ogni tanto si/ti pagano cene e uscite, ti vengono a prendere in macchina senza che tutto ciò corrompa la percezione che hanno della tua virilità e addirittura pensate un po’ fanno dei complimenti e spesso salutano per prime e iniziano a parlarti quando le incontri per esempio sui treni!!! Incredibile, vero? A proposito di complimenti, per capire al punto in cui si è arrivati, basta vedere come le donne italiane reagiscono agli elogi e ai tentativi di approccio: con fastidio o addirittura con arroganza. Come ho già più volte detto la donna della mia vita è una non-italiana, nonostante l’iniziale opposizione di mia madre che, infarcita di preconcetti sulle donne straniere dovuti alla lettura quotidiana di giornaletti femminili, voleva mettermi in guardia dai pericoli di una relazione tra due persone che vengono da contesti culturali differenti (quanto sarà poi differente il Portogallo non lo so…) e devo ammettere che la mia donna è il vero capolavoro della mia vita sotto tutti gli aspetti. Sono sempre più convinto, sentendo anche i racconti di un elevato numero di amici, che legandomi a un’italiana avrei fatto forse contenta mia madre (sottolineo il forse) ma avrei intrapreso la carriera stabile di zerbino e avuto in casa una maestà imperiale capricciosa con tanti ospiti che avrebbero fatto la fila per venirmela a rubare pulendosi le scarpe su di me e questo è il contrappasso che un giorno toccherà a tutti voi, maschi di merda. Banalità pensate dopo la lettura di questo interessante esperimento. *Stando alla definizione della Dr.ssa Floriane Z. libera docente di metodologia e tecnica del non fighismo all’Università di Zurigo e all’istituto superiore di non figologia il conquistatore è colui che si aspetta una donna passiva e schiva appunto da conquistare, il seduttore è invece colui che si aspetta una donna che abbia un ruolo attivo senza remore e inibizioni.
martedì, marzo 01, 2005
L'OMBELICO DEL MONDO Sono nato a Terni: E come ci sei finito in Svizzera? Ahhh, allora sei romano? Terni provincia di Roma? Di Perugia? Di Viterbo? Di Rieti? Si, me la ricordo Terni. La stazione, lo stadio Libero Liberati, poi cos’altro c’è? Ci sono stato una volta per lavoro. Ho visto la stazione, le acciaierie e la strada che porta dalla stazione alle acciaierie. Ci sono andato una volta in trasferta. Ho visto la stazione, lo stadio e la strada che porta dalla stazione allo stadio. Ci sono passato per andare alla cascata delle Marmore ma era un domenica d’agosto e non c’era un’anima in giro, era tutto chiuso, saranno stati 40° di calore. Devo tornarci con calma. Cavolo! Buone le ciriole e i dolci di Pazzaglia. Ah sei di Terni? Pensa un po’il marito di mia zia è nato a Terni, ora vive a Basilea da 50 anni, si chiama Proietti (cognome ternano per eccellenza) lo conosci? Se vuoi ti ci metto in contatto ma guarda che oramai ha perso l’accento, parla solo tedesco. Pensa un po’quanto è piccolo il mondo! Mi ci sono fermato una volta per prendere la coincidenza per Roma. Ma quant’è brutto quel monumento fuori dalla stazione? L’ho vista una volta dalla superstrada mentre andavo al festival di Spoleto. Ho girato tutta l’Umbria ma non sono mai stato a Terni, vale la pena andarci? Sei di Terni!? E pensare che sembri un tipo così educato…
Terni è famosa per: Dicono dei ternani: Sono nati a Terni: Cornelio Tacito Alessandro Grandoni (difensore del Livorno) Riccardo Zampagna (centravanti del Messina) Libero Liberati (motocicilista campione del mondo) Monsieurdosto (sociologo, teorico della non figaggine)
Nessuno lo sa ma abbiamo anche: La Jazz University e l’accademia nazionale della musica Jazz (il giorno in cui mi capiterà di sentirmi dire: “Ah! Terni, pensa un po’! Ho studiato il jazz a Terni!” Improvviserò una ola) Gli studios dove girano quasi tutte le fiction prodotte in Italia e i film di Benigni. Uno dei tassi di tossicodipendenza più elevati d’Italia. Il quarto teatro più grande d’Italia. Una necropoli del paleolitico, un anfiteatro romano molto ben conservato e un centro medioevale recentemente ristrutturato.
|
|