MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

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    domenica, novembre 27, 2005
     

    IO SONO LA MORTE

    Ieri sera ho provato una strana sensazione nel vedere una strana scena da sabato sera. Due ragazzi poco più che ventenni, probabilmente pr di qualche discoteca visto che parlavano di liste, accrediti, abbigliamento e cose varie e che rispondevano continuamente ai cellulari, poco dopo raggiunti da due perfette culette vocianti, talmente culette da rendersi, per i loro discorsi, il loro abbigliamento, il loro modo di ammiccare e di ruffianarsi con i due potenti Pr per avere qualche ingresso gratis, completamente indistinguibili dalle loro simili, addirittura una di loro raccontando del tempo perso alla dogana di Brogeda per trovare la carta di identità nella borsetta ha esclamato “siamo due povere pazze” . Io che quando passo la dogana mi preparo la carta d’identità e il libretto stranieri sul cruscotto probabilmente sono terribilmente banale. C’è, tra queste persone, un autentico terrore di apparire banali nonostante e ovviamente lo siano oltre ogni pessimistica aspettativa considerando che seduti al tavolo di fianco a me c’erano 4 ragazzotti ultraborghesi, normalizzati da far schifo la cui più grossa trasgressione è creare delle code automobilistiche e ridacchiare sotto gli occhi annoiati delle guardie di confine svizzere.

     

    Mentre fino a poco tempo fa a persone del genere gli avrei volentieri sparato in faccia oggi ne apprezzo lo slancio vitale, il fondamentale ottimismo, i due ragazzi in fondo si divertivano, erano pieni di figa e le ragazze si sarebbero preparate all’ennesimo sabato sera da passare tra le ovazioni, gli approcci e le venerazioni di un’intera generazione di figli di immigrati meridionali intenti al rito del divertimento integrato.

     

    Io alla loro età non ero altro che un marxista ortodosso che passava dalla totale imbranataggine alla più molesta saccenteria, non credo che nessuno mi abbia mai ammirato, non credo di aver mai mosso platee esultanti o di essere stato oggetto di una qualunque venerazione o di una più o meno interessata socialità. L’idea che sarei stato capace di portare gente in un posto era quanto di più lontano ci fosse dal mio naturale modo di essere, la gente da me scappava. Altro non facevo, nel mio atteggiamento saccente talvolta erroneamente scambiato per sicurezza, che spalare merda su un mondo considerato non più salvabile, dall’alto della mia vera o presunta intelligenza incontaminata.

     

    Alla fine loro sono la vita, io e quelli come me siamo la morte.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 16:23 | commenti (7)


    venerdì, novembre 25, 2005
     

    I DON'T CARE

    Chiunque ha modo di conoscermi e di seguirmi sa quanto poco ami la beneficenza, vuoi un po’ per alcune reminescenze del mio originario pensiero marxista ortodosso in cui l’uguaglianza è considerata un diritto e non una concessione, una rigidità ideologica talvolta dura da sostenere, considerando il fatto che dinnanzi al bisogno immediato è più facile e forse più utile mettere mano al portafogli piuttosto che promettere vaghe palingenesi e riscatti sociali, vuoi per una serie di distinguo che metto in atto in una società che oramai le mie pregiudiziali ideologiche ha smesso di porsele da tempo e che per questo rivaluta la beneficenza in tutte le sue forme.

     

    Con l’età del giudizio e superate certe rigidità ideologiche sono giunto alla scoperta dell’acqua calda che esiste beneficenza e beneficenza. C’è la beneficenza che si attua di fronte ai grandi eventi naturali o alle endemiche carenze del welfare state (vedi telethon) che ha il sapore di uno sforzo collettivo che in quanto tale, con i debiti distinguo, si assolve da solo; ci sono casi di mecenatismo puro di chi pratica la beneficenza senza chiedere nulla o chiedendo poco in cambio e fin qui… ma esiste anche una certa carità pelosa, oggi maggioritaria ed ampiamente detestabile.

     

    La carità pelosa e ostentata assume oggi varie fattezze, si va dalla carità messa a bilancio aziendale, quella dei marchi appiccicati qua e la; c’è poi la carità fatta di spettacolini e spettacoloni, dei vari Live 8, sempre più odiose esibizioni di carità pelosa allestite apposta per consentire a rockstar più o meno in disarmo di mostrarsi virtuose e solidali, veri e propri défilé di portafogli e carte di credito con il nome bene in vista che sono, a mio avviso, manifestazioni della nuova cafonaggine, della nuova malafede; la carità egoista e interessata delle varie chiese che, soprattutto in questi giorni, sono solite rivendicare assurdi privilegi in nome del loro ruolo solidale con i soldi dell’8 per mille e quindi di noi cittadini. Insomma, quelli di dimensione privata della beneficenza e di discrezione del benefattore sembrano concetti sempre più demodè e quando la carità diventa un mezzo per accedere ad una telecamera e a un microfono, per darsi lustro, per suscitare una “dovuta” gratitudine, siamo di fronte a del puro e ripugnante narcisismo con la maschera dei nobili motivi.

     

    Purtroppo questo della carità pelosa è un altro segnale della fine delle grandi ideologie e narrazioni in generale, della fine della “illusione liberale” in particolare. Fine della “illusione liberale” perché oramai da decenni ricchezza e meriti sono due dimensioni dissociate, in alcune società più, in altre società meno (in Italia per esempio più che in Svizzera dove comunque una maestra elementare guadagna di più di una valletta televisiva). Cosa vuol dire tutto ciò? Che nella sua genesi e iniziale euforia il pensiero liberale, come tutte le ideologie che si ponevano come grandi narrazioni del mondo, ha avuto una forte spinta propulsiva, chi aveva la ricchezza sapeva imprimere anche notevoli tracce sul mondo, sapeva produrre promozione sociale, culturale ed estetica, sapeva usare la propria ricchezza come pietra filosofale per trasformare il mondo o più modestamente parte di esso, pensiamo ai vari Henry Ford, Adam Smith o più modestamente al nostro connazionale Adriano Olivetti e oggi, finite le grandi narrazioni, il discorso non vale solo per l’ideologia liberale e per i grandi industriali ma anche per le ideologie di matrice socialista e comunista e quando di queste grandi narrazioni non rimangono che le briciole di un welfare state limitato, settoriale e messo sempre più in discussione, non resta che dare alla beneficenza, al rumoroso spargimento di briciole, il ruolo di facile surrogato all’incapacità di produrre altrimenti utilità sociale, innovazione, benessere, riduzione della povertà e delle disuguaglianze, e questo vale sia per l’industriale che mette il proprio marchio sul cartellone di qualsiasi manifestazione benefica che per i tanti soggiornanti disobbedienti ed equo e solidali nel Chiapas di turno.

     

    Non c’è distinzione tra destra e sinistra, se non a livello di repulsione “epidermica” e al tanto in voga “I care” io continuo a contrapporre con forza il mio personalissimo e orgogliosissimo “I don’t care”.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:01 | commenti (5)


    martedì, novembre 22, 2005
     

    SCELTA D'AMORE

    Che quel 12 giugno 2005, data della grande sconfitta referendaria laica, sarebbe stato un fatto storico più che di semplice cronaca politica era una cosa ampiamente prevedibile.

     

    Da quel giorno infatti lo stato, la laicità, sarebbero andati in minoranza e in posizione di soggezione nei confronti dei diktat vaticani, vittime di un astensionismo e di un menefreghismo trasformati, con una furba operazione di ingegneria politica, in volontà popolare.

     

    Da quel giorno più che mai, in Italia si sono perse le coordinate della collocabilità politica, non più riconducile ad imperativi e a visioni economiche della società, dato che oramai tutti e due gli schieramenti hanno fatto propri i dogmi del pensiero unico neo-liberista, ma alla presenza o meno del germe dell’autoritarismo morale nel proprio sistema di pensiero dato che, dopo quel 12 giugno più che mai, il privato ha perso la sua propria natura diventando più che mai “politico”. Aveva quindi forse ragione Giddens quando diceva che nel terzo millennio la differenza tra destra e sinistra sarebbe stata incentrata proprio sulla questione dell’”autoritarismo morale” ed anche per il sottoscritto oramai tale questione ha il ruolo di molletta sul naso che lo spinge a votare, con convinzione, per lo schieramento di centro-sinistra.

     

    Sto seguendo con molta attenzione il dibattito sui pacs, questione sulla quale l’Italia è di una decina di anni in ritardo anche sul Portogallo e sull’Irlanda. Prodi, da pragmatico leader di una coalizione vasta ed eterogenea, sempre più impegnata a rassicurare (in un paese normale gli italici teo-con sarebbero stati condannati per crimini contro l’umanità) ha scelto una linea moderata per dare ai sentimenti, alle aspettative e dunque alla vita quotidiana di molti italiani almeno un minimo di certezza giuridica, spesso rimediando a discriminazioni crudeli e stupide, che impediscono a persone che si vogliono bene, e condividono l’esistenza, di accedere a diritti basilari. Tale linea dice a chiare lettere di non equiparare le unioni di fatto al matrimonio. Insomma, i pacs non autorizzano adozioni, non parificano lo status di conviventi riconosciuti a quello di genitori, si limitano a riconoscere legalità e, laddove necessiti, assistenza pubblica a nuclei familiari differenti dalla famiglia tradizionale. Semmai, i Pacs allargano l’idea di nucleo familiare anche a famiglie fin qui inconsuete, ma sostenute dall’identico patto privato di mutuo soccorso e di condivisione. Dunque, con i Pacs, non "meno famiglia", ma “più famiglie”.

     

    Che tale ultramoderata e annacquata soluzione incontri il dissenso di un Calderoli qualsiasi uno se lo può anche aspettare, purtroppo la maggioranza di governo italiana comprende anche frange così incolte e primitive da definire, con orribile intolleranza e razzismo “contronatura” le scelte di vita di tanti individui, ma che addirittura da Forza Italia, partito sedicente liberale, si alzino dei gridi che definiscono il pacioccone professore bolognese come “nemico della famiglia” non è una cosa che fa parte di un normale dibattito politico di un moderno paese dell’Europa Occidentale. E’ il segno, appunto, che esiste, nella destra cattolica e nella destra politica, un autoritarismo morale rivendicato, per giunta, come nobile pregiudiziale etica, che non solo pretende di applicare alle leggi dello Stato repubblicano (che è di tutti) una morale confessionale, ma bolla di immoralità e di disgregazione sociale perfino una scelta come i Pacs, fatta propria da tempo da molta destra liberale europea. Addirittura il leader dell’ultradestra elvetica Cristoph Blocher, dopo l’approvazione della legge federale sul riconoscimento delle unioni di fatto che estendeva a tutta la Confederazione Elvetica una normativa già fatta propria da molti cantoni negli anni passati, commentava che pur essendo “…personalmente molto critico a riguardo… le coppie di fatto semplicemente esistono ed è giusto, vista la tendenza in atto nella società, che siano riconosciute come legittime, in aggiunta alla famiglia tradizionale”, dico questo per farvi rendere conto di come in Italia sulle questioni delle libertà civili ci sia un equilibrio decisamente sbilanciato a destra.

     

    Sostenere i pacs e scagliarsi contro l’autoritarismo morale della destra è oggi in Italia un importante passo contro l’ostinazione ideologica che si arroga il potere di disporre sull’esistenza privata delle persone, addirittura la vergognosa storia della vedova del caduto di Nassiriya non ammessa alla celebrazione funebre dell’anniversario della morte del compagno pone in tutta la sua evidenza il fatto che l’amore si fonda sulle persone, sulle sfere private e non su quella grande astrazione e costruzione sociale che è la famiglia basata sul matrimonio, costruzione concepita sulla base di dogmi, modelli, precetti.

     

    Perfino una persona spregevole come Blocher ha capito che non è possibile cancellare una realtà e che è meglio, suo malgrado, farla entrare nel tempio delle regole. In Italia abbiamo ancora un’etica pubblica che nega l’esistenza di amori, di sentimenti, di momenti e di spazi condivisi, che nega l’esistenza di vedove ed è proprio questa una buona ragione che deve spingere noi uomini di sinistra a darci da fare, a non gettarci in preda allo sconforto e alla triste constatazione che questo centro-sinistra non è come lo vorremmo, a fare delle scelte di civiltà, di amore, di laicità.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 13:52 | commenti (3)


    domenica, novembre 20, 2005
     

    SUPER SIZE ME

    Ho visto, con notevole ritardo, il film “Super Size Me”. Parliamoci chiaro, ha ragione la mai troppo lodata Thewestway, una delle poche blogger alle quali mostrerei molto volentieri la mia collezione di vinili degli anni ‘70, quando dice che tale documentario è il capostipite di una lunga serie di iniziative simili che altro non fanno che rivelare segreti di pulcinella.

     

    Che sostenere una dieta a base di Big Mac, McFlurry e Coca Cola maxy sia un modo come un altro per anticipare la data della propria morte è una cosa fin troppo ovvia, anche se onestamente il documentario mi pare sotto certi aspetti decisamente esagerato (le sindromi depressive e i continui sintomi di infarto che già si presentavano dopo due giorni di Mcdieta…) comunque quello che mi importa sottolineare è il risultato di questa duplice battaglia politica e salutistica contro i fast-food.

     

    Non sono un particolare estimatore delle catene internazionali di fast-food, anche se ritengo, per esempio, ottimo il pollo di Kfc e ogni tanto un Crispy McBacon me lo mangio volentieri, ma mi lascia molto perplesso questa battaglia contro la ristorazione veloce, soprattutto quando diventa una misera strategia politica all’interno della dialettica di un antagonismo vuoto di cultura e vuoto di idee e soprattutto quando le risposte sono vagamente fighette e antipopolari come la già citata slowfoodizzazione.

     

    Nelle scene iniziale del film viene illustrato l’ultimo pasto, completamente a base di verdure, del protagonista prima di iniziare l’impresa. Al termine, dopo i 30 giorni di dieta a base di prodotti Mcdonalds, viene resa nota la sua scelta di diventare vegano. Chiaro quindi che il messaggio latente di “Super size me” è quello di promuovere uno stile di vita vegetariano, messaggio che emerge anche dalle varie frecciatine, contro il consumo di carne, lanciate qua e la durante la pellicola. 

     

    Nei paesi che hanno raggiunto un buon livello economico e la sicurezza alimentare (è una costante sociologica che i bisogni in termini di stili di vita vengano rivendicati dopo che sono stati soddisfatti i bisogni fondamentali) i vegetariani hanno anche dato luogo a dei movimenti organizzati che pongono il vegetarianismo come stile di vita, rivendicando giustamente degli spazi e dei diritti come per esempio quello di poter avere un menù alternativo nei ristoranti, nelle mense, nei mezzi di trasporto e l’abbassamento dei prezzi degli alimenti leguminosi che sostituiscono le proteine della carne.

     

    Fin qui tutto bene ma purtroppo quando un semplice stile di vita viene colmato di significati quasi monoteistici e palingenetici, guarda caso infatti il veganismo e il vegetarianismo sono elementi fondanti dei vari culti para-religiosi che rientrano nell’universo della new age, ecco che scatta inevitabilmente il germe dell’intolleranza.

     

    Leggo infatti una dichiarazione della presidentessa dell’associazione italiana dei vegetariani che pone come fine ultimo della sua organizzazione che in futuro “coloro che mangiano carne vengano puniti da norme simili a quelle oggi in vigore contro il fumo di sigaretta” . Insomma, un altro fondamentalismo del quale, soprattutto di questi tempi, si sentiva proprio la mancanza…

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 21:19 | commenti (6)


    mercoledì, novembre 16, 2005
     

    MAGLIETTE DA EVITARE

    Bandiera Svizzera: Chiunque abbia calcato il suolo della Confederazione Elvetica avrà sicuramente notato, soprattutto quest’estate, la moda di vestire con i colori rossocrociati, ribattezzata “Swiss fashion”. Nella peggiore delle ipotesi tale vessillo era indossato dai portatori di una pericolosa patologia senile che, seppur in via di guarigione, infesta le ridenti valli elvetiche: il nazionalismo anti-europeista tutto basato sul mito di una Svizzera felice e isolata e sull’odio per gli stranieri. Nella migliore delle ipotesi invece toglieva, a chi le indossava, la dignità di essere umano per dargli quella di gadget vivente, di illustrazione per i libri di scuola elementare o per il manuale del piccolo antropologo. Andare in giro e vedere bionde bamboline con la bandiera nazionale indosso o grossi e baffuti omoni biondi che indossavano lo stesso capo, divenendo entrambi lo stereotipo di se stessi, rappresentava sicuramente un’esperienza dall’alto valore comico. Il culmine l’ho raggiunto in una caffè di Basilea, dove ho visto una ragazza di colore con la faccia coperta da cosmetici sbiancanti, i capelli con una discutibile tinta biondo platino e la felpa rossocrociata, che parlava in tedesco con una forte cadenza capoverdiana. Mi sono subito guardato intorno alla ricerca di Nino Manfredi ossigenato e ho mantenuto per tutto il tempo un sorriso scenico, convinto dei essere capitato nel mezzo delle riprese del sequel di “pane e cioccolata”.

     

    Bandiera brasiliana o nazionale di calcio brasiliana: Messe sotto naftalina le magliette dell’EZLN e i passamontagna del subcomandante Marcos e negli armadi le diapositive delle vacanze “disobbedienti” in Chiapas, è giunto il momento di un altro mito dell’antagonismo terzomondista fighetto: il Brasile. E’ un periodo che viene tanto decantato ed esaltato lo stile di vita brasiliano, che sento dire da molti che vorrebbero mollare tutto e andare a vivere in Brasile, aprendo l’ennesimo bar gestito da europei del quale si sentiva proprio la mancanza, che in giro non si ascolta altro che canzoni che trattano i grandi temi del “Carnaval do Salvador con toda a sgensgi  pra rua” o la variante del “Carnaval do Rio con toda a sgensgi pra rua”, che viene esaltato questo paese come il peggior paradiso di sottononfighi in cerca di culette economiche. Io in Brasile ci sono stato e non mi sono innamorato.  Da quel poco che ho visto ho percepito un forte nazionalismo orgoglioso del nulla, una criminalità ed un’illegalità endemiche, la mancanza totale di ogni minima forma di senso civico, un machismo, una vanità e una superficialità ai massimi livelli, un popolo credulone pronto a svenarsi fino all’ultimo real per arricchire i vari leader delle nuove religioni e dei nuovi culti new-age (veri potentati economici in Brasile) una religiosità spesso fanatica, città brutte fatte di palazzoni orrendi in riva al mare, brutte abitudini tipo quella di darti un sacchetto di plastica per ogni minchiata che compri, ricchi troppo ricchi e troppo vacui e volgari e poveri troppo poveri, gente sempre pronta ad incularti con il sorriso, ad approfittarsi delle cose e del fatto che sei straniero ma che manifesta l’esaltazione della socialità più cialtrona e di facciata a servizio delle chiattone romane appassionate di balli latini e di sottononfighi in cerca di carne femminile, spesso siliconata, a buon mercato. Insomma, me ne guarderei bene dall’esaltare un posto del genere e soprattutto dall’andarci a vivere. Per voi, quelle da me elencate, saranno pure pittoresche caratteristiche, a me irritano e basta.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:29 | commenti (7)


    venerdì, novembre 11, 2005
     

    REALITY BLOG/2

    Monsieurdosto: secondo te, se mettessi in giro la voce che colleziono gioielli d’epoca e auto sportive, diventerei molto più interessante?

     

    Stessa collega di prima: agli occhi di certe donne sicuramente si, non è il mio caso… però le donne in genere sono molto materiali, ce ne sono tante così, io non sono così ma ne conosco un sacco per le quali diventeresti molto più interessante, è triste, è uno schifo, ma purtroppo è così…

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 16:34 | commenti (31)
     

    REALITY BLOG

    Collega rivolta al Monsieurdosto: Nei telefilm americani si vedono sempre tutti questi ambienti di lavoro pieni di colleghi bellissimi, di fighi da paura,  invece per me la dura realtà è ben diversa…

     

    Monsieurdosto: Vedi, io penso che per te sarà estremamente difficile incontrare un uomo più sexy di me e data la mia totale mancanza di autostima credimi: non lo dico con l’intenzione positiva di fare un complimento a me stesso.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:43 | commenti (7)


    mercoledì, novembre 09, 2005
     

    IN FAVORE DI RITA BORSELLINO

    Purtroppo in Sicilia si sta consumando l’ennesima autolesionistica diatriba, tutta interna al centro-sinistra, su chi candidare come presidente alla Regione.

     

    Da una parte c’è chi spinge per Rita Borsellino, sorella del grande magistrato martire della mafia, dall’altra parte c’è chi invece vuole candidare il solito e “rassicurante” candidato post-democristiano.

     

    Mi viene da ricollegare inevitabilmente la vicenda siciliana a quella di Nichi Vendola, candidato ed eletto presidente della Regione Puglia, contro quelle che furono le direttive dell’”apparato”. Come al solito la sinistra dei partiti mirava più che altro a “rassicurare” l’elettorato, si diceva che un candidato così di sinistra ma soprattutto omosessuale non avrebbe mai potuto vincere le elezioni nella terra di Padre Pio, che la mentalità tradizionalista meridionale poco avrebbe accettato un candidato come Vendola. Insomma, un timore a sfidare lo status quo, a cambiare realmente le cose, a presentarsi con un candidato e con una politica “di rottura” dei vecchi schemi, clichè ed equilibri. Avevano detto che con Vendola non si sarebbe mai vinto, che sarebbe stato meglio il moderato- rassicurante-etero-buonpadredifamiglia, invece almeno per una volta si è realizzata una bella favola e nella “oscurantista” Puglia vinceva Vendola, mentre nella “cosmopolita”, “aperta” ed “europea” Lombardia rieleggevano uno stantio Roberto Formigoni.

     

    In Sicilia oggi vengono fatti più o meno gli stessi discorsi. Rutelli dice che la Signora Borsellino non avrebbe alcuna possibilità di vincere, non dice i motivi ma si capisce già bene cosa intende: la signora Borsellino non può vincere perché è una donna e perché è sorella di un martire della mafia. Un dirigente siciliano della “margherita” è andato anche oltre dicendo che non bisogna dare ai siciliani l’”imbarazzo di votare una sorta di referendum pro o contro la mafia”.

     

     

     

    La mafia purtroppo è da secoli parte integrante di quel territorio, vuoi per le note vicende storiche e di degrado, vuoi per il protrarsi di una oramai annosa e volutamente irrisolta “questione meridionale” ma vuoi anche per una mancanza di una cultura della legalità e di senso civico e per il familismo amorale presente nel vullus culturale di certe realtà. Nel mio piccolo, penso che la questione mafia sia talmente più complessa della visione un po’ cabarettistica che possiamo averne noi che non viviamo in Sicilia o della visione dovuta ad anni di “Piovre” e sceneggiati Rai, che ai più è difficile capirla in tutte le ramificazioni.

     

    Ho avuto modo recentemente di parlarne con un mio carissimo amico palermitano che oramai vive da diverso tempo a Zurigo e che mi ha raccontato che comunque la mafia ha anche un certo “consenso” nel territorio (è purtroppo prassi consolidata rivolgersi al boss per piccoli favori) e che ha delle capacità di reclutamento tra la popolazione giovanile e di finanziamento notevoli, vuoi con il pizzo applicato sistematicamente a chi svolge attività economiche, vuoi con il controllo diretto di attività e di tutto il sistema di appalti pubblici, vuoi dando molto denaro a dei giovani per lavoretti facili facili come trasportare della droga, sorvegliare qualcuno; vuoi per le collusioni con lo Stato esplicitate nella pratica della raccomandazione e dell’assistenzialismo. La mafia ha anche un notevole controllo del territorio: nessuno ne parla nei bar o nelle piazze di paese, chi prende pubblicamente la parola per parlarne male, bene che vada, vive sotto scorta, la proverbiale omertà dei siciliani nasce proprio da questo sentimento di paura, dalla troppa assuefazione al silenzio, come ci insegnano le vicende dei tanti eroi martiri della mafia, dei magistrati coraggiosi, dei Fava, degli Impastato, dei Libero Grassi. “Beato il popolo che non ha bisogno di eroi” diceva polemicamente Bertold Brecht, in Sicilia purtroppo di eroi ce n’è un gran bisogno e nella cornice poc’anzi descritta si capisce bene in cosa consista quel sentimento di imbarazzo descritto dal dirigente politico siciliano.

     

    Rita Borsellino oggi è la candidatura di “rottura” è una donna che da quel 19 Luglio del 1992 vive con coraggio la vicenda personale di chi ha deciso di non abbandonare i luoghi legati alla vita e al dramma umano di suo fratello, che al lasciarsi andare ha preferito reagire, continuare a vivere e a lottare in quei luoghi. Una piccola eroina di ogni giorno che ha trovato la forza di andare avanti e di battersi per quegli ideali di legalità, di giustizia, di dignità, di riscatto che sono propri di chi ha sacrificato la propria vita in nome di tali principi, è la parte migliore della Sicilia che non va lasciata sola ma soprattutto è, come Vendola, il sogno che si batte contro il “realismo”, contro lo stare con i piedi per terra, contro il convivere con antichi malcostumi, contro la smania di rassicurare e di volare basso.

     

    Spero solo che non diventi l’ennesima occasione persa per il centro-sinistra, che non si verifichi di nuovo il triste caso di un’Italia che invece di celebrare i processi alla mafia celebra quelli contro l’antimafia, speriamo che contro l’opportunismo politico trionfi invece una scelta di etica e di moralità, speriamo che il centro-sinistra candidi Rita Borsellino. 

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:23 | commenti (6)


    lunedì, novembre 07, 2005
     

    SLOWFOODIZZAZIONE

    Un’altra grande e a mio avviso odiosissima tendenza dei tempi che corrono è senz’altro quella della slowfoodizzazione.

     

    Il cibo, soprattutto nell’arco degli ultimi 20 anni, ha sempre di più abbandonato la sola funzione di nutrimento per il corpo e di appagamento fisico e sensoriale per acquisire sempre di più messaggi comunicativi. Dal mangiare visto come esperienza della sfera privata si è passati al mangiare come esperienza pubblica e come funzione e segnale di appartenenze sociali. Ciò ha avuto ripercussione sia sugli spazi del consumo alimentare, dal cibo associato all’ambiente domestico a cibo associato all’ambiente extradomestico, sia come riproduzione dei grandi processi macrosociologici: globalizzazione (avvento delle grandi catene di fast food, standardizzazione dei cibi) e glocalizzazione (rivalutazione delle specificità locali, cibo biologico, slow food).

     

    Una volta, almeno fino ad una decina di anni fa, il mangiare ricercato richiamava in sé il concetto di esotismo, tale principio viene perfettamente espresso da Luca Barbarossa nella canzone “Yuppies” in particolare con la frase “mangerebbero spaghetti ma fanno più scena le ostriche vive”. Gli Yuppies erano i rappresentanti dell’edonismo craxiano. Oramai l’Italia si era avviata nel novero dei paesi sviluppati, e nascevano tante figure manageriali o pseudo-tali caratterizzate da un fondamentale ottimismo, da uno stile di vita gaudente e dalla continua ricerca della forma, gli Yuppies in Italia nascono soprattutto nella Milano da bere, nella città che voleva darsi un respiro internazionale e che vedeva nelle cucine esotiche il segnale di un’apertura verso il resto del mondo. Mangiare ricercato voleva dire cenare ad aragoste e champagne, cercare appunto l’esotismo, evadere da quella che era la tradizione locale.

     

    Tale tendenza è presente, anche se in maniera più sfumata, ancora oggi, basta pensare al successo delle cucine orientali, soprattutto giapponese con tutti i corollari di facce schifate nell’ingollare pesce crudo, e all’alone di esclusività che si è creato attorno ad esse, ma si accompagna ad un altro fenomeno diciamo più “di sinistra” e certamente radical chic appunto la slowfoodizzazione.

     

    Per slowfoodizzazione intendiamo quel processo che ha portato ad una rilettura in termini di esclusività e “politica” di cibi un tempo parte delle tradizioni locali e contadine. Diamo quindi al fenomeno un significato sociologico che va oltre il significante letterario di “cibi a preparazione lenta”. Tale processo era in corso già da prima della nascita della moda dello slow food e dava i propri segnali visibili mediante il processo di infighettamento e trasformazione da luoghi del popolo a luoghi della moda e dell’esclusività di quelle che una volta erano le osterie e/o le locande o i ristoranti “popolari”.

     

    Sia chiaro, i piatti dello slow food, presi singolarmente e di per sé nel proprio significante gastronomico, io li adoro, addirittura quando penso al mio essere umbro mi ritornano in mente, oltre che una serie di immagini, una serie di sapori. Mi ricorderò sempre che a Città del Messico c’erano numerosi “paladar” ovvero ristorantini al piano terra degli edifici, spesso integrati nelle case e gestiti da anziane signore che arrotondavano così la misera pensione dello stato messicano e ti proponevano cibi della loro tradizione; ma quando vedo alcune specialità locali, che originariamente erano anche piatti poveri e del popolo, assurte a misera arma di dissenso mi verrebbe voglia di prendere a calci nel culo gli amanti dello slow food con in mano un big mac e di lapidarli con i Chicken McNuggets.

     

    La slowfoodizzazione è un fenomeno no-global e l’essere no-global è un fenomeno borghese, quindi a me totalmente estraneo, non tanto nelle idee, quanto nel fatto che coloro che sono portatori di tali idee spesso sono quelli che possono permettersele, che possono permettersi per esempio di dichiarare la propria verginità dal lavoro interinale e dal lavoro salariato senza morire di fame, che vivono liberi dalla contingenza e dall’angoscia dei fatti. Il carattere borghese e fondamentalmente anti-popolare dello slow food emerge proprio dal fatto che si portano dei piatti e dei cibi del popolo lontani dal popolo. Per esempio i fagioli con le cotiche ossia fagioli (chiamati nella tradizione popolare “pane dei poveri”) e pelle di maiale (parte di scarto e per definizione povera) oggi vengono somministrati nel “menù territorio” di un noto ristorante ternano al prezzo di 15 euro, stesso prezzo per le ciriole con i funghi, una sorta di spaghetti più spessi e a base quadrata fatti solo con acqua e farina e conditi con un sugo a base di funghi facilmente reperibili nei boschi della zona, anche questo un piatto per eccellenza popolare fatto con ingredienti semplici e immediatamente reperibili ma fatto divenire esclusivo dal processo di slowfoodizzazione. Ho fatto l’esempio, a me noto, dell’Umbria, ben conscio che tuttavia la mia regione d’origine è uno dei pochi baluardi scricchiolanti di resistenza alla slowfoodizzazione, ma pensiamo alla Toscana o alla Puglia per esempio, agli antipasti a base di focaccia di Altamura venduti a 10 euro, alla slowfoodizzazione della pasta e fagioli e della polenta o addirittura del lardo di Colonnata (il lardo una volta te lo davano gratis) per avere un’idea della portata e della gravità del fenomeno.

     

    Il risultato di tutto? Facile, è simile al risultato del processo di chiusura degli intellettuali nelle torri d’avorio, processo che ha portato la cultura lontano dal popolo lasciando il campo libero ai banalizzatori, ai Berlusconi, alle veline e alle Canalis regalando loro una vittoria sin troppo facile. Se portiamo i piatti del popolo lontani dal popolo e dalle sue tasche non ci resta che andare tutti al McDonald e assistere passivamente alla vittoria della tendenza gastronomica che gli amanti dello slow food dicono di combattere mettendo invece in atto dei clamorosissimi autogol. Bisogna, ognuno nel nostro piccolo, isolare, colpire, combattere questa pericolosa tendenza.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:37 | commenti (17)


    martedì, novembre 01, 2005
     

    AFFITTO UN LOCALINO PER LA MIA FESTA

    Esistono una serie di cosiddetti riti collettivi che servono solo a manifestare il fatto che si è integrati in un gruppo o nella società. Fateci caso: nei ritrovi al bar, negli happy hour, tutti salutano tutti in maniera cameratesca ed ostentata fingendo una calorosa amicizia, con energiche pacche sulle spalle e una cordialità talmente amplificata da apparire sospetta gli uomini, con viscidi e rancidi sorrisini, sbaciucchiamenti e complimenti le donne. Scopo di tutto ciò è mostrare al “pubblico” che si conosce tante gente e che quindi si è perfettamente integrati.

     

    La mia cognata portoghese, l’ultima volta che è venuta a trovarmi, ha notato subito come gli italiani quando salutano lo fanno gridando e alzando la voce, gli svizzeri invece in maniera discreta, spesso accennando solo con la testa o con un sorriso, da buon popolo mitteleuropeo dalla natura scarsamente sociale. Tale apparenza ha una sostanza ben più profonda. I popoli mitteleuropei rielaborano la solitudine in maniera totalmente diversa rispetto ai popoli latini, basta pensare alla vasta letteratura in lingua tedesca in materia, oppure, senza stare a scomodare la letteratura, chiunque ha a che fare con gli svizzero-tedeschi, popolazione verso la quale ho provato e provo un’immediata empatia, si renderà conto che per loro è normalissimo passare dei periodi di solitudine, andare da soli al cinema, al teatro, perfino al ristorante insomma, c’è una rielaborazione della solitudine che non viene vista solo nelle sue valenze negative, come invece avviene per lo più in Italia.

     

    La figura di colui che conosce tutta la popolazione giovanile della provincia di residenza (vi sarà senz’altro capitata dai!) e se ne vanterà, è un topos tipicamente latino. Mussolini quando esprimeva, copiandolo da Hitler, il motto “molti nemici, molto onore” non aveva proprio capito un cazzo sulla natura degli italiani, ma Mussolini comunque non ha capito un cazzo di niente, ma questo è un altro discorso.

     

    Torniamo a noi. C’è un’occasione in cui questa ostentazione, questa esibizione del proprio essere integrati, viene portata ai massimi livelli: quando si affitta un locale per festeggiare il compleanno, la laurea, l’addio al celibato/nubilato ed altre del tutto inutili ed irritanti occasioni di convivio. Si tratta di una vera e propria mostra di muscoli, di un far vedere che si è talmente integrati che si riempiono i locali. Data la mia natura schiva e la mia profonda avversione per tali forme di socialità, non venivo quasi mai invitato alle feste, ma quando si affittava un locale ricevevo sempre regolare invito, non perché fossi diventato di colpo simpatico al festeggiato, ma perché dovevo fare numero, in queste occasioni è sempre la quantità e mai la qualità di rapporti che conta. Dire “ho solo due amici con i quali però ci raccontiamo tutto” è da sfigati o meglio è da non fighi, dire “alla mia festa di laurea c’erano 350 persone” è da vincenti. E’ così che funziona il gioco. Da tutto ciò se ne deducono vari corollari, per esempio mai dare un appuntamento alla tipa il sabato sera, apparirete come colui che il sabato sera non ha un cazzo da fare e che quindi è poco o per niente integrato, le donne si sa sono la quinta essenza dell’integrazione, si lasciano trasportare dalla corrente, mai andare al cinema o al ristorante da soli (io l’ho fatto un mucchio di volte e mi sono conquistato la fama da “strano”, “originale”, “particolare” nelle connotazioni più negative dei termini).

     

    Insomma, si esibisce spesso il numero dei partecipanti alla propria festa di compleanno, di laurea etc… come si esibiscono le misure, quasi sempre gonfiate, del proprio cazzo, poi poco importa se tutta quella gente è venuta per prendersi una sbronza o perché c’erano chili di fumo di ottima qualità (vedi “Ricordati di me” di Muccino, quando Silvio Muccino viene lasciato solo durante la festa di compleanno perché era finita la ganja) l’importante è far vedere che si è integrati, poi magari del fatto che in Italia c’è un maggiorenne o un dottore in più non gliene può fregare di meno a nessuno dei partecipanti, ma tanto è così che va il gioco.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 21:26 | commenti (20)