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martedì, maggio 31, 2005
QUATTRO VOLTE SI
E’ da un po’di tempo che non dedico un post alla politica ed è arrivato il momento di farlo. Vi avviso innanzitutto che questo post sarà più sconclusionato del solito.
Avverto ultimamente una nuova svolta nel dibattito politico: dopo che questi anni di governo di quel micidiale mix aziendalismo-berlusconismo-fascismo-xenofobia-cattolicesimo reazionario che è il centro-destra italiano hanno portato il paese ad un baratro economico, sociale e culturale e ad un deficit di democrazia inimmaginabili è arrivato il momento di un po’ di sano machismo da sala da barba. A dare il via al tutto è stato, e non poteva essere altrimenti, il Presidente del Consiglio che ha definito inizialmente i suoi compagni di schieramento come degli sciupafemmine e poi, ultimamente, parlando dell’Italia come di un paese ricco, ha fatto accenno al primato del numero di sms che “gli italiani mandano alle loro numerose fidanzate”, prima ancora però nell’invitare gli imprenditori stranieri ad investire in Italia ha tirato fuori come credenziale le segretarie “belle e sessualmente molto disponibili”.
Nei giorni scorsi è arrivato il momento del rieletto sindaco di Catania Umberto Scapagnini che ha dato merito dei suoi successi politici alla sua instancabile attività sessuale, dopo due matrimoni naufragati, con la sua nuova compagna brasiliana di 30 anni più giovane di lui. “Mai meno di cinque volte a notte nonostante i miei 63 anni” dice il sindaco catanese; “è talmente assatanato che non riesco a stargli dietro nonostante la mia giovane età” incalza la sua compagna. A parte il fatto che il signor Scapagnini forse non sa che certe volte le donne dopo cinque volte dicono “meno male che non ha fatto anche la sesta” e che la sessualità non si misura solo con gli strumenti quantitativi e non è fatta solo di martello pneumatico, ignora poi candidamente che la città di Catania ha perduto un intellettuale come Franco Battiato e che è alle prese con i soliti problemi di ingerenza mafiosa. Da un primo cittadino di una simile realtà è forse lecito aspettarsi di più di un “sempre in tiro la mia minchia jè” degno delle peggiori macchiette siciliane.
Dico questo perché se associamo questa nuova tendenza al fatto che l’Italia è all’ultimo posto in Europa come rappresentanza femminile nelle istituzioni politiche e al penultimo come tasso di occupazione femminile (seguita solo da Malta), con buona pace delle riviste da sciampiste e dei rotocalchi stracazzari che descrivono le italiane come donne autonome emancipate e indipendenti e ne parlano come se stessero parlando delle tedesche o delle svedesi, ne esce un quadretto ben poco rassicurante. Non c’è da meravigliarsi che da questo quadretto sia nata una legge come quella sulla procreazione assistita che tutti noi abbiamo il dovere civile di bocciare votando si a tutti i quattro referendum del 12 giugno.
Le donne italiane hanno una grande possibilità: quella di riappropriarsi del loro corpo, del loro diritto alla maternità consapevole e di fermare la deriva che le vuole veline, oggetti sessuali, vuoti involucri. Venendo al merito della questione l’embrione è una vita primordiale e non autonoma, cioè un essere che prima di arrivare ad una forma compiuta e indipendente sarà, per nove mesi ma anche nei primi mesi di vita, dipendente da un altro essere, nello specifico la madre. Il 12 e il 13 giugno si deciderà se i destini di questo germoglio cellulare debbano essere decisi dalla madre o da un Mons. Ruini qualsiasi. Le donne decideranno se essere veramente autonome e padrone di se stesse o oggetti di decisioni altrui. La scelta è civiltà da una parte e barbarie dall’altra e se questo referendum non raggiungerà il quorum siamo veramente al baratro e non sarà certo un posto di lavoro come segretaria sessualmente disponibile a risarcirvi di tanti diritti e di tante dignità umane negate. Non andare a votare significa meritarsi tutto questo, italiani di merda.
lunedì, maggio 30, 2005
SHOPAHOLIC
I
Cara Silvietta,
Ti ho sempre voluto un gran bene, sei sempre stata la mia cuginetta preferita e c’è sempre stato un rapporto speciale tra noi, ma mi devi spiegare alcune cose:
Perché ti sposi il 23 Luglio?
Perché ti sposi il 23 Luglio a Terni che sta in mezzo a una conca e in quel periodo sono 42°?
Ma soprattutto perché ti sposi?
Per rompere i coglioni ai parenti naturalmente! Perché sennò?
II
Abbigliamento di Monsieurdosto: Camicia scozzese manica corta su fondo amaranto pagata 10,99 Franchi Svizzeri al Carrefour di Lugano. Pantalone beige con tascone laterali dove tengo portafoglio, cellulare, agendina, sigarette, chiavi di casa, chiavi della macchina che danno al pantalone un simpatico effetto scampanato, pagati 9,99 euro ai magazzini “Le matte” S. S. 415 Paullese a Bagnolo Cremasco. Canottiera bianca, 9,99 Franchi confezione da tre, sempre al Carrefour così come ho comperato al Carrefour i boxer bianchi a righine nere 14,99 Franchi la confezione da 3. Mocassini testa di moro con suola in cuoio portati senza calzini pagati 19,99 euro in offerta in un negozietto a Chiasso. Mi sembra di camminare a piedi nudi sulla margarina. Comunque ho indosso un totale di 42,52 € di vestiti. Riuscirò ad essere ammesso nelle shopaholic?
III
Forse, se sarò convinto, stasera o domani pubblicherò un mio racconto intitolato “La dote”. Restate sintonizzati.
venerdì, maggio 27, 2005
ALTA MANUTENZIONE E PICCOLE INGIUSTIZIE
Anna Falchi, futura sposa, in regime di comunione dei beni, dell'imprenditore Stefano Ricucci, ha dichiarato a Gente: "Per ora andremo in una casa da giovane coppia: 180 metri quadrati con terrazza. Per la casa vera ci vorranno tre anni".
Siamo sempre più circondati dalla merda e non si riesce a trovare il pulsante dello sciacquone. Fortunatamente non ho mai avuto il problema se sposarmi o no in comunione dei beni, visto che non li ho mai avuti i beni.
La mia amica Valeria si è detta profondamente offesa e umiliata perché su un muretto sotto casa sua è comparsa la scritta “Valeria figa” riferita evidentemente a lei. Io pagherei pur di vedere scritto sui muri “Monsieurdosto figo”. Mah! Certe volte la vita è proprio ingiusta.
giovedì, maggio 26, 2005
ZUCCHINI BRAVA GENTE
Lo scambio interculturale è sempre e comunque un arricchimento notevole per il bagaglio di ognuno, sembra una frase fatta svuotata di significato ma è quello che sto pensando da un po’ di tempo, soprattutto da quando sto lavorando ad un progetto di ricerca con una collega “zucchina” di Zurigo.
Questa collega è una mia coetanea, una ragazza sempre acqua e sapone, di primo impatto non sconvolgente ma comunque particolare e molto gradevole, insomma un tipo di donna che magari in fondo non ti piace veramente ma che per la sua presenza costante e per il fatto che condividi con lei metà del tuo tempo giornaliero (la metà meno divertente) ne apprezzi ad un certo momento dei particolari; sarà forse quel modo di mostrare i denti quando sorride, il tono di voce sempre gentile e affettuoso, il seno accogliente e prosperoso senza artifici che siano plastiche o wonderbra che sfida tranquillamente il passare del tempo e la forza di gravità, l’abbigliamento camp, il non portare mai un filo di trucco né una goccia di profumo; insomma una di quelle persone che ogni buon non figo a partire da quei piccoli particolari avrebbe fatto propria con tutto il suo corpo e tutta la sua anima.
Se fossimo stati in Italia la ragazza in questione sarebbe stata considerata una “non figa” in atteggiamento camp ma il fatto è che non stiamo in Italia e nella Svizzera tedesca parlare di figo-non figo non ha senso per una serie di fattori culturali, di indole della popolazione e di consolidate usanze. Consideriamo che coloro che vivono oltre-Gottardo sono considerati dei super-tedeschi, non esiste alcuna forma di machismo (pratica alla quale i non fighi sono poco inclini) e soprattutto sono scevri da ogni forma di compagnoneria. Lo svizzero non vuole, non deve e non ci tiene a piacerti per forza. Parafrasando il Luciano De Crescenzo di “così parlò Bellavista” un film che ha come protagonista un efficientissimo ingegnere milanese alle prese con il lassismo napoletano, gli svizzeri appartengono al novero dei popoli di libertà contrapposti ai popoli d’amore identificando questi ultimi con i popoli meridionali.
Con il tempo ho cominciato a capirli e anche a stimarli e ho imparato che se accetti questo loro modo di essere ed alcune loro buone e giuste usanze poi non avrai problemi ad esprimere la tua latinità, il tuo pensare “meridionale”. Come tutti i popoli di libertà hanno un loro modo di (non) vivere una dimensione sociale e di vivere fortemente la loro individualità e soprattutto di rielaborare la solitudine non vedendola solo come massima espressione della sconfitta ma anche come scelta consapevole, per loro è normalissimo andare al cinema, al ristorante e uscire da soli tutte attività che ho fatto per lungo tempo acquisendo lo stigma di “persona strana” insomma di “non figo”. Nonostante siano abituati ad accogliere stranieri e il 23% della popolazione (percentuale che arriva anche al 40-50% nelle grandi città) sia di nazionalità non elvetica non vi aspettate folclore e colore e soprattutto non vi aspettate affatto quell’etnismo di maniera alla Camila Ratzonovich, loro ti accolgono purchè li si lasci vivere in pace la loro individualità e soprattutto non gli si rompano i coglioni e ti fanno semplicemente (ma sono le cose più semplici a rappresentare grandi conquiste) vivere dignitosamente e in piena libertà con la tua coscienza, anche gli stranieri a Zurigo, ad Aarau e a Basilea sembra che non abbiano alcuna voglia di distinguersi e si adeguano a questa forma di individualismo e di riservatezza tipica di un popolo che sull’individualismo e sulla riservatezza ha basato un sistema economico, sociale e politico.
Ritornando alla mia collega è da molto tempo ormai che noto il non affatto ricercato campismo del suo modo di abbigliarsi. Nei giorni più freddi era solita indossare un completo giacca-pantaloni di velluto marrone con gli anfibi o gli stivaloni sopra i pantaloni, una mise che ero solito vedere nei fantini e ora che arrivano le giornate calde noto che è solita usare il gambaletto o il calzino bianco corto abbinando contemporaneamente pantaloni gessati, maglia elasticizzata e scollata, scarpe da tennis. Oggi le chiedo, prendendola bonariamente in giro, come mai sia solita usare quegli indumenti così “matapassion” soprattutto il calzino corto bianco (in una donna poi!!!) che tra l’altro le rigava la caviglia e la sua risposta mi ha veramente stupito. Si tratta di un “piccolo trucco di loro donne” visto che il gambaletto e il calzino a differenza del collant non crea l’”effetto pialla” sul sedere.
Ho pensato allora a quanto in fondo siamo diversi e a come non solo il gambaletto e il calzino bianco siano stati sdoganati dalle donne zucchine ma siano addirittura stati promossi a feticci di piccole malizie femminili. Trovo questo campismo spontaneo assolutamente interessante, un essere al di sopra dei clichè, delle etichette e delle mode, un non voler apparire a tutti i costi integrati, un rifuggire il collaudato random dell’immagine a tutti i costi che non fa altro che creare individui tutti uguali e rigidi meccanismi di inclusione/eslusione, che non fa altro che creare fighi e non fighi. Si può essere seducenti anche con il gambaletto e il calzino bianco, così come si può esserlo anche con la maglietta della salute e la camicia squadrettata rifuggendo i modelli televisivi da velina e da Costantino.
In un paese autenticamente civile e avanzato fare del non fighismo un richiamo della propria identità non ha senso alcuno, in un futuro mondo migliore non esistono fighi e non fighi né esistono etichette sociali totalizzanti ed è a questo che dobbiamo mirare, portando con orgoglio le nostre camicie squadrettate.
martedì, maggio 24, 2005
MUSICA
Raccolgo volentieri l’invito di Yoshi e contribuisco a riempire la rete di un po’ di sana paccottiglia e a guadagnarmi qualche accesso extra.
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Volume totale dei file musicali
Un 4 giga. Il mio timido contributo per togliere ai discografici e ai cantanti i guai derivanti dalla gestione della troppa ricchezza.
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L’ultimo cd che ho comprato
“Horse and Fish” di Vinicius Cantuaria e “Knuckle down” di Ani Di Franco, comprati sabato scorso ad Aarau.
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Canzone che sta suonando ora
“Jimmy ballando” di Paolo Conte, un vero capolavoro, una canzone talmente bella che vorrei che la ascoltassero tutti.
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Cinque canzoni che ascolto spesso ultimamente o che significano molto per me
“Povo que lavas no rio” e “Fado portugues” di Dulce Pontes perché la mia patria sono i miei ricordi e i miei ricordi sono fatti di luoghi e il Portogallo è uno di questi, poi Dulce Pontes ha la voce più bella che abbia mai sentito in una donna. “Sparring partner” di Paolo Conte perché oltre ai personaggi che mi fanno vergognare del mio passaporto ce ne sono altri che me ne fanno essere orgoglioso, Paolo Conte è uno di questi. “Il pianista di Montevideo” di Pippo Pollina perché è un amico, un grande uomo, un grande cantautore. “Concerto a Colonia” di Keith Jarret perché quando suona il piano lui mi vengono i brividi e mi si attorcigliano le budella, ogni volta che penso al concetto di perfezione ho in mente la sua musica.
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Persone a cui passo il testimone
Ovviamente e non poteva essere altrimenti al mio collega nonfigologo e al mio blogger preferrimo (si dice preferrimo?) Coniglione, al raffinato Underworld e a Thewestway perché girare in Bmx (la vecchia bici da cross) a Londra è da veri esteti del camp e perché ha capito che la povertà è divertente e creativa, quindi questa ragazza mi piace.
ANALISI DEL SOTTONONFIGO
Dopo aver ampiamente disquisito della condizione del non figo tenendo conto di una visione dicotomica ed idealtipica della società (fighi-non fighi) è giunto il momento di trattare una figura presente nei vari contesti sia come stato transitorio e primordiale del non figo, sia come individuo altero rispetto all’oggetto di tante nostre trattazioni, stiamo parlando del sottononfigo.
Riprendendo gli scritti di Carlo Marx, il grande filosofo tedesco analizzava in molti suoi testi la figura del sottoproletariato (Lumpenproletariat) ossia una fascia della popolazione composta per lo più da inoccupati e sottoccupati disponibile ad una funzione controrivoluzionaria, una sorta di proletariato non organizzato e non consapevole della propria missione storica e del proprio ruolo marcatamente rivoluzionario. Marx aveva una visiona fortemente negativa nei confronti di questa classe di soggetti, parzialmente riscattata dalla letteratura, in particolare da Pasolini che vedeva invece nel sottoproletariato romano non inquadrato nelle organizzazioni politiche della classe operaia una funzione traente.
La stessa tensione e la stessa ambivalenza caratterizza il rapporto tra il non figo e il sottononfigo dove per quest’ultimo intenderemo l’emarginato, il nerd, il secchione, il disadattato o più in generale colui che è funzionale alla società dell’immagine e che non ha ancora creato una propria antropologia consapevole da non figo ed è incline ad una riproduzione dei valori sociali dominanti sia mediante un atteggiamento passivo di emarginazione e autodegradazione del sé sia mediante un atteggiamento attivo di integrazione o tentativo di integrazione.
Cominciamo il discorso dicendo che ogni non figo è stato in un suo stato primordiale spesso, ma non solo, identificabile con la preadolescenza e le prime fasi dell’adolescenza un sottononfigo. Prima di maturare e di acquisire tutto l’equipaggiamento culturale che gli permettesse un’emancipazione, la creazione di un mondo “altro” e di un coerente sistema di valori che parte dalla sostanziale accettazione della propria diversità, il non figo è stato spesso un emarginato, un secchione, un nerd, ha vissuto una vita solitaria senza incidere minimamente nel sistema di valori dominante e solo in seguito, con l’avvenuta consapevolezza e con la risposta mediante una forte tensione verso la cultura, con un atteggiamento camp ed autoironico, con lo sviluppo di altre doti caratteriali e di una spiccata sensibilità abbiamo la sua promozione, anche se non so quanto ambita ad un occhio esterno, da sottononfigo a non figo.
In molti casi purtroppo questo scarto, questo cambio di passo, non avviene e si resta nella condizione di sottononfigo. Facciamo alcuni esempi di SNF e vediamo in che rapporto sono con il non figo. Prendiamo la figura del nerd, del secchione: a differenza del non figo il secchione è un individuo eterodiretto, andrà molto bene a scuola a scapito di una rinuncia totale ad ogni forma di pensiero critico, il secchione non è mai colto, non ha mai una visione organica di ciò che trascende i programmi scolastici, avrà poca o nessuna esperienza della vita, il non figo in genere a scuola se la la cava, raggiungerà il massimo risultato possibile con il minimo sforzo, i suoi interessi spazieranno su vari campi ed avrà una solida preparazione, vieppiù teorica, su tutti i temi della vita tanto da cadere, a differenza del sottononfigo, vittima di Luise Rossi. Pur nella sua essenza schiva e riservata la compagnia del non figo è considerata gradevole, la sua saggezza squisita, anche se abbinata ad un aspetto fisico e ad un look al di fuori da ogni canone di accettazione sociale.
Questo esempio ci serve a capire che la differenza non figo-sottononfigo sta tutta nel binomio autodirezione (tipica del non figo) eterodirezione (caratteristica del sottononfigo). Quest’ultima figura sarà comunque eterodiretta, condizione manifestata in ogni rapporto con l’autorità a partire da quella genitoriale fino ad arrivare a quella scolastica e lavorativa. Il sottononfigo avrà, come il non figo, dei genitori iperprotettivi e iperapprensivi solo che, a differenza del non figo, non avrà un rapporto conflittuale con loro o per lo meno il conflitto sarà solo latente, anzi si dedicherà a molte attività in compagnia dei genitori, della madre in particolare, ci andrà a fare la spesa, al mare, al cinema, in vacanza, allo stadio, perfino in discoteca. La sua figura è quella paragonabile al prigioniero in preda alla sindrome di Stoccolma, poi con il crescere e con l’inserimento nel mercato del lavoro, con mansioni sempre subalterne e insoddisfacenti dopo lunghi periodi di disoccupazione dovuti anche al poco saper muoversi nel mondo esterno, tenderà ad atteggiamenti aziendalistici, ad un’adesione incondizionata a quelli che sono i dettami dell’autorità e di una società verso la quale non sarà mai considerato integrato.
Dicevamo, nella definizione iniziale, del duplice atteggiamento passivo di emarginazione e attivo di integrazione. Il sottononfigo passerà dall’isolamento e disadattamento sociale patologico e vissuto come una vera disgrazia tanto da sfociare talvolta nella psicosi e nalla sociopatia (il non figo si fermerà alla neurosi e alla misantropia), alla più acritica delle integrazioni; per esempio la sottononfiga sarà innamorata del divo del cinema o del cantante sex-symbol, sarà una fan di gruppi musicali mainstream, banali e comunque di moda, avrà una forte tendenza allo shopping compulsivo sognerà di essere figa senza riuscirci assumendo anche un look da culetta cercando di somigliare il più possibile alle proprie torturatrici e carnefici come i deportati descritti magistralmente da Primo Levi e da Bruno Bettelheim e senza concepire che al di fuori dei modelli random un’altra via è possibile. La non figa avrà sempre un suo seguito maschile anche nutrito, la sottononfiga no, sarà rifiutata anche dai maschi italiani, nonostante siano famosi nel mondo per “tirare su proprio di tutto”.
Il rapporto non figo-sottononfigo sarà fortemente ambivalente. Da una connaturata empatia dovuta al fatto di avere un vissuto comune e una comune sensibilità che li rende ambedue vulnerabili alle malvagità del mondo si va ad una forte alterità, fino a momenti di tensione. La relazione sentimentale non figo/sottononfiga e viceversa sarà impossibile, le due specie sono incompatibili tra loro. Quando la sottononfiga tenderà all’integrazione disdegnerà la compagnia del non figo sognando altri lidi, e il non figo generalmente sogna la donna/l’uomo “particolare” e sarà compatibile solo con il/la non figo/a o con il non figo friendly. In poche parole il non figo sentirà una vicinanza emotiva con il sottononfigo, non contribuirà mai alla sua emarginazione, ma si sentirà comunque “altro” e distante tanto dalla condizione di figo, quanto da quella di sottononfigo.
Concludiamo con un’ultima breve nota: internet è pieno di sottononfighi, la tendenza isolazionista, data dalla condizione, postula un riscatto mediante rapporti virtuali e un vivere la virtualità con forte tensione emotiva e ossessiva. Dietro ai blogger che si prendono terribilmente sul serio, che inscenano polemiche, atteggiamenti da star, che cercano un palcoscenico sociale mancante nella vita reale, c’è sempre un perfetto sottononfigo che tenterà di riprodurre i rapporti sociali collaudati e rispondenti allo status-quo in un mondo parallelo, appunto virtuale, che non accetta e non capisce la valenza positiva del non apparire vincenti e dello stare ai margini e che è ossessionato dal non essere conforme al sistema di valori dominante.
lunedì, maggio 23, 2005
DEMOCRAZIA E STATO DI DIRITTO: ESEMPI DI CIVILTA'
Stamattina ho avuto quella che si direbbe una buona notizia. Ricevo una lettera dalla CGIL di Bologna dove mi comunicano che ho vinto una causa di lavoro su una questione di alcune trattenute indebite effettuate da un’agenzia di lavoro interinale per la quale ho lavorato negli ultimi mesi del 2000. Tale agenzia è stata condannata a versarmi un risarcimento di 1.300 euro.
Con la gioia tipica di chi riceve dei soldi inaspettati contatto l’avvocato che ha seguito la vicenda il quale, gettando acqua sul fuoco dei miei entusiasmi, mi comunica immediatamente che la controparte ha impugnato la decisione del giudice presentando richiesta di sospensiva e che quindi la sentenza non è ancora esecutiva. Nella migliore delle ipotesi il giudice può rigettare la richiesta di sospensiva e disporre il pagamento “nel giro di qualche mese”, nella peggiore si andrà in appello e i tempi “saranno certamente più lunghi”, quanto lunghi non è dato di capire ma se consideriamo che è una vicenda che mi porto dietro da quattro anni e mezzo posso ben immaginare che ad usufruire di tale somma saranno i miei futuri nipoti.
Peccato, per un momento mi era venuto il dubbio che l’Italia fosse uno stato di diritto.
Contemporaneamente leggo le reazioni indignate di membri del governo italiano, all’espulsione, da parte del governo cubano, di due giornalisti italiani e mi viene in mente la scena del documentario “Citizen Berlusconi”, prodotto dalla televisione pubblica norvegese Pbs, in cui due poliziotti in borghese allontanano i giornalisti dell’emittente dicendo che in Italia “è vietato parlare male del governo” scena ripetutasi pochi mesi dopo ai danni di una troupe della televisione della Svizzera tedesca in Italia per un reportage sui guai giudiziari del presidente del consiglio. Ai componenti della troupe veniva intimato in un italiano cadenzato da un forte accento meridionale di tornare “in mezzo alle mucche” alludendo in seguito alla somiglianza tra i simpatici animali simbolo della Confederazione e le madri dei giornalisti e minacciandoli della loro futura necessità di ricorrere ad interventi di chirurgia maxillo-facciale.
Il documentario norvegese è stato ovviamente censurato in Italia e dell’avventura capitata ai giornalisti elvetici non è mai stato fatto alcun riferimento nei media della repubblica degli spaghetti.
Forse abbiamo esportato talmente tanta democrazia e stato di diritto nel Medio-Oriente da esserne rimasti senza. Adesso indignamoci tutti per la mancanza di libertà a Cuba.
venerdì, maggio 20, 2005
IL NEGOZIO PARTICOLARE E RAFFINATO
Tanto per rimanere in un’analisi della fenomenologia del consumo, dopo aver analizzato la fenomenologia del Lidol oggi analizzeremo un fenomeno commerciale socialmente agli antipodi della cornice spontaneamente minimal e sinceramente proletaria dell’hard discount. Tale fenomeno non consiste nel blasonato centro commerciale con prodotti di marca, come molti potrebbero erroneamente pensare, ma nel negozio particolare e raffinato (per comodità NPR) detto anche negozio cariniiiiiiiiiiissiiiiiiiiimooooooooo.
Il NPR si trova generalmente nella via particolare e raffinata nella splendida cornice del centro storico particolare e raffinato e si riconosce da ben determinati elementi. Vediamo di analizzarli:
- Cartello “ingresso libero” alla porta. In genere la gente è intimorita dal NPR e si limita a osservarne la vetrina constatando quanto il negozio sia particolare e raffinato o quanto sia cariniiiiiiiiiiiiiiiiissiiiiiiiiiiiimooooooooooo (sulla base dell’estrazione culturale e dell’età del potenziale utente) rimanendo però sulla soglia.
- Gestori del negozio. Le tipologie sono tre: a) signora attempata tanto distinta. Si tratta generalmente di una signora in tailleur, magra e con gli occhiali, dal tratto vagamente ecclesiale e signorile, in genere rampolla di una famiglia bene con la passione per “il buon gusto”. Se vi trovate a Lugano sicuramente la signora in questione ha tutta una serie di aneddoti di quando faceva il collegio svizzero dalle suore. B) la biondina triste con gli occhiali. Trattasi di ragazza biondina, non brutta ma completamente anonima e trasparente, parla con un filo di voce e sta spesso a testa bassa, ogni tanto alza gli occhi quasi ad invocare di comprargli qualcosa perché deve pagare l’affitto. C) la moretta vagamente alternativa. La riconoscete dai gonnelloni indiani e dai bei golfini colorati, dalle ballerine nere, dal fare vagamente sbarazzino, dal capello a caschetto o con la frangetta, dalla bicicletta parcheggiata fuori dal negozio, dall’essere una sosia di Ameliepoulin che non la conosco ma non mi sorprenderei se un bel giorno la incontrassi dietro il bancone di un NPR.
- Articoli in vendita. Piccola legatoria e gadgettistica realizzata dalle suore dove è stata in collegio la titolare. Tutto il necessario per aromaterapia: incensi, diffusori, essenze, candele profumate e zoomorfe. Cosmetici naturali e stronzi. Piccoli gioielli stronzi. Edizioni costose e limitate di alcuni classici della letteratura. Libri antichi da collezione. Ammennicoli etnici o pseudo-tali. Stampe d’epoca raffiguranti la città percorsa dai tram che non ci sono più, i monumenti cittadini, la folla fuori dal teatro e la vecchia funicolare oggi in disuso. Graziosi manufatti raffiguranti buffi omini e buffe donnine con costumi tradizionali. Tè, tisane, infusi, tazze in porcellana anticata fabbricate in Corea del Sud. Quadretti con soggetti floreali o paesaggistici dipinti dalla titolare. Decoupage vario. Paralumi dipinti a mano. Prodotti alimentari biologici in porzioni da ¼ di persona e prezzo da confezione comunità. Confetture dei frati del sacro convento del Cristo divino lavoratore di Rivera-Bironico fatte con ingredienti biologici e genuini. Vasta scelta di ventagli stile Ibiza dipinti a mano. Piatti decorati a mano. Bambole di porcellana con vestitino inglese a vita alta. Tabacchiere, carillon, specchi in legno intarsiati a mano. Insomma, tutte cose di scarsa o nulla utilità ma vendute a prezzi vergognosamente alti e spacciate per un qualcosa di esclusivo, insomma di particolare e raffinato.
- Utenti. Si tratta per lo più di 4-5 giovani coppie al giorno. La moglie entra, guarda, tocca e dice rivolta al marito: “guarda che carino!” il marito risponde: “si cara, la prossima volta che dobbiamo fare un regalo… adesso però andiamo che sennò ci chiude il lidol” al che la moglie si congratula con la proprietaria dicendole che ha un negozio proprio carino, particolare e raffinato e che anche a lei piacerebbe avere un negozio così, dopodichè i due escono senza aver comprato nulla. In rari casi abbiamo la variante della coppia di fidanzati con maschio insofferente o della signora bene che guarda le tazzine in vendita dicendo che lei ne ha un servizio quasi uguale ereditato dalla nonna e che le cose belle si ereditano ed è una cosa kitsch comprarle nuove.
mercoledì, maggio 18, 2005
MEDICALIZZAZIONE DEL NON FIGO
Ogni buon non figo che si rispetti ha la sua bella storia di umilianti medicalizzazioni alle spalle. Di apparecchi ortodontici e di occhiali se n’è già parlato nei commenti del Coniglione ma le degradazioni a carattere medico cominciano talvolta ben prima della dentizione definitiva e che si riscontrino dei difetti alla vista.
Siamo stati innanzitutto dei bambini iper-timidi che camminavamo a testa bassa, a schiena curva e in punta di piedi per non fare rumore, ci nascondevamo appoggiando la testa al banco della scuola in una postura che voleva avere la funzione di renderci invisibili al mondo ma nostra madre, ben lontana dal capire il vulcano esistenziale che era in noi, scambiava questa nostra voglia di renderci invisibili per un’altra cosa: scoliosi. Adesso parliamoci chiaro, chi di noi non è mai stato perseguitato dalla sospetta scoliosi o da altre patologie della colonna vertebrale e della postura? A me personalmente mi perseguitano tuttora e mi hanno fortemente perseguitato nell’infanzia e nell’adolescenza con gli imperativi “stai diritto!”; “cammina diritto!”; “su con la schiena!”; “siediti bene!”. Fu così che baby Dosto fu subito sottoposto al martirio delle cure mediche. La fase dignostica era terribile, spesso ti facevano spogliare e camminare in mutande, ad un certo punto ti chiedevano di correre, sotto lo sguardo vigile di medici, infermieri, più spesso infermiere, che intanto commentavano con tua madre presente, poi ti facevano impugnare le caviglie e assumere le pose più umilianti, alla fine la diagnosi rassicurante: “signora, suo figlio non ha la scoliosi ma è comunque sovrappeso”. Mia madre, non convinta, chiedeva come mai allora camminassi sempre storto e deduceva che il problema non era nella colonna vertebrale ma nei piedi piatti o a papera, cosicchè vivo tuttora con la convinzione di avere i piedi a papera nonostante i medici, dopo altre avvilenti cerimonie, abbiano sempre escluso tale evenienza.
Tali umiliazioni le ho viste ripetute nel 2001, quando mi sono sottoposto alla visita preassuntiva per il mio attuale lavoro che, tra gli altri esami, prevedeva anche l’elettrocardiogramma sotto sforzo. Vengo fatto spogliare da un medico e da una procace infermiera biondona e zucchina (svizzero-tedesca), mia moglie assisteva al rituale. Rimango in boxer e calzini corti e bianchi di spugna con l’infermiera che mi applica gli elettrodi facendomi notare che avevo “qualche chilo di troppo” e che “magari con uno stile di vita più sano…” al che vengo sistemato in un tapis roulant che ruotava a velocità sostenuta; mia moglie, il medico, l’infermiera guardavano me intento in quell’esercizio con quest’ultima che mi incitava a correre e con il medico che ripeteva a mia moglie “suo marito è sovrappeso”, intanto c’era un via vai di personale sanitario che si fermava per qualche decina di secondi a guardare quell’individuo visibilmente sudato e trafelato in boxer e calzini corti (vi ricordo che ho anche i peli delle gambe “alla zuava”) con la ciccia sballottolante, che si sforzava a non pensare a Homer Simpson nell’episodio “x-files” in cui viene sottoposto a esami medici da due agenti della FBI. Tragedia breve ma orrenda al termine della quale mi rivesto con il medico che mi dice che il cuore va bene ma devo smettere di fumare e soprattutto devo perdere qualche kg rimarcando che fumo e soprappeso sono fattori di rischio futuro e mi chiedo per quale oscuro motivo avevo portato mia moglie ad assistere a quella mortificante situazione.
Ma le umiliazioni non si fermavano al lato fisico ma interessavano soprattutto quello psichico. Eravamo diversi, asociali, sentivamo una nostra alterità. Passavo molto tempo a leggere, a scuola andavo anche bene ma la maestra diceva sempre a mia madre che non socializzavo con gli altri e soprattutto mi occupavo di cose al di fuori del programma scolastico e avevo spesso la testa tra le nuvole, idem alle medie e soprattutto al liceo dove mi trovavo in un ambiente chiuso, conservatore, classista e piccolo borghese nel quale mi sentivo mosca bianca. Passavo i pomeriggi a casa a leggere o mi dedicavo alle mie poche e solitarie passioni: la lettura, lo studio delle lingue, la politica. A 16 anni parlavo già e bene l’Inglese e il Tedesco, avevo una solida e robusta preparazione socio-umanistica e un’organica visione del mondo e della società, tutte cose che in seguito avrebbero fatto di me un individuo terribilmente saccente, caratteristica spesso scambiata erroneamente per sicurezza. Ero comunque diverso dagli altri e mia madre mi avrebbe apprezzato di più se avessi perso il mio tempo a farmi le seghe di gruppo dietro i cespugli con una copia de “Le Ore”, dopo aver giocato a pallone e rotto qualche legamento in un disastrato campetto di periferia o se avessi sbavato dietro alle stronzissime adolescenti del Liceo Classico che già a 15 anni facevano marketing mirato della propria figa. C’erano interi periodi che quando uscivo lo facevo solo per andare in biblioteca o all’accademia del jazz la domenica pomeriggio, quando sapevo che gli studenti facevano le prove, il tutto rigorosamente da solo. Mi appassionai subito alla musica di Al Di Meola, Michel Petrucciani, Bobby McFerrin, Keith Jarret, ma tutti avrebbero preferito vedermi passare le domeniche pomeriggio in discoteca “come fanno tutti i ragazzi normali”. La dicotomia Monsieurdosto-ragazzi normali mi ha perseguitato per quasi tutta l’adolescenza La mia diversità è sempre stata vista come patologia al punto che ogni tanto mi veniva proposto, tra tragedie e litigi, di “farmi vedere da uno psicologo”, cosa che ho sempre evitato difeso da mia nonna che continuava a sostenere anche incazzandosi che non ero anormale, ero semplicemente diverso e, secondo lei, più sensibile e più intelligente e andavo lasciato vivere come meglio credevo.
Solo una volta, durante le elementari, caddi nelle grinfie di un tentativo di normalizzazione e andai dalla psicologa della scuola, che mi chiamò in disparte quando ero in classe e mi fece fare dei disegnini dai quali probabilmente capiva se ero normale o se ero pazzo e nel cui gesto di “prendersi cura di me” davanti a tutti i miei compagni c’era più la volontà di etichettare come negativa una diversità piuttosto che una volontà di “recupero”, almeno questo avveniva negli effetti di quella situazione. Terrificante.
martedì, maggio 17, 2005
FENOMENOLOGIA DEL LIDOL
Chiunque abbia vissuto una vita autonoma e si sia ritrovato ad avere a che fare con budget limitati, non mi riferisco a coloro che a 30 anni dicono ancora “alla spesa ci pensa mia madre” categoria di persone degne del pubblico ludibrio, si è certamente ritrovato nei noti supermercati dell’altrettanto nota catena tedesca.
Avendone frequentati molti in molte regioni di Italia e ora anche in Svizzera, dove la catena è arrivata recentemente, non posso fare altro che notare che tutti i “lidol” hanno delle caratteristiche precipue.
1) Commesse tristi: la presenza della commessa non figa e triste ti farebbe pensare che dietro ci siano dei ben precisi criteri di reclutamento e selezione del personale, generalmente tale commessa si riconosce da una serie di caratteristiche quali: età dai 20 ai 30 anni portati male, corporatura tarchiata, altezza mai superiore a 1,54 m senza distinzione tra Basilea e Oristano, occhiali da ipermetrope, acne fino alla soglia della senescenza, tratto arcigno, scontroso e severo. Le vedi spesso impegnate, oltre che nelle normali operazioni di cassa, anche in mansioni quali la pressatura dei cartoni all’esterno del punto vendita, per ben tre volte mi è capitato di vedere queste ragazze all’interno di un pallet che con il peso del corpo pressavano i cartoni, una cerimonia di degradazione degna dei miei migliori post, o le pulizie dei bagni, mansioni “vendute” dall’azienda come lavoro in ambiente “giovane, flessibile e dinamico”.
2) Clima teso: il clima tra i colleghi è teso, vedi spesso le commesse litigare tra loro o scambiarsi battutine arcigne su questioni banali come la disponibilità di monetine, chi pulisce i bagni, la mancanza di cartellini dei prezzi etc..
3) Consolidata clientela: nei supermercati della catena non mancano mai certe figure: a) La ragazza africana con costumi tradizionali presente in ogni supermercato della catena a qualsiasi ora. B) la famiglia di immigrati meridionali triste e incazzata generalmente presente il sabato pomeriggio e composta da padre, madre, figlio maschio con caratteristiche lombrosianamente devianti, figlia femmina sovrappeso con ombelico di fuori, t-shirt aderente verde o blu e sandali in plastica. Tale famiglia la riconosci, oltre che dal marcato sovrappeso di ogni componente e dal loro abbigliamento minimal, anche dal fatto che si riempiono il carrello di prodotti scadenti e soprattutto dalla lamentosità della progenie, i figli sono soliti richiedere ai genitori l’acquisto di dolciumi e di pseudo-cocacole richieste rifiutate dai genitori in modo incazzato minacciando percosse e ritorsioni qualora non la smettano, quando c’è un figlio molto piccolo è in genere seduto sul seggiolino del carrello e sta piangendo e gridando come un ossesso. C) i vorrei ma non posso riconoscibili dal macchinone, in genere Audi a4 o Mercedes, lasciato nel parcheggio; composti da giovani coppie che vestono elegante e trendy con i vestiti comprati all’oviesse e che a causa delle rate pagate per apparire cool vivono una vita fatta di refusi (i bastoncini lindus in luogo dei bastoncini findus). D) universitari fuorisede non fighi e sovrappeso condizione quest’ultima probabilmente dovuta all’ingestione di prodotti alimentari tedeschi. E) uomo non bello con moglie esotica ogni volta incontro una coppia di questo tipo, in genere uomo anziano e panzone con moglie brasiliana mulatta. F) Collega di lavoro che ancora prima di salutarti giustifica la sua presenza in quel luogo così da sconfitti: “il mangiare fa schifo, però i detersivi sono buoni e costano la metà, quindi ogni tanto vengo, ma non tanto. Ascolta, se vedi Kathrin non dirle che ci siamo incontrati qui”; “sono qui per comprare i fazzoletti di carta e le salviette per bambini, hai visto dove sono? Sai, in genere non vengo mai”
4) Prodotti tipici: Raggruppabili in determinate sottocategorie, ci sono i prodotti “refuso” per esempio l’”amaretto del nonno” in una bottiglia simile a quella del più noto “amaretto di Saronno”, l’”amaro strenna” nell’involucro della “strega” i già citati bastoncini di pesce “lindus”. Poi ci sono i prodotti anonimi ossia il latte di marca “latte” i biscotti al cocco di marca “biscotti al cocco” e via dicendo. I decima-proletari prodotti che per riconoscerli bisogna leggere gli ingredienti nell’etichetta, per esempio alcuni giorni fa ho acquistato dei biscotti al cioccolato che tra gli ingredienti erano compresi i “trigliceridi aggiunti”. Ma soprattutto i prodotti da bazar, tra i quali è possibile trovare tutti i capi di abbigliamento riconducibili alla condizione di non figo: vasta gamma di camicie squadrettate, pantaloni di fustagno, tute di cotone con scritto “sport”, finto all-star in tela di quelle che se provi a indossarle d’estate senza calzini, come sono solito fare, ti scritturano per un film sulla guerra del Vietnam con il ruolo del napalm, completini coloniali bermuda-camicia, magliette della saluta lana-lana di colore giallognolo, boxer da spiaggia viola con le barchette disegnate.
Insomma, siamo davanti ad uno dei tanti prodotti della globalizzazione, una globalizzazione dal volto quanto mai disumano e brutale. Agnoletto, dove sei?
lunedì, maggio 16, 2005
HUNKO NO YAMA
Hunko no yama è un’espressione giapponese che letteralmente significa “Montagna di merda”.
La cultura giapponese ha da tempo sdoganato gli umori corporali, argomento ancora tabù nella società occidentale; basti pensare alle pubblicità degli arredo-bagno che celano sempre i servizi igienici o a quelle degli assorbenti che raffigurano il mestruo di colore blu.
Faccio questa premessa perché è arrivato il momento, almeno nei blog, di sdoganare il tema merda e di parlare di una serie di eventi che rientrano pienamente nella narrazione biografica di un buon non figo: i problemi intestinali nei momenti inopportuni.
Tali momenti nel mio caso si dividono in due fondamentali filoni: a) il filone grigionese da “canton Grigioni”, uno dei cantoni che compongono
la Confederazione
Elvetica
b) il filone grandi momenti. A questi due filoni si affiancano degli eventi intestinali minori meno memorabili e non degni di ricordo e classificazione tra i quali rientrano le sciolte emotive (per esempio prima di un esame) e gli eventi scatenati dai pasti consumati nelle mense universitarie bolognesi.
Cominciando dal filone grigionese ricordo un episodio durante una scampagnata domenicale a Chur (o Coira per far contenti gli italofoni) durante il quale vengo colto da quella che mia nonna chiamava “lenta de panza” trovo fortunatamente dei bagni pubblici, entro e nell’antibagno c’erano dei bambini svizzero-tedeschi accompagnati da padri e madri, faccio il mio ingresso in un wc e comincio ad emettere rumori stranamente molto forti, ascolto le risate malcelate quando, quasi senza accorgermene esce un peto di 6-7 secondi seguito da un’immediata, copiosa, fragorosa scarica di merda o strugiòn per far contenti i locali, le risate degli astanti da sommesse diventano sempre più palesi e sento il gruppo scambiarsi commenti in tedesco dove mi definivano “un fenomeno”. Esco tra le risate grasse e fragorose e con mia moglie che ha assistito, con vistoso imbarazzo, alla mia umiliazione.
La seconda lenta grigionese mi ha invece colto a Davos. Gli spasmi intestinali erano notevoli e nell’urgenza di un bagno entro in una struttura che scopro essere il palazzo del ghiaccio, mi avvicino ai botteghini camminando lentamente e a gambe strette e mi rendo conto che per visitare il palazzetto si doveva pagare un biglietto visitatori di 3 franchi svizzeri, mi avvicino in preda a spasmi indicibili ad una avvenente “fraulein” e le chiedo un biglietto visitatori e dove potevo trovare la toilette, la bionda ragazza vedendomi viola e sofferente mi indica immediatamente i bagni e mi dice che se dovevo solo andare in bagno non era necessario pagare. Non trovai niente di meglio da fare che salvare le apparenze e dirle “no, mi interessa visitare il palaghiaccio”. Espletai i bisogni, mi feci un giro per le tribune e abbandonai il palaghiaccio non senza prima aver lanciato un’occhiata alla “fraulein” che, nel rivedermi, teneva gli occhi bassi soffocando una risata.
Ma veniamo ai grandi momenti. Tanto per non farmi mancare nulla i primi giorni che stavo insieme a Carla sono stati caratterizzati da una duplice patologia, prima odontoiatrica e poi gastro-intestinale. Pochi giorni dopo che ci eravamo dichiarati il nostro innamoramento a Forlì, città dove lei studiava, la invito a stare per qualche giorno a casa mia a Bologna. Nelle mie intenzioni dovevano essere momenti romantici e memorabili ed effettivamente memorabili lo sono stati ma non per i motivi che avrei voluto.
Cominciamo subito il primo giorno con un violento ascesso ad un molare ed una notte passata in bianco in preda ai dolori più atroci con Carla che mi somministrava gli analgesici, problema risolto il giorno dopo andando dal dentista. La cosa mi aveva risollevato senza sapere che il peggio doveva ancora arrivare ed arrivò sotto forma di un piatto di lasagne alla boscaiola mangiate alla mensa universitaria di Via Irnerio e come per incanto fu intossicazione alimentare. Cominciai a star male nella tarda serata e la notte arrivarono dei continui e violenti accessi di vomito, tentai di nascondere inutilmente il mio umiliante stato senza ovviamente riuscirci considerando pure che ai problemi gastrici si aggiunsero presto quelli intestinali, andai in bagno ed ebbi con un’invidiabile (ma invidiata da chi?) sincronia un attacco di vomito e uno di diarrea cosicché vomitai per terra, faccio in tempo ad uscire dal bagno che trovo Carla visibilmente preoccupata, cerco di nasconderle la cosa per la vergogna, ma senza riuscirci al che lei mi rimette a letto e inizia a pulire il tutto, io piangevo per l’umiliazione mentre colei che sarebbe diventata, contro ogni attesa del momento, la mia futura moglie era intenta a ripulire il mio vomito. Quelli che dovevano essere giorni di riscatto, di sesso e di felicità si trasformarono in giorni di assistenza ad un relitto nauseabondo, per tutta la notte lei è stata sveglia al mio fianco pronta con il catino e l’asciugamano, ebbi non so quanti attacchi di vomito (il giorno dopo avevo forti dolori addominali dovuti allo sforzo) e una serie di scariche intestinali somiglianti ad acqua pressurizzata che usciva dal mio culo a fiotti, dovevo stare attento perché anche uno starnuto o un colpo di tosse poteva voler dire cagarsi addosso. Di quei giorni ora resta l’umiliazione, qualche ricordo in chiave ironica e una causa collettiva impantanata nei meandri del sistema giudiziario e dello “stato di diritto” italiani contro la società che all’epoca gestiva le mense e nonostante tutto le gestisce tuttora grazie, probabilmente, ad un consolidato sistema di mazzette, clientelismi, tangenti, adesioni alla mafia, alla camorra, alla p2, alla ndrangheta, alla sacra corona unita, a comunione e liberazione e 4 abbonamenti a vita a Famiglia Cristiana.
venerdì, maggio 13, 2005
IL NON FIGO E IL SESSO
Innanzitutto vi avviso che in questo post si parla di sesso esplicito e si tratta un argomento molto scomodo ed è la storia di un contemporaneo outing e sdoganamento. Si parla infatti di insoddisfazione sessuale maschile.
Ogni volta che qualcuno mi chiede a che età ho fatto l’amore per la prima volta rispondo in genere che l’ho fatto a quasi 26 anni, all’immancabile ilarità rispondo che si, ho fatto l’amore a 26 anni, ma mi hanno dato la figa (pur trattandosi di episodi non configurabili all’interno di una vita sessuale regolare) a partire dai 18 anni.
Chi condivide con me un’autobiografia di non fighismo mi ha già capito dove voglio andare a parare, per gli altri mi spiegherò meglio. Ho sempre vissuto una masturbazione, spesso compulsiva e frequente, non come l’alternativa povera alla mancanza di figa ma come la massima libertà e soprattutto come una pratica per provare piacere con una sua ben precisa dignità. Chi pratica onanismo ha un’immagine da frustrato, da perdente, da non figo appunto ma in realtà non è così, o meglio non è così facile.
Il mio discorso ruota tutto attorno alla differenza tra dare la figa e fare l’amore o più semplicemente fare dell’ottimo sesso.
Noi non fighi, in quanto non fighi, ma forse non solo i non fighi ma questo è un altro paio di maniche, le rare volte che abbiamo una vita sessuale in adolescenza siamo abituati ad avere del sesso “di raccatto” e da “minimi sindacali”. Siamo abituati a non sconvolgere a non provocare né entusiasmi né facili irrigazioni e lubrificazioni vaginali. Non sono le affinità elettive, i “hai tanto un bel carattere” i “con te parlo tanto bene” che fanno desiderare ad una donna di prendere il tuo cazzo e di farsi trascinare dalla passione sessuale con un Monsieurdosto qualunque così, le volte che nella mia vita mi sono sentito più perdente erano le volte che in realtà mi sarei dovuto sentire vincente ossia le rare volte che trombavo e che quindi avrei dovuto sentirmi meno sfigato (sfigato deriva da “senza figa” ed è un termine che non ha equivalenti in nessun’altra lingua europea).
Le rare volte che certe donne trombano con un perdente, glielo fanno sentire eccome che è un perdente e, nel mio caso, tutto si svolgeva secondo un collaudatissimo copione: dovevo fare “tutto il lavoro” nella più classica delle posizioni del missionario con lei sotto che aveva tutta l’aria di farmi un favore e di aspettare, ovviamente in modo assolutamente passivo, che per lo meno la cosa finisse presto. La figa, noialtri, ce la siamo sempre dovuta guadagnare, abbiamo sempre dovuto subire meline, temporeggiamenti, proposte di seratine stronze e inutili, giri per negozi carinissiiiiiiimiiiiiiiiii, gitarelle fuori porta inutili, discoteche, ristoranti pur di evitare di trovarsi con noi nelle condizioni propizie che ci permettessero di scopare.
Poi, quando proprio non si potevano più esimere, finalmente ti davano la figa; tu te ne stavi li, pieno di energia da tempo repressa, aspettando finalmente la chiavata perfetta della tua vita, ti davi il tuo gran bel da fare perché in televisione ti avevano insegnato che le donne sono diventate esigenti e c’è in giro una grande crisi del maschio cominciavi a sussurrare parole dolci, palpare, slinguazzare, baciare, titillare, acarezzare, una controparte assolutamente passiva che quando cercavi di entrare ti diceva “non ancora” e tu che continuavi, aspettando degli umori che tardavano ad arrivare, alla fine infilavi il preservativo triste, perché lei voleva stare tranquilla con le malattie (e te lo ripeteva spesso) e ti lasciavi andare ad un coito squallido, monotono, molesto, doloroso, pieno di attriti e a te ti pareva di avere a che fare con una bambola gonfiabile, anzi certe bambole sono fatte talmente bene che sono anche più sensuali, poi alla fine lei correva subito a farsi la doccia, quasi a volersi lavare via l’onta di aver fatto del sesso con un non figo. E tu a chiederti cos’è che non va, tra mille paranoie e mille problemi te ne rimanevi insoddisfatto, demotivato, incompreso, ti sentivi profondamente rifiutato e non desiderato, brutto, triste e pensavi che se questo è il sesso allora e meglio una sana pugnetta e finivi per fartela la sega, hai anche finto di sborrare a volte? Si, hai fatto anche questo.
Te ne stavi li solo in quei letti tristi stretto tra l’incudine della tua insicurezza, della tua scarsa avvenenza fisica e della tua scarsa esperienza, e il martello del bisogno di riconfermare quel mito machista inculcato nella cultura del tuo paese ipocrita, bigotto, cattolico del cazzo, dove l’uomo non deve chiedere mai, dove l’uomo deve soddisfare, pensavi di essere tu il colpevole ma eri anche il primo a non godere e a stare male, pensavi di non saperci fare.
E pensare che basterebbe poco a farci felici a noi non fighi: un pompino fatto con passione, essere ogni tanto svegliati nel cuore della notte per trombare, essere ogni tanto violentemente sbattuti sul letto e rigirati, ribaltati, un “ho tanta voglia del tuo cazzo” o un “facciamolo!” ogni tanto, un “ti amo” invece dei soliti e trististissimi “ti stimo”, un “sei meraviglioso” anche se non lo pensate; magari quando dite o fate queste cose immaginate di avere davanti a voi un California Dream Men o un vincente qualunque, non abbiate sempre questa cazzo di inesorabilità! Non dateci sempre il “sesso dei perdenti”, non dateci la figa ma fate l’amore con noi, non dateci la figa ma fate l’amore con noi, non dateci la figa ma fate l’amore con noi. Sempre a ricordarci che siamo dei patetici non fighi, come se non lo sapessimo da soli!
Poi va a finire che trovi la donna della tua vita e uno dei tantissimi motivi per i quali continui a stare con lei è anche perché lei con te fa l’amore e le piace farlo e lo senti che sei l’uomo della sua vita e la senti la donna della tua vita , quando ti guarda in quel modo un po’ così, quando la senti fremere, quando la prima volta pensi: “cazzo, ma questa è già pronta…” e come quella prima volta tutto continua per mesi, anni con te che impari a non considerare scontate certe cose, perché sai che non lo sono e che finalmente impari ad apprezzare e a sentirti sicuro in molti altri lati e soprattutto in quel lato, ma come tutte le emancipazioni del non figo, ragazzi è dura, cazzo se è dura!
mercoledì, maggio 11, 2005
MILANO VICINO ALL'EUROPA
Sarà per il mio spirito più incline all’ordine e alla compostezza nordiche piuttosto che alle mollezze latine, ma io ho sempre detestato le metropoli italiane. Le trovo dei monumenti alla bruttezza, all’inciviltà, al lassismo e sono delle città che rispecchiano il carattere di chi ci vive: presuntuose, banali, arroganti, volgari, terribilmente provinciali.
Ripenso alla cosa leggendo, dietro spunto del sempre ottimo Labranca, la rubrica di Camila Raznovich sul “Corriere Della Sera”. Tanto per darvi un’idea dello stile adottato dalla rubrica e per persuadervi sull’utilità della riapertura dei gulag, vi cito la parte iniziale di un suo articolo “Al tavolo dell'ennesimo ristorante giappo aperto alle colonne di San Lorenzo, chiacchiero con la mia amica Raffa sulle dinamiche di coppia mentre lei nervosamente rosicchia zenzero rosa fluorescente come fosse pane: «Cami ce ne andiamo da questa città? Non succede mai niente!» mi dice con un tono un po' annoiato e un po' divertito”. Insomma il principale quotidiano italiano è diventato tutto un “Giappo, Raffa e Cami…” il buon Indro Montanelli si starà rivoltando nella tomba, tanto per parafrasare di nuovo Labranca..
In un altro articolo la nostra eroina parla di “…macellerie islamiche (ancora aperte!?), phone center con tariffe da fallimento (turchia 0.2, venezuela 0.17, senegal 0.40), lavanderie a gettone (che coraggio nick kamen a rimanere in mutande in un ambientino del genere...), kebab dai neon fluorescenti…” e conclude che “…Milano è diventata in tutto e per tutto una metropoli internazionale…” aggiungendo che “…è così bello lasciarsi contaminare da altre culture! Anzi, al prossimo semaforo parcheggio e mi mangio un bel kebab, mi è venuta una fame...” .
Io penso che non esista città al mondo brava come Milano a vantarsi del proprio nulla, per lo meno Roma ha 25 secoli di storia ed è stata a capo di un impero e al centro del mondo, cosa che i romani vivono come garanzia eterna di superiorità, cultura, intelligenza e capacità senza però rendersi conto che, come tutti i grandi imperi che si crogiolano nel mito del loro passato, stanno perdendo il treno della modernità e che la “città eterna” al di fuori dei soliti siti turistici dove paghi 8 euro una lattina di Coca-Cola comprata in un camioncino ambulante (perché noi italiani siamo troooooooppoooooooo furbi) è dominata da un degrado tutt’altro che pittoresco, Milano è altrettanto, se non più, irritante in molte sue manifestazioni.
Riprendendo l’articolo di Camila, l’autrice forse ignora il fatto che oramai i phone center, le macellerie islamiche e i kebab ci sono anche a Jesi e a Lugo di Romagna e che una mia zia aprì una lavanderia a gettone a Terni nel 1985. I milanesi (per carità… alcuni di loro, non è giusto generalizzare etc… etc…) però, fanno passare queste cose come segnali della loro naturale superiorità, come distintivi del fatto di vivere in una metropoli europea e si sentono superiori a te, povero sfigato, che “vieni da una città di provincia”; “hai sempre vissuto nelle periferie”; “fai il sociologo al casinò di Lugano” tanto per citare alcune frasi che mi sono state rivolte da milanesi. Peccato che poi si fingano multietnici e mentalmente aperti ma costringono gli immigrati a vivere in tempi e luoghi ben delimitati, votano come presidente di regione un cattolico ultra-reazionario che si vanta di essere vergine a 60 anni e che non riconosce ancora il Concilio di Trento, hanno avuto come sindaco un certo Marco Formentini indegno, come i suoi compagni di partito, ad amministrare anche il comune di Darfo Boario Terme, figuriamoci una metropoli.
Una città dove quel poco che rimane di metropolitano è rimasuglio della sua stagione d’oro degli anni ’80, una città che vive ancora il mito della Milano da bere, una città con una grande rappresentazione del sé non confortata da alcuna sostanza, una città alla quale non resta che vantarsi delle “colorate” macellerie islamiche, dei “trendy” ristoranti Giappi e dei “caratteristici” negozi di kebab che sorgono sotto le finestre della signora Brambilla senza però vedere che il fossato di incomunicabilità che separa la signora Brambilla da quell’universo multietnico è molto più profondo dello spessore di una parete. E poi l’usanza dell’aperitivo, della quale i milanesi si vantano tanto, non è l’evoluzione del cicchetto nel bar di paese che facevano i nostri nonni dopo una giornata di lavoro in fabbrica o alle cave? Coloro che partecipano agli happy hour non somigliano tanto ai ragazzi del bar del paesino non turistico dell’Umbria descritti nel post precedente che, nel 1991, prima dell’avvento degli agriturismo “immersi nel verde”, “a pochi passi dalla cascata delle Marmore”; “atmosfera familiare”; “in un pittoresco borgo dell’Umbria dove il tempo sembra essersi fermato e dove i ritmi sono dettati dalla natura”; “cucina tipica e possibilità di escursioni a cavallo”; “sconti per gruppi e comitive” mi guardavano con sprezzo perché, io estraneo, entravo nel loro territorio con un look non adeguato?
lunedì, maggio 09, 2005
TOCCARE IL FONDO
Facendo un bilancio della propria autobiografia ogni non figo ricorderà degli eventi durante i quali ha veramente toccato il fondo in quanto ad autolesionismo.
Il mio pensiero corre spesso inevitabilmente alla mia storia con B. durante la quale dovevo recitare, senza ovviamente mai riuscire, la parte della fotocopia di un ex ingombrante e a quanto pare superdotato, altre volte il mio pensiero corre all’umiliazione riccionese durante la quale la donna che puntavo si era appartata con un altro non figo della compagnia lasciandosi andare ad effusioni erotiche con me involontario spettatore stile Fantozzi in montagna con la signorina Silvani e il Geometra Calboni.
Il fondo tuttavia lo toccai in un altro orrendo ma breve tentativo di seduzione. Avevo da poco avuto la mia prima esperienza amorosa con tale Valentina la quale ad un certo punto mi disse che era un periodo che non riusciva a provare per me gli stessi sentimenti che provava all’inizio e necessitava di una pausa di riflessione per “capire se stessa” che tradotto significava “sto uscendo con un tizio di 25 anni automunito e molto più figo di te e le mie amiche spingono affinché ti dia un calcio in culo e mi metta con lui”. Come poi sia finito il tutto potete ben immaginare. Così diventai di nuovo single e in preda a sentimenti contrastanti che andavano dalla vertigine da autostima e sindrome del non figo che vince alla sindrome depressiva da abbandono. Ero convinto da una parte di aver rotto il ghiaccio e di poter avere immediatamente altre storie, dall’altra parte combattevo contro un’atavica timidezza e insicurezza e si sa: le donne provano per gli uomini insicuri la stessa simpatia che un militante di Forza Nuova prova per un immigrato omosessuale nero di religione ebraica.
Sta di fatto che, immediatamente dopo l’abbandono, cominciai a frequentare un mio amico che viveva in un paesino a 15 km da Terni (anche perché ero diventato talmente odioso da essermi meritatamente guadagnato la più sincera antipatia dei miei amici non fighi ternani) paesino del quale non menzionerò il nome per non dare modo a voi lettori di ricostruire questi drammatici eventi in parte rimossi. Un giorno mentre passeggiavamo per la piazza del paese incontrammo una sua cugina, una ragazza di 15 anni veramente molto carina e apparentemente dai modi timidi e gentili, fu un incontro di un paio d’ore durante il quale fui stranamente socievole e clownesco tanto da suscitare nella ragazza una certa ilarità e apertura nei miei confronti cose che io, in preda alla succitata vertigine da autostima, percepii come segnali di disponibilità.
Fu così che dopo questo breve incontro cominciai a tampinare il mio amico affinché mi introducesse con la cugina, i due venivano la mattina a scuola in corriera e avevano modo di parlare, io lasciavo dei bigliettini al mio amico affinché li desse alla cugina e ci combinasse un incontro durante il quale io, nelle mie ottimistiche intenzioni, mi sarei dichiarato e avrei intrapreso con lei una nuova storia d’amore. Tanto per darvi qualche altro elemento di contorno, all’epoca ero nel bel mezzo di uno dei miei tentativi di integrazione, vestivo sempre in giacca, cravatta e finto ray-ban e portavo i capelli con la riga da una parte e con un’onda creata con quintali di gel sul ciuffo. Un giorno il mio amico mi disse che sua cugina era disposta a vedermi il pomeriggio stesso, cosicché mi misi in tiro, presi l’autobus e mi recai nel paesino.
Giunto in piazza intravedo lei sul marciapiede dirimpettaio ma siccome c’eravamo visti solo per un paio d’ore ed ero molto poco fisionomista non la riconobbi subito, poco dopo arrivò il cugino con il motorino e mi fece, alle spalle della ragazza, un cenno con la testa quasi a dirmi “guarda che è lei” e entrò nella sede della Croce Verde, un’organizzazione di volontari che si occupa di assistenza e di servizio ambulanze. Mi avvicinai, la salutai e cominciammo a camminare facendo dei giri della piazza, le mie due anime (quella non figa che vince e quella insicura) iniziarono a fare a pugni; così che uscirono dalla mia bocca solo delle frasi del tutto imbecilli e fuori luogo che manifestavano un poco spontaneo tentativo di simpaticoneria e un’imbranataggine da guinnes dei primati. Continuavo a ripeterle, girando intorno alla piazza “forse immaginerai quello che sto per dirti, tu mi hai molto colpito” frase alla quale lei rispose poco dopo con un “forse ho capito, ma guarda che mi piace un altro”.
Una volta ricevuto il rifiuto cominciai a fare di nuovo il simpaticone e le chiesi se potevo offrirle qualcosa, lei mi disse che non c’era bisogno ma dopo qualche quantomai inopportuna insistenza la portai nel bar di un circolo, un luogo pieno di adolescenti del posto, fatto di vecchi flipper, biliardi e biliardini consunti, saturo di fumo e nel quale percepivo, in quanto sconosciuto in giacca e cravatta, un sentimento misto di ostilità, derisione e insana curiosità nonché qualche sussurrato “ma chi cazzo è questo!?”. Continuai con il mio repertorio di imbecillità delle quali ricordo una frase da bacio Perugina sul colpo di fulmine e un laconico “possiamo comunque diventare amici” ; lei annuì con la testa manifestando un evidente imbarazzo dovuto al fatto di stare in quel luogo pieno di gente conosciuta (il paese era molto piccolo) con una persona così strana. Si inventò la scusa di un allenamento di pallamano e abbandonammo insieme il bar andando verso la sede della croce verde dove ci aspettava suo cugino.
Tutto ciò sarebbe già stato abbastanza per sparire all’istante con un incantesimo o aprendo una botola sotto i miei piedi, ma decisi di superarmi. Appena entrato nella sede della Croce Verde dissi, fingendo scioltezza e simpatia:“sbiancata clamorosa!!!” l’equivalente ternano del romano “sòla” tra gli sguardi esterrefatti del mio amico e degli altri volontari presenti e, ciliegina sulla torta, lasciai alla ragazza una lettera scritta a mano e preparata prima dell’incontro, dai contenuti ironici e dichiaratori, con su scritto il mio numero di telefono. Qualche anno prima avevo ricevuto una sonora umiliazione da una tipa alla quale dedicavo belle frasi e poesie che poi diventavano motivo di derisione con il gruppo di amici e amiche, ma la vita tanto non mi aveva insegnato un cazzo e con quella lettera continuavo a lasciare prove dei miei vergognosi tentativi di seduzione. Quella volta andò meglio: la ragazza in questione ovviamente non mi chiamò e non la vidi più e le rare volte che l’ho intravista ho sempre cambiato marciapiede o camminato con lo sguardo perso nel vuoto per la vergogna. Terribile.
venerdì, maggio 06, 2005
SULL'AUTOSTIMA
Riparlando tramite msn con Valeria, a proposito non ci avevo indovinato sul fatto che non ci saremmo sentiti più, è venuto fuori che il mio grande problema adolescenziale, più che in un aspetto fisico da me percepito come assolutamente censurabile, consisteva in una mancanza di autostima e in una percepibilissima insicurezza.
Secondo la mia amica ternana le donne vogliono l’uomo forte, sicuro di se, che si ami e che si apprezzi ma che nel frattempo non perda l’umiltà, affermazione quest’ultima che manifesta quei, a mio avviso irritanti, paradossi tipici della femmina italica riscontrabili in molti blog e annunci che parlano di uomini ideali “decisi ma non aggressivi”; “sensibili ma non introversi”; “grandi amanti ma non fedigrafi”; “ricchi ma non avidi” che quando li leggo mi verrebbe voglia di vedere cosa ha da offrire in cambio chi accampa queste grandi pretese da principe azzurro e vi incontro immancabilmente italiane medie dalla cui scrittura e dalle cui parole riconosci immediatamente la sciampista di provincia, l’universitaria fuori corso, la commessa precaria di Castiglion Messer Raimondo, l’operaia non specializzata, la frequentatrice di agenzie di lavoro interinale; individui assolutamente mainstream e banali in ogni loro manifestazione che però si autostimano tanto e si definiscono matte, imprevedibili e speciali perché magari nell’ultimo mese hanno tamponato due automobilisti non dando la precedenza a un incrocio o hanno ballato nella solita discoteca frequentata dai buzzurri del luogo per due ore di fila dopo essersi ubriacate spendendo 50 euro in superalcolici venduti a prezzo da furto nel bar del locale.
Chiuso questo inciso potrei dire che il mio rapporto con l’autostima è stato ed è tuttora schizofrenico, non è mai stata una relazione semplice e lineare, diciamo che si parte da una fondamentale autodisistima mascherata spesso dietro una maschera di durezza e di ironia. Talvolta sono stato (e sono) terribilmente saccente e la cosa viene erroneamente scambiata per sicurezza, altre volte basta un input per farmi cadere nella vertigine da autostima e in comportamenti eccessivamente giovialistici e confidenziali se non addirittura arroganti tanto da apparire sospetti. Il mio rapporto con me stesso è passato da tante microfratture, momenti di solitudine, paranoie di vario genere tutte cose affiancate e alternate a momenti di vera e non sempre motivata euforia.
Non sono mai stato l’uomo che non deve chiedere mai della pubblicità del denim e sinceramente nel giudicare gli altri ho sempre preferito le persone tormentate, gli antieroi di tutti i giorni, quelli/e che si manifestano nelle loro debolezze e nelle loro inquietudini, cose che nella società postmoderna sembrano un crimine, fino ad arrivare al punto di creare una sorta di religione laica, la new age, basata sul culto dell’autostima a tutti i costi, oltre che su una massiccia quantità di paccottiglia trash pseudo-etnica.
Penso che la sofferenza e il rapporto tormentato con se stessi siano cose che rinforzano e fanno maturare checché ne dicano i profeti dell’ottimismo a tutti i costi. Questo non significa che bisogna cercarsi la sofferenza ed essere sempre severi con se stessi ma che quando queste due cose accadono portano anche il loro rovescio della medaglia e che nasconderle dietro un immagine da vincenti a tutti i costi da chi dice “tutto bene” anche sull’orlo del suicidio è una cosa decisamente deprecabile.
Ovviamente tale stato di inquietudine non deve avere la sola componente passiva di contemplazione piagnona di se stessi e del rimpianto, ma anche una parte attiva di ricerca di un futuro migliore, di una risposta che nasce dall’essere altro, dall’essere diverso da quella cagata di random che tutti si aspettano da noi, dall’essere un/una non figo/a accettando la cosa con orgoglio e apprezzandola negli altri. Forse dovremmo fare tutti uno sforzo in questo senso.
giovedì, maggio 05, 2005
INTEGRAZIONE: UN PICCOLO GRANDE SEGNALE DI CIVILTA'
Sono sempre molto contento quando vedo come persone di nazionalità diverse e spesso vittime di pregiudizi da parte della popolazione locale riescono a integrarsi così bene nella città di Lugano.
Nel mio stabile è recentemente venuta ad abitare una famiglia di nazionalità serba che ieri ho avuto modo di conoscere durante una riunione di condominio convocata per decidere l’importo e la modalità dei prossimi lavori di ritinteggiatura delle scale. Benché siano domiciliati nel palazzo da poche settimane si sono già perfettamente integrati. Ieri il capofamiglia contestava, con toni vivaci e minacciando ricorsi giudiziari, la ripartizione tra i condomini dei costi di ritinteggiatura, giudicando la quota a loro carico eccessiva visto che vivono al primo piano e usufruiscono solo di una piccola parte degli spazi comuni, manifestando una pignoleria e una dovizia di argomentazioni tipiche del più collaudato stereotipo sugli svizzeri. Finita la discussione sulla ritinteggiatura del palazzo lo stesso signore ha cominciato a lamentarsi della scarsa pulizia della scale e di alcune persone (probabilmente altri vicini di casa peruviani non così ben integrati) che sono solite gettare briciole e mozziconi di sigaretta nel loro balcone e anche qui ritorna il mito della pulizia elvetica fatto proprio da questa famiglia di immigrati.
Finita la riunione mi intrattengo con loro per le presentazioni di rito e stavolta la moglie mi fa presente qual è il posto auto che le è stato assegnato e siccome lei ha il fuoristrada che occupa molto spazio (come qualsiasi moglie stronza di un qualsiasi consulente finanziario luganese altrettanto stronzo) invitava me, qualora avessi il posto auto vicino al suo, a parcheggiare bene all’interno delle strisce, le faccio presente che il mio posto auto è distante e lei mi fa notare come molti condomini non sappiano parcheggiare, che “certamente non è il mio caso” (detto con un tono di voce che manifestava più un sospetto nei miei confronti che una reale convinzione) ma spesso accade che le lascino poco spazio per posteggiare l’automobile. Notare come in realtà siamo davanti ad un’emulazione fallita: lo svizzero che ha il macchinone i soldi li ha veramente e ne ha tanti (nella Confederazione non si scherza neanche nel cazzeggio) e non ci tiene a far sapere a tutti che la moglie ha il fuoristrada e soprattutto un vero svizzero danaroso giudica sconveniente fare sceneggiate e questioni di principio su faccende di poche decine di Franchi, tutto al più vi farà notare che per lui quella cifra è insignificante (“avrei ragione io ma per 100 franchi non mi metto neanche a discutere…”) ma ciò che conta è la volontà di integrazione, la potenza del messaggio, quel processo che sicuramente si rafforzerà nella seconda generazione quando i loro figli, magari naturalizzati svizzeri, voteranno UDC perché stanchi di questi immigrati che non si integrano e mandano i figli zucconi che rallentano il processo di apprendimento nelle scuole pubbliche.
Dalla Svizzera dei Blocher e dei Bignasca ogni tanto arriva qualche segnale positivo che lascia ben sperare per il futuro. Un vero segnale di civiltà.
mercoledì, maggio 04, 2005
IL NON FIGO NELLA CANZONE. PER ELISA
E’ sempre bello vedere riconfermate le proprie teorie dalla canzone d’autore, soprattutto dai pezzi del grandissimo Franco Battiato, non nuovo nella rubrica “il non figo nella canzone”.
Oggi è la volta di “Per Elisa” canzone interpretata dalla meravigliosa Alice ma scritta dal grande cantautore catanese. Veniamo al testo.
“Per Elisa vuoi vedere che perderai anche me
per Elisa non sai più distinguere che giorno è
e poi non è nemmeno bella
per Elisa paghi sempre tu e non ti lamenti
per lei ti metti in coda per le spese
e il guaio è che non te ne accorgi
con Elisa guardi le vetrine e non ti stanchi
lei ti lascia e ti riprende come e quando vuole
lei riesce solo a farti male
vivere vivere vivere non è più vivere
lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità
fingere fingere fingere non sai più fingere
senza di lei, senza di lei ti manca l´aria
senza Elisa, non esci neanche a prendere il giornale
con me riesci solo a dire due parole
ma noi, un tempo ci amavamo
con Elisa guardi le vetrine e non ti stanchi
lei ti lascia e ti riprende come e quando vuole
lei riesce solo a farti male
vivere vivere vivere non è più vivere
lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità
fingere fingere fingere non sai più fingere
senza di lei, senza di lei ti manca l´aria
vivere non è più vivere
per Elisa, con Elisa!”
Siamo davanti ad una delle casistiche più tipiche del non figo, nel mio post intitolato “il non figo diacronico” scrivevo “…Ma per il non figo diacronico le difficoltà non si limitano al fatto di essere scoppiato quando gli altri sono accoppiati. Altrettanto problematica è la sua condizione di accoppiato quando tutti gli altri si comportano come incalliti single.
Il vero non figo, in questo caso si inabissa in un buco nero.
Si dicono Buchi Neri quelle coincidenze spazio-temporali per mezzo delle quali un non figo sparisce dall’orbita delle sue amicizie non appena s’è fatto una ragazza fissa. Le conseguenze di tale stato possono indurre il soggetto a una perdita totale della concezione del tempo non riesce mai a stabilire quanto tempo passa con la sua ragazza (di solito dalle 12 alle 18 ore al giorno) e da quanto tempo non vede i suoi amici (di solito dai 3 ai 6 mesi), nonché una perdita totale della concezione dello spazio, si ritrova sempre in posti che prima non frequentava perché detestava…”
Nella canzone del duo Battiato-Alice rientrano tutte le casistiche del non figo diacronico. Considerate che la canzone è stata scritta da un uomo e probabilmente dedicata ad un amico posseduto da un ultracorpo (cfr. “Il non figo che vince”) e in preda alla vertigine da autostima dovuta al fatto di avere la ragazza. Gli elementi ci sono tutti: l’inabissarsi in un buco nero (…vuoi vedere che perderai anche me; senza Elisa non esci neanche a prendere il giornale con me riesci solo a dire due parole) la perdita della concezione del tempo (…non sai più distinguere che giorno è…) il dedicarsi a tutte le attività che prima si odiavano (… ti metti in coda per le spese… paghi sempre tu e non ti lamenti… guardi le vetrine e non ti stanchi…) tutte attività quest’ultime tipiche della donna ad alta manutenzione e sanamente detestate da noi non fighi.
La canzone ha meritatamente vinto il Festival di Sanremo nel 1981, in seguito è stata da molti interpretata come una metafora sulla droga e sulla condizione di tossicodipendenza. Effettivamente tra il tossicodipendente e il non figo che vince ci sono molte meccaniche comuni, in tutti e due i casi un agente esterno si imposessa del cervello e della personalità della povera vittima annullandone la volontà, creando condizioni di dipendenza e tutto ciò avviene spesso senza che i protagonisti di tale stato di estraniazione del sé se ne accorgano.
Se avete un amico non figo diacronico colpito dalla sindrome del non figo che vince cercate di capirlo e di aiutarlo, non gli vogliate male, ha solo bisogno di disintossicarsi e l’acqua di quel fiume prima o poi la bevono tutti. Tutti noi non fighi prima o poi abbiamo la sindrome del non figo che vince con tutti i suoi annessi e connessi.
domenica, maggio 01, 2005
DALLA PARTE DEI GGGIUOVANI
Come ogni anno, in occasione della festa del lavoro, cgil-cisl-uil organizzano il solito mega-concerto in Piazza San Giovanni a Roma.
Tanta bella musica, tanta gente da tutta Italia. Bene, tutti questi sindacalisti che si dicono dalla parte dei giovani. Penso che sia facile essere dalla parte dei giovani solo perché si organizza un concerto in una domenica pomeriggio di Maggio, dopo magari aver firmato degli accordi che recepiscono nei CCNL tutte le peggiori forme di precarietà, dopo aver accettato lo scempio dei Co. Co. Co. e dei Co. Pro, dopo aver firmato un accordo nel lontano 1992 che ha sancito l’impoverimento progressivo della classe lavoratrice italiana, dopo aver firmato accordi economici che non fanno altro che far perdere potere d’acquisto ai salari, dopo essere diventati macchine di potere che elargiscono raccomandazioni, clientelismi, sponsorizzazioni.
I sindacalisti sono sempre stati un universo estraneo al mondo giovanile, i giovani li hanno sempre visti come burocrati, come degli imboscati. Per lunghissimo tempo i sindacati si sono chiusi nel loro universo autoreferenziale, proteggendo i soliti interessi consolidati (in primo luogo i loro) e nella giornata del 1° Maggio pretendono di portare dalla loro parte un mondo giovanile al quale non si sono mai concessi. Se oggi i ragazzi arrivano a 30 anni facendo lo stesso lavoro con 60 contratti diversi o cambiando 25 lavori senza ricordarsi nemmeno quali e facendo perdere narrazione alla loro carriera professionale, il tutto per continuare a marcire malsopportati nella casa dei genitori, la colpa è anche un po’ la loro.
Preferirei un sindacato che non organizzasse concerti e che lottasse senza frontiera contro la precarizzazione, per i diritti della classe lavoratrice, per ridare al lavoro la dignità perduta e che non cada nel retorico rito del “panem et circenses” e nella velata ipocrisia per mascherare oltre un decennio di sconfitte e fallimenti.
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