MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

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    giovedì, aprile 28, 2005
     

    IL NON FIGO E I TENTATIVI DI INTEGRAZIONE

    Prima di arrivare al percorso di maturazione che porta a dare al non fighismo la dignità di subcultura e di “altro mondo possibile” e, nei casi più evoluti, al campismo, ogni non figo degno di tale nome ha più di una volta sognato di essere figo e soprattutto di uscire dal comodo bozzolo della non figaggine. Nasce così la voglia di mettersi finalmente “in gioco” e di abbandonare la propria ancestrale misantropia e tendenza alla solitudine, nascono così i tentativi di integrazione.

     

     

    Per tentativo di integrazione si intende ogni azione messa in atto dal non figo per rendersi socialmente accettabile, ogni sua testimonianza del sé in ambiti pubblici nonché ogni tentativo teso a ricusare, celare, dissimulare la sua natura non figa.

     

     

    Il tentativo di integrazione è innanzitutto governato dal meccanismo della sineddoche ossia della parte che rappresenta il tutto, quando il non figo decide di disconoscere la propria condizione nata da una predisposizione genetica e da una serie di microtraumi familiari, scolastici, biografici ed educativi prenderà isolatamente degli elementi di fighismo e li farà propri. Siamo per esempio negli anni ’80, tutti i tuoi compagni di scuola vestono con le felpe “Best & Company” con il piumino “Moncler”, con i jeans di “Enrico Coveri” e con le Nike, il giorno in cui il non figo smette i jeans “Goldies Oldies” comprati dalla mamma nel mercatino del Mercoledì, le scarpe da tennis “Antonini” comprate durante una svendita alla Upim e la felpa con su scritto il proprio nome di battesimo o la classica camicia squadrettata (lasciamo per un attimo perdere le varianti estreme monsieurdostiane fatte di finlandesi rosse con scritto “Why?” capelli con riga da una parte con variante liceale dell’onda creata con l’uso di tonnellate di gel, stivaloni texani scamosciati tenuti sopra i pantaloni della finlandese) per uniformarsi alla moda imperante compie un tentativo di integrazione. I risultati sono sempre discutibili, in realtà il non figo non verrà mai accettato e integrato ma tenderà a diventare macchiettistico, non sarà mai “uno che veste alla moda” ma “uno che gioca a fare quello che veste alla moda” dando un effetto simile a quello di certi signori e signore in preda a crisi di giovanilismo di mezza età. Semplicemente patetici. Questo perché l’universo dei fighi è estraneo all’eroe di tante mie trattazioni così come l’universo dei giovani è estraneo alla 60enne che balla la commerciale anni ‘00 con le stesse movenze della discomusic anni ’70, e non potendo avere dentro di se tale universo il non figo si accontenterà di recepirne degli isolati e non esaustivi elementi.

     

    Altro esempio: all’età di 18-19 anni il Monsieurdosto decide di affrancarsi e di “vestire bene” smette così i panni di adolescente marginale, manda in pensione il gomgel e la riga da una parte e comincia a tagliarsi i capelli cortissimi, a farsi crescere le basette e acquista due completi uno blu scuro e uno grigio, camicie di buona fattura, cravatte, bei cappotti di velluto ed eleganti scarpe in pelle. Per mesi interi il Monsieurdosto ha avuto un look formale e decisamente elegante portato però nei tempi e nei luoghi sbagliati, per esempio a scuola, nella sala giochi blandamente malfamata e frequentata da ragazzetti con le enduro 125 truccate, nel cortiletto sotto casa, nei tavolini adiacenti al chiosco “panini, bibite, porchetta da Mario” e perfino d’estate al mare, tra le autoumiliazioni che mi sono inflitto in anni di onorato non fighismo c’è stata anche quella di presentarmi nella spiaggia di Porto Recanati (Mc) in giacca-cravatta e mocassino in pelle alle 11 di una assolata mattinata di inizio agosto. Il non figo sarà sempre fuori luogo per la sua interpretazione distorta del succitato meccanismo della sineddoche.

     

     

    Come se non bastasse in altri periodi andavo in discoteca la domenica pomeriggio e cercavo di dissimulare la mia fondamentale timidezza con un comportamento pazzoide e con una tanto notevole quanto mal simulata faccia di culo, andavo a ballare sui palchetti, inventavo i passi più strani e ridicoli ostentavo una cameratesca e invadente cordialità e una familiarità e mai gradita fisicità con le ragazze, fortunatamente ero quasi sempre ubriaco così che non mi rendevo mai completamente conto della squallida condizione in cui mi mettevo.

     

    Ovviamente tali tentativi di integrazione innescano anche un secondo meccanismo molto simile alla vertigine da autostima che si scatena quando il non figo ha la donna. Tale vertigine da autostima ha come causa manifesta la presenza di una fidanzata ma come ben più importante causa latente la sensazione di essere figo o per lo meno di uscire dalla non figaggine. Ciò scatenerà l’immancabile e già descritta sindrome del non figo che vince e un atteggiamento odioso e sprezzante verso gli altri non fighi, esempio tipico quello degli ex grassi nei confronti dei grassi. Il vero non figo non lo riconoscete da come perde visto che viene sempre sconfitto con dignità e l’assuefazione ai rovesci lo renderanno avvezzo a questa condizione ma il vero non figo lo si riconosce dalla sua pessima gestione del successo reale o percepito che esso sia. Capita così che nei tentativi di integrazione il non figo abbandoni maleducatamente la sua compagnia di sfigati, prenda per il culo coloro che ancora non hanno smesso i camicioni di pile o di flanella, faccia il figo in ogni occasione.

     

    Insomma ragazzi, l’integrazione non è una cosa per noi.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 22:38 | commenti (19)


    mercoledì, aprile 27, 2005
     

    RAVANARE NEL PASSATO

    Che dire di questi tre giorni a Terni… Del 25 Aprile ho già parlato nel post precedente, per il resto la classica rimpatriata familiare e soprattutto la nascita, avvenuta un mese fa, di Leonardo figlio di un mio cugino.

     

    Dopo 12 anni ho deciso di rivedere lei, mi ricordavo che quando abitava con i genitori stava a 500 metri da casa mia e difatti i genitori vivono ancora li. Ho citofonato alla madre presentandomi e raccontandole che ero un amico di sua figlia, che erano molti anni che non ci vedevamo, che io ora abito in Svizzera e mi faceva piacere avere sue notizie e se magari poteva darmi il suo numero di cellulare o io potevo darle il mio in modo da rimetterci in contatto durante la mia permanenza a Terni. La signora ha tentennato non poco, chiedendomi ripetutamente chi fossi, come avessi conosciuto la figlia, cosa facessi, come mai questa visita dopo tutti questi anni e via dicendo. Dopo avermi lasciato alla porta mi chiede nuovamente nome e cognome e mi dice di aspettare.

     

    Rimango un po’ stupito da tutta questa diffidenza ma poi penso che siamo in Italia e nel bel paese le ragazze non danno il numero di cellulare agli sconosciuti perché “è pericoloso”. Che sia stato inventato un marchingegno da Tim, Vodafone e Wind che si tromba le ragazze con il telefonino? Che la saga dello spot Tim “se mi prendi ti sposo” si concluda con un bel vibratore che esce dal cellulare di Adriana e la possiede violentemente guidato dal gsm di Diego? Mah! Avrei voluto dire alla premurosa mammina che in Italia sono, nel 90% dei casi, i mariti, i fidanzati, gli ex fidanzati, i padri e gli amici di famiglia a fare violenza sulle donne ma tanto non avrebbe capito. Poco dopo esce nuovamente la malfidata signora che mi riferisce che la figlia abita in via tot al numero tot e che lei le aveva dato il mio numero di cellulare e mi congeda senza neanche un buongiorno e un buonasera. Poco dopo mi richiama la ragazza per darmi un appuntamento nelle vicinanze di casa sua.

     

    Un incontro strano, la mia amica ha avuto comunque piacere a rincontrarmi ed è rimasta sorpresa positivamente del fatto che io mi ricordassi di lei, per tutto il tempo dell’incontro è stata sempre gioviale e sorridente ed aveva voglia di raccontarmi un sacco di cose. Portava un paio di jeans a vita bassa che lasciavano intravedere un tatuaggio tribale, una maglia corta che le scopriva l’ombelico, insomma un look che se lo ha una ventenne le dai l’attenuante della buona fede ma che in una trentenne ha il sapore di un certo forzato giovanilismo di maniera, di ansia di comunicare al mondo “anche se ho più di trent’anni mi posso permettere ancora i jeans a vita bassa come una ventenne”. Aveva comunque un ricordo vago del sottoscritto e citava degli episodi dove mi confondeva evidentemente con qualcun altro, ho avuto subito la poco piacevole sensazione che mentre lei per me è stata per anni la causa di rimpianti, sensi di colpa e la proiezione di un futuro che non si era avverato io sono stato per lei “uno che si è pomiciato una volta che era un po’ ubriaca” o per lo meno uno dei tanti. Ho avuto la sensazione di aver fatto la figura dello sconfitto che va alla ricerca di vecchie fiamme e che tenta di ravanare nel passato con la speranza di ricordi rassicuranti e anche di averla angelicata un po’ troppo nei miei ricordi. Ci siamo lasciati con i soliti “passerò a trovarti”; “un giorno di questi organizziamo una cena”; “è tanto che avevo intenzione di andare in Svizzera ora che so che ci sei tu…” penso che non ci rivedremo mai più e che non sono mai stato bravo a fare il giovane.

     

    Tra le cose da salvare metterei le lasagne alla boscaiola e gli strozzapreti alla norcina di mia madre; mia madre che ha avuto dei gesti e delle parole molto affettuose nei miei confronti e nei confronti di Carla ed è stata stranamente simpatica, solare e gioviale (forse merito della cura ormonale per la menopausa prescrittagli dal ginecologo) Red un vero e proprio amico ritrovato, il mio nipotino appena arrivato e i suoi genitori perché un bambino che nasce è sempre un grande evento festoso e motivo di gioia, mio fratello che in attesa di partire per il Guatemala ha portato in casa un nuovo amico: un boxer con una capoccia che sembra un bove, mio padre eccitato e ringiovanito dalla presenza dei bambini e del cane, i ternani e le ternane che erano alla manifestazione del 25 Aprile e ovviamente il vostro Monsieurdosto che resta il solito squallido non figo di sempre.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 13:56 | commenti (12)


    lunedì, aprile 25, 2005
     

    XXV APRILE

    Quest’anno la ricorrenza del 25 Aprile l’ho passata nella mia città natale.

     

    Come al solito il comune ha organizzato la classica manifestazione di commemorazione, in piazza una banda suonava “Bella Ciao” per un gruppo di anziani sempre meno numerosi e sempre più anziani di anno in anno, uno di loro sventolava una bandiera rossa e cantava accoratamente tutti gli inni suonati dalla banda, poi c’è stata una messa alla quale ovviamente non ho preso parte ma della quale ho sentito gli echi dalla piazza adiacente dove intanto si radunavano un gruppo di una trentina di giovani con barbe lunghe, fazzoletti rossi al collo, Ms penzolanti dal labbro, capello rasta, jeans cavallo basso e Clarks grigie, lo stile era quello della classica contaminazione di stili diversi tipica di quando le mode arrivano alla periferia del mondo e si scontrano con elementi locali ed elementi che sono tutto il loro contrario, tra loro c’era un mio ex compagno di liceo che mi ha riconosciuto subito, abbiamo parlato qualche minuto insieme, rispetto a come me lo ricordavo aveva cambiato il tono di voce, ora ha la voce da “autonomo” e vi assicuro che mi sono dovuto sforzare non poco per non ridere pensando al film “Un sacco bello” di Carlo Verdone, quando Mario Brega rincontrando il figlio divenuto hippy gli dice “ma t’è venuto sto tono de voce paaaaaapppàààà, com’è che parli adesso: probblematico…probblematico…”. C’erano anche un paio di ragazze: una con i capelli blu, l’altra con la faccia tempestata da piercing che ha munito mia madre, mio padre, Carla ed io di fazzoletto rosso.

     

    Dalla messa arrivavano le solite parole d’ordine revisioniste, riecheggiavano espressioni quali “riconciliazione”; “superare le divisioni”; “resistenza patrimonio di tutti gli italiani senza distinzione politica”. Io stavo dalla parte di chi non ha nessuna intenzione di riconciliare, insieme ai trenta giovani col fazzoletto rosso ai quali si erano accodati degli altri più o meno attempati signori con la carnagione consumata da anni di lavoro nelle acciaierie e delle fabbriche chimiche e qualche elemento più giovane con gli striscioni dei consigli di fabbrica dell’Ast, della Meraklon, della Enichem, della Moplefan, fabbriche dove una volta batteva il cuore dell’economia e della sinistra umbra. “Riconciliazione un cazzo, per me quelli so fascisti, parlano da fascisti, pensano da fascisti, annassero a fanculo loro e la loro riconciliazione, io non riconcilio un cazzo, per me so fascisti e basta” comiziava un anziano signore con la tuta blu delle acciaierie tempestata da spille con i simboli della falce e martello che è bene ricordare sono i simboli del lavoro.

     

    Poco dopo è partito il corteo con in testa i gonfaloni dei comuni della zona, i sindaci con fascia tricolore, gli assessori. Dietro il corteo gli autonomi lanciavano cori del tipo “compagno partigiano non ti preoccupare, gli antifascisti veri continuano a lottare” o il più violento “che ne faremo delle camicie nere, un sol fascio e poi le brucerem” al coro “Silvio in galera, Gianfranco nella fogna deve finire questa vergogna” la delegazione dei carabinieri abbandonava sdegnata il corteo accompagnata dal coro “la disoccupazione v’ha dato anche un mestiere, mestiere di merda carabiniere” e dal grido estemporaneo di un autonomo “ma annate a sentì a Ratzinger e vaffanculo a voi e a chi nun ve lo dice in falsetto: vaffanculooooo (con voce in falsetto)” domani i giornali locali titoleranno di attimi di tensione, di violenze degli autonomi anche se il clima era più da sgambata in piazza e da porchettata della domenica.

     

    Il corteo come al solito dava delle risposte ben precise su chi a Terni, città medaglia d’oro per la resistenza e da sempre considerata zona “rossa” commemora la resistenza, da una parte chi la resistenza l’ha fatta per davvero, chi ha vissuto in prima persona i 188 bombardamenti, le razzie dei nazisti, chi ha difeso le acciaierie facendo da scudo umano e i giovani di sinistra, quelli che difendono le stesse fabbriche dalle bombe di oggi che si chiamano precariato, deindustrializzazione, delocalizzazione, mancava tutta quella popolazione giovanile che ho incontrato sabato nei locali e nei ristoranti.

     

    Purtroppo non bastano queste timide commemorazioni di un solo giorno per riempire le piazze e le teste, non si realizza nulla senza un lavoro continuo di insegnamento e di preparazione, altrimenti il risultato è la vittoria dei banalizzatori, di chi dice “i morti sono uguali” di chi parla di riconciliazioni celebrando il rito tutto italiano dei tarallucci e il vino o di chi addirittura vuole far passare i partigiani per i mascalzoni che si dovrebbero pentire, di chi parla di “sangue dei vinti”.

     

    Oggi chi commemora il 25 Aprile deve parlare a un popolo assuefatto dalle reti mediaset, che sogna di diventare imprenditore. Un popolo che, a parte quelle 200 persone presenti oggi, il 25 Aprile pensa solo a mettersi in coda in autostrada; che pensa ad andare in montagna per l’ultima neve o per il primo pic-nic della stagione. Questa cosa, la montagna, è forse l’unica cosa che lega il presente vacanziero della generazione mediaset al passato partigiano. Me ne ritorno a casa non senza aver assaggiato la pizza grassa di Elio e anche lei non è più quella di una volta.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:58 | commenti (2)


    giovedì, aprile 21, 2005
     

    Lugano-Zurich HB. Storie di ordinario non fighismo.

    Dopo aver letto alcuni articoli di un conte e noto playboy tedesco che afferma di aver avuto degli incontri molto ravvicinati sui treni delle sbb-cff-ffs con delle bellezze svizzero-tedesche alte, bionde, indipendenti e di classe, che però vanno mollando la passera agli sconosciuti sul treno durante tragitti che, date le dimensioni del paese, non possono che essere brevi; ogni volta che il lavoro mi porta a Zurigo utilizzo il mezzo pubblico. Non che abbia pretese da sbeccaccione né un fascino seduttivo talmente immediato da farmi infliggere “l’estremo oltraggio” ad un’avvenente e consenziente manager zurighese nella toilette dell’intercity delle 6 e 55 ma sono tuttavia affascinato dai possibili incontri che, a detta del casanova germanico, si possono fare utilizzando i convogli delle Ferrovie Federali Svizzere.

    I miei risultati sono stati decisamente scarsi: in un’occasione ho effettuato un viaggio con un anziano signore che voleva farmi entrare nei testimoni di Geova, in altre occasioni ho invece incontrato normali famigliole di autoctoni o di immigrati italiani di rientro dalle ferie passate nel paese di origine. Oggi invece, verso le 6,30 di mattina, ero sul binario semi-deserto con le mani in tasca quando sento chiamare “Signore! Signore! Scusi!” mi giro e vedo una ragazza molto bella dai tratti latini, una sorta di sosia di Carolina del “grande fratello” che mi fa cenno di avvicinarmi con la mano, piuttosto incredulo punto l’indice contro il mio sterno e le rispondo “chi? Io?” lei mi sfoggia un sorriso e mi fa si con la testa e con inconfondibile accento mi dice “si, lei. Può venire da me per favore?” per un attimo mi è balenata l’idea di aver fatto meglio del conte tedesco, al che mi avvicino e lei mi chiede se per cortesia potevo aiutarla a riporre i bagagli una volta in treno. Da buon gentiluomo la aiuto a caricare le valigie e a sistemarle negli appositi scomparti e già dopo pochi minuti ho avuto la certezza di  aver incontrato una ragazza che dava ulteriore riconferma ad un mio antico corollario sulla condizione del non figo, con considerazioni annesse e connesse, ossia la proporzionalità inversa tra il grado di figaggine di un uomo e la distanza della sua donna dal luogo di origine, legge che vale innanzitutto per il sottoscritto che se fosse stato figo avrebbe trovato la ragazza “di buona famiglia” a Terni dove sarebbe stato ben integrato e ambito dalla popolazione femminile locale.

     

    Si trattava di una mia quasi coetanea cubana, sposata in via di separazione con un italiano residente nella Confederazione Elvetica (Canton Ticino), del quale posso ben intuire il grado di avvenenza e il piglio “da vincente” nonché la lunga stratificazione di disastrosi rifiuti e defaillance con il sesso opposto. Dopo le presentazioni e le frasi di rito sul dove stavamo andando e sulle condizioni meteo ha cominciato a raccontarmi le sue sventure con il marito, il tutto snocciolando una conoscenza molto approfondita e tecnica del diritto di famiglia ticinese e di quelli che potrebbero essere i suoi “diritti” concernenti la separazione (beni comprati prima o dopo il matrimonio, alimenti etc…).

     

    Durante una sua personalissima ricostruzione dei fatti mi sottolineava come lei avesse accettato di condividere la casa con l’anziana madre del marito e di come in passato il suo coniuge si lamentasse delle svizzere e delle italiane definendole fredde e interessate esclusivamente alla posizione economica e poi in seguito dicesse le stesse cose delle cubane. Lui le rinfacciava di aver sostenuto tutto l’iter economico e burocratico per farla arrivare nella Confederazione e lei gli rinfacciava il fatto di avergli comprato (chissà con quali soldi poi, sarei curioso di sapere…) dei vestiti alla moda, in quanto lui era solito vestire “come un vecchio” o meglio “la madre era solita farlo vestire come un vecchio” (il che la dice lunga sulla non figaggine del tipo in questione) citandomi a riguardo la sua ampia gamma di camicie squadrettate e di capi posseduti in grande quantità anche dal sottoscritto, tra le mie malcelate risate. In seguito ha anche decantato il fatto che lei “nonostante le varie occasioni” non è andata via con un altro più ricco e più bello di lui (che merito, vero?).

     

    Verso la fine del viaggio ha cominciato a lamentarsi della crisi economica, della difficoltà nel trovare lavoro, dell’imminente necessità che aveva di conseguire un impiego per potersi poi emancipare dalla casa del marito. Io le consigliavo di provare nei bar e nei ristoranti, dato l’approssimarsi della stagione estiva ma lei mi ha detto che dato il suo precario equilibrio psichico dovuto alle vicissitudini familiari non sarebbe stato consigliabile farla lavorare a contatto con il pubblico, le ho poi chiesto se avesse mai lavorato in Svizzera ricevendo come risposta “qualche serata nei locali così como cubista, ma niente…”

     

    Questo della fidanzata stragnoccona esotica è un errore tipico di noi non fighi, convinti di aver trovato la figona che nei nostri contesti di origine sarebbe stata “fuori mercato” ma poi paghiamo le conseguenze della nostra inesperienza e della nostra scarsa conoscenza dei casi della vita. Le cubane e/o le ragazze provenienti dai paesi poveri (in verità da alcuni di loro: America Latina, Est Europeo in generale, Romania in particolare se proprio vogliamo fare una mappa della sòla) è bene conoscerle all’interno del loro contesto di origine e non fare l’errore di portarle in casa propria, in quanto si “adeguano” nei modi più strani, a parte qualche lodevole eccezione sono unioni che non funzionano.

     

    La vertigine da autostima, data dall’avere al nostro fianco il figone di turno verrà presto sostituita dall’amaro disincanto e da una catastrofe economica e morale. Meglio avere pazienza, saper aspettare e guardare oltre il figone da vetrina, ripiegare (sempre che di ripiego si tratti e per me non lo è affatto) su ragazze meno belle, meno appariscenti, sulle non fighe o comunque su ragazze emancipate, acculturate, indipendenti, se proprio volete la straniera puntate piuttosto verso nord, guardate magari un po’oltre Gottardo, meglio se proveniente da zone di religione protestante, comunque lasciamo perdere le strafighe, non sono roba per noi, la strafiga nel mondo latino è quasi sempre ad alta manutenzione, il non figo non è tipo da strafiga, ricordatevelo, magari non vedrete il cadavere del vostro nemico trasportato dalla corrente del fiume, ma per lo meno eviterete di finirci voi stessi nel fiume.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 00:22 | commenti (12)


    lunedì, aprile 18, 2005
     

    VIVERE

    E’ strano come ogni volta ci sia gente che si stupisce del fatto che io non abbia una minima idea di quelli che sono i locali considerati trendy e che non conosca nessuna discoteca della zona.

     

    In genere il Lunedì, al rientro al lavoro, tutti parlano dei loro magnifici sabati sera passati in giro per bar e discoteche, dei loro rapporti quasi paritetici con i vip televisivi e con i personaggi dei grandi fratelli e delle isole dei famosi e restano quasi inorriditi nel sapere che io, a parte qualche patetico tentativo di integrazione in adolescenza, ho sempre evitato tutto ciò. Si sprecano in ogni occasione espressioni del tipo “ma che vita fai!?” o domande sul genere “ma non ti rompi le balle?” e soprattutto “ma tua moglie cosa dice?” come se fosse cosa naturale che tutta la popolazione di genere femminile debba essere ad alta manutenzione e necessiti di un compagno che dia loro una dose di pluscool e di mondanità nei fine settimana.

     

    La mia particolarità è che non sento l’esigenza tipicamente neoproletaria di “scaricarmi” o di “trasformarmi” nei fine settimana e non ho bisogno, per avere una vita che meriti di essere vissuta, di lasciare una buona parte del mio stipendio nelle casse dei locali notturni. Non me ne frega assolutamente nulla di “vedere gente” e inorridisco solo all’idea di un nugolo di adolescenti-culette urlanti mentre scattano foto, con i loro cellulari ultimo modello, o chiedono autografi al Taricone o al Tommy Vee della situazione, tutte cose che invece sembrano essere alla base del vivere per gran parte della popolazione giovanile e non solo.

     

    Riprendendo un discorso del sempre ottimo Cadavrexquis, ogni volta ho la riconferma che oramai per vivere si intende semplicemente dare testimonianza della propria esistenza, partecipare a quelli che sono i riti collettivi, ostentare cameratesche cordialità nei locali pre-discoteca salutare tutti ad alta voce per fare vedere che si conosce tanta gente salvo poi mandarsi a cagare durante il resto della settimana e quella di chi si chiama fuori da tutto ciò non merita semplicemente di essere chiamata vita. Mah!?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:03 | commenti (19)


    domenica, aprile 17, 2005
     

    SPALLE AL MURO

    “Oramai saresti anche troppo in su con l’età per ricominciare da zero in Italia”.

     

     

    Non è la prima che, ancora non trentaduenne, mi viene rivolta una frase di questo tipo e purtroppo nella remota ipotesi in cui un giorno, sotto effetto di potenti barbiturici, decidessi di prendere armi e bagagli e di ritornare nel “bel paese” mi troverei probabilmente ai margini del mercato del lavoro creato dalla “riforma Biagi”. Bell’affare il terrorismo, ammazzano un anonimo stracazzaro professore di provincia e il potere politico ne fa un martire e fa vangelo delle sue idee sbagliate applicandole integralmente alla legislazione italiana. Politicamente il terrorismo non è mai servito a un cazzo se non a ottenere gli effetti esattamente contrari di quelli che erano i suoi obiettivi.

     

     

    Sentirmi definire “vecchio” mi fa un effetto strano, personalmente non mi da fastidio più di tanto, non sono come quelle signore che dopo due gravidanze hanno come principale preoccupazione quella di rifarsi le tette e penso di essere molto ben immunizzato contro il virus del giovanilismo a tutti i costi, non sono mai stato bravo a fare bene il giovane. Tuttavia fino all’anno scorso mi stupiva e mi divertiva il fatto che ragazzi di 20-25 anni mi chiamassero “signore” e si rivolgessero a me con tono deferente e non faccio in tempo a stupirmi che già mi ritrovo vecchio anche se, secondo le statistiche, con almeno 50 anni di vita davanti.

     

     

    Lasciando perdere le considerazioni sulla mia persona, penso che in un paese che ci vuole precari a 27 anni e ci considera vecchi a 32 la classe politica dovrebbe dedicarsi ad attività dove farebbe meno danni, rilanciare la pastorizia bovina per esempio o darsi alla cura delle aiuole pubbliche o all’assistenza degli anziani. Siamo di fronte al crollo di un sistema paese, alla fine di un modello e non è un discorso di Berlusconi o non Berlusconi, anche se quest’ultimo governo è a mio avviso la più grande tragedia che ha colpito l’Italia dopo la seconda guerra mondiale, visto che anche il centro-sinistra altro non fa che dare adesione a questi dogmi del pensiero unico e le prime leggi sulla precarizzazione sono state, ahimè, promosse dall’allora governo presieduto dal sig. Massimo D’Alema.

     

     

    Quindi, precari a 27 anni e vecchi a 30 magari vivendo ancora con i genitori perché anche i monolocali sono troppo cari? Questo è il futuro che spetterà all’Italia?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 21:35 | commenti (6)


    venerdì, aprile 15, 2005
     

    ESSERE SE STESSI

    Sentendo parlare la gente e leggendo i profili nei blog o nei siti internet noto che tra le qualità irrinunciabili di un uomo c’è “l’essere sempre se stessi”. Quando senti pronunciare la frase “io sono sempre me stesso” non si può far altro che notare il tono enfatico di chi vanta una grande qualità, un tono che non è dato di trovare nemmeno in chi ha progettato 2000 grattacieli o in chi ha scoperto il vaccino contro una qualche grave malattia; chi dice di essere sempre se stesso ne va orgoglioso.

     

    Ma cosa vuol dire essere sempre se stessi? Io noto sempre di più di negoziare in continuazione il mio modo di essere, la vita mi chiama continuamente in situazioni di ribalta e in situazioni di retroscena, passo da una fondamentale timidezza ad una dissimulazione che assume talvolta gli aspetti di un’ostentata compagnoneria, cerco di adattarmi al contesto, a quello che è il mio interlocutore, a volte esagero in riservatezza e nei momenti di silenzio altre volte, al contrario, passo al teatrino puro, al cabaret ad un atteggiamento estroverso ai limiti della stucchevolezza, sono talvolta duro e talvolta remissivo.

     

    Ho vissuto anni fa l’innamoramento e quando si è innamorati si recita una parte ben precisa, ci si sente sempre alla ribalta, si calca il palco da protagonisti, si tende a dare il meglio di se, un’immagine idilliaca, ho vissuto tutta la fase successiva all’innamoramento, ho dato anche prova alla compagna della mia vita dei miei retroscena meno gradevoli e il nostro rapporto è cresciuto anche passando da fasi non proprio da libro harmony e sono convinto che in ogni rapporto esistano comunque delle linee d’ombra, dei punti oltre i quali anche al proprio partner non è dato di capire, non parliamo poi dei rapporti tra genitori e figli.

     

    Il Monsieurdosto è una parte di Andrea ma non solo, il vero Andrea è molto di più, è anche un qualcosa di diverso, nei blog vale la regola della metonimia, della parte che rappresenta il tutto.

     

    Esiste quindi una vera essenza del singolo individuo o in qualsiasi momento, anche quando diamo luogo a degli atteggiamenti apparentemente incoerenti con la nostra presunta “natura” siamo comunque noi stessi? Non sarà mica che questo “essere se stessi” è un sinonimo di “io sono così, accettatemi per quello che sono e questo è il mio carattere punto e basta”? cosa, quest’ultima, che da valore secondo me si trasforma in disvalore, una persona che non sa negoziare, che non sa fare il passettino indietro quando è il momento è a mio avviso irritante. Insomma, in poche parole, che cazzo significa essere sempre se stessi?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 20:15 | commenti (5)


    giovedì, aprile 14, 2005
     

    E VAI COL LISCIO

     

    Rimanendo in tema di raffinatezze musicali penso che sia arrivato il momento di presentare, in anteprima per i miei lettori, il pezzo riempipista della prossima estate nelle balere di tutta Italia, in particolare della riviera romagnola. Si tratta del testo di un pezzo composto dal sottoscritto che verrà interpretato dalla sempreverde orchestra Raoul Casadei, un gruppo che ha fatto genere nel panorama del liscio italiano. Ma vi lascio allo struggente testo del brano:

     

    Andiamo a far l’amor sotto le stelle,

    infreddoliti in uno scialle,

    con lo strusciarsi della pelle,

    il volo di mille farfalle

    come un cantico d’amor

     

    Andiamo a rotolarci sopra il fango,

    improvvisando come un tango,

    una mazurca o un fandango,

    con il battito del cuor

    sopra il campo dell’amor

     

    Insieme poi vedrem cader una stella

    Ed io per te mi farò bella,

    col gonnellone di flanella,

    il gambaletto di filanca

    il mio bustino e lo scarpon

     

    Insieme ne faremo delle belle

    del toro hai come le animelle

    la terra ha come mille molle,

    vorticando tra le zolle

    un bradisisma di passion

     

    ma tu lo sai che per me è lo stesso

    mentre mi sfiori con le mani

    se non è amore sarà sesso

    che ci importa del domani

    che certezza non ci da

     

    sarò come una mela appena colta

    con te che d’umor tuo mi riempi

    e una canzone d’altri tempi

    rimembrando quella vigna

    sotto il cielo di Romagna

    è tutto quel che resterà.

    Pensieri e parole di kendostoe | 20:22 | commenti (11)


    sabato, aprile 09, 2005
     

    IL RUOLO DELLE CULETTE NELL'AUTOPERPETUAZIONE DEL SISTEMA CAPITALISTA

    E’ tanto che non dedico un post a certe vacuità femminili da culetta e penso che sia giunta l’ora di spiegare il vero motivo della mia profonda avversione e della mia lotta contro questa determinata categoria di donne.

     

    I danni creati dalle culette alla nostra società, in particolare alla società italiana  (nella mitteleuropa esistono donne più o meno intelligenti, più o meno profonde, più o meno interessanti ma non esistono culette) trascendono quella che è una dimensione strettamente “micro” dei rapporti umani ma ha dei risvolti soprattutto “macro” in quella che è la perpetuazione del pensiero unico e nel pensiero debole.

     

    Dov’è la forza di questa categoria di donne? Da cosa è dato il loro grandissimo ed eccessivo potere che hanno nella società? Molti direbbero nell’essere portatrici di figa, ma sbagliano di grosso. La sessualità di una culetta è di per se interessante quanto un piatto di cavoli lessi dimenticati in frigo da tre giorni. La loro robusta autostima e il loro mai rinnegato, anzi spesso sventolato come qualità, egocentrismo le fa vivere il complesso intreccio egoismo-altruismo della relazione sessuale in una maniera completamente sbilanciata verso l’egoismo. Le culette sono le donne descritte dagli articoli della Palombelli, le femmine che sono diventate esigenti, che chiedono l’orgasmo senza capire che una relazione sessuale rappresenta la fusione tra due soggetti e il buon funzionamento del singolo è la condizione necessaria affinché funzioni il tutto. La culetta è colei che va corteggiata che va conquistata. Nel sesso come nel gioco della seduzione il suo sarà un ruolo totalmente passivo, la parte attiva sarà solo ed esclusivamente quella maschile. Di contro abbiamo la non figa, donna sempre alle prese con una serie di complicatezze e di insicurezze che invece, nel suo continuo mettersi in forse, cercherà di fare di tutto per conquistare, per sedurre, per compiacere il suo uomo e per avere delle conferme innanzitutto verso se stessa. Il sesso con queste donne è un qualcosa di favoloso e la loro non rispondenza a certe tipologie canoniche di bellezza femminile viene ampiamente ricompensata da una maggiore apertura sessuale, mentale e da un ruolo maggiormente attivo nella costruzione di qualsivoglia relazione.

     

    La forza nella culetta è nell’attività cardine di questo tipo di donna: il suo ruolo come consumatrice di gadget modaioli, il fatto di essere una consumatrice. I sociologi sono pienamente d’accordo che si è passati da una centralità del lavoro ad una centralità del consumo questo vuol dire che il consumismo, non solo riferito alle merci ma anche e soprattutto ai prodotti dell’industria culturale, è il meccanismo cardine del sistema capitalista sia nei suoi aspetti economici che in quelli culturali di autoperpetuazione del pensiero debole, di musica, cinematografia, letteratura di basso profilo e usa e getta. La culetta spende molto denaro in gadget, il suo shopping compulsivo è la cosa che fa “girare” l’economia” e che determina l’offerta culturale.

     

    Prendiamo l’esempio della musica leggera, esempio che può valere anche nella letteratura. I cantanti di successo sono quelli che strizzano l’occhio al pubblico di ragazzine, quelli che scrivono e cantano del loro vissuto, avere successo nella musica oggi vuol dire rivolgersi a quella fascia di pubblico che, a causa dell’ancora insufficiente informatizzazione della popolazione femminile e della loro scarsa pratica con i sistemi peer-to-peer, rappresenta la più cospicua fetta di mercato di prodotti discografici e soprattutto di gadgettistica ad essi legati. Capita così che a vincere il festival di Sanremo sia Alex Britti che decanta di donne tremendamente capricciose e rompiballe (“Mi piaci”) o che decanta il loro usare la figa come arma di pressione o il loro rapporto patologico con la sessualità facendosi vedere come l’uomo che sa aspettare (“oggi sono io”). La musica italiana per eccellenza è la canzone d’amore scritta da uomini e che parla di donne angelicate e messe su un piedistallo, non esistono cantautrici donne che scrivono canzoni d’amore (fenomeno diffusissimo nei paesi di lingua tedesca) e tutto ciò oltre a perpetuare il loro ruolo passivo nel gioco della seduzione favorisce il pensiero debole e la crescita di un’offerta culturale banale e usa e getta.

     

    Quando il pubblico di fruitori è questo l’offerta si adegua dando potenza e sdoganamento mediatico a certi atteggiamenti che a loro volta vengono rafforzati dalla potenza manipolatrice e dalla forza di diffusione dei media, si espandono a macchia d’olio e in maniera esponenziale diventando fenomeni di massa in un meccanismo a cascata  che ruota su se stesso fino ad assumere le proporzioni di sistema sociale e di antropologia ed oggi tale antropologia è quella dei modelli effimeri e superficiali, quella che ho più volte chiamato “cultura mediaset”.

     

    Lo scenario è quello della decadenza della risultante culturale dell’intera società italiana oramai appiattita verso il basso, verso il veliname, il tetteculi, gli intrattenitori che calcano i palchi televisivi senza saper fare nulla, la vittoria dell’immagine sulla sostanza e soprattutto la musica vista come bene di consumo e non come prodotto di cultura. La culetta avrà armadi pieni di scarpe e di vestiti che spesso non indosserà mai e avrà anche la sua discoteca o biblioteca piena di prodotti scadenti dall’elevato grado di obsolescenza naturale e artificiale. Il sistema per funzionare bene deve sostituire a scadenze sempre più brevi i propri gadget e i propri prodotti, così come, parafrasando le nostre nonne: “le lavatrici non durano più come quelle di una volta” (ed è vero) se provate a leggere la hit-parade di 30 anni fa e quella di due anni fa vi renderete conto che la hit parade di allora è fatta di pezzi immortali che tutti (specialmente coloro che hanno la mia età) ricorderanno, quella di due anni fa è fatta da pezzi andati in fretta nel pattume del dimenticatoio. Insieme alla musica ad essere cambiata è stata la società ed è cambiata nel senso di far diventare la dimensione del consumo sempre più importante e oggi il consumo è donna, o meglio il consumo è culetta e se il potere è nel consumo è il potere stesso ad essere “culetta”.

     

    Che fare? Credo che ora come ora serva pensiero forte, servono divulgatori, serve educazione, serve capire questo meccanismo e combatterlo dall’interno, bisogna isolare e colpire o mediante lo stesso meccanismo dare potenza mediatica all’offerta culturale di qualità. Gli intellettuali stessi devono smettere gli stretti panni dell’anti-mediatismo e del misoneismo di maniera ed imparare ad usare come strumento un sistema che spesso usa come strumento noi, nella veste di consumatori, poliziotti, lavoratori, chiudersi nelle nicchie e nelle torri d’avorio oramai non è solo inutile ma anche dannoso.

     

    Domenica sarò in Danimarca, ci vediamo giovedì. Vi chiedo di riflettere su quanto ho scritto. Ciao a tutti.

    Pensieri e parole di kendostoe | 16:24 | commenti (19)


    mercoledì, aprile 06, 2005
     

    SUL CONCETTO DI NATURA

    A volte non riesco proprio a capire i cattolici.

     

    Prendiamo per esempio il caso di Terri Schiavo. Tutti si sono sbattuti per tenere in vita la povera ragazza ed hanno aspramente contestato la decisione dei giudici di lasciarla morire. Riguardando bene il caso qualche perplessità sulla sua morte è venuta anche a me: perché il marito si è “svegliato” dopo 15 anni? Perché spetta proprio al marito, che intanto ha messo su un’altra famiglia senza però divorziare dalla moglie in coma, decidere della vita o della morte di una persona? Siccome io credo nella sostanziale malafede del prossimo e i miei rapporti con gli altri sono basati sullo slogan: “strigne lu culo, allunga li passi” ho dei serissimi dubbi sulla natura morale delle motivazioni del marito della Schiavo e lasciar vegetare una persona per 15 anni rappresenta comunque quantomeno un colpevole ritardo. Faccio queste considerazioni nonostante siano note le mie posizioni a favore dell’eutanasia.

     

    Se i cattolici avessero avanzato le mie stesse perplessità sarei stato in linea di principio d’accordo con loro e con il loro modo di vedere questo specifico caso, ma la loro battaglia si è invece incentrata sul fatto che questa morte sia in un certo qual senso contro natura.

     

    Terri Schiavo si alimentava con una sonda naso-gastrica, se avessero lasciato fare la natura sarebbe già morta 15 anni fa ed oltretutto, stando alla dottrina cattolica, si sarebbe compiuto il progetto di Dio rispondendo alla sua chiamata e accorciando la permanenza di Terri nella valle di lacrime terrena a favore della vita ultraterrena. Così non è stato… la sonda naso-gastrica, l’accanimento terapeutico e il vivere attaccati alle macchine sono cose  naturali. Mah?

     

    Sempre sul concetto di natura prendiamo l’omosessualità. I cattolici avversano gli omosessuali perché il loro comportamento è contro-natura, così come è contro-natura la contraccezione; temi sui quali hanno un’attenzione che ha quasi del maniacale. Ma perché non dirigono il loro odio per esempio contro i tram? I tram mica crescono sugli alberi! Anche i tram sono contro-natura! Mica Dio ha creato i tram! A me, per esempio, stanno sulle balle i tralicci della luce e domani li abbatterò perché sono contro-natura, per non parlare dei cartelli di divieto di sosta, anche quelli sono contro-natura, dove cazzo è l’albero dei cartelli del divieto di sosta? Perché sull’osservatore romano non vedo mai scritto “Cattolici uniti contro i tram”? Sono dubbi lancinanti…

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 18:02 | commenti (6)


    lunedì, aprile 04, 2005
     

    SENSO CIVICO E PROFESSIONE DI FEDE

    Sono stato a Bologna a compiere il mio diritto/dovere elettorale.

     

    Diciamo che l’ho fatto per puro senso civico e pura professione di fede visto che non vivo più nell’Emilia Romagna e le decisioni del nuovo governatore e della nuova giunta regionale non avranno comunque ripercussioni nel mio vissuto quotidiano. Non ho nemmeno seguito molto la campagna elettorale, mi sa che comunque non mi sono perso nulla, mi è bastata solo una dichiarazione del candidato del centro-destra dove parlava di difesa dei diritti dell’impresa e della famiglia, senza menzionare quelli dell’individuo, a convincermi della necessità di prendere il treno e di contribuire alla scontata vittoria della coalizione del centro-sinistra.

     

    Lasciamoci andare a qualche pronostico…

     

    Dalla 20esima pagina del “Corriere della sera” di Martedì 5 aprile (le prime 19 sono dedicate alla morte del papa): “Elezioni regionali, vince l’Ulivo. Berlusconi: il voto non ha alcun significato politico visto l’astensionismo di gran parte del mondo cattolico, tradizionalmente vicino alla casa della libertà, impegnato nella veglia alla salma del Santo Padre.”

    Editoriale di Angelo Panebianco: “un’elezione che non s’aveva da fare”.

    Storace annuncia una battaglia giudiziaria: “elezioni irregolari condizionate dalla scandalosa decisione delle toghe rosse del consiglio di stato di riammettere la lista di Alessandra Mussolini.”

     

    Titolo in prima pagina di Libero: “Al polo la provincia di Caserta. Dopo i successi di Latina e di Catanzaro la coalizione del presidente del consiglio conquista anche la provincia campana, i dati parlano di vittoria con percentuali superiori al 60% nei comuni di Casapulla, Capodrise, Maddaloni superiore e  Casal di Principe.  Ha vinto la politica del governo.”

    “Lazio: Storace battuto dai giudici fascio-comunisti.”

    Editoriale di Vittorio Feltri: “Perché possiamo definire Caserta la cartina di tornasole per le politiche”.

     

    Speriamo….

    Pensieri e parole di kendostoe | 01:10 | commenti (8)


    domenica, aprile 03, 2005
     

    IL POPOLO DEGLI SMS

    E’ successo, il papa se n’è andato.

     

    Non riesco a fare pensieri intelligenti in questo momento, mi viene solo in mente un evento, quello che la morte del pontefice è stata comunicata con un sms a tutti i giornalisti. Da un’istituzione così, a volte ottusamente, conservatrice viene data LA notizia con lo strumento comunicativo che è lo strumento della modernità per eccellenza, uno strumento così poco solenne, freddo, insomma un sms. Mi sarei incazzato se mi avessero dato la notizia della morte di una persona a me cara con questo stupido strumento. Mi vengono in mente delle associazioni di un’amarissima ironia, un giorno potrei sentire l’incipit della nona sinfonia di Beethoven, prendere il mio Siemens C62 e leggere “Andrea, è morto tuo padre” li per li non ci crederei, penserei a uno scherzo, chi può essere così imbecille? Non riescono a non essere ipocriti nemmeno davanti alla morte. Prima aggettivi roboanti, sproloqui di superlativi e poi, quando arriva il momento, un sms.

     

    Rai due trasmette le inutili testimonianze dei tanti avventori di Piazza San Pietro, gli “stavamo in un bare quanno emo sapudo a’ notizia e semo sconvorti”, alla tv svizzera altre testimonianze mandate con gli sms ad un numero verde. I peruviani che vivono nel mio palazzo e che sono soliti allietarci i week-end gridando il loro calore latino e la loro felicità alcolica fino alle 6 del mattino della domenica oggi stanno in silenzio, non ci sono gli echi delle canzoni della Pausini rifatte in spagnolo, niente canzoni di Luis Miguel nè voci piagnucolanti che cantano di amori non corrisposti, di tradimenti, di donne stupidamente esaltate e angelicate, sulla base di un’orchestra a ottoni, nè ritmi ballerecci a scalciamente equini. Tutto sembra così irreale.

     

    Di quest’uomo parleranno i libri di storia, io nel mio piccolo l’ho molto avversato ma ora ho una certa inquietudine, e una certa umana pietà per quell’anziano e tremante signore dalle idee reazionarie ma nemico delle guerre e a suo modo a favore del dialogo tra religioni. Ho paura che ritorni la chiesa dei concordati con i regimi fascisti e nazisti, ho timore che a vincere siano coloro che all’interno di quel mondo parlano di guerre sante, di cristianizzazione del mondo, di crociate, quelli che benedicono le armi made in Usa, quelli dello scritto apocrifo attribuito a quell’anziano signore che oggi ha lasciato questo mondo. Al peggio, purtroppo, non c’è mai fine.

     

    Tra pochi giorni tutto tornerà alla normalità, ci sarà un altro papa, i peruviani ricominceranno ad allietare le notti della mia via luganese, Piazza San Pietro si svuoterà, le bandiere non saranno più a mezz’asta, si ricomincerà a discutere di derby, di moviole, di complotti arbitrali e tutto il popolo ritornerà alle sue quotidiane occupazioni e qualche giornale parlerà di loro, della loro modernità, del popolo degli sms.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 01:48 | commenti (5)


    venerdì, aprile 01, 2005
     

    IL FATTO

    Tutto si è fermato, non il campionato di calcio che sabato e domenica si lascerà andare a 10 minuti di preghiera, poi in campo cominceranno come al solito a farsi fallacci e a recriminare e i tifosi cominceranno ad insultarsi e ad accoltellarsi tra loro. Ci saranno le elezioni, com’è giusto che sia, ci sono stati comunque risparmiati due giorni di una campagna elettorale che ha raggiunto il livello massimo di becerume, retorica e manicheismo.

     

    Arrivano le direttone e reti unificate, i prossimi giorni arriveranno i concerti delle pop-star in disarmo, gli specialoni televisivi e giornalistici, nessuno dei quali oserà esprimere un dubbio, una critica, una contrarietà nei confronti di un pontefice e di una istituzione che hanno portato indietro la chiesa e il mondo di decenni su questioni cruciali che riguardano il quotidiano di tutti, siano esse la contraccezione, l'aborto, l'omosessualità, la convivenza senza matrimonio. Un pontefice sempre pronto all'interferenza negli affari laici e nell'arena politica, soprattutto in Italia anche se gli va comunque dato atto di un serio impegno a favore della pace e contro le guerre. I consensi unanimi mi mettono sempre una grande paura, ma non è sicuramente questo il momento delle critiche, gli avversari si combattono da vivi, davanti alla morte c’è solo il composto e silenzioso rispetto per l’uomo. Lo stesso rispetto che non hanno avuto coloro che hanno dato luogo alla disgustosa ostentazione mediatica di un uomo vecchio e sofferente, alla strumentalizzazione dell’incoerenza e dell’incapacità di intendere e di volere di un monarca non più in grado di sostenere le sue funzioni, alla farsa di un libro a lui attribuito ma scritto chissà da chi, il “Breznev sta bene” ; “ha la tracheotomia ma respira autonomamente”  sostenuto a dispetto di ogni evidenza, la sofferenza in diretta a reti unificate, le frotte di turisti e pellegrini che vanno a vedere la morte in vacanza.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 21:28 | commenti (7)