MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
    link
    Billiejoe
    Blondi
    Cadavrexquis
    Coniglione
    Il Manifesto
    lakanamamu
    Leonardinha
    Leonardo
    Malessere
    Olympia
    Totentanz
    Underworld
    Yoshitsune
    blog archivio
    oggi
    dicembre 2009
    novembre 2009
    ottobre 2009
    settembre 2009
    agosto 2009
    luglio 2009
    giugno 2009
    maggio 2009
    aprile 2009
    marzo 2009
    dicembre 2008
    novembre 2008
    ottobre 2008
    settembre 2008
    agosto 2008
    giugno 2008
    maggio 2008
    aprile 2008
    marzo 2008
    febbraio 2008
    gennaio 2008
    dicembre 2007
    novembre 2007
    ottobre 2007
    settembre 2007
    agosto 2007
    luglio 2007
    giugno 2007
    maggio 2007
    aprile 2007
    marzo 2007
    febbraio 2007
    gennaio 2007
    dicembre 2006
    novembre 2006
    ottobre 2006
    settembre 2006
    agosto 2006
    luglio 2006
    giugno 2006
    maggio 2006
    aprile 2006
    marzo 2006
    febbraio 2006
    gennaio 2006
    dicembre 2005
    novembre 2005
    ottobre 2005
    settembre 2005
    agosto 2005
    luglio 2005
    giugno 2005
    maggio 2005
    aprile 2005
    marzo 2005
    febbraio 2005
    gennaio 2005
    dicembre 2004
    novembre 2004
    ottobre 2004
    settembre 2004
    agosto 2004
    luglio 2004
    giugno 2004
    maggio 2004
    aprile 2004
    marzo 2004
    febbraio 2004
    gennaio 2004
    dicembre 2003
    novembre 2003
    ottobre 2003
    settembre 2003
    agosto 2003
    counter
    visitato *loading* volte


    martedì, agosto 30, 2005
     

    SESSUALITA' E PROSTITUZIONE. ALCUNE RIFLESSIONI

    Succede che di tanto in tanto, nei dibattiti televisivi, nei blog, nel pensare comune, qualcuno parlando di prostituzione se ne esca con una soluzione considerata come la panacea di tutti i mali: la riapertura delle case chiuse e succede soprattutto che spesso tale soluzione eserciti un fascino demagogico ed entusiastico sul pubblico.

     

    A parte il fatto che le case chiuse non sono mai state chiuse, basta scorgere le pagine di qualsiasi quotidiano per rendersene perfettamente conto, e che la prostituzione nelle case è una delle tante opzioni che offre il mercato, trovo che le motivazioni che spingono ad adottare una soluzione di questo genere al problema prostituzione facciano addirittura tenerezza nella loro ingenuità.

     

    C’è chi dice che la prostituzione presso strutture controllate dallo stato sia più sicura da un punto di vista della salute. Niente di più falso. Sappiamo tutti che per esempio il virus dell’aids ha un periodo di incubazione che può essere anche di molti mesi e che quindi risultare negativi ad un test HIV fatto anche 15 giorni prima non vuol dire affatto non aver contratto il virus dell’aids, ma non è questo il punto principale.

     

    Il punto principale è che il fenomeno, sia da destra che da sinistra, viene trattato con una visione parziale e “romantica”. Da destra mi sembra che si ragioni molto con lo slogan “occhio non vede, cuore non duole” e la principale preoccupazione sia quella di togliere la prostituzione dalle strade, o meglio di togliere le tante prostitute straniere dalle strade o meglio ancora toglierci tutte queste negre dai coglioni, in nome di concetti quanto mai astratti, soggettivi e difficili da maneggiare come quelli di “moralità”; “comune senso del pudore” e che quindi la casa chiusa sia un modo di non affrontare il problema, di decidere di non decidere, di tenerlo appunto lontano dagli occhi per dire che non esiste, un po’ come facevano gli anti-abortisti davanti al fenomeno dell’aborto clandestino. A sinistra si ha invece una visione parziale e stereotipata del fenomeno che discende, in larga parte, da un certo pensiero femminista secondo il quale la prostituta è sempre una povera creatura sfruttata che compie la sua mansione contro ogni sua volontà e il cliente è sempre e comunque una figura da condannare, da mettere alla forca. Non è così, o meglio non è così facile.

     

    Dietro la prostituzione c’è talvolta una scelta da parte della prostituta che spesso è una persona che piuttosto che andare a fare l’infermiera o la badante sceglie di permettersi un tenore di vita ben diverso praticando il “mestiere più antico del mondo”, fino a delle forme di prostituzione che rientrano in una percepita normalità e rispettabilità, come quella delle donne che fanno un uso strumentale della propria fisicità ai fini della promozione sociale o all’uso finalizzato della sessualità che talune applicano anche nel normale rapporto di coppia, insomma la prostituta nigeriana o albanese sfruttata e malmenata dal suo protettore, fenomeno assolutamente deprecabile e da reprimere, è solo una parte e nemmeno maggioritaria dell’universo prostituzione.

     

    Poi c’è la figura del cliente che invece che essere demagogicamente condannata andrebbe capita e approfondita, capovolgendo e rivedendo anche i concetti di normalità e patologia. Si parte spesso dal falso presupposto che viviamo in tempi di libertà sessuale, motivando questo pensiero con lo stereotipo che oggi come oggi in televisione si vede di tutto, le donne vestono in maniera eccentrica e spregiudicata ma in realtà a questa apparenza si affianca ancora una sostanza fatta di sesso e di molte pratiche sessuali viste ancora come un tabù e di vero e proprio disagio sessuale maschile (un fenomeno della modernità tuttora da molti, operatori del sociale compresi, in larga parte sottovalutato). Tra i fruitori del sesso a pagamento ci sono talvolta individui per i quali l’unica forma di sesso possibile è appunto pagando, mi riferisco a chi è affetto da difetti fisici invalidanti o è semplicemente troppo timido, troppo brutto, troppo insicuro, troppo povero per prendere parte al rituale del corteggiamento o per potersi permettere una fidanzata, ci sono coloro che vivono una realtà familiare e un rapporto di coppia fatto di quotidiane frustrazioni, chi vive il sesso in maniera inibita, coppie nelle quali la sessualità è vissuta senza dialogo o che hanno perduto il piacere e il desiderio, e soprattutto come anticipato prima c’è una visione cattolica del sesso e del piacere che ne deriva visto ancora, consciamente o inconsciamente, con un senso di colpa, da relegare quindi nei meandri nascosti, nella case chiuse non solo viste come edifici fisici, ma come luoghi simbolici del nostro essere, il sesso per piacere lo si da solo al diavolo tentatore con tutte le conseguenze del caso, inferno compreso!

     

    C’è quindi tutto un problema culturale e di educazione e un proliferare della prostituzione come manifestazione di un disagio e, secondo me, un discorso sulla prostituzione non può prescindere da una riflessione complessiva sulla sessualità e non può essere risolto con delle facili proposte demagogiche che rappresentano spesso una bella “scoperta dell’acqua calda” e “profezia dell’ovvio” e un modo per tentare di eludere delle riflessioni ben più profonde. Ci vuole soprattutto la massima tolleranza verso tutto il sesso tra persone adulte e consenzienti e reprimere, senza mezzi termini, ogni forma di sfruttamento.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:26 | commenti (12)


    lunedì, agosto 29, 2005
     

    Portogallo: incendi, 16 morti 180.000 ettari di foresta distrutti.

    Svizzera: alluvioni, disagi, ferrovie chiuse, 6 morti

    Italia: governo Berlusconi

     

    Un'estate di autentiche sciagure.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 16:01 | commenti (12)


    giovedì, agosto 25, 2005
     

    CIAO AMBROGIO

     

    Non sono mai stato troppo bravo a fare dei panegirici in occasione della morte di una persona né mi è mai particolarmente piaciuto cercare facile retorica e facili consensi facendo vedere a tutti il mio labbro tremante davanti ai drammi personali altrui o dare testimonianza della mia sensibilità sofferente.

     

    Va detto comunque che la morte di Ambrogio Fogar mi ha in un certo senso colpito. Ricordo di aver letto, poco prima degli infausti referendum sulla procreazione assistita e sulle cellule staminali, una sua toccante testimonianza dove diceva che la forza di vivere gli era data dalla speranza che un giorno, grazie alla scienza, sarebbe finalmente uscito dalla sua angosciosa condizione e sarebbe tornato l’avventuriero di sempre. Nella stessa intervista parlava del suo rapporto con la fede, un rapporto sofferto, mai scontato, che è stato frutto di anni ed anni di soffertissime riflessioni. Insomma, un grande esempio di dignità umana, di coraggio, un esempio che parla dei temi della Vita con la V maiuscola.

     

    C’è chi diceva e dice che Ambrogio Fogar e tanti uomini meno famosi ma che vivono quotidianamente questo dramma non debbano avere la speranza di una vita migliore. C’è chi dice che la loro dignità, la loro voglia di tornare a vivere una vita “normale” a costo di anni ed anni di duri sacrifici valga meno della dignità degli embrioni e che la loro sofferenza non valga il sacrificio di qualcuno di essi. C’è chi chiama tutto ciò “difesa della vita”, ma quale vita? Perché un ammasso di cellule devono valere di più della sofferenza di un uomo?

     

    Spero che il sacrificio di Fogar non venga dimenticato e il suo messaggio resti vivo per sempre in questi tempi bui. Far morire la speranza di persone che vivono il suo stesso dramma vuol dire ucciderle due volte. La ricerca andrà avanti con o senza Italia e alla fine rivedere il sorriso di gente che fino a poco tempo prima sarebbe stata condannata ad una vita vegetativa sarà la nostra più grande vittoria. Io ci credo.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 00:01 | commenti (7)


    martedì, agosto 23, 2005
     

    PICCOLO GLOSSARIO SOCIOLOGICO DI NON FIGOLOGIA

    Proviamo a spiegare alcuni concetti utili alla trattazione sul tema fighismo-non fighismo.

     

    Sottononfigo integrativo: dicesi di colui che condivide gli scopi della società dell’immagine senza però averne i mezzi per raggiungerli. Pur essendo fighismo e sottononfighismo fenomeni prevalentemente maschili il sottononfighismo integrativo è altamente diffuso anche nelle donne. Tipico esempio la donna che mira al “figo del quartiere” pur non essendo dotata di qualità estetiche e caratteriali tali da poter competere con l’ampia concorrenza e come conseguenza di ciò rimarrà in una situazione di solitudine, andrà incontro a sconfitte ed umiliazioni cocenti. Il sottononfigo integrativo lo si riconosce dalla tendenza ad usare modi e consumi da figo senza però poterseli permettere (es. donna oggettivamente sgraziata che però indossa abiti da culetta). Il sottononfigo integrativo a differenza del non figo o del sottononfigo evolutivo non è intellettualizzato e non ha sviluppato dei fini alternativi a quelli dominanti.

     

    Sottononfigo evolutivo: Fase del percorso che porta il non figo alla consapevolezza del sé e alla creazione di un suo “essere altro”. Siccome il percorso è inevitabilmente lungo e alterna fasi di ribellione, di isolamento, di sottosuolo a tentativi di integrazione il sottononfighismo evolutivo si presenta nelle fasi in cui il non figo tende ad integrarsi nel pensiero dominante. Nel soggetto evolutivo il sottononfighismo ha caratteri più o meno acuti ma sempre e comunque transitori.

     

    Sottononfigo recessivo o rinunciatario: Non condivide mezzi e scopi della società dell’immagine ma non ne crea nemmeno di nuovi, vive spesso nell’isolamento, non rientra in nessuna subcultura e non ne crea di proprie.

     

    Fighismo periferico: è una delle tre forme di fighismo individuate dall’istituto superiore di non figologia, particolarmente diffusa in realtà provinciali e/o nelle classi popolari e comunque periferiche, ben lontane da tutti gli ipotetici “centri” della vita mondana e del jet-set. E’ un figo periferico il capo-ultrà della Ternana, il coatto romano (c’è un ampia cinematografia italiana incentrata sullo scontro figo periferico-figo affluente) il bello del dancing di Lendinara (Ro) tanto per fare alcuni esempi. In genere appare tatuato e iper-palestrato e porta la t-shirt aderente anche in pieno inverno manifestando un gusto discutibile nell’atteggiarsi e nell’abbigliarsi. Può anche essere definito figo periferico colui che aderisce acriticamente alle subculture che si collocano in posizione acentrata rispetto alle ideologie dominanti ma che hanno sviluppato dei propri codici, dei propri mezzi e dei propri luoghi dedicati al dissenso stretto. Questo tipo di figo periferico è ben integrato ed ammirato nella sua subcultura di appartenenza, benché tale subcultura non sia parte del pensiero dominante, ed è facilmente reperibile presso circoli arci, centri sociali, gruppi di estrema sinistra, gruppi punk.

     

    Esiste poi il fighismo aspirativo o sottofighismo tipico di chi è si alla periferia geografica (pur esistendone varianti metropolitane) ma si trova più vicino ad un centro “sociale” è un figo aspirativo il figlio del commercialista di Ascoli Piceno, il frequentatore del privè delle discoteca di Lendinara (Ro), la subrettina di provincia che va “nei luoghi che contano” per svoltare, il piccolo intellettuale di paese. In genere il figo aspirativo di provincia ha come suo sogno quello di andare a vivere a Milano, città percepita come città figa per eccellenza, vede di cattivo occhio il figo periferico per il quale prova un sottile disprezzo. Nelle discoteche di provincia il privè sta nella parte più in alta dove si domina la pista dei “comuni mortali” e se ci pensate la cosa ha una valenza semiotica notevole…

     

    Figo affluente: Il rampollo di buona famiglia, il calciatore, quello dotato di tanti ma tanti soldi, l’eroe televisivo, il mito, nella variante femminile la velina che sposa il calciatore, il capoufficio, il titolare dell’azienda, colui che si trova al centro delle cose, il Briatore, L’ultra-miliardario in vacanza in Costa Azzurra.

     

    Ovviamente potete esprimere i vostri dubbi e i vostri contributi.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 13:23 | commenti (5)


    sabato, agosto 20, 2005
     

    IL MIGLIORE DEI MONDI

    Mi trovo effettivamente in culo al mondo, in quel lembo d’Europa nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico chiamato Isole Azzorre, esattamente mi trovo ad Angra do Heroismo, Ilha Terceira, due ore e mezzo di aereo da Lisbona e poco più di tre ore dall’America.

    Sono in una pousada, costruita nel 1798 e che dell’epoca conserva le architetture e i comfort tra i quali annoveriamo: aria condizionata, tv via cavo, internet a banda larga.

     

    Come sapete non sono un particolare amante della vita di mare, l’entusiasmo non era ai massimi prima della partenza ma mi sono prontamente ricreduto. Il posto è veramente uno dei luoghi più belli che abbia mai visto e fortunatamente non è stato trasformato in una delle tante mete turistiche stronze come tante isolette greche e spagnole. Dominano i ritmi lenti, la natura selvaggia, la bellezza di piccole spiaggette, magari un po’ scomode da raggiungere ma quasi deserte. Un altro piccolo luogo dell’anima, una cartolina di quel vivere portoghese fatto di malinconie, cornici velate, anziani pescatori che attraversano le strade a dorso di mulo, che giocano a carte nella piazza del paese, che rientrano nel tardo pomeriggio e ti vendono il pesce nella banchina del porticciolo, edifici dalle tinte pastello e costellati dagli immancabili azulejos, le ortensie e gli agavi in fiore, i vapori vulcanici e un centro storico patrimonio dell’Unesco.

     

    Si cammina, per le vie strette del centro storico, tra l’odore delle sardine alla brace cucinate per strada, ci si stende sui prati. Si fa molta fatica ad associare questi momenti di vita a concetti quali quelli di Unione Europea, parametri di Maastricht, sembra veramente di essere lontani da tutto ciò che è mondo e a tutto ciò che è Europa (e geograficamente lo siamo) se non fosse proprio per i canali televisivi europei e internazionali ricevuti via cavo e per internet che mi tiene in contatto con la mia routine quotidiana e i miei impegni lavorativi. Il mondo non finisce mai di stupirmi.

     

    Mi ha riscritto un mio caro amico. Si tratta di una mail piena di inquietudine, di voglia di cambiare, di scontentezza. Ha abbandonato l’idea di trasferirsi in Svizzera per andare ad allargare il già sovraffollato novero dei “mollo tutto e apro un negozio in Brasile”, come se fosse semplice andare a farsi una vita in un paese in via di sviluppo. Dice di essere stanco della solita routine, del suo lavoro, dell’avere una e-mail, del timbra-cartellini, dei colleghi, dei ritmi nevrotici della nostra civiltà occidentale. Sto tentando di spiegargli che un negozio in Brasile non si apre da solo, non ordina la merce da solo, non incassa da solo e che forse sta facendo l’errore di prendere i suoi problemi personali e di trasferirli da un’altra parte, in Brasile poi ci sono stato qualche anno fa, è un luogo pieno di ingiustizie sociali, di contraddizioni. Nelle località turistiche capita spesso di vedere intere famiglie di disperati cernere i cassonetti dei rifiuti in cerca di cibo, bambini sporchi e laceri che ti assaltano chiedendoti una moneta, una criminalità a livelli pazzeschi, immagini affiancate dalle pacchiane ostentazioni di lusso dei pochi ricchi che possono permettersele, ostentazioni talmente volgari che in confronto quelle dei tamarri e dei coatti nostrani in suv sono espressioni di raffinata eleganza. Insomma con tutta la simpatia e la tensione culturale che provo per il Brasile e per i brasiliani (la loro è una delle più grandi tradizioni musicali del mondo) non penso che il paese sudamericano sia un posto adatto per un uomo dal temperamento tormentato e dalla sofferente sensibilità e poi parliamoci chiaro: viviamo in un mondo vieppiù incivile dove parlare di migliore dei mondi possibili suona come una presa per il culo ma in questo mondo la nostra cara e vecchia Europa, con i suoi diritti sociali, con il suo welfare-state, la sua storia, le sue tradizioni, resta sempre il luogo migliore. Non siete d’accordo? Beh! Vi auguro di non aver mai bisogno di un by-pass coronarico negli Stati Uniti o di avere talmente tanti soldi da potervi permettere di stare male, io sono orgoglioso di essere europeo.

     

    Resterò in questo luogo fino al 23, poi sarò nel Portogallo continentale fino al 2 settembre giorno in cui farò ritorno in Svizzera. Per ora è tutto.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:29 | commenti (19)


    martedì, agosto 16, 2005
     

    SIAMO UOMINI O CAPORALI?

    Stavo proprio pensando che la guerra fa veramente schifo sotto tutti gli aspetti: dalle fasi che la precedono ai monumenti ai caduti.

     

    I monumenti ai caduti sono orribili per definizione, mi ricordo che a Terni ce n’erano un paio che non sapevi veramente da che parte guardarli e, nelle loro forme stilizzate, cosa rappresentassero. Bastava guardare quanto erano brutti questi monumenti per capire quanto è brutta la guerra.

     

    Nella mia ultima sortita a Terni sono andato a fare visita alla tomba di mia nonna. In genere vado sempre in orari improbabili, per evitare lo sciame di vedove che parlano a voce alta di programmi televisivi e di nipoti prodigio mentre cambiano i fiori alla lapide del marito e non ho potuto fare a meno di notare una targa commemorativa, con raffigurato un giovane in divisa, e con un’iscrizione che recitava una frase del “Giulio Cesare” di Shakespeare: “i codardi muoiono molte volte prima della loro dipartita, i valorosi non assaggiano la morte che una volta sola”.

     

    Il tipo in questione era un ragazzo di mia lontana conoscenza, una persona fin dalla più giovane età dedita alle piccole prepotenze verso i ragazzini più piccoli, uno zoticone violento la cui stronzaggine della frase che ha lasciato a severo monito per i passanti è pienamente rappresentativa della sua esistenza stronza. Per la cronaca è morto in Somalia durante una delle tante “missioni di pace” pagate dai contribuenti italiani, una missione che, come molti ricorderanno, di valoroso non ha avuto proprio nulla e che ha visto i soldati della Folgore coinvolti in episodi di tortura nei confronti della popolazione civile, militari che poi si sono poco virilmente “dati”, scortati dai nuclei speciali dei carabinieri, non appena hanno visto che da quelle parti sparavano sul serio e gli sparavano addosso, insomma una delle tante pagine più vergognose della storia italiana sulla quale ovviamente siamo ben lontani dal fare giustizia.

     

    A distanza di pochi giorni rileggo quella frase shakespiriana tra i miei contatti di msn messenger di fianco al nick di una mia ex-allieva di nazionalità messicana che poi scoprirò averla dedicata ad un suo “amico”, conosciuto durante un progetto di studio negli Usa, morto durante la recente spedizione in Iraq. Nel suo spazio personale c’era un’intera pagina dedicata a lui, con alcune immagini del militare defunto che sembravano veramente finte per quanto stereotipavano l’iconografia del macho: in un paio di foto lui compare appoggiato ad un Dodge (un suv formato cardanzone degno dei migliori truzzi) in altre durante esercizi con attrezzi ginnici, in altre ancora in tuta mimetica e artiglieria pesante a tracolla.

     

    Che io non abbia alcuna simpatia “politica” per i militari è cosa ovvia, anche se poi magari nella vita ho avuto modo di scoprire che non tutti sono necessariamente degli invasati, alcuni sono uomini che magari vengono da zone depresse e che hanno trovato il posto di lavoro fisso e in tutta buona fede (e nella loro limitatezza) non si pongono tanti problemi e tanti interrogativi sulla natura del loro lavoro che spesso non ha effettivamente un cazzo a che fare con le operazioni belliche; l’esercito è una delle più grandi burocrazie autoleggittimanti e di sicuro un’ organizzazione che vuoi per la sua grandezza, vuoi per la sue gerarchia, vuoi per l’estensione delle specializzazioni, dal suo interno si perdono spesso completamente di vista quelli che sono i suoi fini ultimi. Non sono d’accordo con chi dice che i militari siano inutili, nelle società sane lo stato ha il monopolio dell’uso della forza e quindi è necessario un benché minimo apparato repressivo, non ho alcuna fiducia nell’anarchia perché non ho alcuna fiducia nella natura umana, se togli quel minimo di regole gli uomini si fotterebbero tra loro e alla fine vincerebbero i prepotenti.

     

    L’odio verso una classe di persone non porta a nulla, sicuramente aiuterebbe di più una loro intellettualizzazione, fargli capire che quello che loro chiamano essere “valorosi” in realtà è essere strumento dei poteri forti, qualsiasi connotazione questo potere abbia e non è un caso se nel reclutare forze armate ogni nazione attinga, necessariamente, nei settori e nelle fasce più derelitte e meno culturalmente evolute della popolazione, nei sottoproletari inconsapevoli che divengono facilmente complici dei loro carnefici e vittima della demagogia.

     

    Ciò che non sopporto e che sento lontano dal mio modo di essere uomo è il machismo. Tale fenomenologia non si trova solo tra i militari, anche se negli ambienti dell’esercito viene inevitabilmente moltiplicata per 100. Si cresce spesso con il mito che essere uomini significhi necessariamente essere machi, perfino lo sport viene vissuto con la stessa logica di cameratismo, di sopraffazione dell’altro, non a caso i regimi militari e autoritari hanno sempre imbastito una forte retorica attorno allo sport e caratteristiche come la prepotenza, la sopraffazione e la violenza vengano scambiate per sicurezza e apprezzate soprattutto da un certo mondo femminile, perfettamente incarnato dalla mia amica messicana.

     

    Io mi sono sempre sentito “altro” questa è stata forse la determinante maggiore del mio non fighismo in un contesto dove veniva giudicata cosa buona e degna di ammirazione il prendere a pugni un uomo perché magari in discoteca guardava due volte la tua ragazza o le ballava troppo vicino o addirittura l’esprimersi in maniera rozza e maleducata. Ho sempre provato repellenza per questo modo di essere maschio, addirittura in adolescenza venivo considerato gay per i miei modi gentili e cortesi e vi assicuro che avere la fama del gay in un centro siderurgico della cattolicissima e oscurantista Italia non è il massimo che ci si possa augurare, poi dei gay subivo gli insulti senza averne la vita sessuale (bel vantaggio, vero?) ma tutto sommato, anche stavolta, anche nel mio non fighismo sono orgoglioso. Perché sono un uomo, non un caporale.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 13:11 | commenti (8)


    sabato, agosto 13, 2005
     

    TURCHIA IN EUROPA

    Premetto che non voglio avere la presunzione di dire di conoscere la Turchia perché ho visitato da turista Istanbul e i suoi dintorni e che, come detto giustamente da un mio commentatore, Istanbul è una metropoli sicuramente non pienamente rappresentativa di un paese così grande e così complesso; una città dove, a parte la presenza delle, con buona pace dei gusti architettonici di Oriana Fallaci, bellissime e monumentali moschee e il diffondersi della voce dei muezzin durante le cinque preghiere giornaliere, il carattere dominante, accanto comunque a dei forti elementi di cultura araba, è comunque quello di una laicità diffusa e di una forte ansia di occidentalizzazione; vuoi per i giovani che si esprimono perfettamente in inglese, vuoi per la voglia di comunicare della popolazione, vuoi per le ardite e moderne architetture dei quartieri recenti, vuoi ancora per le donne sempre truccate e che in minima misura portano gli abiti tradizionali, insomma “a pelle” posso dire che siamo ben lontani da forme di religiosità fanatica. Si sta ponendo da tempo con forza il dibattito sull’opportunità di un’entrata di questo paese nell’Unione Europea.

     

    Non credo che si possa essere aprioristicamente a favore o aprioristicamente contro ad una simile evenienza, il discorso è molto complesso e richiama la Politica con la P maiuscola.

     

    E’ indubbiamente vero che la Turchia deve ancora fare dei grandissimi passi avanti in tema di carceri e di diritti civili, politici, sociali e soprattutto umani delle minoranze che vivono al suo interno, mi riferisco soprattutto alla questione delle donne e delle minoranze curde e armene (il cui genocidio viene tuttora negato a scapito delle più palesi evidenze) ma sono anche altrettanto vere alcune cose che proverò ad elencare brevemente in questo post.

     

    Punto primo: c’è una Turchia ufficiale che ha fatto del proprio orientamento laico il suo fondamento. Lo stesso Ataturk padre della Turchia moderna, nata dalle ceneri dell’impero ottomano, ha fatto del laicismo il carattere fondante della Repubblica Turca, questo ha voluto dire in tempi recenti ricorrere a forme di “democrazie protetta” ossia vietare, mettere fuori legge, il partito di maggioranza relativa a orientamento islamico capeggiato da Necmetin Erbakan nonostante avesse una quantità di suffragi vicina al 30% dell’elettorato quindi andando nettamente contro anche ai principi della democrazia basata sul numero, una scelta senza dubbio che ha richiamato dei valori che non possono sottostare a logiche quantitative, una scelta sicuramente di grandissimo coraggio che poteva essere foriera di scenari altamente foschi ma che ha tenuto conto del principio che in una democrazia ci sono dei valori fondamentali che esulano e devono esulare dalla logica degli umori delle maggioranze e che vanno protetti, negli USA la maggioranza è a favore della pena di morte ma non dirò mai, nemmeno sotto tortura, che la pena di morte è una pratica democratica.

    Non dimentichiamo inoltre che la Turchia ha avuto in Tansu Ciller una donna che ha ricoperto per lungo tempo la carica di primo ministro (in Italia invece?) cosa impensabile in un paese islamico e aggiungerei in molte civili democrazie europee e un ingresso in Europa la aiuterebbe sicuramente a tenere lontane tutte le tentazioni fondamentalistiche.

     

    Punto secondo: i progressi fatti dalla Turchia. Non possiamo fare a meno di notare che grazie alle pressioni europee la Turchia ha abolito dal suo ordinamento la pena di morte, ha raggiunto una relativa stabilità economica, ha dato parziale riconoscimento a Cipro, ha allentato, anche se in minima parte e molta strada va ancora fatta, la pressione sui territori curdi riconoscendo alcuni diritti alle minoranze che vi abitano e ha modernizzato il suo codice penale, tutte condizioni necessarie per poter ambire ad entrare nel novero dei paesi dell’Unione. Se fossero stati “lasciati soli”, se fossero state loro chiuse aprioristicamente le porte dell’Europa, avrebbero fatto questi passi avanti? Credo di no…

     

    Ma veniamo ad un elemento di preoccupazione da molti trascurato: la posizione completamente appiattita su quella degli USA nelle questioni internazionali. Gli Stati Uniti di Bush vogliono un’Europa debole, da qui nasce il loro sostegno quasi incondizionato all’adesione della Turchia nell’Unione Europea. In un’ Europa già fortemente divisa sulla questione dell’intervento in Iraq e che non è riuscita e non riesce a proporsi come soggetto politico unitario sul piano internazionale, l’ingresso della Turchia, a meno che non si crei una vera democrazia europea che travalichi le democrazie nazionali oggi unici veri soggetti democratici al suo interno, potrebbe generare nuove divisioni che porterebbero ad un ulteriore indebolimento del vecchio continente nel governo mondiale, da sincero europeista, anche se vorrei un’Europa diversa, quale io sono (spero che anche la Svizzera entri prima o poi nella U. E) penso che non solo la Turchia debba essere pronta per l’Europa ma che anche l’Europa debba essere pronta per la Turchia e in queste periodo di attesa la Turchia deve fare passi in avanti in tema di diritti umani e contemporaneamente la U. E. deve dotarsi di istituzioni e strutture democratici che permettano di gestire il pluralismo al suo interno e tutto ciò parte da una reale delega degli stati nazionali su tematiche quali la politica estera e la difesa.

     

    Concluderei la mia riflessione con un interrogativo un po’ provocatorio: il popolo turco vuole davvero entrare nell’Unione Europea o farà come i nuovi membri dell’est che sono già euro-scettici?

     

    La mia posizione è quindi sintetizzabile con “si alla Turchia in Europa con molti se e con molti ma”

     

    I discorsi sul pericolo islamico e sulle “radici cristiane dell’Europa” che impedirebbero a priori un’integrazione della Turchia li lascio volutamente ai deliri leghisti, papalini, catto-integralisti e delle estreme destre xenofobe. Non sono, a mio modesto avviso, neanche degni di essere presi in considerazione.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:11 | commenti (5)


    venerdì, agosto 05, 2005
     

    DONNE, ISLAM, OCCIDENTE

    Mi lascia personalmente molto perplesso il dibattito sul velo islamico che imperversa in molte società occidentali. Si è cominciato con la Francia di Chirac che ha vietato l’utilizzo del tradizionale accessorio nelle scuole, poi è stata la volta della Svizzera dove tuttora imperversa la polemica sulla decisione di un gruppo della grande distribuzione di consentire alle proprie dipendenti di religione islamica di recarsi al lavoro indossando il tradizionale chador ed infine è arrivata la volta dell’Italia dove, accampando motivazioni di ordine pubblico, è stato vietato l’utilizzo del burqa e di altri indumenti che tengono coperto il viso della donna.

     

    Da queste decisioni ritengo che emergano degli elementi addirittura pericolosi. Il primo è un consolidarsi del principio di “politicizzazione del corpo” che oramai è diventato sempre più materia di stato; parlamenti e governi sembrano sempre più impegnati a invadere questa sfera intima dell’individuo vuoi con le italiche draconiane leggi sull’impianto di embrioni, vuoi con l’imporre o il vietare un certo tipo di abbigliamento in quanto considerato simbolo religioso e a difesa della laicità dello stato (come è avvenuto in Francia) o per altri motivi. Rimanendo al caso della Francia ritengo che si lo stato debba garantire la laicità delle istituzioni pubbliche e garantire tutti con l’assenza dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, ma che non debba assolutamente entrare nella liceità e nella corporeità dell’individuo, si creerebbe infatti un pericoloso precedente che potrebbe essere poi utilizzato come pretesto anche dai peggiori nemici della laicità inoltre, seguendo la dottrina liberale più classica e ortodossa, la libertà dell’individuo ha una sua sacralità ed è alla base dei diritti nati con l’illuminismo.

     

    Un secondo elemento di preoccupazione ha invece una valenza più culturale che politica ed è l’affermarsi della “cultura dell’involucro” ossia la vittoria dell’apparenza, con tutte le sue metonimie, a scapito della sostanza. Capita tante volte di incontrare ragazzine sempre più eccentriche e spregiudicate nel vestire ma che se poi le senti parlare denotano una grande chiusura mentale e tutta una serie di sovrastrutture nel vivere la loro sessualità, così come capita, quando si sente parlare di donne nell’Islam, di porre un’attenzione, secondo me eccessiva, su un aspetto certamente ad alto contenuto simbolico ma appunto limitato all’apparenza come quello di indossare hijab, chador e burqa tralasciando invece o ponendo in secondo piano quelli che sono i veri drammi della donna nel mondo musulmano, gli abusi che quotidianamente subisce, la mancanza totale di liceità, il fatto di poter essere ripudiata e ridotta in miseria dal marito, di non avere diritto al lavoro e all’istruzione, di subire in taluni casi delle mutilazioni genitali, di non potere addirittura svolgere semplici azioni quotidiane come fumare una sigaretta o guidare un automobile.

     

    Si pecca molto di etnocentrismo quando si parla dei problemi della donna del mondo arabo, sembrerebbe che il loro più grande dramma sia quello di non potersi mettere con l’ombelico di fuori o con i pantaloni a vita bassa, ci si accanisce su un aspetto così superficiale sul quale si sprecano fiumi di parole vieppiù inutili e addirittura sul quale si accaniscono legislazioni colpevolmente assenti quando invece si tratterebbe di colpire con severità, con la prevenzione ma anche con la repressione, certi macroscopici abusi. Troppo spesso i governi occidentali fanno spallucce davanti al dramma dell’infibulazione e della violenza domestica, salvo poi far versare qualche lacrima nei talk-show da parte di donne di spettacolo che riducono la questione islamica ad un problema di fashion e di abbigliamento, ben lungi dal voler guardare la situazione liberi dal pregiudizio etnocentrico e dalla cultura dell’immagine e dei modelli effimeri e superficiali oramai dilaganti nelle nostre “civilizzatissime” lande.

     

    Detto questo vi saluto tutti per qualche giorno visto che domani partirò per la Turchia e non so onestamente se avrò modo di scrivere qualcosa anche da li e spero che il mio sia uno spunto di riflessione attorno una questione chiave nelle società multiculturali.

     

    Un abbraccio a tutti voi.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 13:03 | commenti (25)


    martedì, agosto 02, 2005
     

    PIU' PACS PER TUTTI

    Sono ovviamente molto felice del fatto che, almeno in Spagna, il matrimonio tra due persone dello stesso sesso sia stato equiparato al matrimonio eterosessuale, ma ho voglia di rompere i coglioni con un’assurda questione di lana caprina. Perché proprio il matrimonio e non per esempio il pacs, includendo ovviamente all’interno del pacs il diritto all’adozione? Perché cercare un legame pesante, ignobile e difficile da annullare se non dopo vere e proprie sequele giudiziarie senza esclusioni di colpi dove ognuno sembra non poter fare a meno di dare il peggio di se stesso? Queste riflessioni ovviamente non valgono solo per gli omosessuali.

     

    Se i gay cercavano la prigione l’hanno ottenuta e auguro ovviamente a loro un pronto ravvedimento, anche perché, parliamoci chiaro, chi si sposa ha rotto il cazzo e secondo me lo fa con un secondo fine latente di rompere i coglioni a parenti e conoscenti. Trovo assurdo tutto il corollario di spese, abiti milionari, costosi ricevimenti e tracolli di finanze familiari che si innescano in occasione di queste ricorrenze, ed ho buoni motivi per credere che i matrimoni gay, essendo la manifestazione di un diritto a lungo negato e si sa che se si tiene il coperchio serrato sopra una pentola che bolle prima o poi la pentola esplode, lungi saranno dall’essere più austeri dei matrimoni eterosessuali.

     

    Credo che sia giunto il momento di bandire le nozze tradizionali e il vecchio concetto, molto da sacra rota, di famiglia fondata sul matrimonio, istituzione oramai da decenni in crisi e di ridare agli individui la dignità di soggetti liberi e indipendenti. Comprendo, personalmente, solo fino a un certo punto la smania degli omosessuali di "normalizzarsi" all'interno di un così nauseabondo istituto.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:09 | commenti (16)