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venerdì, ottobre 28, 2005
IO STO CON IL CINESE
Bene, lo dico: nella querelle bolognese, che vede interessate più o meno tutte le forze di sinistra, io sto decisamente dalla parte di Cofferati.
Ho vissuto per ben nove anni, in maniera più o meno continuativa, a Bologna e devo ammettere che la situazione, specie negli ultimi tempi, era diventata insostenibile. Si viveva in uno slalom continuo tra lavavetri, questuanti, personaggi naif, gente che ti aspettava al varco quando ritiravi da uno sportello automatico i pochi spiccioli che ti lasciavano i proprietari di casa bolognesi. Il bello è che con il passare del tempo andava piano piano scemando anche la buona educazione di tali soggetti, che Karl Marx chiamava, giustamente, sottoproletari e le cui continue richieste di denaro diventavano sempre più pressanti e vessatorie. Qualcuno ti seguiva nei binari della stazione mentre andavi a prendere il treno, altri ti si affiancavano per strada per centinaia di metri, alcuni lavavetri ti prendevano a pugni l’utilitaria con 190.000 km a carico se rifiutavi i loro servizi, in alcune zone se lasciavi la bicicletta, anche per solo due ore, la ritrovavi rotta o trovavi solo la ruota attaccata alla catenella. Il bello è che se solo provavi a lamentarti avevi chi, da sinistra, ti dava del fascista, dell’intollerante, come se la legalità fosse una cosa di destra.
“I primi portatori di illegalità a Bologna sono i proprietari degli appartamenti che affittano a prezzi esorbitanti e senza contratto, solo che Cofferati se la prende solo con i poveri”. 1) Non è una giustificazione vivere nella illegalità perché tanto “così fan tutti” 2) Nella fasce di povertà estrema ci sono anche gli sciacalli della povertà estrema, dietro i lavavetri c’è un autentico racket, ci sono bande che controllano il territorio. 3) Basta il minimo segnale di lassismo affinché la situazione precipiti e in Italia purtroppo più che di legalità diffusa si parla di illegalità diffusa.
Mi fa onestamente male sentire tanta demagogia da alcune forze politiche di sinistra, io sono dell’idea che la sinistra debba essere il partito del lavoro e dei lavoratori e tali idee le ho da sempre portate avanti con grandissimo orgoglio. La falce e il martello, il totem del mio sentimento di appartenenza, sono simboli del lavoro, la canzone bandiera rossa in una sua strofa dice “il frutto del lavoro a chi lavora andrà” e l’obiettivo della giusta società che noi comunisti vogliamo costruire deve essere questo. Dobbiamo incazzarci quando vediamo che ai lavoratori vengono negate le condizioni minime di dignità e lottare affinché ciò non accada, essere solidali vuol dire dare accesso al lavoro a chiunque e ad ognuno secondo le proprie capacità. Il famoso workfare di Tony Blair è forse una delle cose più di sinistra che si siano mai visto in Europa negli ultimi tempi.
Ma chi sono le persone che oggi parte della sinistra difende con il labbro tremante? Nel loro “ribellarsi” c’è per caso un gesto consapevole e una cultura? Certo che no! Viene represso chi esprime una rivendicazione di un diritto? No! Sono i sottoproletari assolutamente inconsapevoli e a-ideologizzati, sono persone per lo più onestamente indifendibili e per le quali non riesco a provare alcun pathos, forse è un mio limite, forse una carriera ad occuparmi di “sociale” mi ha reso disincantato e ha demolito definitivamente la visione rassicurante che avevo del mondo, forse sono un testa di cazzo o un uomo ancora legato alle parole di Gramsci e ad una visione del mondo un po’ datata. Ad ogni modo sono con Cofferati. E voi?
martedì, ottobre 25, 2005
CREPUSCOLO ITALIANO
Rockpolitik: Il fatto che da giorni si scatenino dibattiti attorno alla trasmissione di Celentano e che a tale programma venga dedicata l’attenzione dell’evento mediatico straordinario solo perché ha attaccato il governo in carica, la dice veramente lunga sullo stato della libertà di espressione in Italia. Anche il fatto che paladino di tale libertà sia Adriano Celentano (per carità grande interprete, grande personaggio…) non è una di quelle cose che riempiono di gioia.
Pillole: L’associazione dei ginecologi svizzeri ha reso noto che, durante l’anno 2004, il 60% delle interruzioni volontarie di gravidanza è avvenuto con il metodo farmacologico, si conta di raggiungere il 90% entro il 2008, il metodo invasivo verrà utilizzato “solo nei casi in cui sussistono gravi controindicazioni nell’assunzione della pillola abortiva” . Italia: il ministro della sanità Storace ha vietato la sperimentazione della pillola abortiva, sperimentazione…
Digitale terrestre: Argos e le grandi catene di elettronica di consumo di oltremanica annunciano la prossima rottamazione dei decoder per il digitale terrestre, tecnologia considerata vecchia e superata, per favorire la diffusione della fibra ottica nelle case dei sudditi di sua maestà. In Italia si è ancora agli incentivi del governo per la diffusione di una tecnologia già morta in ottemperanza all’ennesima legge ad-personam. Boicottate il digitale terrestre, se proprio non riuscite a fare a meno delle partite di calcio in diretta scaricate coolstreaming sul pc o andate su www.calciolibero.it o su www.tvmix.net. Evitate di assecondare gli interessi di chi sta distruggendo l’Italia e di chi si sta indebitamente arricchendo con i soldi dei contribuenti. Questo significa fottere i soldi ai cittadini, non l’euro di contributo chiesto dall’Unione per le primarie.
Prestigio internazionale: Il tabloid svizzero-tedesco “Blick”, parlando del governo italiano, scrive di “coalizione tra partito azienda berlusconiano, conservatori neofascisti di AN, estrema destra nazionalista xenofoba della Lega Nord e qualche gruppuscolo vicino al cattolicesimo più oscurantista”. Il tutto all’interno di un articolo dove si parla dei tentativi del governo italiano di limitare la libertà di stampa e di imporre il proprio controllo sulla televisione pubblica La linea politica del quotidiano elvetico è considerata da molti, non esistendo in Svizzera giornali di partito pagati dallo stato, vicina alla destra liberale.
venerdì, ottobre 21, 2005
LA FABBRICA DI MALATI
C’è uno spot che campeggia in questi giorni sulle reti televisive italiane, uno di quegli spot che richiamano i sentimenti, che tentano di fare breccia nell’animo sensibile di ognuno di noi. C’è l’immagine di un nonno con la nipotina e poi compare la scritta “lottare contro un tumore e progettare una nuova casa”, poi compare un giovane che firma delle carte, immagine seguita dalla sovrimpressione“avere il diabete e firmare un mutuo trentennale” (come se contrarre debiti con una banca sia il massimo della vita) infine delle scene riprese da un reparto di ostetricia di un ospedale e la scritta “avere un bambino dopo un trapianto”.
Peccato che, dopo questa buona dose di sentimenti e dopo queste immagini effettivamente toccanti e di fortissimo impatto, giunga un ulteriore messaggio a dir poco preoccupante: “la ricerca è vita, oltre il 90% della ricerca è sostenuto dall’industria farmaceutica”.
C’è veramente da stare ben poco tranquilli, come ogni qualvolta che lo stato sociale viene lasciato in mano alle logiche di impresa. L’industria farmaceutica non è un’associazione di enti di beneficenza, ma è formata da aziende il cui fine principale è quello di vendere farmaci e trarre profitto da questa vendita. In qualsiasi manuale di marketing di base insegnano che una delle strategie per fare profitti consiste nel creare la domanda, nel caso delle magliette della guru le hanno fatte indossare ai calciatori e ai personaggi dello spettacolo creando la moda e la domanda, nel caso dell’industria farmaceutica la creazione della domanda consiste nel creare nuovi malati.
Il fatto che non esistano ricercatori puri, ma i ricercatori siano nella quasi totalità a libro paga delle industrie farmaceutiche porta i ricercatori stessi a seguire una razionalità e degli obiettivi sempre più strumentali e accondiscendenti agli interessi dei colossi della chimica farmaceutica, così, oltre a non fare ricerca sulle cosiddette malattie rare le cui cure sono poco redditizie; i nuovi malati, il nuovo target, i nuovi consumatori di medicinali, una volta terminati i malati veri, diventano i sani.
Per arrivare ad incrementare i profitti le industrie farmaceutiche utilizzano tutti i dogmi e i crismi del marketing puro, in particolare la manipolazione del pubblico. Faccio un esempio: in molti continenti “non civilizzati”, dove per grado di civilizzazione si intende il controllo che ha l’uomo sulla natura, le donne vivono con serenità la menopausa come il fenomeno naturale qual è, nel nostro ricco e civilizzato occidente stanno convincendo le signore che la menopausa è una malattia e non una parte del ciclo vitale e biologico. Succede così che vedi delle mie colleghe ingurgitare la pastiglia quotidiana con la quale “curano” la menopausa. Altro esempio: l’abuso di psicofarmaci in persone che non ne hanno assolutamente bisogno. Ci sono persone che prendono farmaci euforizzanti perché passano dei periodi in cui non sono felici, sono giù di morale. Ma dove cazzo sta scritto che dobbiamo sempre essere giulivi e felici? A mio modestissimo avviso chi è sempre felice è per lo più un deficiente, come cazzo si fa a essere giulivi e spensierati nel mondo che ci circonda? Semplice: ci stanno spiegando che la malinconia, lo scazzo, la gnagnerella sono malattie. Negli Stati Uniti d’America ci sono 6 milioni di bambini “iperattivi” che vengono trattati con le anfetamine, perché essere iperattivi a 5-6 anni adesso è una malattia! Mio padre che ha 225 di colesterolo fino ad un anno fa non era malato, poi hanno abbassato la soglia massima da 230 a 200 e adesso è un malato e sta prendendo le statine per curare il colesterolo.
Con questi trucchi i ricercatori e le case farmaceutiche creano milioni di nuovi malati che si trasformano in milioni di nuovi consumatori di medicinali vieppiù inutili, stornando risorse dalla ricerca di farmaci per le malattie vere e scegliendo la via più semplice per il profitto. Fare ricerca sulle malattie serie costa e si va incontro a insuccessi, tanto vale quindi creare nuove patologie.
Ci hanno convinti che la menopausa, la malinconia, la vivacità infantile, addirittura l’ansia prima di un esame siano delle malattie, a quando una pillola contro il non fighismo? A quando una contro i calzini bianchi?
“La ricerca è vita, purtroppo però il 90% della ricerca è sostenuto dall’industria farmaceutica. Fermiamoli” . Questo sarebbe uno slogan giusto.
martedì, ottobre 18, 2005
OGGI SPALIAMO MERDA SU...
Paolo Calissano: Lapo Elkann nella sua ingenua, candida e autoammessa coglioneria è perfino simpatico tanto più ora che tutti, fidanzata in primis, prendono le distanze da lui. La cosa che più mi preoccupa del rampollo di casa Agnelli è che presenta come mossa di rilancio della Fiat la commercializzazione della vecchia 124 in Iran. Paolo Calissano, invece, mi sta sui coglioni punto e basta e insieme a lui tutto quel compassionevole coro fatto di “poverino ha sofferto tanto”; “bisogna comprenderlo”; “può capitare a tutti” etc…
Quel grandissimo figo di Paolo Calissano, promosso dalla tv a grande seduttore e fidanzato ideale di tutte le italiane, nella vita reale si era ridotto alle ballerine di lap dance che conquistava imbottendole di cocaina. Se è il primo sfigato ad andare a ballerine cubane o rumene viene subito messo alla berlina dagli pseudo-scoop di trasmissioni come “le iene” e viene fatto oggetto dello sport nazionale che oggi più che mai è il parlar male del maschio italiano, ma quando è uno che appartiene al patinato mondo della televisione non tarderanno ad arrivare giustificazioni di ogni genere in una stucchevole fiera dell’ipocrisia. Come diceva la mia defunta nonna “Lu povero è ladro, lu ricco è cleptomane”. Oltretutto Calissano si è proposto e soprattutto si propone tuttora come un uomo molto sensibile, se così fosse stato avrebbe nobilmente aiutato la ragazza a vivere una vita degna e rispettabile, considerando che ha anche gli strumenti economici per poterselo permettere, invece no. Il Calissano la illudeva per sfruttarla sessualmente ed ora si giustifica dicendo che è depresso ed ha dei problemi. Tutti noi abbiamo dei problemi, è la normale condizione umana, ma non tutti abbiamo delle donne che muoiono drogate in casa nostra durante i coca party. Nessuna giustificazione è accettabile.
Il transex che hanno intervistato ieri alla Tsi: Quello che batte a Milano e ha ripetuto che gli uomini sposati che vanno con lui gli fanno tutti schifo, sono dei porci, dei vigliacchi che non capiscono il senso della famiglia. Sappiate che nella mia carriera ho realizzato degli studi sulle cosiddette “povertà simbolico-esistenziali” e mi è capitato di intervistare un paio di transessuali brasiliani. In media un trans di un certo livello arriva a guadagnare anche cifre vicine ai 4.000 euro giornalieri proprio grazie alla “mancanza di senso della famiglia” di certi uomini che il signore in questione schifa tanto ma dei quali non schifa i lauti compensi in denaro, prodigandosi in lezioni di moralismo ipocrita degne di un Clemente Mastella o di un Cardinale Ruini. Semplicemente rivoltante.
Gli elettori del centro-destra che criticano le primarie dell’unione: Sentirsi dare lezioni di democrazia interna da appartenenti ad uno schieramento il cui leader ha ripetutamente legittimato la sua leadership dichiarandosi “unto dal signore” fa quanto meno sorridere (anche se ci sarebbe da piangere).
domenica, ottobre 16, 2005
VOTO UTILE?
Alla fine ho votato Romano Prodi alle primarie dell’Unione. Lo so, da me non ve lo aspettavate. Sono stato incerto fino all’ultimo se votare Bertinotti o Scalfarotto. Per voi potrebbe sembrare una stronzata, in fondo si trattava di una votazione puramente consultiva dall’esito più che mai scontato, ma io non ci ho dormito la notte per maturare, infine, la decisione di dare il voto a Prodi.
Perché? Perché penso che stavolta in gioco ci sono i diritti civili fondamentali, altri cinque anni di governo del centro-destra per l’Italia significherebbero la catastrofe, significherebbero trasformare l’Italia in un paese in cui l’unica speranza è espatriare finchè almeno ne resta il diritto; perché non illudetevi, altri cinque anni di governo Berlusconi, di ministri come Castelli, Calderoli, Tremonti e via dicendo porterebbero l’Italia dritta dritta fuori dall’Europa e darebbero al passaporto italiano lo stesso valore dei soldi del monopoli, e l’unico modo che avrete voi per espatriare sarà quello di andare in un paese dove con 10.000 euro si può fare il padrone bianco per tutta la vita, almeno finchè non finirete ammazzati dai descamiciados. Cinque anni di governo Berlusconi hanno portato, in tema di libertà di stampa, informazione e diritti civili, l’Italia a livello del Ghana e del Qatar per non parlare di come è stato ridotto l’intero ceto medio, i giovani che marciscono a 40 anni davanti alla televisione con la pensione dei genitori, che non riescono nemmeno a vivere la vita autonomamente. Sia chiaro, Romano Prodi non è l’uomo della provvidenza, ma l’obiettivo principale è quello di sconfiggere questa destra e per raggiungere questo obiettivo è necessario anche fare un passo indietro, far trionfare il pragmatismo sulle idealità, la testa sul cuore. Tanto l’Italia non è di sinistra e un Bertinotti candidato premier vuol dire consegnare agli avversari la facile arma dell’anticomunismo che insieme alla xenofobia e all’omofobia si traduce nel 60% dei voti dell’elettorato italiano. Ragazzi, come disse coraggiosamente il grande Filippo Turati (già, turati come il mio naso) “i tempi non sono ancora maturi”.
Ho letto che l’ex giocatore del Milan George Weah è il grande favorito alle elezioni presidenziali della Liberia, una piccola dependance degli Stati Uniti e in particolare delle multinazionali dei pneumatici situata in Africa, addirittura sarebbe in vantaggio al primo turno sui diretti concorrenti. Una consolazione, da italiani possiamo dire che non siamo più l’unico paese al mondo che ama il Milan e il calcio a tal punto da averlo mandato al governo.
giovedì, ottobre 13, 2005
LEGGE ELETTORALE E QUOTE ROSA
E’ un periodo che gli scenari politici italiani hanno un che di surreale. Parliamoci chiaro: la riforma elettorale è un qualcosa di profondamente paraculo, un’invenzione di chi sta al governo per limitare gli effetti di una oramai probabile sconfitta alle prossime elezioni politiche così come, nel 1992, il maggioritario fu un tentativo disperato e opportunista, al quale gli italiani abboccarono in massa, di dare alla DC e ai suoi alleati il 60% dei seggi con il 35% dei voti, poi venne tangentopoli e sappiamo tutti come andò a finire. Venendo però al merito e alla sostanza della questione devo sottolineare che il sottoscritto è stato, da tempi non sospetti, sempre un proporzionalista convinto. D’accordo, si è consumata per l’ennesima volta una presa per il culo della volontà degli italiani che al 90% votarono, a più riprese, a favore del maggioritario, ma l’Italia non ha mai avuto la cultura adatta a questo sistema elettorale, troppi trasformismi, troppi ribaltoni, troppi cambiamenti di casacca, troppi turamenti di naso per votare coalizioni tra loro quanto mai eterogenee e non solo a sinistra (i militanti di alleanza nazionale sempre pronti a fare un uso retorico del tricolore dovrebbero spiegarmi perché sono al governo con gente che invita i cittadini a usare la bandiera nazionale a mo’ di carta igienica e cosa li unisce alla Lega Nord a parte un comune sentimento xenofobo).
Mi duole dirlo, ma tutto cominciò dopo la crisi del primo governo Berlusconi. L’allora presidente della Repubblica Scalfaro assecondò la logica del ribaltone quando invece, se si voleva entrare veramente in uno spirito del maggioritario, avrebbe dovuto indire elezioni anticipate. Quella volta fui stranamente d’accordo con Berlusconi ma a distanza di pochi anni gli stessi difensori del famoso “spirito maggioritario” hanno completamente sconvolto le loro posizioni. Un ripensamento, il loro, troppo radicale per non apparire sospetto, per non rilevare una sostanziale malafede in chi oggi si propugna come paladino di quel 10% di italiani (tra i quali il sottoscritto) che all’epoca dei referendum sul sistema elettorale si espresse contro i cambiamenti in senso maggioritario, purtroppo però siamo in un’Italia dove oramai anche le regole fondamentali e i diritti acquisiti sono un qualcosa che può sfumare da un momento all’altro, che può variare in base agli umori politici. Siamo al deficit di società civile, dove per società civile si intende l’insieme di regole e di valori che uniscono un popolo a prescindere dalle appartenenze, accompagnato da una sempre maggiore autopoiesi del sistema politico.
Sulle quote rosa è stato poi compiuto un “capolavoro” politico. Onestamente non sono un propugnatore delle quote, sono sempre stato contrario di principio ai ghetti e alle aree protette, trovo che rappresentino un male proposto come rimedio ad un male ancor peggiore (quello dell’invisibilità politica di una componente maggioritaria della popolazione) è un po’ come quando in alcune grandi città creano dei quartieri gay, una sorta di zona franca dove il discorso sotteso è “avete avuto i vostri spazi dove potete fare quello che vi pare, adesso però non rompete tanto i coglioni in giro” .
“Beh! Sempre meglio della totale invisibilità politica” dirà qualcuno. Si, ma non è questo il rimedio, questo è un minore dei mali, aggiungo io. Purtroppo l’Italia è estremamente indietro dal punto di vista della partecipazione femminile, indietro da un punto di vista quantitativo ma soprattutto qualitativo, perché parliamoci chiaro: il mondo femminile italiano oggi, così com’è, non è in grado di esprimere cultura e leadership politica ad esclusione di alcune aree di eccellenza. Ci sono poche donne in parlamento perché nel paese ci sono poche donne che si occupano attivamente di politica, la colpa non è solo di chi non le candida, è di una (in)cultura diffusa. Oggi le donne italiane sono quelle che al 75% non vanno a votare a dei referendum che le interessa in prima persona, sono quelle che riempiono con 7000 accessi giornalieri e 229 commenti di media un blog su Costantino, non illudetevi: non esistono maggioranze silenziose.
Sentire parlare le donne impegnate in politica è come leggere dei libri di Tondelli, al primo dici “Vai, questo è gay, interessante!” al secondo: “vabbè, sei gay…” al terzo: “ho capito che sei gay, ma a parte essere gay cos’ altro fai?!” al quarto ti sei già bello e che rotto i coglioni. Così le donne in politica che ti chiedono il voto in quanto donne, che si occupano di tematiche esclusivamente femminili, che quando c’è da fare una protesta sfilano in jeans attillati perché sai, sono donne... Che non capisci che cazzo di idee abbiano, capisci solo che sono donne; una deputata a me politicamente abbastanza vicina, alcuni giorni fa, affermava che le donne portano “grazia, colore e freschezza in parlamento, valori tipicamente femminili”. Roba da ripristino dei campi di rieducazione.
In questa cornice un provvedimento che garantisse dall’alto un incentivo all’impegno politico femminile sarebbe stato forse un primo passo nella giusta direzione ma, stranamente, i due schieramenti, che si sono insultati in parlamento per una giornata intera, si sono trovati tutti d’accordo nel bocciare questa eventualità. Purtroppo in Italia non si deve nemmeno parlare di minore dei mali, il male che arriva è sempre e comunque il peggiore.
martedì, ottobre 11, 2005
SINDROME DI MONSIEURDOSTO
Ho già parlato in passato della fobia tutta particolare che mi prende ogni qualvolta entro in un negozio di abbigliamento. Vengo generalmente colto da disorientamento spazio temporale, perdo ogni senso delle misure e delle taglie, ho continui accessi di sonno e di torpore, mi assale letteralmente la claustrofobia, arrivo ai limiti della perdita di coscienza, ho i postumi dell’assunzione di cocaina, risparmiando però un sacco di soldi. Talvolta, quando sono in compagnia di mia moglie, regredisco allo stato infantile, ripeto ossessivamente “andiamo via!?”. Mando quasi sempre mia moglie a comprarmi i vestiti, quando vado io, vengo colto dai succitati stati confusionali e colleziono un certo numero di capi altamente improbabili e di acquisti quantomeno avventati di capi giudicati dai più “antichi”, “fuori moda”, “troppo da vecchio” o “troppo giovanili”.
Ieri ho deciso di regalare un paio di maglioni a mia moglie. Sappiate che le rarissime volte che ho comprato capi di abbigliamento destinati a lei mi sono sempre regolato con le commesse, ossia la commessa mi chiede che taglia porta mia moglie e io le rispondo “è più o meno come lei” . Tale frase è stata ripetuta ad esemplari di genere femminile alti da 1,50m a 1,80m e dal peso che varia dai 45 agli 80 kg, accomunati solo dall’appartenenza al genere femminile e dal ruolo di addetta alla vendita, qualche volta ho fortuna, il più delle volte no. Stavolta invece ho deciso di “fare da solo” e di procedere ad un acquisto “self-service”; risultato: dapprima, appena uscito dal negozio, sono stato assalito dal dubbio che avessi già comprato per mia moglie due maglioni uguali in passato, dubbio fugato dopo un dialogo telefonico a dir poco demenziale con una sua amica poi, una volta consegnati i maglioni, mi sono accorto che erano di un 2-3 taglie più piccoli rispetto alla sua, effettivamente il dubbio mi era venuto anche nel momento dell’acquisto, ma la mia logica offuscata mi ha detto che forse erano di un particolare tessuto elasticizzato che indossandoli si adattavano alla persona. “Dai, li regaleremo alla figlia della nostra vicina (una bambina di non più di una decina d'anni)” è stato il laconico commento di MadameDosto. Restano profondi interrogativi sulla natura di questa del tutto singolare patologia, avrò mica scoperto la “sindrome di Monsieurdosto?”.
venerdì, ottobre 07, 2005
CONSIGLI BIBLIOGRAFICI
La rabbia e l’orologio: Correva l’anno 1990, Davide era un triste ragazzino dodicenne di provincia, uno di quei pre-adolescenti trasparenti. Pochi amici, molti brufoli, la scuola media frequentata svogliatamente e con scarsi risultati, una famiglia arcigna e invadente, un fratello prodigio piccolo campione di calcio e termine di paragone positivo in ogni discussione familiare, una vita fatta di solitudine e giorni sempre uguali, di feste a cui non veniva mai invitato, di sabati sera passati in casa a guardare i varietà della Rai. Tutti i suoi amici avevano il Nintendo Game Boy, lui era l’unico a non averlo e soffriva. Nel giorno della cresima però, tra i pacchetti dei regali che capeggiavano sul comò di casa sua, ce n’era uno con l’inconfondibile forma di parallelepipedo, ricoperto da una bella carta da regalo nera con le scritte e le rifiniture in oro, dal contenuto di quel pacchetto si sarebbe aperto per lui un mondo nuovo, un non essere più mosca bianca tra il gruppo dei pari, un futuro immediato fatto di infinite partite a “world cup ‘90” grazie all’interfaccia per 2 o 4 giocatori, si sarebbero aperte le porte della socialità e dell’accettazione. Aprì voracemente il pacco e venne fuori un “Casio G-Shock” modello g-600, cassa in acciaio inox, cronometro, datario, conto alla rovescia, quadrante elettroilluminescente, 30 memorie per nomi e numeri di telefono, impermeabile fino a 200 metri di profondità; a 200 metri sott’acqua al nostro Davide sarebbero scoppiati fegato, cuore e polmoni, ma quell’orologio sarebbe rimasto intatto, avrebbe resistito alla sua morte per annegamento. Aprì il pacco, dapprima una vampata di delusione percorse tutto il suo corpo, poi un sorriso di circostanza forzatamente normale, alla fine una lacrima amara lungo il viso, ma soprattutto una rabbia, ma una rabbia, ma una rabbia che non vi dico…
Memorie del sottosuolo: Una bellissima favola per bambini ambientata nelle fognature di una grande città. Topo-nonno in punto di morte chiama attorno a se tutta la famiglia di topolini e racconta la storia della sua vita, di come fosse difficile l’esistenza nelle fognature quando al di sopra c’era la guerra, la povertà, quando gli umani non buttavano via nulla e la caccia al cibo diventava lotta per la sopravvivenza. Le battaglie per la vita, ma anche la solidarietà, che solo l’essere poveri ti sapeva dare, la sua grande storia d’amore con
la Topo-nonna
, la paura di salire in superficie e nel vedere quelle tragica follia che è la guerra, il suo sentirsi negli ultimi anni della propria vita un topo di un altro mondo. Un bellissimo libro per bambini e un severo monito per noi che non sappiamo più fare “ooooohhhhhh!”. Prefazione a cura di Povia.
La ragazza di Bubba: Giorgio Bubba, icona del giornalismo sportivo anni’80 e corrispondente Rai dallo stadio Marassi di Genova racconta, in questo interessantissimo libro intervista a cura di Tonino Carino, come è cambiato il mondo del calcio in questi anni e la sua professione di giornalista sportivo, alla luce soprattutto del non facile rapporto con Gilda, la donna della sua vita, prima fidanzata e poi moglie, fedele compagna sempre pronta a raccoglierne sfoghi e confidenze. Bellissimi i dialoghi e gli amarcord tra i due giornalisti tra nostalgia e curiosi aneddoti. Struggente la dedica iniziale all’indimenticato e indimenticabile Sandro Ciotti.
giovedì, ottobre 06, 2005
CONSIGLI CINEMATOGRAFICI
Il cavallo di Treia: Un commovente ed intricato film di denuncia che ruota attorno al mondo delle corse dei cavalli, tra scommettitori, doping, competizioni truccate ma anche passione e amore per gli animali, nella splendida ambientazione degli ippodromi “Martini” di Corridonia (Mc) e “San Paolo” di Montegiorgio (Ap) e negli indimenticabili scenari della campagna maceratese.
Neri per sempre: Cosa succede quando all’interno del più famoso blog d’Italia si scatena una lotta senza esclusione di colpi per la leadership? Un film la cui trama si srotola in un violento turbinio di post galeotti e provocatori, lotte di potere, invidie, gelosie, congiure contro l’indiscusso leader e creatore del blog più famoso e discusso d’Italia, il quale alla fine uscirà vincitore e a testa alta da tutte le critiche tanto che la sua leadership resterà indiscussa vita natural durante.
La marchesa del grullo: Un altro avvincente film ambientato nel mondo dei blog. Come un personaggio virtuale può annientare, con i suoi interventi caustici e provocatori, l’autostima di alcuni individui che costellano la blogsfera, dimostrando che in fondo la loro vita è basata sul filo conduttore dell’aviopenia e trasformandoli da notabili della rete in grulli (espressione tratta dal dialetto dell’indiscusso/a protagonista della pellicola). Un film che è diventato già un caso negli Stati Uniti.
I ragazzi del muletto: Amori, invidie, gelosie, esperienze con il sesso, con la droga, gioie, dolori, traumi giovanili, impegno politico e sindacale di un gruppo di dipendenti della “Metro cash and carry” di Castelmaggiore (Bo).
mercoledì, ottobre 05, 2005
MISS BLOG UN ANNO DOPO
Permettetemi una volta tanto un po’ di autoincensazione. Un anno fa, esattamente il 12/10/2004, con questo post mi perdevo in una tanto inutile quanto doverosa polemica contro un concorso intitolato miss blog. L’intento del mio intervento, che creò attorno a se non poche polemiche, fu compreso da pochi ma, come potete notare, su quelli che sarebbero stati gli scenari di un immediato futuro ci avevo indovinato in pieno.
Poi alcuni giorni fa è arrivata
La Marchesa
a farmi notare, giustamente, come molti blog, a dispetto delle enormi potenzialità del mezzo, si limitino ad essere un’estensione dell’esperienza televisiva. Quello era più o meno l’intento del mio intervento: un grido di delusione per come veniva utilizzato il mezzo blog, uno strumento che ci dà modo di creare agire comunicativo intorno a delle tematiche importanti e soprattutto un mezzo per la libertà di espressione, voleva essere un grido di amarezza nel notare come si creasse entusiasmo e partecipazione attorno alla riproduzione dei peggiori modelli televisivi, da parte poi di un nutrito gruppo di ragazze pronte a fare le scandalizzate, a parlare di dignità femminile e sottolineare la vacuità delle partecipanti quando parlano di concorsi di bellezza come Miss Italia, mentre in realtà il loro maggiore desiderio sarebbe quello di calcare il palco di Salsomaggiore.
All’epoca scrissi, non senza una certa preoccupazione “…sarebbe bello vedere la stessa folla di ragazze accompagnate dalle madri, che vedi nei casting per le veline e le letterine di turno, manifestare contro la vergognosa legge sulla procreazione assistita e le stesse persone che si scannano per i temi di un concorso di Miss Blog discutere incazzate sui forum e sui blog che parlano di come lo stato e la chiesa cattolica vogliano, in Italia, disporre della vita, del grembo e della figa delle donne…” . Otto mesi dopo i referendum sulle staminali e sulla procreazione assistita con un 75% di astensionismo e l’avverarsi della mia constatazione che i vari Miss e Mister blog, c’è stata anche una versione maschile con tanto di presa di distanze e di grido “al plagio, al plagio” dei troppo patetici per essere veri ideatori di Miss blog (vantare l’originalità del format di un concorso chiamato Miss che consiste in un certo numero di prove cretine è un qualcosa che richiede notevole coraggio), rappresentassero la drammatica sintesi di tutta un’antropologia italiana, una sorta di modello culturale dominante.
Perché tiro fuori nuovamente Miss blog? Per i semplici motivi che ho la memoria lunga e che sono tutt’altro che NON vendicativo. Nel leggere ”…Il tuo blog può diventare un libro! Se sarai tra le 3 finaliste la tua opera sarà valutata dall'editore Marco Limiti che, nel caso reputi l'opera interessante, ti farà una proposta di pubblicazione!” (i punti esclamativi non sono miei) mi sorgono alcuni interrogativi: dove posso trovare il libro in questione? E’ in vendita in libreria? E’come l’Olio Carli che lo ordino e mi arriva il fattorino a casa? Per “proposta di pubblicazione” si intendeva per caso pubblicazione nel quaderno delle fanciulle possedute sessualmente dal signor Marco Limiti? E poi… Edizioni Limiti… ma chi cazzo li ha mai sentiti!? Che cosa hanno pubblicato oltre al libro di Miss blog? Tutto al più conosco Paaaaoooolo Liiiiimitiiiii!!!
lunedì, ottobre 03, 2005
MILANO
E’ difficile parlare di Milano. Quello che noto è che i suoi maggiori detrattori sono proprio i milanesi, così come tra i milanesi esiste chi giudica la città meneghina come un paradiso in terra e la ama di un amore totalmente acritico.
La sensazione che ho io ogni volta che vado è quella che Milano in passato era proprio un bel posto dove vivere. Mi ricorderò sempre quando, si era verso la fine degli anni ’80 o primi anni ’90 non ricordo, mi ci recai per un paio di giorni a vedere una partita di Coppa Italia o un’amichevole dove
la Ternana
affrontava il Milan. La piccola tribù di adolescenti ternani ed io girammo la città in lungo e in largo e fummo subito colpiti dalla grande quantità di fast-food, dalle strade sempre piene di gente, dai megastore aperti fino a mezzanotte; dall’espressione di tante subculture; insomma Milano rappresentava, nel nostro immaginario di giovani di provincia, il futuro, l’Europa, avevamo l’impressione di stare all’interno di qualcosa di mobile, di vivo, comunque in un luogo dove “succedeva qualcosa”, in un ipotetico centro.
Milano del resto è stata per lunghi anni l’avanguardia di un’Italia che effettuava il passaggio del guado della modernizzazione, sapevamo tutti che ciò che si affermava a Milano si sarebbe affermato due anni dopo nel resto d’Italia, dieci anni dopo a Roma, bastava pensare al ruolo che la città ebbe durante la resistenza, al 1968 che partì proprio da Milano (nel 1967) a quella che era la città negli anni ’80, quando magari a Palazzo Marino e al Pirellone giravano delle strane buste ma si aveva l’impressione di stare in una città in forte ascesa dove il mondo della moda e della cultura assumevano dei contorni da universi patinati, quando si diceva “Milano-Parigi” e ci si poteva anche credere.
Poi cos’è successo? Tutto si è volatilizzato nel nulla e la città è diventata l’ombra del ragioniere dell’anima di se stessa. A parte l’incuria e l’abbandono dominanti e la scortesia diffusa, indice di come la città in realtà non sia amata da chi la vive, l’impressione maggiore è che, finita con tangentopoli una classe politica ed una cultura che davano a Milano una spinta ed un respiro europei e internazionali, dal binomio Milano-Parigi si sia passati a quello Milano-Calolziocorte, ossia la città sia stata chiusa nella morsa della peggior cultura bottegaia e sia oggi in mano ad una borghesia oscurantista nemica dei centri commerciali, amica del prezzo selvaggio e del rigido orario di chiusura. Ciò che rimane di vivo a Milano è, secondo me, un residuo di quegli anni in cui la città era al “centro”.
Oggi quando vado a Milano o parlo con i milanesi ho l’impressione di una nobiltà decaduta, di un luogo che soffre molto il gap tra la realtà e la rappresentazione che dà di se stesso, dove vengono presi ad esempio dello stile di vita metropolitano mode come quella del brunch e dell’happy hour che altro non sono che gli equivalenti provinciali e provincialisti del ritrovo al bar, prassi diffusissima anche ad Arrone (Tr) e a Treia (Mc) senza che gli arronesi e i treiesi se la tirino tanto. Oggi alcuni milanesi dicono “Milano-New York” o “Milano-Londra”, il peggio è che quando lo dicono sembrano starci seri, purtroppo non scherzano anche se a te, che Londra e New York le hai viste, viene da ridere. Le metropoli vere come Londra e New York sono l’antischematismo per eccellenza, sono fuori orario, fuori misura, la loro identità sta proprio nel non avere identità o meglio nell’averne tante, a Milano ad una cert’ora è tutto chiuso, finiscono i mezzi pubblici, in certe stagioni la città diventa un deserto a parte in questi ultimi anni, ma non è un bel segnale, è il segno della crisi economico-sociale e di fiducia che attanaglia l’Italia mentre la classe politica al governo ancora parla di “miracolo italiano”.
Eppure un tempo non era così, un tempo la città esprimeva cultura, movimenti, tendenze, non era persa nella sua autoreferenzialità. Milanesi, cos’è successo?
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