MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

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    sabato, dicembre 31, 2005
     

    WORK IN PROGRESS

    Ore 12:25: Mattinata passata al lavoro, eravamo io, l’usciere e la scuola. Ora sono sul mirc canale #New Zeland, siamo in 9. In Nuova Zelanda sono già da una mezz’ora nel 2006, ho chiesto sulla finestra del canale perché sono su mirc e non santificano a dovere tale feste comandata, una ragazza 19 enne è costretta a casa dall’influenza, altri due ragazzi usciranno tra poco. Chat attività da aperitivo? Di monopartisti e/o di solitari consapevoli nemmeno l’ombra. Il Tg di Italia 1 sta parlando, oramai da un 10 minuti abbondanti, del maltempo che funesta la notte di San Silvestro, relegando l’ennesima strage mediorientale a poco prima del “capodanno dei vip”. Come sempre di altro tenore i notiziari della Tsi.

     

    Ore 13:36: Pranzo a base di ravioli panna, spack, pinoli e rucola e tagliere di formaggi e affettati misti.

     

    Ore 17:00: Primi ospiti a sorpresa della giornata, L.G e T.C. da Lugano, con annesso pranzo a casa mia e visione dei due capolavori cinematografici natalizi: “Natale a Miami” e “Ti amo in tutte le lingue del mondo” ovviamente in versione divx grazie alla collaborazione di bittorrent. Al trentacinquesimo “dolore!!! Che dolore pazzesco!!!” di Massimo Boldi non ho retto e ho lasciato un momento gli ospiti per aggiornare il post.

     

    Ore 18,55: I miei ospiti se ne sono andati, stasera hanno una cena con una decina di persone, sono decisamente out. Alla TSI stanno intervistando la gente per strada per chiedere come passeranno questa notte. Quasi quasi esco, li vado a cercare e mi faccio intervistare. Durante l’intervista ripeterò urlando e fingendomi ubriaco frasi del tipo “sarà una notte mitiiiiiiccaaaaaa!!!!!”; “ci divertiremo un casinooooooooooo!!!!” in modo da sprecare così, da perfetto imbecille, il mio quarto d’ora di notorietà. Se dalle parti di Lugano c’è qualcuna che è solita strillare ai concerti degli oasis, dei backstreet boys e via dicendo… le chiederei cortesemente di raggiungermi e di mettersi a urlare non appena la troupe si avvicina a noi. Esco. Da solo.

     

    Ore 21:10: Tutta la città era “da qualche parte” eccetto io e due poliziotti in auto intenti a scaldarsi le mani sui bocchettoni di aerazione del climatizzatore, non c’era niente di aperto, nemmeno il bar della stazione. Queste piccole cose sono quelle che rendono prostranti gli stati di solitudine. Probabilmente quelli della Tsi hanno registrato le interviste in qualche altro momento. Vi pareva che sacrificavano in questo modo una notte così sacra? Ho preparato la cena in 2 minuti e cenato in dieci.

     

    Nota autobiografica e un po’ triste: Dieci anni fa esatti già di prima mattina mia madre rompeva i coglioni perché tutti festeggiavano il capodanno e io ero il solito asociale, con un carattere  di merda che non mi invitavano mai alle feste, ovviamente non mancava di ricordarlo ai parenti che telefonavano per gli auguri di prammatica. Per non starla a sentire tutto il giorno mi inventai un impegno capodannesco e che sarei andato la mattina dopo a Bologna. Cenai alla stazione di Orte (trovatemi un po’ un posto più triste) presi il treno per Bologna e passai la mezzanotte tra Fabro- Ficulle e Orvieto. Guardavo i lampioni dei paesini e lacrimavo. Quello fu il giorno in cui mi sono sentito più solo in vita mia.

     

    Ore 21:35: su 40 contatti msn (molti dei quali occasionali) sono on-line solo il fratello Coniglione, anche lui avviato alla moda trendy del monoparty, e la neosposina Leonardinha impegnata in un monoparty a due con il suo neomarito. Sms di auguri da Luciano di Terni che passerà il capodanno ad una festa in una villa vicino Amelia (Tr). Luciano è decisamente out.

     

    Ore 22:30: Mi è venuta l’idea di telefonare, a cavallo della mezzanotte, al servizio assistenza clienti di Cablecom e/o di Sunrise e di tenere lo sventurato operatore per minuti al telefono inventandomi un problema inesistente e del tutto futile, l’importante è fargli finire l’anno vecchio e cominciare il nuovo al telefono con il più rompicoglioni dei clienti possibili. In loop Donald Fagen “The Nightfly”.

     

    Ore 23:10: Su Raiuno c’è l’addio alle scene di Rita Pavone dalla Piazza di Rimini, ci saranno anche personaggi del calibro di Al Bano e Cristiano Malgioglio, intanto un gruppo di culette/i si scatenano nei balli latini. Sono incerto se farmi o meno un’ingozzata di  VicksMediNait. In loop Vicente Fernandez “aca entre nos”. Sms di auguri da mio fratello, in piazza a Berlino.

     

    Ore 23:45: Anche i Dosty hanno un cuore. Ho invitato i miei due anziani vicini di casa da me a mangiare un po’ di baklava e a prendere un bicchierino di vino. Ci siamo baciati e fatti gli auguri di buon anno. In fondo non sono così cattivo come appaio dal blog.

     

    Ore 00:00: Severo monito di MonsieurDosto: buon 2006 a tutti voi

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:43 | commenti (11)


    venerdì, dicembre 30, 2005
     

    VIGILIA

    Fervono i preparativi per il Monsieurdosto monoparty 2006.

     

    Il mono-brindisi di mezzanotte sarà a base di Berlucchi Cuvèe Imperial Brut, il menù prevederà delle aperture verso il medio e l’estremo oriente e sarà a base di Fantastic Bowl Noodle Chichen, toast ai gamberetti, ravioli al vapore Carrefour, birra cinese, e come dolce baklava. Confermato il filo diretto con i monopartisti di tutto il mondo alla scoperta della fenomenologia dell’extreme nesting, vera grande tendenza del capodanno 2006.

     

    Sponsor della serata: VicksMediNait. Possibilità di outing, interventi, impressioni a caldo nel post autoaggiornante della cronaca della serata che verrà allestito per l’occasione. Musica d’annata, balli solitari e riflessioni esistenziali faranno il resto.

     

    Il mio pensiero iniquo a non solidale della vigilia va a tutti coloro che “l’ultimo dell’anno vado a fare volontariato perché voglio dare un senso a questa giornata” sapendo che mascherano con la più pelosa delle carità la scarsa voglia di affrontare umilianti solitudini e/o estenuanti discussioni, ripicche, ripensamenti, maxi spese per cenoni a granchi spacciati per ostriche e Don Perignon fatto con il bicarbonato e serate danzanti, salvo poi dimenticarsi, per il resto dell’anno, del loro slancio verso il sociale. Magari non è così che stanno le cose, ma vi assicuro che l’idea di disertare le irritanti serate di capodanno con il comodo alibi del volontariato è venuta in passato anche a me, senza però essere mai stata messa in atto.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:29 | commenti (13)


    giovedì, dicembre 29, 2005
     

    PENSIERI SPARSI

    Amnistia: E’ andata com’è andata, con una diserzione di massa da parte dei rappresentanti del popolo. Il mio pensiero iniquo e non solidale va, in accordo con Yoshi, a Pierferdinando Casini che ha avuto l’idea paracula di convocare la camera dei deputati il 27 Dicembre alle 9,30 ma soprattutto va a tutti i parlamentari laici di sinistra che hanno disertato l’appuntamento. Facile così, tutti laici quando ci fa comodo ma guai a toccare i “sacri ponti” in corrispondenza delle festività religiose. Per la cronaca il sottoscritto nei giorni 23 e 27 era regolarmente al lavoro. Sono laico e ne pago tutte le conseguenze.

     

    Famiglie: Il 2006 sarà l’anno della famiglia. Lo dicono Papa Ratzinger e tutta una serie di esponenti del mondo politico cattolico. Intanto si stanno lasciando due miei amici che stavano insieme da 15 anni, quelle persone che quando dite il nome di una viene automaticamente il nome dell’altra, un po’ come Cip & Ciop, Albano & Romina Power, Starsky & Hutch. Viviamo in un mondo senza più certezze.

     

    Leggo inoltre una singolare diatriba tra Calderoli e la sua (oramai ex) signora Negri Calderoli, nota per essere opinionista alla trasmissione di Chiambretti. I due sono in procinto di separarsi e il leader leghista avrebbe chiesto, in sede di causa di separazione, di impedire alla moglie di utilizzare il suo cognome da sposata. La signora Calderoli, di tutta risposta, afferma invece che continuerà ad usare il cognome del marito visto che la legge glielo permette fino a divorzio avvenuto. Mah! Questi leghisti! Prima parlano di famiglia, si oppongono ai pacs, lanciano anatemi contro la distruzione della famiglia e poi divorziano. Queste donne poi! Parlano di emancipazione, di autonomia, ma poi non rinunciano manco morte ai cognomi dei mariti e al dovere la propria notorietà all’essere “moglie di…” un po’ come Rosa Alberoni, una simpatica retro-femminista che parla di oppressione femminile e società fallocratiche scrivendo e presentandosi in pubblico con il cognome del marito (faccio ammenda nella remota ipotesi in cui i cognomi dei due coniugi coincidano dalla nascita).

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:03 | commenti (2)


    martedì, dicembre 27, 2005
     

    INTOLLERANZE

    Quando si parla di argomenti inerenti il multiculturalismo e la società multirazziale c’è un atteggiamento che mi suscita un ribrezzo sicuramente non paragonabile a quello che provo nel sentir parlare qualsiasi imbecille della Lega Nord, di Alleanza Nazionale, dell’Udc o dei democratici svizzeri ma comunque di una certa entità, sto parlando di quel certo buonismo vagamente borsettaro e radical chic molto diffuso in certa gente di sinistra abituata ai quartieri alti e a ragionare per grandi astrazioni da quella che è la realtà quotidiana.

     

    Purtroppo dovrei seguire più spesso quello che è il mio istinto se non asociale quantomeno fortemente selettivo e isolazionista poiché ogni qualvolta mi ritrovo ad affrontare, soprattutto in quello che è il mio ambiente lavorativo, certe discussioni ne esco sempre fortemente irritato, poi dico quel che dico e scrivo quel che scrivo e mi becco, io, dell’intollerante e del frustrato.

     

    Bene, alcuni giorni fa ero in pausa pranzo con un gruppo di colleghe che ricoprono il clichè della perfetta lettrice intellettualizzata di libri adelphi e c’era un televisore sintonizzato su uno di quei programmi stupidi pomeridiani della Rai (fossi nel governo svizzero metterei i canali italiani solo via cavo e a pagamento) dove alcuni esponenti del culettame televisivo discutevano se permettere o meno ai loro figli/e di sposare un islamico/a praticante. Ovviamente il salottino, al quale partecipavano anche, Dio li perdoni, un sedicente tele psicologo ex deputato di Forza Italia e un sedicente sociologo, era tutto uno sbrodolare quei buoni sentimenti e quei buoni propositi di cui saggezza popolare dice siano lastricate le strade dell’inferno.

     

    Trasmissioni come queste hanno senso come hanno senso i discorsi del fidanzato bruttino che per rassicurare la sua compagna più o meno bruttina dice che non la tradirebbe nemmeno se gli si offrissero la Cucinotta , la Bellucci e la Ferilli tutte insieme, ben sapendo che non c’è virtù più facile da difendere di quella che non viene attentata e che comunque la varie attrici del jet-set televisivo non hanno alcuna intenzione di offrirsi a uno come lui. Dico questo perché non c’è bisogno di un dottorato di ricerca per comprendere che una musulmana osservante molto difficilmente darebbe confidenza ad un non-islamico senza che costui diventi islamico e sulla base di queste, secondo me banalissime, riflessioni ho detto che sicuramente mio figlio una volta raggiunta la maturità non avrà bisogno del benestare paterno per scegliere la donna con cui stare ma che onestamente dovendo esprimere una preferenza preferirei per lui una ragazza svizzera. Apriti cielo! Ho cominciato a ricevere una serie di “… e meno male che sei di sinistra…”; “…perché non può essere che una ragazza islamica sia più brava di una svizzera!?...” e una serie di accuse più o meno velate di razzismo e di intolleranza. Purtroppo non è la prima volta che succede una cosa del genere.

     

    Aprendo una parentesi, in queste feste natalizie ho avuto sia i miei genitori che i genitori di Carla in casa, è estremamente interessante vedere come si sia evoluta la relazione tra consuoceri nel corso del tempo. Da un’iniziale difficoltà comunicativa  e comunicazione mediata da interventi miei e di Carla in qualità di interpreti, sono arrivati a parlare una sorta di neo-lingua latina, uno slang fatto di elementi italiani, portoghesi, inglesi, di vocaboli portoghesi italianizzati e viceversa con forti elementi di comunicazione non verbale. Insomma, c’è stato tutto un inconsapevole processo di mediazione, di negoziazione di elementi della propria cultura, di incontro su un “qualcosa di nuovo” su una “terra di mezzo” ed è una relazione, la loro, in continua evoluzione. Ed è proprio questo concetto di venirsi incontro che dovrebbe animare una società multiculturale.

     

    E’ un processo lungo, difficile, affatto scontato negli esiti e negli effetti ma è un processo che va obbligatoriamente intrapreso, con il quale dobbiamo per forza di cose “sporcarci le mani”. Dobbiamo essere pronti a negoziare, a trovare una sintesi e questo processo di negoziazione spesso non può essere semplice e indolore, ci vuole pazienza e molta tolleranza, il radical chic mi dirà che non si può essere tolleranti ma che le cose si accettano e basta e io gli risponderò che invece talvolta certe cose non si accettano ma si tollerano negli altri, bisogna avere una visione laica del mondo, sapendo anche che alcuni grandi e piccoli aspetti della propria cultura non si negoziano; non ammetterò mai l’infibulazione in quanto “parte di una cultura”, non prenderò mai salsicce a colazione o caffè aromatizzato alle erbe alpine (oddio… quella cosa che a Basilea chiamano caffè…) pur rispettando regole e consuetudini del paese che ospita me e la mia famiglia e del quale spero un giorno di prendere la cittadinanza, non costringerò mai una donna cattolica ad abortire e gradirei che anche i cattolici rispettino le donne che conoscono il trauma dell’aborto, e che i livelli di simbiosi e di compenetrazione possono variare in base a tante cose, del resto bisogna sempre diffidare dall’amico di tutti.

     

    Il mondo non è la jovanottiana “grande chiesa che parte dal Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa”, non è “l’ombelico del mondo dove si incontrano facce strane di una bellezza un po’ disarmante”, non è fatto di quei tanti luoghi comuni di persone che si dicono multietniche e aperte verso la diversità solo perché si sono trombate l’animatore negro a Negril o perché cenano a base di cous-cous e zighinì e poi ti rendi conto che alla scuola dell’infanzia pubblica del tuo quartiere c’è una eccezionale sovrarappresentanza di bambini turchi e slavi perché le signore del libro adelphi i loro figli non li mandano a scuola con gli stranieri che “rallentano l’apprendimento”, come dicono loro,  e spesso si può sentire il modo di intendere la femminilità di una Ulla, rispetto a quello di una Samia, più vicino al proprio ideale di donna senza per questo essere razzisti.

     

    Nonostante viviamo in tempi di “guerra di civiltà” io ho un fondamentale ottimismo, forse perché ieri ho parlato con T. la mia amica turca, immigrata di seconda generazione, che talvolta non disdegna di coprire i suoi capelli ma che presto andrà a convivere, “in unione libera” come dice lei, con il suo attuale ragazzo svizzero, cosa impensabile per sua madre ma anche per molte ragazze in Turchia, forse perché ripenso allo slang dei miei genitori e dei miei suoceri mentre parlano tra loro, forse perché in quella scuola dell’infanzia che le mamme-bene non fanno frequentare ai loro figli i bambini giocano insieme, forse perché mio figlio mi chiede se posso portare alla giostra anche Pedro e Zlatan insieme a lui. Forse perché quelli che come noi “si trovano in mezzo” tra gli integralismi e i loro bracci armati e politici sono la maggioranza.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:53 | commenti (7)


    martedì, dicembre 20, 2005
     

    COMING SOON

    Dal 20 al 22 Ginevra per motivi di lavoro.

     

    Dal 22 al 26 mega-sparentata natalizia con genitori e suoceri ospiti della Maison Dosto.

     

    Dal 27 in poi super lavoro che mi costringerà a Lugano mentre moglie e figlio andranno (forse) in Portogallo quindi resterò a casa in perfetta solitudine nonostante i Calboni della situazione si stiano già dando da fare per organizzarmi le giornate, in particolare la serata di capodanno.

     

    Qualora comunque dovessi rimanere da solo vi preannuncio l’evento mediatico della stagione, il capodanno più pazzo del 2006 qui sulle pagine virtuali di monsieurdosto.splinder.com. Aggiornamenti minuto per minuto del più disadattato, più originale e più trendy dai capodanni possibili e immaginabili, in diretta dalla Maison Dosto la nuova tendenza del capodanno 2006: il MONOPARTY.

     

    A che ora il Monsieurdosto si ingozzerà di Vichs medi Nait? Preferirà il veglione televisivo di Rai, Mediaset, Tsi o di altre emittenti? Uscirà e comincerà a girare in macchina senza meta? Come sarà il suo cenone di san Silvestro? Panino al bar della stazione? Cenetta con commensale immaginario? Dialoghi con l’orso Berry? Quattro salti in padella? Con che marca di spumante e/o champagne brinderà da solo a mezzanotte?

     

    Giochi, attrazioni, chat in diretta con altri disadattati informatici sparsi per il mondo grazie ai più famosi programmi peer to peer, filo diretto con i lettori più non fighi e più disadattati e con tutti i monopartisti sparsi per il globo.

     

    Tutto questo su: www.monsieurdosto.splinder.com

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 00:35 | commenti (18)


    lunedì, dicembre 19, 2005
     

    ROMANO ANTI-ROMANO

    Dopo averlo votato, turandomi il naso, alle primarie dell’Unione devo dire che sto in parte rivalutando Romano Prodi. Non mi riferisco solamente alla sua apertura nei confronti dei Pacs ma soprattutto al suo aver avuto il coraggio di sdoganare, senza ricorrere ai termini gretti e razzisti dei leghisti, un forte atteggiamento critico nei confronti della capitale Roma e dei “salotti romani”.

     

    Roma purtroppo ha il grosso limite di pensare che essere stati al centro del mondo 2000 anni fa sia garanzia di eterna infallibilità, senza rendersi conto di aver perso il treno per la modernità, di chiudersi in una cultura troppo localistica e troppo chiusa nei confronti del multiculturalismo, peccato, quest’ultimo, che se può essere considerato veniale a Macerata o a Campobasso è un qualcosa di enormemente grave in una metropoli europea.

     

    Finalmente un politico e per di più un leader di coalizione ha avuto il coraggio di uscire dal coro unanime di elogi dei quali è oggetto la capitale italiana, finalmente si è avuto il coraggio di sottolineare l’atavica chiusura dei romani, chiusura che purtroppo non si manifesta solo nei confronti delle culture differenti e che partorisce personaggi come Paolo Di Canio, ma che vede la sua manifestazione anche in un odioso classismo.

     

    Ho sentito con le mie orecchie opinioni contrarie all’apertura di nuove linee di metropolitana perché altrimenti i ceti si sarebbero mescolati troppo facilmente e ho letto che, quando nel 1980 vi fu l’apertura della linea A, vi furono dei problemi “a causa delle migliaia di persone che dalla periferia si riversarono in Piazza di Spagna”. Se queste sono le premesse immagino bene cosa siano i salotti romani di cui parla Prodi e nei quali non andrebbe “manco morto”. Come dargli torto?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:16 | commenti (7)


    venerdì, dicembre 16, 2005
     

    TELEFONIA MOBILE

    Nell’Ottocento la solitudine era una condizione ricercata. Ricercata e utilizzata come motivo di vanto. Per il vero Dosto, il più grande scrittore mai esistito senza possibilità di appello e di relativismo, la solitudine non era vista affatto nella sua valenza passiva di ritiro dal mondo, ma aveva anche e soprattutto una fortissima valenza attiva; colui che si chiamava fuori dalle dinamiche era colui che poteva dominarlo il mondo anche se appariva, in ogni suo scritto, lacerato dalla sua stessa solitudine.

     

    Nel mondo che ho attraversato e che attraverso da 32 anni e sei mesi a questa parte la solitudine è una situazione negativa. Chi è solo è disperato, anzi, la solitudine non esiste, è negata dalle icone diffuse. Diversamente dalla Russia ottocentesca del grande Dosto, la nostra è l’epoca dell’aggregazione, anche quando l’aggregazione non è reale. Domina nella cultura attuale la figura dell’aggregato spontaneo in qualsiasi gruppo, sempre alle prese con situazioni di comunicazione e felicità. Vedo e conosco delle persone arrovellate e dilaniate dalla sindrome dell’abbandono quando invece sarebbero in grado di dominare il mondo, di avere varie marce in più degli altri.

     

    Io sono stato, fin dalla fanciullezza, abituato a vivere una vita isolata e la cosa veniva vista come una condizione patologica anche se in me veniva come una cosa naturale, per molto tempo i miei rapporti con gli altri sono stati un qualcosa di estremamente complicato e anche adesso non è che le cose siano molto migliorate, l’unione con la mia donna è l’unione di due solitudini, non credo negli aggregati di molte persone, non mi hanno mai invitato ai campeggi sull’Adriatico o alle feste dove si conoscevano le donne della propria vita, dove si trombava nei cessi, dove nascevano amorazzi tra una macarena e un menejito e  se mi invitavano non andavo e le rare volte che andavo ero li che aspettavo solo l’ora di andare via e mi levavo dai coglioni a volte senza parlare con nessuno, il tutto dopo essermi perso in morettiani “ma si nota di più se non vado o se vado e sto li in disparte?”. Non ho mai amato le compagnie stile oratorio, i condomini tipo friends, i ritrovi al bar, odio partecipare a matrimoni, cresime e prime comunioni, sono sempre rimasto al margine delle grandi tendenze e dei grandi movimenti, non ho mai indossato etichette.

     

    C’è un contesto dove, più che in molti altri, questo stile aggregativo è esaltato: gli spot degli operatori di telefonia mobile. Negli spot di Tim, Vodafone, Wind, Swisscom, Orange e Sunrise gli individui sono ancora meno soli che negli altri spot.

     

    L’utente degli operatori di telefonia mobile è felice membro di un gruppo di gaudenti, che si chiama, si manda sms e mms, si fotografa, si riprende e invia quei messaggi e quei filmati ad altri “amici” (termine abusatissimo negli spot di telefonia) che stanno a loro volta godendo, esseemmeessandosi, emmeemmessandosi e fotografandosi. Abbiamo quindi una aggregazione che ha una duplice valenza, face to face e immediata; virtuale e tecnologica. Sembra che senza la prima sia impossibile avere la seconda. Sembrerebbe che al di fuori di situazioni caciarone, di divertimento, di sesso notturno in spiaggia, di amorazzi nati tra una cumbia e una bachata non sia necessario possedere un telefono cellulare.

     

    Perché, allora, io posseggo un telefono cellulare?

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:39 | commenti (14)


    mercoledì, dicembre 14, 2005
     

    L'ULTIMO LAGER

    Ho già abbondantemente parlato del mio odio per tutto ciò che è carità pelosa e beneficenza ostentata ma nelle mie invettive non ho mai inserito l’Esempio con la E maiuscola di quella che è la carità pelosa, il viscidume per eccellenza, il crimine contro l’umanità con la maschera dei buoni principi, la Mafia , la lobby, il buonismo più ipocrita fatto a istituzione: San Patrignano.

     

    Mi ricordo che una volta, quando ero un giovane dottorando di ricerca, fui mandato ad un convegno organizzato dalla Rai (con soldi pubblici quindi) e dalla comunità della famiglia Muccioli e intitolato “ogni società ha tanti emarginati quanti ne merita per indifferenza e ignoranza” (mancava solo un “tiè” alla fine). Da questo convegno emergevano tutti i corollari fatti in seguito propri dalla destra italiana, ossia che non esiste distinzione tra le droghe leggere e le droghe pesanti, che la droga porta inevitabilmente alla morte e che quindi le persone che vanno a San Patrignano sono “salvate dalla morte”; pertanto ogni mezzo è lecito per liberarle dalla droga.

     

    Cosa si intendesse per “ogni mezzo” è sempre stato chiaro fin dagli anni ’80 quando il padre padrone della comunità lager soleva utilizzare le percosse e le catene contro gli ospiti della comunità ma soprattutto, e qui che sta la cosa più schifosa, nel corso degli anni cresceva a dismisura l’azienda San Patrignano che avviava un’attività economica dietro l’altra (artigianato, allevamento di cavalli e cani di razza, viticoltura) il tutto grazie al contributo della manodopera gratuita rappresentata dagli utenti della comunità, in barba alle norme più elementari che regolano il diritto del lavoro.

     

    Il grande potere economico scaturito grazie a queste attività ha consentito a San Patrignano di diventare una lobby economica e soprattutto politica di dimensioni notevoli, da alcune intercettazioni telefoniche emerge il chiaro ruolo di Vincenzo Muccioli nell’imporre i direttori dei tg della Rai all’allora presidentessa Letizia Moratti e la mia presenza, insieme a quella di altri colleghi, a quel convegno era finalizzata ad un progetto di ricerca che aveva lo scopo di dare la benedizione sociologica ai metodi della comunità riminese. Tale ricerca doveva ovviamente essere benevola nei confronti dell’istituzione in quanto la lobby di San Patrignano era molto influente anche all’interno dell’Università di Bologna. Appellandomi alla mia libertà di ricercatore mi rifiutai di partecipare al progetto sia per una mia personale contrarietà di fondo al concetto di recupero in strutture chiuse e totalizzanti rispetto a percorsi meno separati dal resto della società (sui quali c’è un’ampia letteratura sociologica che ne testa e dimostra la maggiore efficacia) sia per la mia contrarietà alla stessa esistenza di un ghetto dove, in nome dei nobili motivi, venivano sospesi i diritti civili, si era al di fuori di ogni elementare forma di legalità, si costruiva un potentato economico e si perseguiva il lucro mascherato da bontà pelosa. Non voglio apparire come l’eroe che non sono anche se la cosa sicuramente non aiutò la mia carriera universitaria, come ebbe modo di dire il coordinatore del progetto, ma questo esempio serve per darvi un’idea di come viene applicato il concetto di libertà di ricerca nella realtà italiana e ciò non avviene solo per la ricerca sociale, quindi se dovesse venire fuori che i residui della stampa off-set nel latte artificiale sono salutari per il neonato, sapete bene come interpretare la cosa…

     

    Pochi anni prima la comunità aveva conosciuto forse il periodo di maggior crisi, nel caso della morte di Roberto Maranzano un ospite della comunità ucciso all’interno del famigerato reparto porcilaia di San Patrignano, reparto che da successive testimonianze risulterà come un’area dedicata alle torture, e il cui corpo fu in seguito trasportato e abbandonato a Napoli. Vincenzo Muccioli fu condannato in primo grado per favoreggiamento e pur cavandosela con poco cominciò a gridare al complotto e a mettere in campo le cannoniere mediatiche.

     

    Dalle reti mediaset partì una campagna denigratoria, nei confronti della famiglia del Maranzano, che vide in prima fila “striscia la notizia” (al prossimo che dice che il tg satirico di canale 5 è l’ultimo baluardo di libertà gli sputo in faccia) campagna che puntò a far apparire la famiglia della vittima come gente spregevole, interessata solo al denaro e ad estorcere soldi alla comunità, mi ricordo ancora una scena in cui la madre in lacrime stracciava un assegno, emesso da Muccioli a titolo di risarcimento, davanti alle telecamere e gli allora conduttori di striscia la notizia che affermavano che l’assegno in realtà era stato incassato.

     

    Oggi, quando dai banchi del governo parlano di leggi contro la droga, la stella di San Patrignano torna a splendere più brillante di prima, il governo fa propria tutta la filosofia del lager inserito nello splendido scenario delle colline di Rimini (del resto quando si parla di lager le tue radici sono quelle, vero onorevole Fini?) del pretesto della tossicodipendenza per creare un’area libera dai “fastidiosi” diritti civili, che considera i tossicodipendenti, in quanto tali, indegni di avere i normali diritti che spettano a tutti gli altri cittadini. E’ il trionfo delle istituzioni totali, condannate da eminenti studiosi già nei primi anni ’60 e oggi largamente superate nel mondo civile. Parlare di recupero dei tossicodipendenti applicando questo concetto a realtà come quella di San Patrignano equivale a considerare i gulag come luoghi di formazione e di avviamento al lavoro.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:29 | commenti (10)


    mercoledì, dicembre 07, 2005
     

    IO NON SONO VALSUSINO

    Mi si chiede di prendere posizione sulla vicenda della TAV e della Val di Susa, e ovviamente di solidarizzare con i manifestanti. Non lo farò, anche stavolta allo slogan sinistroide “I care” io continuo e controbatto con il mio “I don’t care”. Perché? Perché l’Italia è un paese cattolico, schifosamente cattolico e il cattolicesimo è insito in ogni suo abitante anche in quelli che dalla dottrina cattolica e dai personaggi che infestano come delle cellule cancerose la nostra società civile appaiono quanto di più lontano, senza in realtà esserlo.

     

    Nessuna idea politica in Italia si allontana dal monoteismo, dall’integralismo misoneista e il mix tra localismo, ecologismo di accatto e mito del buon selvaggio che anima i buzzurri manifestanti piemontesi ne è la quinta essenza. L’Italia è il paese dove tutti producono merda e immondizia ma dove nessuno vuole pagarne il prezzo, nessuno vuole le discariche o i termovalorizzatori sotto casa e c’è sempre il politichetto locale pronto a fare demagogia, non esiste nessuna nozione di interesse pubblico che esuli dall’angusto orticello dei localismi, tutti parlano di opere pubbliche ma nessuno vuole che passino sotto casa loro.

     

    Le ferrovie vanno costruite, rientrano nell’interesse pubblico, rientrano perfino in un concetto di ecologia, il treno non inquina, l’Italia è l’unico paese infestato dai camion, la rete ferroviaria è addirittura in regresso come chilometraggio, caso unico nel mondo sviluppato, e l’alta velocità rientra nei piani di trasporto europei e transnazionali e rimanere fuori dall’Europa sarebbe un’autentica sciagura soprattutto ora che i paesi confinanti chiuderanno ai tir. Sono d’accordo con l’adottare tutti gli accorgimenti possibili e nel dialogare con la popolazione per trovare un accordo per ridurre l’impatto ambientale ma partendo dal presupposto che la ferrovia va costruita comunque e l’opera non va messa in discussione. Purtroppo però in Italia domina un pensiero ecologista che sogna, dall’alto della propria visione totalizzante, un mondo di caramello dove correre a piedi nudi tra i prati mentre volano gli unicorni e il peggio è che questa visione teo-ecologista vogliono imporla a tutti, così come le associazioni vegetariane vorrebbero imporre a tutti di non mangiare carne, così come i cattolici vogliono imporre a tutti la loro visione da incriminazione per crimini contro l’umanità, non c’è nessuna differenza. Nessuna.

     

    Che poi sia anche impossibile solidarizzare con i poliziotti è assodato, che da una polizia che recluta i suoi membri all’interno di organizzazioni fasciste non ci sia da aspettarsi nulla di buono questo è poco ma sicuro, sanno solo essere arroganti con i più deboli, violenti con gli indifesi, sono grezzi, ignoranti, semi-analfabeti, basta guardarli, ma li vedete? Hanno l’aria da rambi anche quando sono in servizio al controllo passaporti dell’aeroporto di Bergamo, non danno mai del lei, hanno sempre quel tono prepotente, quell’arroganza data dal trincerarsi dietro una divisa. Nei paesi civili la polizia interviene, preleva qualche manifestante e notifica una denuncia per interruzione di pubblico servizio, nei paesi civili poi si fanno i processi e coloro che interrompono i pubblici servizi vengono condannati per direttissima in maniera celere e certa, si fanno un 30 giorni di libertà vigilata o un tre mesi con la rottura di coglioni dell’obbligo di firma e di non allontanarsi dal proprio luogo di domicilio, alcuni di loro vanno avanti, ne fanno una disobbedienza civile con l’autorevolezza di chi paga le conseguenze delle proprie azioni e talvolta vincono; non si manganellano le signore cinquantenni, non si fracassano i nasi e le costole ai sessantenni artritici, questo succedeva nel Cile di Pinochet, succedeva in quell’Italia che certi elementi che popolano i reparti mobili rimpiangono, sostituire il dialogo con il manganello è il fallimento della Politica.

     

    Purtroppo questa è l’Italia e gli italiani hanno i politici, la polizia, le istituzioni e le polemiche politiche che si meritano. Morirete democristiani, come disse il buon Cacciari, morirete soffocati dallo smog dei camion o di rabbia mentre siete in fila sulle autostrade dietro alle colonne di autoarticolati. I don’t care continuo a dire io e quella di far passare gli arroganti manifestanti della Val di Susa alla stregua dei contadini del Chiapas è un’idea che può avere fascino solo su chi un treno non lo ha mai preso.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 11:27 | commenti (34)


    martedì, dicembre 06, 2005
     

    IL CACCIATORE

    Grazie alla collaborazione del sempre prezioso amico e concittadino Red mi tengo informato su tutto ciò che avviene nella conca ternana. Ovviamente ad interessarmi non sono tanto i fatti macro, anche perché a Terni in questi termini non è che accada molto, ma i piccoli eventi micro da tv locali, vero e proprio patrimonio delle città di provincia italiane. Considerate che nella città di Terni esistono ben quattro emittenti televisive, tutte ben strutturate con tanto di redazioni sportive e giornalistiche e produzione di programmi propri, spesso emulazioni fallite di modelli e format “alti”, per una popolazione che supera di poco i 100.000 abitanti. Tale attivismo comunicativo è forse, da una parte, un residuo dell’attivismo operaio, della voglia di occupare gli spazi della comunicazione, dall’altra parte però si è alle prese con le contingenze di una realtà provinciale dove accade ben poco e dove le varie redazioni giornalistiche devono inventarsi quasi sempre qualcosa.

     

    Ieri Red mi parlava di uno strano servizio che aveva per oggetto un gruppo di una cinquantina di ternani che partivano per andare a caccia in Romania. Ragionando nei termini del sempre valido materialismo storico marxista, l’incontro tra la tradizione siderurgica e di industria pesante e quella contadina ha donato a Terni una forte componente machista nella mentalità delle persone, oltre ad avere condizionato in maniera più o meno positiva altri aspetti della quotidianità, non ultimo quello gastronomico. La caccia è ahimè molto diffusa nel ternano, è un passatempo decisamente maschio e andare a caccia in Romania è una tradizione, praticata anche negli anni precedenti, che ha una duplice valenza machista: quella della caccia come sport in sé e quella del fine latente e nemmeno tanto nascosto dell’andare a donne, che emergeva chiaramente dalle battute, nemmeno tanto velate, di alcuni partecipanti, uomini adulti e presumibilmente sposati. Addirittura un mio vicino di casa era solito partecipare al rito della caccia in Romania insieme ai due figli maschi; la sola idea di andare a donne con mio padre a me ha sempre provocato un fastidioso rigetto e ho sempre avuto uno speciale pudore nell’associare mio padre ai concetti annessi alla sessualità, figuriamoci se me lo vedevo impegnato in approcci con prostitute rumene; loro invece ne parlavano dal barbiere con vanto, con una raccapricciante dovizia di particolari.

     

    Me le vedo le mogli di quei signori che facevano battutine allusive davanti alle telecamere delle televisioni locali, me le vedo così diverse dalla mia Carla che alcuni giorni fa è andata su tutte le furie solo perché mi ero permesso, senza intenzioni maliziose, di fare apprezzamenti su una nostra conoscente ultraventenne che nonostante la buona “dotazione” di femminilità veniva definita da sua madre “la mia bambina”, ovviamente tale manifestazione di machismo mediatico non me la potrei nemmeno lontanamente permettere, come del resto non se la potrebbe permettere un qualsiasi maschio di Zurigo o di Basilea, essendo corredo di un pensare meridionale e mediterraneo.

     

    Repellenti manifestazioni di maschilità? Certo; ma anche le donne non sono esenti da colpe nella stratificazione di questa immagine del macho. La donna mediterranea in generale, italiana in particolare, ha sempre pascolato bene nella cultura machista, un po’ se ne è sentita e se ne sente liberata in termini di responsabilità, tanto l’uomo “vero” che penserà a loro lo troveranno sempre, un po’ perché tale machismo ha sempre un suo rovescio della medaglia rispetto al doppio standard che regola il giudizio sulla sessualità maschile e femminile, che consiste in una serie di piccoli privilegi in termini di assistenza, di “galanteria” di facciata a cui se ne guardano bene dal rinunciare. Piccoli esempi: che le donne paghino biglietti ridotti o non paghino per entrare in certi luoghi di svago, che abbiano diritto comunque ad assegni di mantenimento nei casi di divorzio è una particolarità assolutamente non riscontrabile a nord di Chiasso, il repellente e spesso ostentato utilizzo del matrimonio e dell’unione con il maschio come strumento per la promozione economica e sociale non ha eguali in contesti nordici. Mi ricordo ancora che nelle famiglie delle belle ragazze lo “sposare bene” era visto come una sorta di valore assoluto dalle madri e il fatto che la figlia “riuscita bene” dovesse evitare di avere rapporti con maschi di bassa estrazione sociale veniva promosso a valore, per non parlare di tutti i corollari obbligatori di passaggi in auto, cene pagate, regali per ogni festività comandata, etc…

     

    Se un’educazione così da terzo mondo è dura per le ragazze che invece sentono molte tensioni verso l’autonomia è infinitesimamente più dura per i maschi che non si rispecchiano nell’abito del machismo, che vogliono manifestare una maschilità ed un modo di essere (anche orgogliosamente come io sono orgoglioso di esserlo) maschio, che esuli dalla dimensione sportiva della seduzione e da valori di prepotenza, sopraffazione, ma che comprenda caratteristiche quali la gentilezza, la sensibilità, la timidezza, l’insicurezza e che contempli l’unione di coppia come l’unione di due soggetti in egual misura autonomi e maturi. Nella mia adolescenza ho sempre incontrato un razzismo da parte sia maschile che femminile verso tutto ciò che non rientrava nel machismo, ed ancora oggi gli uomini che grazie alla cultura si sono emancipati da questa visione da “uomo delle caverne” rientrano appieno nelle statistiche sulla crisi del maschio fatte dalle varie Palombelli e Rose Alberoni, a uso e consumo dei peggiori rotocalchi televisivi e settimanali femminili, nonché subiscono quotidianamente vari tipi di vessazione nei contesti familiari e della socializzazione.

     

    Ecco che quindi, a scapito di quello che si dice, l’atteggiamento dei cacciatori di uccelli e di figa “rumeni” ha tutta una sua accettazione sociale a monte di ogni considerazione di carattere sociologico, estetico e morale. Ci saranno signore pronte a dire di no ma tali signore, credetemi, sopporterebbero molto peggio un compagno anche solo vagamente tormentato ed asociale e di cui non possono vantare le capacità donnaiole quando sono dalla parrucchiera o l’idea che i loro figli maschi non vadano a donne, non vengano riconosciuti nelle loro capacità di sciupafemmine. Del resto le donne se ne guardano bene da coloro che non possono vantare una “piazza”, dall’andare dove non vanno tutte, per ogni Tommy Vee o Costantino che si vanta di avere avuto 150 fidanzate e di essere idolatrato, ci sono 149 uomini che ricevono il sesso e l’amore da minimi sindacali, il sesso e l’amore degli sconfitti, quando lo ricevono.

     

    Questo è stato, più di ogni altra cosa, il senso del mio lasciare il meridione e il pensare meridionale. Oggi che non sono più schiavo di quel sistema e di quel contesto tratto la cosa con quella certa ironia di fondo e con il sollievo di chi finalmente da quel treno di miserie è definitivamente sceso e se ne guarderà bene dal risalirci.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:17 | commenti (10)


    sabato, dicembre 03, 2005
     

    SULL'INVECCHIAMENTO E I SOCIOLOGI DELLE SCIAMPISTE

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    Vi accorgete che state invecchiando precocemente quando sentite quella ragazzina di 13-14 anni, che voi fate ancora fatica ad associare al concetto di mestruazioni, chiedere consigli a vostra moglie sulla pillola anticoncezionale e parlare di raffinate tecniche sessuali. Quando avevo 13 anni io vivevo le visioni notturne del programma “Frutto proibito” su Rte24h, conduce in studio Moana Pozzi, come il punto meno distante tra me e la sessualità. E pensare che qualche giorno fa me ne sono uscito, con la ragazza in questione, con un alquanto ingenuo “ma alla tua età già ti trucchi?”

     

     

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    Oramai non è più un mistero quella che è la mia professione: mi occupo di scienze sociali. Purtroppo quando in Italia dici “sociologo” l’immaginario corre verso i sociologi delle sciampiste che fanno della “sociologia da spiaggia”. Il sociologo delle sciampiste, a differenza del suo omologo estero, non scrive in pesanti riviste che seguono il modello di distribuzione dell’Olio Carli, non appare in noiose trasmissioni che vanno in onda dopo le 24, ambientate in studi minimal e scuri, ma campeggia nei patinati settimanali femminili, nei salottini di prima serata accompagnato da Valerie Marini e Anne Kanakis, nei Maurizi Costanzi Sciò. Cosa fanno in genere i nostri personaggi? Semplice, si inventano delle ricerche (fare le ricerche veramente richiede tempo, metodo e denaro) per fare notizia ed essere citati, immagino non gratuitamente, sulla carta stampata e nei rotocalchi pomeridiani di Mediaset.

    Cosa affermano solitamente i tizi in questione? Cose come che le donne italiane (le più disoccupate e le meno rappresentate nei livelli “alti” rispetto alle omologhe europee) sono da paragonare, in tema di emancipazione, alle svedesi e gli uomini sono spaventati da cotanta autonomia ed emancipazione; che i pedofili e gli stupratori sono quasi sempre “celibi e incensurati”; che 7 italiani su 10 sono spaventati dagli approcci da parte di sconosciute; il tutto anticipato da frasi del tipo “secondo un sondaggio basato su interviste telefoniche effettuate su un campione di 500 persone, rappresentativo della popolazione italiana” (per motivi che non vi sto a spiegare un campione rappresentativo almeno in parte della popolazione italiana dovrebbe ammontare ad almeno 90.000 individui; campioni di gran lunga inferiori, vedi auditel, sono per definizione inattendibili e rappresentativi, ben che vada, solo di se stessi). Insomma tutte cazzate che farebbero rabbrividire anche il lettore di un qualsiasi manuale 1.0 di sociologia generale ma che loro spacciano per scientifiche dall’alto talvolta delle loro cattedre universitarie (in Italia purtroppo tutto ciò è possibile). Addirittura c’è un noto pseudo-sociologo dal cognome tedesco che nei suoi studioli riesce a metterci anche un 15-20% di “non so”. Sappiate che costruire un questionario “serio” che dà luogo ad una percentuale di missing superiore ad un 5-6% significa, ben che vada, per noi comuni sociologi mortali prendersi un’energica lavata di capo dal proprio capo progetto o capo dipartimento e buttare tanto lavoro nel cestino, con “grande gioia” di chi finanzia la ricerca sociale. Certa gente non ha nulla a che vedere con la sociologia.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:45 | commenti (6)


    giovedì, dicembre 01, 2005
     

    NOTE A MARGINE ZURIGHESI/1

    Non c’è nulla di male nella solitudine di un non figo, considerando soprattutto che alla base della sua solitudine c’è l’essere conscio del proprio nulla, come diceva il Perozzi di “Amici miei”. Il non figo non si isola per supposta superiorità, come pensate erroneamente in molti, il non figo si isola quando si rende conto di essere né più, né meno come gli altri.

     

    Gli integrati non se ne accorgono, non si rendono conto come sia il nulla a cementare le loro relazioni, il non figo si e non vuole condividere con nessuno il proprio nulla.

     

    Il nostro non è snobbismo, spesso è disfattismo. Quando siamo su Msn messenger non facciamo attività da after hour, ma partecipiamo al rito di unione, appunto fittizia e virtuale, di tante solitudini mondiali.

    Pensieri e parole di kendostoe | 00:52 | commenti (9)