MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

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    domenica, luglio 31, 2005
     

    892 892

    Ho sempre ritenuto che nelle grandi scuole italiane di management esista una tradizionale filosofia che si sintetizza con il motto “come fregare l’utente senza farglielo notare”.

     

    E’ quello che ho pensato dopo aver guardato, nelle reti italiane, il nuovo spot del numero 892 892. Bello spot, ottima strategia comunicativa, richiami agli anni ’70 e numero lanciato a mo’ di tormentone. Insomma uno di quegli spot che fa sicuramente presa su un popolo oramai abituato e assuefatto alla comicità in stile zelig, peccato che tale spot voglia allegramente venderti della merda.

     

    Già nella fase finale della pubblicità televisiva si nota una frase a caratteri da polizza assicurativa farlocca, ossia: “tariffazione sulla base del piano tariffario dell’operatore”. Decido, dal sito internet, di informarmi sui futuri costi del servizio e leggo quanto segue:

     

    • Telecom Italia e altre reti fisse: 12 centesimi di euro alla risposta + 3 centesimi di euro al secondo
    • Tim: 15,49 centesimi di euro alla risposta + 3,1 centesimi di euro al secondo
    • Vodafone: 15,49 centesimi di euro alla risposta + 4,16 centesimi di euro al secondo
    • Wind: 15,49 centesimi di euro alla risposta + 3,1 centesimi di euro al secondo

     

    Notate innanzitutto la furbizia di indicare la tariffa al secondo. Se avessero scritto 1,80 euro (pari a 3485 delle vecchie lire) al minuto, sicuramente l’impatto sarebbe stato diverso ma il messaggio principale è che Telecom Italia tenta di vendere, con uno spot accattivante, il fatto che ora si paga molto di più per un servizio che prima era molto più economico somministrandolo, tra l’altro, utilizzando una numerazione di solito dedicata a servizi a pagamento e a scopo di lucro e utilizzata soprattutto dai telefoni erotici e dalla cartomanti televisive. Quello che prima era un servizio standard ora è diventato un servizio a pagamento non più compreso in tutta quella serie di canoni, concessioni, balzelli che l’utente è costretto a pagare, ma fatturato a parte ed altamente remunerativo per Telecom Italia. E’ oramai diventato un classico, uno squallido trucco del marketing questo di venderti a prezzo più caro ciò che prima era gratis e aumentare i costi al cliente a parità di costo del servizio per l’azienda e qualità del servizio stesso.

     

    “Puoi sempre consultare internet per avere informazioni sull’elenco abbonati” diranno giustamente in molti, ma chi non ha avuto un’alfabetizzazione informatica? Le fasce più deboli della società? La nonna che non si ricorda il numero del nipote che vive a 400 km ma che si ricorda dello spot televisivo dove il prezzo del servizio veniva sapientemente occultato?

     

    Insomma, un’autentica inculata venduta in grande stile con tanto di spot pubblicitari. Le lettere in cui l’immobiliare proprietaria dell’appartamento dove vivo mi comunica l’aumento del canone di locazione usando frasi del tipo “come vede siamo riusciti a mantenere degli adeguamenti nettamente al di sotto dei tassi di mercato”; “certi di farle cosa gradita” sono, a confronto, robe da ingenui apprendisti della pseudo-truffa. In questo gli italiani sono sempre un semaforo avanti a tutti.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 17:22 | commenti (6)


    venerdì, luglio 29, 2005
     

    NON FIGHI, DONNE E MOTORI

    Ho sempre ritenuto il valore della verginità e tutti i valori che permeano la sfera sessuale dell’individuo come un qualcosa di profondamente ipocrita o ben che vada come una furba strategia di riposizionamento.

     

    Il vero non figo, essendo sradicato dal contesto sociale dominante, avrà un suo riposizionamento grazie ad una forte tensione nei confronti della cultura, allo sviluppo di caratteristiche relative al carattere e ad un marcato anticonformismo. Nei casi più estremi il non figo arriverà ad esibire, nella pratica di un volontario campismo che si sostituisce al campismo involontario dovuto a madri assassine e particolarmente diffuso nell’infanzia e nell’adolescenza, alcuni elementi di non fighismo con distacco autoironico e colto, se non addirittura con orgoglio e soddisfazione. Resterà comunque una sua alterità di fondo, un sentirsi diverso e talvolta migliore, anche se ciò avviene dopo un percorso fatto di microfratture e di comportamenti spesso in aperta contraddizione che vanno dai tentativi di integrazione, al rifugio in un ipotetico dostoevskijano sottosuolo. Una volta giunto ad una accettazione del sé il non figo si inserirà comunque in una subcultura di nicchia, tenderà a dare meno testimonianza della sua esistenza tramite canali tradizionali di socialità ma svilupperà dei rapporti esclusivi con un gruppo ben caratterizzato ed elitario di persone, dei rapporti talvolta pieni di tensione e di spessore umano e addirittura piacevoli ed appaganti. Il non figo è paragonabile a Jacques Brel che guarda i sudici marinai di Amsterdam con distacco, piangendo sullo sfacelo del mondo, sarà sempre perso tra un ruolo di divulgatore e di fustigatore tra attivismo e passività.

    Il non fighismo rappresenta spesso un’ancora di salvezza, una valida risposta alla marginalità sociale o peggio ancora al sottononfighismo integrativo.

     

    Faccio questa premessa per dire che il non fighismo non è, purtroppo, l’unica strategia di riposizionamento possibile o meglio lo è per gli uomini ma spesso non lo è per le donne sia perché le donne sono comunque più sensibili al sottononfighismo integrativo, spinte da un’educazione che vuole un ruolo femminile più integrato e un mito della “brava ragazza” duro a morire, sia perché le donne hanno un altro pseudo-valore di matrice integralista cattolica da far valere: quello della verginità, valore valido nella sola variante femminile, l’uomo vergine in genere è visto con disprezzo (l’unico che se ne vanta è Formigoni).

     

    In genere le donne che fanno vanto della propria verginità difendono molto spesso una virtù che non viene mai attentata, così come è facile per noi uomini vantare la nostra fedeltà o il fatto di non vendere le nostre idee quando non c’è nessuno disposto a comprarle, allora ecco che la verginità viene venduta, dopo attente operazioni di maquillage e di inserimento di sovrastrutture culturali, come una positiva incorruttibilità, viene dato ad essa un valore aggiunto. Mi ricordo che negli anni ’80 spopolava, tra i collezionisti di auto sportive, un veicolo francese: la Matra modello Z (almeno mi pare che la lettera era la Z ma non ci giurerei). Era una macchina veramente brutta ma venduta a prezzi esorbitanti, alcuni appassionati di auto sportive sono concordi con il dire che l’auto in questione acquista un certo fascino proprio perché estremamente brutta e, aggiungo io, estremamente costosa. Qualora il prezzo fosse stato a livelli popolari tale auto sarebbe finita in un tutt’altro che aureo dimenticatoio, sarebbe diventata una versione pseudo-sportiva della Fiat Duna ma ciò che la rendeva mitica era appunto questo alone di irraggiungibilità, lo stesso alone di irraggiungibilità che si danno coloro che hanno il valore delle verginità utilizzando la stessa strategia di marketing: passare su un prodotto pieno di crepe, di ruggine e di fenditure una mano di vernice di esclusività, un po’ come fanno certe discoteche che magari stanno ad Attigliano o a Fiesso d’Artico, nelle quali hai una rissa ogni ora ma che si sparano la posa da posto esclusivo solo perché ti fanno entrare in giacca e cravatta e hanno una parte chiamata privè, un po’ come certi negozietti che si fanno chiamare boutique forse senza sapere che la traduzione italiana del termine è “bottega”. Tutto gira intorno al marketing.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:01 | commenti (6)


    mercoledì, luglio 27, 2005
     

    QUESTIONI DI CHILI

    I

     

    Leggo con interesse che il neo-ministro della sanità italiano Francesco Storace ha intenzione di continuare la crociata pro-magrezza lanciata dal suo illustre predecessore Girolamo Sirchia, il peggior ministro della salute dai tempi di Assurbanipal. Tra le chicche del ministro Sirchia ci fu, oltre che i famosi tagli di porzioni nei ristoranti ovviamente a prezzo invariato e la draconiana legge anti-fumo, un manuale stilato dal ministero che conteneva, tra le altre direttive, l’indicazione per pubblicità, stampa, radio e televisioni di non associare la grassezza a caratteristiche positive di simpatia e di bontà (basti pensare a Susanna dei formaggini trasformatasi da grassa, simpatica e paciosa bambina in una culetta qualsiasi) tanto che ci fu, in sede ministeriale, un dibattito sulla figura di Babbo Natale. Misure del genere, che sanno tanto di nuovo manifesto della razza, hanno un precedente antiebraico nelle leggi razziali del 1938, quando era d’obbligo dare un’immagine malvagia degli ebrei.

     

    Storace lancia il suo decalogo anti-obesità utilizzando gli stessi toni crociati del suo miserrimo e nauseabondo predecessore: gli obesi incidono tot sul costo della sanità, incidono tot sul deficit etc…

     

    Mi viene in mente un episodio della mia vita quando, appena laureato, risposi ad un inserzione che recitava “multinazionale operante nel settore delle telecomunicazioni cerca funzionari di vendita e addetti all’assistenza clienti per espansione sul mercato italiano”. Appena mandato via fax il curriculum ricevo una chiamata talmente celere da apparire sospetta e la convocazione presso un grande albergo bolognese dove incontro un uomo, dall’aria rassicurante e dalla voce suadente, che prima mi fa delle domande su quanto fossi ambizioso e sui valori che animavano la mia esistenza, poi, dopo avermi mostrato una diapositiva in power-point raffigurante un barbone che rovistava in un cassonetto e un manager in giacca e cravatta con sotto la scritta “vuoi essere così o così?”, infarcisce un discorso vagamente new-age e finalmente getta la maschera: si trattava di uno dei famigerati manager Herbalife, che a fianco dei soliti prodotti cosmetici e dietetici vendeva anche un videotelefono “ultimo ritrovato della tecnologia”. Mi congedai immediatamente dal signore con un “non vedo che credibilità possa avere uno come me (sovrappeso) nel vendere prodotti dietetici”. Oggi mi chiedo la stessa cosa pensando ad uno Storace paladino della magrezza ma poi penso che da chi fa dibattiti su Babbo Natale, mentre i medicinali italiani costano il triplo rispetto alla media europea e viene approvata una legge riguardante la ricerca sulle staminali e la procreazione assistita che porta l’Italia ai livelli del Sudan, dell’Iran e del Costarica, c’è da aspettarsi questo ed altro.

     

    II

     

    Sono stato malamente scaricato dal dietologo. Si, avete capito bene, proprio dal dietologo, quello che mi aveva consigliato di dare un taglio ad alcolici sigarette, pizza, kebab, fritti, merendine e spuntini notturni, di tenere uno stile di vita più sano facendo regolare attività fisica e che aveva scatenato in me una intensa ma oltremodo breve deriva salutistica. Nel vedere che ho perso ben 160 grammi invece dei 5 kg da lui pronosticati mi ha detto “evidentemente lei sta bene così, non vedo in lei proprio nessuno stimolo a migliorarsi, magari con calma può tornare quando sarà più motivato, mi pare chiaro che lei, ora, i miei consigli non ha alcuna intenzione di seguirli”. E’ stato inutile, da parte mia, blaterare qualche scusa su matrimoni, pranzi e cene di lavoro dalle quali non potevo esimermi. Intanto ho pranzato con una lauta porzione di tortelloni agli agrumi con panna, speck, pinoli e rucola e un bel pezzo di pizza grassa ripiena di prosciutto crudo rustico tagliato a mano, il tutto frutto del saccheggio di pizzerie, norcinerie, gastronomie effettuato in questi giorni di permanenza in Umbria. Ho accompagnato il tutto con una birretta gelata e con la canonica Philip Morris dopo il caffè. Non me ne vogliano i puristi del consumo critico ed equo e solidale se ho sempre trovato le Alfa, le Presidente e le MS infumabili.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:34 | commenti (10)


    lunedì, luglio 25, 2005
     

    FINE DELLE CLASSI SOCIALI

    In questi ultimissimi giorni, su questo blog, si fa un gran parlare di aristocrazia e di classi sociali.

     

    Il mondo dei fighi e degli integrati a noi estraneo ma al quale, raggiunta la consapevolezza del valore del non fighismo, guardiamo con estremo interesse è convinto che siano scomparse le classi sociali. Perfino in alcuni salotti accademici nei quali ho l’ardito onore, da “sociologo al casinò di Lugano” che sono, di non essere mai invitato si parla di questi anni come degli anni della scomparsa delle classi, fenomeno che si fa avanti grazie al sempre maggior ruolo della tecnologia nella società.

     

    Fenomeni come i pagamenti con comodi bollettini postali senza anticipo, interessi zero, prima rata tra tre mesi; gli autori televisivi che sparano sempre un metro più in basso del livello di utente medio da loro percepito e che sembrano regalare ricchezza a tutti per mezzo dei reality show e del veliname e la discesa alla quotidianità mediatica da rotocalco scandalistico e da pettegolezzo affabulatorio del mondo aristocratico sono tutte cose che non rendono più impossibile il desiderio di entrare nel mondo dei ricchi. Persino il lontano geografico, una volta patrimonio degli avventurieri delle classi abbienti, non è più bramabile grazie ai tour operator che sempre con comodi pagamenti rateali ti portano a “staccare la spina” nel villaggione all-inclusive in Africa, ai Carabi o sul Mar Rosso.

     

    Mentre c’è tutta una cinematografia italiana compresa tra gli anni ’50 e ‘70 che vede personaggi con aspirazioni di ricchezza o di nobiltà, il figo oggi è convinto di vivere in un’epoca trans-classista in cui l’eguaglianza è stata raggiunta al grido “tutti in top-class” e in cui non ha più senso parlare di classi sociali.

     

    Siamo circondati da questa fenomenologia che tende a far sentire il figo appartenente ad un manipolo di esclusività un po’ovunque: nelle discoteche con selezione all’ingresso, nelle palestre che raddoppiano i prezzi ma poi ti fanno lo sconto, addirittura nei supermercati dove i vecchi buoni sconto sono stati sostituiti dalle fidelity card. Tutte le fidelity card hanno come modello di riferimento le carte di credito. Chi ha la carta di credito innanzitutto ha credito quindi è ben conosciuto e rispettato dalle banche, ha una reputazione positiva, la fidelity card parla appunto ad un pubblico che nell’aprire un portafoglio pieno di carte lancia il messaggio molte carte= molto credito che ricorda sinistramente il motto mussoliniano molti nemici= molto onore. La fidelity card del supermercato è un rettangolino di plastica che possono avere facilmente tutti ma proposto invece come strumento per privilegiati, addirittura nella carta sma di mia madre è scritto in grassetto, a sottolineare il privilegio di esserne eletto possessore, che la card è “personale e non cedibile” un po’ come i biglietti dell’autobus insomma... Oltre ai supermercati anche i robusti mobilifici, i concessionari auto-moto, e i negozi di abbigliamento figo hanno oramai lanciato le loro card.

     

    Il figo va in vacanza in un villaggione turistico a Cuba, a Sharm o nel Kenia proprio per far vedere che l’esotismo gli appartiene, per farlo sapere a tutti, con la convinzione di essere poi “uno che gira il mondo” in realtà niente di più falso. L’ingresso al villaggione è severamente vietato alla popolazione autoctona, una mia amica mozambicana di colore ora residente in Portogallo e di famiglia benestante mi raccontava di come gli fosse vietato entrare anche a comprare una coca-cola in un villaggio di una multinazionale del turismo vicino a dove lei abitava, tale pratica non era invece vietata agli altri stranieri bianchi residenti in zona. Questo aneddoto è ben indicativo della falsa contaminazione imperante tipica di questi anni, dello pseudo.etnismo di maniera che governa le nostre società occidentali. Poi i villaggi sono mega-strutture in cui si produce divertimento e svago standardizzato e quando il prodotto è standard i costi di “produzione” e di offerta del prodotto stesso crollano, così come anche il prezzo al pubblico, così il buon figo può alimentare la sua fame di esotismo di maniera, un esotismo badate bene vietato alla gente del posto tenuta rigorosamente lontana da ogni contaminazione a parte che nella versione di gentilezza standard e prezzolata degli animatori, un esotismo che ha le stesse caratteristiche sia a Mombasa che a Monopoli e a Cancun ma che darà la convinzione al figo di turno di essere uno “che ha girato il mondo”.

     

    La culetta di cui ha parlato Leonardinha che si offendeva perché un aristocratico le dava della pezzente, controbattendo che non può essere pezzente poichè è andata in vacanza sul Mar Rosso, è convinta di poter dire al riccone “io giro il mondo quanto te”; “io sono come te”. A capire queste cose sono arrivati puntualmente i tour-operator che propongono le testimonianze dei vip sui loro cataloghi ma soprattutto invitano a loro spese il personaggio famoso di turno che ha il solo compito di farsi vedere in giro per il villaggio dedito ad attività normali, lasciando ai “comuni mortali” che occupano il villaggio l’illusione di un’uguaglianza data da un rapporto paritetico con i personaggi televisivi, le stesse dinamiche che avvengo nelle discoteche alla moda e che fanno colpo su chi il lunedì entra in ufficio con aria estasiata dicendo “ho ballato vicino a Eva Grimaldi”.

     

     

    In realtà il figo che va nel villaggione, dopo essere stato per undici mesi l’anno proprietà del rumore delle macchine e dell’industria metalmeccanica, entra in un meccanismo più dorato e diviene proprietà degli ingranaggi dell’industria del turismo con i suoi tempi rigorosamente standardizzati, l’animazione che gli organizza ritmi e modi della vacanza (un’animazione composta da animatori neoproletari, sfuttati e sottopagati) e tutte quelle attività (giochi di società, serate danzanti) per le quali non ci sarebbe in fondo stato bisogno di farsi 10 ore di aereo. Praticamente la riproduzione del migliore dei mondi possibili, di tutti i dettami della società che ha lasciato nella sua città e nazione di residenza, la vendita a comode rate mensili della convinzione che non esiste altro mondo all’infuori di questo anzi, che non esiste altro mondo tout court e soprattutto alcuni elementi esotici di pura maniera fatti di neri con i rasta che suonano il tamburo di ballerine caraibiche e brasiliane che potrebbero preparare lo zabaglione con il culo.

     

    Il figo tornerà a casa fiero di essere stato nel villaggio dove c’erano anche Amadeus e Carlo Conti e di aver avuto dei rapporti paritetici con loro, sarà sempre più convinto che non esistono più le classi sociali, che rispetto a suo padre operaio in catena di montaggio si sarà emancipato, senza rendersi conto che tutte queste sono sensazioni illusorie, che stanno viaggiando per un po’ in un comodo scompartimento di prima classe con un biglietto di seconda senza sapere che prima o poi passerà il controllore o bene che vada prima o poi il viaggio finisce. Inutile spiegare a loro tutto ciò: sarebbe un po’ come la storia del dito che indica la luna e del cretino che guarda il dito.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:51 | commenti (26)


    mercoledì, luglio 20, 2005
     

    LA MODA DEI LATINI

    In questi giorni di semi-cazzeggio lavorativo, prodromico alle vacanze estive, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con un gruppetto di due colleghe ed un collega esponenti del divertimento integrato del quale possiedono tutto il mainstream: vacanze in barca in Liguria, in Sardegna o nelle isole greche, week-end a Ibiza, l’essere terrorizzati dal non apparire abbronzati e dall’essere i primi a entrare in un locale e soprattutto la passione per i balli latino-americani.

     

    Per me che sono sempre stato refrattario, un po’ come tutti i non fighi, agli approcci tra le sdraio, ai contatti e agli sguardi di intesa tra una salsa e una bachata, agli innamoramenti estivi, al sesso notturno in spiaggia e all’ostentata convivialità della socialità integrata è un momento di confronto altamente interessante.

     

    C’è stato un periodo in cui, verso la fine degli anni ’90, è esplosa la febbre dei balli latino americani. “Ti ricordi che belli i primi tempi della  moda dei latini?” esordisce spesso una mia collega. La frase, benché innocente, colpisce immediatamente nel segno e suscita inevitabilmente in me un’immensa curiosità. Non ho potuto far altro che pensare a Max Pezzali e a molti cantanti ugualmente integrati che nelle loro canzoni parlano degli anni recenti, del loro passato prossimo, con un pathos che denota la nostalgia di bei tempi andati, un pathos simile a quello con cui un Mario Capanna incanutito parla del suo 1968 o un Mike Buongiorno in avanzato stato di rincoglionimento dei primi tempi della televisione. Gli altri due colleghi incalzano dicendo di aver conosciuto gli attuali partner ai corsi di balli latini e vantando le conquiste e i contatti con il sesso opposto avvenuti grazie a questa attività e il discorso poi va avanti e assume talvolta i toni di un comunque simpatico pettegolezzo sulle coppie di conoscenti unite dalla comune passione e sulla lunga serie di interessanti incontri ravvicinati.

     

    Forse, ma non avendo esperienze dirette in materia non saprei dire con sicurezza, è scattato un meccanismo della sineddoche secondo il quale a partire dai balli tradizionali si è introiettata tutta una filosofia di vita che il nostro pensiero occidental-cialtrone attribuisce all’America Latina e dove a partire da una disponibilità maggiore al contatto fisico durante la pratica del ballo si arrivava ad una disponibilità maggiore verso qualsiasi tipo di contatto fisico e soprattutto alla recita di una socialità “latina” perché i latini, si sa, sono gente “caliente” che non fa altro che ballare e rombare.

     

    Stando a quello che dicono i miei colleghi anche la socialità nata dai balli latini si è poi allegramente sputtanata, quando la mentalità “occidentale” ha avuto la meglio e la moda della salsa, del merengue, della cumbia e della bachata si è trasformata in un’ odiosa competizione su chi balla meglio e il “come balla Tizio, Caio e Sempronio” ha cominciato a diventare una sorta di argomento da bar e da sala da the. Al che molti, terrorizzati dal giudizio altrui, hanno pian piano abbandonato la moda e la passione per i balli.

     

    Io me ne sto li un po’ in disparte ad ascoltarli, intervenendo ogni tanto con qualche battuta e ripensando a quando, quasi sempre ubriaco, mi metto a ballare somigliando al leggendario uomo scimmia di “Sotto le stelle del jazz” di Paolo Conte, un “uomo scimmia che cammina o forse balla chi sa...” e provo dei sentimenti comunque contrastanti. Sono in parte orgoglioso della mia alterità da non figo, ma sotto sotto avrei voluto anch’io vivere degli innamoramenti fatti di sguardi e movimenti sinuosi in discoteca, amorazzi nati tra le sdraio, sesso notturno in spiaggia e tutti i corollari della normalità e dell’integrazione.

     

    Tutti noi non fighi, anche quando pensiamo e siamo convinti di essere il “migliore di noi stessi possibile” abbiamo desiderato qualche volta nella vita di essere fighi e di non essere troppo timidi, brutti, sfigati o semplicemente diversi per ambire alla normalità, una normalità alla quale guardiamo con sprezzo, con il nostro talvolta irritante ghigno di sufficienza e di elitarismo ma della quale abbiamo sofferto, soffriamo e soffriremo sempre la mancanza anche se in fondo lo neghiamo e lo negheremo sempre.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:41 | commenti (18)


    lunedì, luglio 18, 2005
     

    IL FALSO MITO BOLOGNESE

    Avete presente la notte di capodanno? Capita spesso che dei nostri amici spendano magari un centinaio di euro a testa per delle serata noiosissime, organizzate male e durante le quali non si divertono ma poi fanno di queste serate un resoconto fantastico, diranno che si sono divertiti tantissimo che la serata è stata perfetta e ne è valsa indubbiamente la pena, non vogliono passare per i polli che hanno buttato via un sacco di soldi. Poi ci sono quelli che vanno in vacanza in Svezia (tanto per fare un esempio) e affermano di aver trombato come ricci, poi ci vai tu e ti rendi conto che non è così facile ma siccome il tuo amico Vincenzo ha raccontato che ha fatto sesso con mezza Stoccolma tu non devi essere da meno e racconti altrettanto, così a Stoccolma, dopo che ci è andato Andrea, ci va anche Alfredo: anche lui non batte chiodo ma anche lui racconterà improbabili avventure con le svedesi e così via in un perverso effetto domino.

     

    Avete mai visto dei film che hanno come tema l’emigrazione? L’emigrato nei film, ma non solo nei film, è terrorizzato dall’idea di tornare da sconfitto al luogo di origine e vuole far vedere che comunque lui “ce l’ha fatta” e quando torna poi parlerà del paese ospitante come se fosse un paradiso, una sorta di terra promessa, di luogo dove i sogni si realizzano anche se magari lavora per 10 ore al giorno in una fonderia di Aarau.

     

    Pensavo a queste cose con un mio storico compagno di tanti appartamenti bolognesi, parlando della nostra esperienza da studenti fuori sede a Bologna. Lo dico? Lo devo proprio dire? Poi però non vi incazzate eh? Chiaro? Vabbè, lo dico! Andare a studiare a Bologna è essenzialmente un’inculata. Ecco, l’ho detto! Le grandi aspettative che vi farete e che verranno foraggiate da chi alimenta il mito bolognese e continua a raccontarvi della mitica Bologna verranno tradite per un buon 80%.

     

    Bologna è una città rossa e progressista: Bologna in realtà mantiene il suo alto tenore di vita grazie a livelli stratosferici di illegalità, sui tuguri inverecondi affittati a caro prezzo agli studenti fuori sede, sempre più galline dalle uova d’oro e polli da spennare, ovviamente tutto senza contratto e spesso con impianti in uno stato che dire fatiscente è veramente poco, il mio primo ed unico contratto di affitto regolare l’ho avuto in Svizzera. Il comunismo bolognese è un comunismo puramente teorico e letterario, i primi ad aver tutto da perdere da un eventuale e improbabilissimo avvento di un governo comunista “illuminato” sono proprio i bolognesi che affittano i posti letto in camera tripla a 300-400 euro al mese. Se i bolognesi sono di sinistra io sono la principessa Carolina di Monaco.

     

    Welfare state efficiente: L’arstud (azienda regionale diritto allo studio) è in grado di dare assistenza solo al 5% degli studenti che ne fanno richiesta con delle borse di studio che vengono pagate anche con più di un anno di ritardo dopo che lo studente è costretto a improntare e ad anticipare tutte le spese. Studentati del tutto inadeguati, insufficienti e gestiti in maniera clientelare, strapotere in materia di alloggi di gruppi vicini a comunione e liberazione e alla curia, mense a prezzo politico. All’epoca 3.000 lire un pasto completo salmonellosi inclusa, ripetuti episodi di intossicazione alimentare. Sistema di “assistenza” agli studenti creato ad arte per favorire i salumai proprietari di seconde case.

     

    Alma mater studiorum: Altra istituzione italiana una volta gloriosa ma da qualche anno in declino verticale. Insegnanti spesso assenti, difficilissimo trovare un docente disponibile per la tesi di laurea, vita studentesca con pericolose virate sempre più a destra, strapotere di gruppi vicini a comunione e liberazione, nepotismo e baronato a go go, preoccupanti coincidenze di cognomi nei vari dipartimenti, risibile attività di ricerca, libri scritti da docenti regolarmente imposti. Ho frequentato l’ambiente come studente e dottorando. Meglio che sto zitto.

     

    I bolognesi sono simpatici e aperti con chi viene da fuori: In realtà, e qui sicuro come l’olio che offendo qualcuno ma non me ne può fregare di meno, i bolognesi sono compagnoni, gentili e cordiali al primo approccio ma bolognesi e studenti fuori sede sono due mondi distinti. Gli unici rapporti approfonditi che ho avuto con gente del posto sono stati con gli affittuari, sempre pronti a imbrogliarti, a farti pagare anche l’aria che respiravi, ad aumentarti il canone (in nero naturalmente) dicendo che c’erano altri studenti disposti a pagare di più e a rimproverarti se per esempio non lasciavi l’alloggio nei fine settimana, non pagavi anticipatamente i mesi estivi, lasciavi un motorino o una bicicletta negli spazi collettivi senza pagare l’affitto del posto. Gli studenti sono un po’ come le prostitute: malvisti e generalmente odiati alla luce del sole, ma di “notte”, nel nero dei loro “contratti” d’affitto  cercati da tutti visto che i ricchi tenori di vita dei bolognesi si basano completamente sulle sanguinose economie degli studenti senza i quali il reddito pro-capite di Bologna scenderebbe a livelli di quello di Catanzaro. Prima o poi arriva sempre qualche esponente della cerchia delle seconde case che, dopo che lo hai arricchito per anni, ti dirà che te ne devi tornare al tuo paesino perché sporchi, puzzi e soprattutto hai finito i soldi.

     

    Vita culturale: Sicuramente c’è, ci sono varie possibilità a Bologna di lavorare con la cultura, basta non aver la pretesa di ricavarne uno stipendio. Lasciamo perdere, anche se interessanti da un punto di vista di certe iniziative, i luoghi underground e sedicenti “alternativi”, luoghi dove ti facevano pagare un biglietto di ingresso di 20.000 lire e le consumazioni a prezzo da bar ma comunque “disobbedienti” e sedicenti “alternativi alla mercificazione della società capitalistica”. Forse lo erano non pagando le tasse. Venendo alle note personali devo dire che per mantenermi fuori sede ero spesso costretto a lavorare. Tra studio e lavoro tornavo a casa che ero uno straccio e tutta questa voglia di darmi alla vita mondana non ce l’avevo. E poi le iniziative non erano quasi mai gratuite. Magari se avevi il culo parato dal papy potevi permetterti di seguire la moda stronza di andare al cinema il martedì (come sapete il mercoledì si paga un biglietto ridotto).

     

    In fin dei conti ne è valsa la pena? Sicuramente si. Emanciparsi precocemente dalla famiglia è non solo un diritto ma anche un dovere di tutti, il dovermela cavare da solo è stato soprattutto un mettere alla prova me stesso e anche nelle inevitabili paranoie e solitudini devo dire che tante volte sono stato anche orgoglioso di me stesso e del bagaglio di esperienza costruito grazie all’aver vissuto la vita autonomamente. Resta forse il rimpianto di aver passato nove anni in una città in piena fase di “riflusso” e di averne vissuto tutta la crisi e la decadenza ma soprattutto resta il fatto di aver caricato un semplice luogo di troppe responsabilità , di aver pensato di poter risolvere certi problemi e certi stati di inquietudine che erano insiti in me portandomeli in un altro posto. Volevo rifarmi una vita ma in fondo mi è venuta come quella precedente e forse Bologna non c’entrava proprio niente. O forse alla fin fine anche Bologna è un’inculata dove impedire che gli studenti vengano spennati come polli significherebbe ridurre alla fame i bottegai felsinei?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:36 | commenti (17)


    domenica, luglio 17, 2005
     

    GUERRA: UNA BELLA FREGATURA

    Luogo: una qualsiasi inutile città della sedicente padania.

     

    Lui: mio coetaneo o quasi, pantalone beige e scarpe scure, camicia a maniche lunghe e rimboccate, ray-ban sopra la testa.

     

    Lei: ad occhio e croce un 26-27 anni, classico look da culetta, vestito scuro, sandalo infradito e una smisurata quantità di orpelli in oro ai polsi e alle caviglie.

     

    I due erano impegnati a darsi ragione a vicenda in un tipico discorso fatto di slogan su islamici, comunisti, meridionali, che “qui ci vuole la guerra di civiltà”, “che non c’è posto per l’islam a questo mondo”, “che le radici cattoliche…”,  che i pacifisti sono solo dei gran coglioni e dei grandissimi codardi” lasciando ovviamente recepire che loro, con il teorizzare missioni civilizzatrici al fresco dell’aria condizionata e con il culo ben parato da arroganti figli di papà, non lo siano…

     

    Bisognerebbe tornare al medio-evo, penso. Le guerre medioevali avevano una loro robustissima etica e un loro solido codice d’onore. I bracci armati si sfidavano in campo aperto, in combattimenti corpo a corpo. Sarebbe bello vedere i due individui sfidare con le sciabole gli integralisti islamici, sarebbe bello vederli tornare morti con la gola tagliata. Quelli che la pensano come loro sarebbero contenti perché finalmente avrebbero i loro eroi da celebrare e onestamente a me non dispiacerebbe più di tanto.

     

    Purtroppo però parlano e parlano di guerre sante, di battaglie eroiche, di coraggio, della viltà dei pacifisti, della necessità di agire, ma alla fin fine te li ritrovi sempre nei bar, negli uffici, alle poste, negli autobus, dal parrucchiere, nelle redazioni de “ La Padania ” e di “Libero”, nei parlamenti, nel governo italiano. Alla fin fine hai la loro stessa probabilità di finire vittima di un attentato. Bella fregatura la guerra al giorno d’oggi.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 22:31 | commenti (3)


    sabato, luglio 16, 2005
     

    CATENA DEI LIBRI

    Sarà pure una cosa vagamente “sborona”, saremo i soliti blogger che intendono bullarsi delle proprie letture e delle proprie preferenze musicali fatte di libri e dischi difficili da leggere, da capire e da ascoltare ma nel mio non fighismo devo dire che leggo con piacere immensamente maggiore il blog di Cadavrexquis o di Yoshi (tanto per fare qualche esempio) rispetto ai blog delle culette che parlano di shopping, dei liceali cannaioli e di quelle che vogliono “essere come la Lucarelli ”. Chi dà una connotazione fortemente culturale alla propria vita è una persona migliore? Si. Leggere tanti libri vuol dire saperne di più? Si.

     

    Poi ci sono tanti finti intellettuali da salotto, pronti a cavalcare il mainstream letterario del tempo, sbrodolanti nella loro saccenteria, ci sono le cosiddette “borsette”, i “come fai a non conoscere Vespasiana Cessi la famosa performer di Fara Filiorum Petri che al festival off off di Cassano d’ Adda si è fatta pisciare addosso dal cane di James Toklas”. Il vero lettore è invece un masturbatore, la lettura è un piacere solitario, un dolce surrogato della vita vera, un viaggio che ognuno fa dentro di se, il libro è fatto per sognare, un po’ l’alternativa colta alla telenovela, un po’ l’alternativa solitaria alla “vita vera” e alle relazioni sociali. Leggere vale spesso la pena, avere una fervida e integrata vita sociale no, soprattutto in un paese ignorante e volgare con un tasso di scolarità e di lettura pari a quello di paesi in via di sviluppo.  Raccogliamo l’invito di Yoshi e di Blondi.

     

    Libri della mia biblioteca

     

    Non li ho contati, ma se escludiamo i testi di sociologia che leggo (più spesso sono costretto a leggere) per lavoro siamo nell’ordine di quasi un migliaio sparsi tra la libreria che ho in salotto, quella che ho nella camera-studio, alcuni scatoloni che ho in soffitta, la casa dei miei genitori a Terni e i libri prestati puntualmente non restituiti. Dalla fine degli anni ’90 in poi è drasticamente calato il numero dei libri comprati e letti dato che ho cominciato a vivere, prima ero un lettore onnivoro, un vorace consumatore di Newton Compton e di universali economiche. Prima non trombavo, dalla fine degli anni ’90 in poi si.

     

    L’ultimo libro che ho comprato

     

    Roland Barthes “Miti d’oggi” trovato a 6,99 Fr. nel “pozzo” di un supermercato. Un grande critico e analista della cultura popolare e di massa il grande Barthes.

     

    Il libro che sto leggendo ora

     

    Raymond Carver “Cattedrale” raccolta di racconti grandissimo libro e grandissimo scrittore, nient’altro da aggiungere. Andrea de Carlo “Macno” pessimo libro, mediocre scrittore.

     

    Tre libri che consiglio

     

    Fedor Dostoevskij “Le notti bianche” una struggente storia di non fighismo nella quale ognuno di noi può guardarsi allo specchio, maggiormente geniale se si considera che il libro del grande maestro è stato scritto nel 1848 e parla appunto di un giovane sognatore imbevuto di letture romantiche che fantastica ma è sempre solo visto che non è riuscito a crearsi nessun legame. I blogger erano ben lungi dal nascere.

    George Orwell “1984” un classico che ci aiuta a capire molte cose dei giorni nostri, dalle strategie comunicative dei regimi e dei governi “democratici” ai rischi insiti nelle società tecnologiche e tecnocratiche. Sicuramente lo avrete letto ma rileggetelo (regola d’oro del blogger acculturato è quella che i classici non si leggono ma si rileggono).

    Jürgen Harbermas- Charles Taylor “Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento” due saggi di due grandi scienziati del sociale che trattano in maniera scevra dai facili slogan, dagli stereotipi e dalle visioni astratte il tema delle relazioni tra culture diverse all’interno di una società, con un approccio quanto mai realistico e concreto.

     

    Passo il testimone a tutte le shopaholic.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:40 | commenti (3)


    mercoledì, luglio 13, 2005
     

    SOCIOFOBIA

    Ho un carattere di merda certe volte, sono il primo ad ammetterlo ci mancherebbe, ma soffro di una forma di sociofobia che mi porta a vivere oltremodo male certi micro-eventi. Per esempio stasera ho ricevuto un invito a cena, con alcuni colleghi, da parte di un mio responsabile, un invito che se fosse per me non accetterei adducendo improvvisi problemi di salute ma che per pura questione di etichetta sono costretto malvolentieri ad accettare. Ho un matrimonio il giorno 23 al quale farei volentieri a meno di andare, un evento che come tutti i matrimoni, i battesimi, le comunioni e le cresime mi sta sulle balle per definizione, di quelli che mandano a puttane tutte le proiezioni sullo stato delle finanze familiari e che mi sta costando litigate telefoniche quasi quotidiane con mia madre insofferente nei confronti della mia mancanza di entusiasmo per tale avvenimento (devo ancora trovare un qualcosa che non renda mia madre insofferente nei miei confronti ma questo è un cosiddetto altro paio di maniche).

     

    Sta di fatto che questi due micro-eventi ossia l’ennesima mattutina discussione con mia madre e questo invito che onestamente mi rompe non poco i coglioni mi stanno rendendo alquanto irritabile e di pessimo umore. E’ un mio lato poco gradevole, lo so, ma quando sento che non posso pienamente disporre della mia vita mi attanaglia una sensazione di malessere.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 11:57 | commenti (17)


    venerdì, luglio 08, 2005
     

    LA FAVOLA DELL'ARCOBALENO

    Narrava una vecchia storiella, molto diffusa dalle mie parti, che chi passava sotto l’arcobaleno diventava uomo se era donna e donna se era uomo.

     

    Nelle questioni di politica internazionale succede una cosa simile. Nel pensiero di tanti manichei e cavalieri dell’indignazione il confine dell’arcobaleno è rappresentato dallo stare o non stare con gli Stati Uniti e con la guerra preventiva e nella loro “rassicurante” visione del mondo, orfana del muro di Berlino, il bene sta tutto da una parte e il male sta tutto dall’altra.

     

    Ho pensato questo nel sentire definire, per l’ennesima volta, l’Arabia Saudita come uno “stato arabo moderato” dove per moderato non si intende laico o tollerante ma appunto “dalla parte giusta”. Il caso dell’Iraq è addirittura particolare: prima stava dalla parte giusta dell’arcobaleno, quando era in guerra con l’appoggio dell’occidente contro l’oscurantista Iran e quando Saddam Hussein veniva nominato cittadino onorario di Detroit, poi ha effettuato il passaggio dell’arcobaleno ed è diventato di colpo il tempio di tutti i mali, benché l’Iraq di Saddam Hussein sebbene fosse un regime aberrante era ben lontano da certe forme di religiosità fanatica.

     

    Così, oggi, coloro che sventolano la superiorità della civiltà cristiana al cospetto di un Islam oscurantista, retrogrado e depositario di tutti i mali possibili ci vuole far credere che, probabilmente tra una lapidazione di un’adultera e un’altra, il regime Saudita sia un qualcosa di moderato anche se è governato dalla Sharia, da una monarchia assoluta e nell’agenda “politica” del paese è in corso un dibattito sul fatto se le donne siano o non siano degne di poter guidare un’automobile.

     

    “Viviamo strani giorni” diceva il buon Franco Battiato

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:20 | commenti (1)


    giovedì, luglio 07, 2005
     

    LONDRA

    Non c’è niente di intelligente da dire a proposito di un massacro. Non siamo di fronte a due civiltà che si ammazzano tra loro in uno spirito crociato, come auspicato dagli Osama del mondo arabo e dalle beghine di casa nostra (verrebbe da dire magari si limitassero a scannarsi tra loro) ma ci sono le elite di queste due “civiltà” che servendosi dei loro bracci armati ammazzano chi “si trova in mezzo” e questo vale per qualsiasi strage terroristica, che questa avvenga a New York, a Madrid oppure a Londra e per ogni guerra preventiva, casi nei quali oramai anche il più laico di noi può diventare “effetto collaterale”, termine usato ed abusato dai signori della guerra per definire, appunto, i morti in azioni belliche e terroristiche e che la dice lunga sul profondo rispetto per la vita di cui sono muniti codesti signori.

     

    Hanno colpito un simbolo di “come le cose dovrebbero essere” una metropoli bella, aperta, civile e gioiosamente multietnica, un piccolo-grande laboratorio di koinè. Hanno colpito soprattutto noi che stiamo in mezzo e che ci contrapponiamo alle elite e ai loro bracci armati. Questa è la guerra: le aberrazioni di queste elite e bracci armati vanno nel conto di noi che ci troviamo in mezzo. Sarebbe ora di dire basta. Forza Londra.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 13:09 | commenti (9)


    mercoledì, luglio 06, 2005
     

    ESPERIENZE CHE HANNO FATTO UN MONSIEURDOSTO. TI PRESENTO UN'AMICA

    Tra gli aneddoti di mia nonna c’era quello di quando durante la scuola riceveva, in quanto orfana di padre e appartenente ad una famiglia povera, le attenzioni del “welfare state” dell’epoca ossia l’assistenza del patronato scolastico. L’aiuto del patronato scolastico consisteva nel consegnare gratuitamente e con quei quattro mesi di ritardo, poi con il tempo le cose sono anche peggiorate visto che le borse di studio dell’Università di Bologna mi venivano elargite in comode rate (comode per loro) e con ritardi superiori all’anno, un paio di libri di testo. Tutto avveniva seguendo il collaudato copione di una scientifica e umiliante cerimonia di degradazione: venivano fatti riunire in aula magna, dopo essere stati chiamati con l’altoparlante, gli studenti della scuola e il preside chiamava a se le allieve che usufruivano di cotanta carità pelosa e dava loro i libri pronunciando la frase “dite grazie al patronato scolastico”. Mia nonna era solita rispondere con un bel “ma vaffanculo” e mettersi a piangere per l’umiliazione subita dovuta all’essere etichettata come povera e bisognosa davanti a tutta la scuola. Anche a distanza di decenni ricordava questi episodi con le lacrime agli occhi.

     

    Anche se in una cornice del tutto differente penso di aver provato delle sensazioni simili a quelle di mia nonna quando, durante i periodi in cui ero l’unico e non felicemente single delle compagnie che frequentavo, qualcuno (più spesso qualcuna) si muoveva a compassione e decideva di presentarmi una qualche sua amica o conoscente. A parte il fatto che venivo spesso presentato come una sorta di caso umano o tutto al più come il “non bello ma intelligente”; “bruttino ma simpatico” e via dicendo e come se non bastasse la filantropa di turno si sentiva come Maria Pia Fanfani sottolineando il fatto che se fosse dipeso da me col cazzo che avrei conosciuto delle donne, ciò che mi colpiva più di tutto era il fatto che le persone che mi venivano letteralmente appioppate rappresentavano il non plus ultra del disagio femminile ed erano oltretutto caratterialmente quanto di meno interessante esistesse, in poche parole delle sottononfighe a tal punto da non avere il canonico codazzo maschile che ha una qualsiasi ragazza italiana nei limiti della decenza fisica o che soddisfi gli standard minimi di intelligenza e di simpatia. Insomma tali slanci di altruismo dei quali ero vittima erano paragonabili alla carità di coloro che svuotano la soffitta di tutta l’immondizia e di tutti gli oggetti ingombranti e inutili che hanno e portano il tutto alla caritas con la presunzione poi di voler passare per grandi benefattori.

     

    E’ ovvio che tali episodi contribuivano a minare ulteriormente una già non eccelsa autostima, sentivo che la mia fascia di mercato era molto bassa e mi sentivo percepito a livello di relitto nauseabondo. Come se non bastasse, da buon insicuro, odiavo profondamente sentirmi sotto esame e sono sempre stato refrattario a quella enorme e ipocrita recita chiamata corteggiamento e in quelle occasioni in cui si usciva in gruppo, oltre a subire l’esame della papabile congiunta, le mie inesistenti capacità di seduzione erano attentamente monitorate  da tutti i presenti a partire dal fatto che già non ero in grado di trovarmi una ragazza con i metodi tradizionali. Ricordo ancora con raccapriccio una serata ternana quando mi venne presentata una certa L. D. e me ne stetti in silenzio tutta la sera imbarazzato per la situazione con l’”amica” che ci aveva presentati che continuava a dirmi ostentatamente “dai, parla! Chiacchiera! Raccontale qualcosa!” . Se poi nei giorni seguenti dicevo che in fondo la persona non mi interessava veniva rimarcato il fatto che non fossi Kevin Costner o Anthony Delon e che non potevo certo accampare grandi pretese o grandi aspettative. In quanto non figo non potevo nemmeno permettermi il lusso di avere delle preferenze.

     

    Avrei più volte preferito avere il coraggio di mia nonna invece che un credito di numerosi “ma vaffanculo” non detti a chi, forse in perfetta malafede, ha contribuito a destrutturate a tal punto la mia autostima cercando di passare per persone che ti fanno del bene, forse mi sarei evitato ulteriori auto-umiliazioni, ulteriori insicurezze e avrei evitato alla mia compagna di raccogliere e rincollare i cocci di una vita di microfratture e umiliazioni. Ma tanto è andata così e il fatto che ora parli di certi eventi con quel ghigno di amara ironia è già una conquista.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:59 | commenti (3)


    martedì, luglio 05, 2005
     

    PER UN AMICO

    Caro L,

    Ho letto molto attentamente la tua e-mail e purtroppo le tue affermazioni sconsolate e sconsolanti sull’Italia le condivido pienamente, come condivido pienamente la rabbia che provi per come stanno andando le cose e la tua voglia di cambiare, provare rabbia ed avere voglia di cambiare significa anzitutto essere e sentirsi vivi, no? Ma pensaci bene sulla Svizzera.

    A parte che ancora, almeno finchè non diventeranno pienamente operativi i bilaterali ed è una partita ancora aperta dall’esito quanto mai incerto, il mercato del lavoro è abbastanza chiuso ed è sottoposto ai contingenti e al rilascio di permessi di lavoro ma ammesso e non concesso che tu riesca in un modo o nell’altro ad ottenere il permesso sappi che poi la strada sarà ancora in salita.

     

    In parte non credo che il tuo modo di essere, più incline alle mollezze latine, possa adattarsi ad un soggiorno pur breve in Svizzera, soprattutto dovendovi poi lavorare. La Confederazione è un paese strano, è una matrigna che allo stesso tempo ti ama e ti odia, sei hai un lavoro che paga un po’ ti senti arrivato e tutto appare maledettamente facile, magari credi di essere onnipotente ma certe volte poi ti accorgi che sarai sempre uno straniero. Io personalmente passo dei periodi di vera e propria luna di miele con questo paese ma poi, quando un poliziotto mi chiede con arroganza documenti e permesso di lavoro solo perché ho un accento che denota delle origini a sud di Chiasso, quando di carriera non se ne parla finchè non hai il permesso definitivo (in teoria non dovrebbe essere così ma in pratica lo è) quando ti accorgi che finchè si tratta di lavorare e di pagare le tasse e la cassa malati sei il benvenuto ma non puoi nemmeno provare ad accampare diritti politici (tradotto in termini macro il 23% della popolazione residente non ha diritti politici in quanto straniera) la curva dell’entusiasmo cala bruscamente.

     

    Oramai vivo e lavoro in questo paese da oltre 4 anni, mi ci trovo bene e sono generalmente ben accettato dagli svizzeri a patto di non far mai capire di dove sono e di evitare sempre e comunque comportamenti “italiani”. Non arrivo mai in ritardo anzi sono sempre in anticipo, rispetto le regole a bacchetta e svolgo scrupolosamente il mio lavoro, se rispetterai anche tu questi valori di disciplina tipicamente elvetici non avrai problemi di sorta e apprezzerai anche tu la Confederazione Elvetica per il paese civile, bello, laico, efficiente e multiculturale che è. A volte rimpiango un po’ del sano lassismo centro-meridionale, quel lassismo che ci rende un po’ invisi alla gente del posto e dalla cui etichetta sarai inizialmente marchiato almeno fino a prova contraria “non fare il solito italiano”; “quello è il solito italiano” saranno dei lieti motivi che ti sentirai ripetere fino allo sfinimento.

     

    In Svizzera poi ci sono 4 (5 se contiamo lo svizzero-tedesco) lingue ufficiali ed è alquanto difficile, anche nel Canton Ticino, trovare un lavoro impiegatizio se non padroneggi almeno il tedesco e il francese che qui studiano sin dalle scuole medie. Altro elemento importante: sebbene sia vero che i salari sono anche tripli rispetto all’Italia il costo della vita è comunque in proporzione, il cibo è carissimo e spesso di pessima qualità, non parliamo poi dei ristoranti praticamente inavvicinabili e degli affitti, risparmierai qualcosa giusto sulla benzina, sulle autostrade e sui prodotti hi-tech e dopo le 18,30 è praticamente impossibile trovare un negozio aperto e le strade sono deserte.

     

    Ma veniamo alle cose più importanti. La tua diversità rispetto a me sta nel fatto che sei sempre stato bravo a creare rapporti umani, in ogni cambiamento che ho avuto posso dire di non aver lasciato nulla, di aver passato gran parte della mia vita senza mai creare nessun rapporto profondo, un po’ per la mia insicurezza e tendenza alla solitudine un po’ per le mie predisposizioni caratteriali, ancora un altro po’ per un rapporto non idilliaco con la mia famiglia dalla quale come sai sono praticamente fuggito. Se non fosse che mi sono affezionato a Lugano e che qui è nato mio figlio e ho “messo su famiglia” non avrei nessun problema a partire anche domani per l’Islanda o per il Canada. Tu lasci invece dei rapporti umani consolidati, delle amicizie che ti porti dietro dalla prima infanzia, una famiglia serena e comunque molto legata a te e con la quale non hai conflitti apparenti. Andartene significherebbe ricominciare da zero e per uno che non si è mai mosso, a parte che per il periodo universitario, dalla tua cittadina umbra alla quale sei molto legato credimi che è dura soprattutto se, analizzando la situazione al di fuori delle emotività, la sfera affettiva ti concede comunque delle soddisfazioni. Una volta perse le certezze della tua sfera privata, credimi, te ne fai ben poco dei diritti civili, del pacs, della possibilità di scegliere l’eutanasia andando a Zurigo, della democrazia diretta, di tutte le libertà laiche e del fatto che non ci siano Berlusconi, Calderoli e gli scagnozzi del Vaticano al governo. Per me è stato facile decidere perché sull’altro piatto della bilancia non c’era nulla se non un certo sentimento di rancore,  qualche timido rapporto di amicizia, una situazione economica ai limiti della bancarotta, un lavoro di merda e sottopagato come cameriera personale di qualche barone della ricerca sociale il tutto associato ad un ego vanaglorioso. Per te la situazione è diversa.

     

    Spero di non aver scoraggiato troppo i tuoi entusiasmi e soprattutto non fare la cazzata che troppe volte ho fatto in passato: se pensi di risolvere i tuoi problemi personali prendendo armi e bagagli e portandoli con te in un altro posto ti sbagli di grosso, dopo un primo e breve periodo di euforia i problemi ritorneranno più grandi e più forti di prima. Un abbraccio e un grandissimo in bocca al lupo.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:15 | commenti (12)


    domenica, luglio 03, 2005
     

    LIVE 8 DI MERDA

    Vogliamo parlarne di questo schifo? Vogliamo dire qualcosa su questo occidente che prima sgancia bombe intelligenti, fa affari con i peggiori dittatori, vende armi sempre più distruttive e sofisticate e poi manda le sue rockstar in disarmo per pulirsi la coscienza? Vogliamo parlare di questi principini dalla filantropia pelosa che per una volta hanno rinunciato a mettere la benzina nel loro jet privato prodigandosi in questa nobile causa pensando così di aver pagato il loro debito con il mondo? Vogliamo parlare di quei romanialconcerto utilizzati con i loro “so venuto qui pe li cantanti” ad uso e consumo dei peggiori Tg? Vogliamo parlare degli aggettivi roboanti utilizzati da questi maestri della retorica e della demagogia, dei loro discorsi persi tra patetismo da parrocchietta e impegno sociale del dopo-cresima nonché dei loro evidenti plagi del tema sulla fame nel mondo che scrissi in quarta elementare? Vogliamo parlare dello schioccare di dita ogni tre secondi di Will Smith a simboleggiare i bambini che muoiono in Africa? E dell’accanirsi contro Vasco Rossi reo di aver preferito non partecipare a questa pagliacciata per tenere un concerto ad Ancona? Vogliamo parlare della carità sempre ostentata di chi mostra il labbro tremante pensando al ritorno di immagine? Vogliamo parlare dei loro privilegi dovuti all’essere l’elite della parte più ricca del mondo, privilegi a cui si guardano bene dal rinunciare?

     

    Non so voi, ma io davanti a questa ipocrisia provo soltanto schifo e mi viene da vomitare. Mi vergogno io per loro che non sono in grado di vergognarsi da soli, la loro soddisfazione non sarà mai e poi mai grande come tutto il mio disprezzo. Ma vaffanculo.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 22:07 | commenti (14)


    sabato, luglio 02, 2005
     

    I CONSIGLI DI PAPA' DOSTO/1

    (come tenere lontani da casa ospiti non graditi)

    Prendere una normale videocamera domestica, un lettore dvd o uno stereo con presa per il microfono, dei cd o dei dvd con le basi karaoke di alcuni mediocri successi sanremesi o di musica leggera italiana. Porre la telecamera fissa su un trespolo in modo da riprendere la propria faccia in primo piano e mettersi a cantare sopra le basi karaoke registrando il tutto in long play in modo che venga un nastro con due ore di musica. Durante la registrazione fare meno movimenti possibili, cantare il tutto con voce monocorde e con espressione seria e compassata. Tra le canzoni suggerisco tutto il repertorio di Alan Sorrenti, “Sara” di Antonello Venditti, qualcosa di Baglioni, di Cocciante e di Bennato.

    Invitare degli ospiti a far visionare il risultato di cotanto lavoro, avendo l’accortezza di riportare indietro il nastro quando qualcuno si assenta per esempio per andare in bagno o a fumare una sigaretta o per far rivedere delle performance che voi giudicate particolarmente riuscite e interessanti. Se proprio volete essere sadici dite “questa è molto bella” facendo riascoltare due, tre volte dei brani interi esigendo il massimo silenzio.

    Quando vi congedate dagli ospiti dite la frase “fatemi sapere quando tornate così preparo altre canzoni e ce le vediamo insieme” il tutto trasmettendo entusiasmo quasi infantile.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 00:05 | commenti (9)