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lunedì, gennaio 30, 2006
HAMAS
In Palestina le elezioni sono state vinte, anche con un’ampia maggioranza, da Hamas.
Ovviamente il fatto che un gruppo di fondamentalisti religiosi sia andato al potere in una zona così “calda” del globo non è una cosa di cui essere felici. I governi occidentali hanno subito messo le mani avanti e proclamato ai quattro venti il loro “nessuna trattativa con Hamas”, il loro escludere la formazione islamica dal salotto buono della politica internazionale.
Benissimo, ma a questo punto mi sorge spontanea un’ osservazione: quando la democrazia si esporta, poi la si deve accettare. Insomma, tutti a tessere le lodi della democrazia, tutti a riempirsi la bocca con paroloni e ad esaltare quella che è ed è stata in fondo una grandissima costruzione metafisica, per poi non accettarne il più semplice e il più ovvio dei risultati.
Temo che in Iraq stia più o meno succedendo la stessa cosa, con gli sciiti (tanto per capirci quelli che governano l’Iran, il nuovo grande nemico internazionale) maggioranza nel paese, che hanno “democraticamente” prodotto una costituzione che contiene forti elementi di Sharia (nemmeno se mi rinchiudono in un lager stile Guantanamo e mi torturano definirò mai
la Sharia
come un qualcosa di democratico) in quello che con Saddam Hussein (sia chiaro, lungi da me difenderlo) era forse il paese più laico del mondo arabo.
In Afghanistan invece si festeggia la nascita di una democrazia con tanto di parlamento, corte costituzionale, corte dei conti e addirittura quote rosa, salvo poi leggere dai rapporti delle Nazioni Unite e di Amnesty international che ¾ del territorio afgano sono tuttora controllati dai signori della guerra, ben più rappresentativi e meno estranei alla cultura locale rispetto alle istituzioni esportate a suon di bombe dal “civile” occidente. Legittimazione carismatica del potere la chiamava Max Weber.
Michele Serra, ai tempi di “Cuore” diceva che il grande limite della democrazia è che votano anche gli stronzi, io direi che il grosso problema è che non si raccoglie nulla senza aver prima seminato, che è inutile parlare di democrazia in paesi che non hanno raggiunto, nella loro vita di tutti i giorni, una cultura democratica consapevole e una società civile, due cose che purtroppo non si costruiscono né per decreto, né con le bombe intelligenti, come spesso i grandi cantori della democrazia pensano di fare, salvo poi dire “con Hamas non si tratta”. Già, bella cosa la democrazia finta…
domenica, gennaio 29, 2006
DIRITTO ALLA VITA
E’ oramai da qualche giorno che aspetto la reazione indignata, in difesa della vita, di qualche esponente del mondo cattolico, contro la nuova legge sulla “legittima difesa” recentemente approvata dalla maggioranza “moderata” del parlamento italiano.
Stai a vedere che per i “difensori della vita”, che infestano come un cancro il panorama politico italiano, conta di più un embrione ariano di un ladruncolo albanese… Purtroppo su uno speciale di liberoblog dedicato alla nuova legge e a quel grandissimo coglione di Verona che ha inaugurato il far-west italiano, senza sapere che una legge per essere tale deve essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, povero coglione, ho letto un 90% di commenti che hanno accolto entusiasticamente la nuova normativa e di solidarietà nei confronti del gran coglione, alcuni con delle autentiche chicche sul genere “mentre i comunisti difendono i terroristi islamici…” .
Bisogna purtroppo prendere atto che la cultura dei diritti civili non appartiene culturalmente ed antropologicamente all’italiano medio, nonostante l’Italia sia la patria del grande Cesare Beccaria.
Potrà vincere la coalizione di centro-centro-sinistra alle prossime elezioni, cosa che sinceramente mi auguro, che porterà, almeno limitatamente al sistema politico, un qualcosa che sappia di civiltà ma purtroppo non è con un’elezione che si riempiono le teste in un paese abituato ad un’assuefazione di raiset, in cui lo stato attacca frontalmente anche gli ultimi bastioni della cultura, ho appena saputo da un mio amico che sono in forse la stagione lirica di Terni e Umbria Jazz a causa dei recenti tagli di fondi alla cultura, e in cui c’è una classe di professionisti dell’informazione che hanno gettato l’Italia ai livelli della Siria e del Burkina Faso come livello di libertà.
E’ necessaria purtroppo una rivoluzione antropologica che appare più che mai lungi dal venire.
venerdì, gennaio 27, 2006
BLOGGER BRAVA GENTE?
Mi ricordo che, ai tempi del baracchino, spesso ci si collegava e si finiva a parlare appunto di baracchini. Non c’è bisogno di scomodare McLuhan per dire che nella comunicazione il medium spesso sovrasta il messaggio e con il baracchino, così come con lo strumento telematico, spesso l’utilizzo del mezzo diventa fine a se stesso. Si parlava di baracchini perché essenzialmente non si aveva un cazzo da dire e siccome questo è uno di quei periodi in cui, vuoi perché vivo rapporti limitati e di lavoro con gli altri, vuoi perché la mia vita familiare va avanti in maniera felice e serena e quindi poco interessante, non ho un cazzo da dire, finirò per parlare nuovamente del blog.
Sostengo che ci sia una tendenza in atto che porta all’avvicinamento tra sfera reale e virtuale, vuoi per la banalizzazione delle esperienze, vuoi per l’alfabetizzazione informatica di massa, ciò ha portato inevitabilmente ad un appiattimento di contenuti verso il basso. Molti blog sono per contenuti quasi peggio di Italia 1, mi riferisco soprattutto ai diari intimi in pubblico, ai blog liste della spesa, ad agghiaccianti resoconti spesso fotografici di feste di laurea, sabati sera tra amici.
Tuttavia, quando parliamo di livello medio, c’è una cosa da dire: il/la blogger o utente di internet è mediamente (ancora) una persona migliore di quelle che incontri negli scompartimenti dei treni, nelle sale d’attesa, nei negozi di abbigliamento, nei pub e nelle discoteche o più in generale nella vita di tutti i giorni, spesso ha un fascino di base dato dal fatto stesso di avere un blog, qualche volta proprio un bel blog.
Il/la blogger ha aspetti e caratteristiche talvolta molto attraenti come la voglia di esprimersi, di mettersi in gioco, di raccontare, di scrivere, di comunicare, di assumere posizioni critiche, di cercare, di creare opinione confrontandosi con gli altri, accettando talvolta anche lo scontro di idee. I/le blogger fanno parte della fascia più alta degli utenti di internet, quelli che ne fanno un uso interattivo, consapevole e che hanno una cultura più elevata della media.
Ho fatto, anche recentemente, alcuni incontri scaturiti dal blog, senza parlare dei rapporti virtuali che intrattengo in maniera più o meno continua e devo dire che, in confronto a loro, l’universo che frequento al di fuori dei canali internettiani è generalmente molto meno informatizzato, meno colto, meno portato alla scrittura e all’introspezione. Le persone che conosco fuori da internet in genere hanno molte meno cose da dire, pensano che in Russia sono a -40° ma che è un freddo asciutto quindi molto più sopportabile dei -2° di Lugano, che di notte con tutti i neri che girano è diventato pericoloso andare per strada, che quando c’era il fascismo c’era maggior rispetto per le persone. Le donne non internettizzate hanno l’hobby dello shopping, dei vestiti, della discoteca, dei balli latini, invidiano le loro amiche che “sposano bene”, cercano il principe azzurro con i soldi, oltre questo hanno in genere poco da dire, vogliono l’uomo pagliaccio che le “faccia ridere”, sono tutte “un po’ matte”, non capiscono un cazzo di computer e l’unica cosa che spesso sanno fare è mandare “simpatici” allegati da 50 mb al tuo indirizzo di posta elettronica dell’ufficio, con la simpatica accortezza di tenere in chiaro tutti gli indirizzi della rubrica.
Ovviamente sono considerazioni personali, che non vogliono essere una generalizzazione vuoi perché oramai i due universi diventano sempre meno distinguibili, vuoi perché comunque anche le persone conosciute nel virtuale hanno anche loro una vita reale anche se spesso più povera di spazi espressivi, ed il virtuale non è la sostanza o un fine, ma solamente un mezzo. Non vogliono essere considerazioni esaustive, ma semplicemente indicare quella che, secondo me, è una tendenza ancora in atto.
Voi che ne pensate?
martedì, gennaio 24, 2006
SULLA POLITICA NEGLI STADI
Mi ero ampiamente ripromesso che non avrei mai parlato di Di Canio e del suo strano tic al braccio destro. Non amo parlare né con i fascisti, né di fascisti e onestamente il fatto che Di Canio si professi fascista non mi interessa più di tanto. Trovo, a dire il vero, in tutto il dibattito, un po’ comici gli interventi dei politici e dei presidenti delle società di calcio che “auspicano”, dopo oltre un decennio di curve pavesate da croci celtiche, uncinate e altri simboli politici, che la politica “resti” fuori dagli stadi.
Di fascisti purtroppo in Italia e in Europa ce ne sono tanti e di tutti i tipi, li riconosci dal loro teorizzare rischio e audacia con il loro culo ben al caldo, salvo poi inginocchiarsi davanti al potente di turno che parli questo il tedesco, l’inglese o il cinese. Ritengo che ai fascisti si dia troppa importanza e troppa visibilità mediatica, in fondo la loro è un’ideologia sconfitta dalla storia, si andrà sempre più verso una società multirazziale, al politecnico di Zurigo mentre i militanti dei DS* emettono i loro “üüüüühhhhh” e i loro latrati contro gli insegnanti stranieri 172 professori su 340 sono stranieri, e mentre i loro figli zucconi non superano gli esami di ammissione e continuano a biascicare in un pessimo tedesco sul complotto degli insegnanti stranieri, sul razzismo della sinistra contro gli svizzeri e sul fatto che loro sono “i negri del paese”, questi professori stranieri fanno vincere i premi nobel al politecnico. Questo è il futuro, questo è il nuovo mondo e per chi non lo accetta il problema è suo e al limite del suo psicanalista, potranno poi continuare a ricordare bei tempi andati, a rimpiangere i loro eroi morti impiccati a testa in giù come dei paperi nei ristoranti cinesi a Londra, cazzi loro.
Onestamente non mi interessa nemmeno il gesto di Di Canio in sé, è liberissimo di farlo, così come sorrido ai fascisti che rivendicano “libertà di espressione” proprio loro, dal basso di un’ideologia che non solo nega libertà di espressione ma addirittura diritto di esistenza ad intere categorie di persone. Oggi “i froci” manifestano sotto le loro sezioni, intervengono preti, politicanti a parlare di folclore, ma loro sono li e li prendono per il culo.
Però c’è qualcosa che onestamente non mi va giù e che nel vederla provo una sensazione di rabbia simile a quella che ho provato quando ho visto il film “La vita è bella” di Benigni: la banalizzazione di quelle che sono state le grandi tragedie del secolo scorso, la loro riduzione a litigi da moviola come fuorigioco e rigori o a burletta. Comunismo e fascismo ridotti ad un palio domenicale a servizio di quattro curvaioli isterici figli di mamma che su comunismo, fascismo e Mussolini non hanno letto nemmeno un libro e che fanno fatica anche a leggere per intero uno striscione.
E’ semplicemente penoso erigere i giudici sportivi, con le loro giornate di squalifica, a giudici della storia italiana: una o due giornate di squalifica se saluti romanamente, un 10.000 euro di multa se saluti con il pugno alzato... L’ideologia è una cosa seria, è una questione di vita o di morte e non di zona Champions League o di zona Uefa. E’ anche estremamente brutto vedere anche la comunità ebraica, con tutto quello che hanno passato gli ebrei, scomodarsi per queste infime beghe, per infime manifestazioni di piccola gente.
Chiederei a Di Canio e anche al comunista Lucarelli di smetterla, se non per decenza e politically correctismo per lo meno proprio per rispetto alle loro ideologie. Dire che il “Che Guevara” non è paragonabile alla svastica, guardando bene quella che è l’etimologia e la genesi dei simboli, è una cosa fin troppo ovvia, ma anche i simboli e la raffigurazione di uomini che hanno lottato contro l’oppressione, in quei contesti di teste vuote che hanno fatto dello stadio e della partita di calcio una questione di territorio, fanno “cattivo brodo”. E’ tutto molto triste.
*Partito svizzero di estrema destra che ha fatto del revisionismo storico e della xenofobia la sua ragion d’essere.
giovedì, gennaio 19, 2006
UNIVERSITA' ITALIANA
Nei giorni scorsi ho letto sulla Neue Zürcher Zeitung (segnatevi questa frase e tenetela presente in occasione degli happy hour, fa molto “figo”) un reportage dedicato alla fuga di cervelli dai paesi europei verso
la Svizzera
che, nella parte dedicata all’Italia, recitava più o meno che mentre fino a pochi anni fa l’Italia era un bacino di reclutamento per le Università e per i grandi centri di ricerca elvetici, oggi l’attenzione degli head hunter rossocrociati si va sempre più spostando verso altri paesi dell’area mediterranea, in particolare Spagna, Portogallo e Grecia e dell’est europeo. Tutto ciò perché “…ad un deterioramento delle condizioni economiche, professionali e di status del ricercatore italiano si sta sempre più accompagnando un altrettanto grave deterioramento della qualità della formazione universitaria…”; “…Gli standard qualitativi del sistema Università in Italia sono in caduta libera e verticale, con il rischio di farsi arrivare il sangue negli occhi…” prosegue il dossier. Per carità, lungi dal considerare il quotidiano zurighese come una sorta di bibbia, ma essendo considerato vicino agli ambienti della destra liberale e dell’alta finanza, ciò la dice lunga sulla considerazione che nei paesi vicini comincia ad avere il sistema educativo tricolore e sul prestigio internazionale millantato da quella shampista prestata al ministero della pubblica istruzione che ha dato, orgogliosamente, il nome alle tante riforme che stanno affossando il patrio sistema universitario.
Voglio comunque essere buono e avere un minimo di galanteria nei confronti della signora Moratti che, pur avendoci messo indubbiamente del suo, non può essere considerata come unico capro espiatorio di un crollo (annunciato) che ha delle radici ben più profonde da ricercare nel mix tra un regolamento europeo che non è propriamente il massimo e alcuni italici elementi di localismo, provincialismo e marketing alla amatriciana, nonché nella specifica grettezza e ignoranza della borghesia italiana, sempre più attenta, come dimostrano i recenti avvenimenti relativi al rinnovo del ccnl dei metalmeccanici, a risparmiare i 6 euro in tre anni di costo del lavoro (a costo di subire scioperi e andate di protesta che altrochè sei euro…) piuttosto che investire in qualità (del prodotto, del lavoro e della vita) e in innovazione.
Lo dico a costo di sembrare impopolare (anche se di essere popolare nei discorsi politici come nella vita non me ne è mai fregato un cazzo) ma il fatto che in un paese di 8 milioni di abitanti come
la Svizzera
ci sia lo stesso numero di città sedi di Università di una regione di 800 mila abitanti come l’Umbria è un fatto a dir poco sconcertante. Da una parte emerge la vecchia Italia dei campanilismi e del notabilato politico locale che si fa bello per il fatto di aver dato l’Università a Città di Castello o a Fabriano, dall’altra parte tutto ciò porta, oltre che ad un aggravio di costi e ad un dispendio di risorse, ad una serie di conseguenze a cascata. Provate un po’ ad immaginare un ministro della ricerca scientifica che si trova a dover spartire la percentuale del PIL più bassa del mondo occidentale spesa in ricerca tra centinaia di soggetti, tutti vocianti e incazzati che chiedono pari dignità con tanto di politici-sponsor, il risultato dei tutto ciò sarà che nessun ateneo farà più ricerca seriamente e che ci sarà uno scadimento della qualità nonché un aggravio di costi fatto pagare agli studenti in termini di aumento di imposte e di lentezza nei cicli di studi; provate a pensare a quanti studentati e alloggi per studenti fuori sede potrebbero essere costruiti con la soppressione delle costosissime e spesso inutili sedi decentrate…
Purtroppo la logica campanilistica ha avuto la meglio insieme al concetto, secondo me abominevole, di Università sotto casa, che ha creato una generazione di italiani (la mia) di perfetti smidollati, di stronzi e presuntuosi che mettono le braghe al mondo dalla loro comoda cameretta nella casa dei genitori, dove restano quasi fino alla soglia della senescenza senza crescere in termini di autonomia e di responsabilità, gente pronta solo a lamentarsi. Quando sento i politici parlare di difesa della famiglia avrei voglia di imbracciare tonnellate di artiglieria pesante o di augurarmi un attentato suicida di un qualche kamikaze islamico. Oltretutto, per giustificare tutto ciò, caso unico in Europa e forse nel mondo, ci si inventano continuamente nuovi corsi di laurea. Se prima dalle facoltà di sociologia uscivano sociologi generalisti, oggi escono esperti in “mediazione culturale delle popolazioni marocchine residenti nelle province di Campobasso e Isernia” oppure “specialisti nell’organizzazione dei servizi ospedalieri nella Locride e nella piana di Gioia Tauro” insomma, mi si passi il carattere un po’ grottesco ma non troppo degli esempi, si va verso un sapere iper-specialistico e settoriale che ben poco si addice con la flessibilità e la formazione continua che vengono richieste nei contesti europei, senza parlare poi della qualità della didattica e dei vecchi vizi in termini di baronato, clientelismo, nepotismo e vecchiaia del corpo accademico oramai endemici nella realtà italiana.
Alle giuste proteste degli studenti i politici rispondono barricandosi dentro i loro palazzi e con il medio alzato, intanto si consuma, dentro le aule universitarie, un altro evento dell’inevitabile declino del paese talmente evidente da resistere ai continui ritocchi di maquillage, invisibili solo a chi oramai non vuol più vedere. Almeno fino a poco tempo fa si poteva andare all’estero, ma tra qualche anno?
venerdì, gennaio 13, 2006
A OGNUNO LE SUE FOLLIE
Stavo un po’ riflettendo sulla strage (350 morti) di pellegrini a
La Mecca.
La mia prima e istintiva reazione è stata quella di dire “ma guarda un po’ fin dove arrivano certe forme di religiosità fanatica”. Difatti in certi riti religiosi c’è come un ottenebramento delle facoltà mentali e l’idea di 350 persone morte e più di un migliaio ferite a causa della calca di persone in preda all’estasi religiosa è un’immagine di per sé, oltre che drammatica, anche molto forte da un punto di vista emotivo e culturale.
Le reazioni, più o meno temperate dal politically correctismo più o meno di maniera, sono comunque state quelle di una presa di distanza, di richiamo alla propria alterità e comunque di un nemmeno tanto velato senso di superiorità verso un rituale considerato mistico e barbaro allo stesso tempo, sono state quelle di chi dice che “in fondo da noi queste cose non sarebbero successe” e di chi punta il dito contro una civiltà, quella islamica, giudicata sotto certi aspetti e manifestazioni come folle, irrazionale.
Da convinto laico che sono, questa tentazione l’ho un po’ avuta anch’io ma poi se uno ci pensa bene alla fin fine tutta questa alterità dell’occidente in fondo non esiste. Proviamo un po’ a calcolare i morti per incidente stradale di un normale sabato sera, i morti per le strade durante gli esodi di agosto, i morti causati dai fuochi di artificio, quelli negli stadi e avremmo un numero di gran lunga maggiore rispetto a 350.
Cosa voglio dire con questo? Che anche nelle società laicizzate e secolarizzate come le nostre ci sono dei bei lati di follia e forse all’estasi (religiosa) viene sostituita l’extasi di chi decide di vivere “al massimo” il sacro e pagano rito del sabato sera per poi, in preda allo stesso ottenebramento delle facoltà mentali, andare a schiantarsi con l’auto in autostrada, proviamo a sostituire a
La Mecca
(spero di non fare un paragone azzardato e irrispettoso nei confronti degli islamici) qualsiasi grande discoteca della riviera romagnola, qualsiasi stadio durante un incontro clou o qualsiasi agognata meta di vacanze estive: le manifestazioni evidenti, seppur appartenenti ai due diversi lati della medaglia sacro/profano, sono pressoché le medesime: quelle di un esodo disordinato, irrazionale, psicotico.
Ogni società ha quindi i suoi lati barbarici, ogni società ha i suoi “esodi”, le sue belle e brave follie e non credo che nessuna possa vantare, da questo punto di vista, una propria verginità o un proprio essere migliore dell’altra.
giovedì, gennaio 12, 2006
LA VITA DEL PUNTUALE E' UN INFERNO DI IMMERITATE SOLITUDINI
C’è una cosa che apprezzo particolarmente degli svizzeri: la loro proverbiale puntualità. Puoi chiedere un appuntamento anche al mega direttore galattico dott. Ing. Gran mascalzon di gran croc visconte Mayer che lui ti dirà un giorno e un orario che non avrà bisogno di riconfermare perché… è svizzero, tu ti presenterai con 10 minuti di anticipo e lui ti riceverà immediatamente. Un popolo che non ha il concetto di anticamera e di sala d’aspetto è un popolo del futuro. “Sono pignoli e schematici” direte voi. No, è diverso, sono civili.
In Italia l’arrivare in ritardo è addirittura un segnale di status, l’anticamera viene vista come una manifestazione di potenza, il farsi attendere è rivelazione del potere del dirigente sul subalterno, del selezionatore sul candidato ad un posto di lavoro, della donna sull’uomo, le donne poi sono bravissime a presentare i loro aspetti più maleducati e irritanti facendoli passare come simpatiche e pittoresche caratteristiche. Se sei uno che cerca lavoro o un impiegato di un’azienda o un dottorando di ricerca che si deve rapportare con un “potente” arriverai con i canonici 10 minuti di anticipo, aspetterai dai 30 ai 120 minuti e poi verrai ricevuto, in genere senza concludere un cazzo perché il potente che mostra i suoi muscoli con le irritanti manifestazioni formali in genere non concluderà mai un cazzo, sarà solo capace di mandarti a prendergli da bere, di trattarti da fattorino e da attendente personale. Fantozzi, nell’episodio in cui va al casinò di Montecarlo con il duca-conte Semenzara, arriverà alla stazione 7 ore prima, tutti sono terrorizzati dall’essere i primi a entrare in un locale. Il concetto di puntualità viene associato allo sfigato e nella determinazione del mio status da non figo questa è stata una variabile che ha avuto e ha il suo peso.
lunedì, gennaio 09, 2006
BATTISTI UNO DI NOI
Da alcuni giorni sto ascoltando in loop gli ultimi album di Battisti, quelli dell’era Panella tanto per intenderci, sono dischi non facili all’ascolto ma di una bellezza incredibile, dei grandi sfoggi di tecnica poetica mescolati ad un sapiente uso dell’elettronica e alla grande atmosfera e sensualità (la sensualità non ha sesso) trasmesse dalla voce di Battisti.
Ho sempre avuto un naturale moto di simpatia per il cantante sabino, vuoi perché ho sempre trovato le sue canzoni, nel rappresentare spesso la quotidianità e le piccole sensazioni di ogni giorno, sempre particolarmente azzeccate, vuoi perché è stato un personaggio nel suo genere unico. Battisti è sempre stato un perfetto isolazionista, un asceta distaccato dal resto del mondo, ha subito per anni un intollerante e intollerabile embargo da tutta l’intellettualità di sinistra, è stato tacciato di essere fascista (in realtà non lo era) e ha pagato lo scotto di non trattare temi politici, di interpretare in fondo “canzonette”, di essere un cantante giudicato erroneamente “disimpegnato” anche quando i protagonisti delle sue canzoni erano evidentemente degli antieroi, dei protagonisti di amori incompiuti, dei vinti e degli sconfitti se vogliamo, sicuramente dei non fighi. Ha subito l’embargo da coloro che oggi dicono che lo ascoltavano di nascosto, perché in degli anni di forti appartenenze ideologiche e di mancanza totale di sintesi e compromesso suonava come una vergogna ammettere di commuoversi davanti alle canzoni del grande Lucio.
Battisti ha avuto il coraggio di chiamarsi fuori da tutto, di sparire, di rifiutarsi di apparire in un mondo dove ha sempre dominato il presenzialismo e talvolta la volgarità, ha deciso ad un certo punto di non importarsene nemmeno del suo pubblico, di seguire strade impopolari, di tagliare i ponti con un passato seppur glorioso, giusto in tempo per non diventare macchiettistico ed ha creato qualcosa di nuovo e qualcosa comunque di fortemente convincente, benché non avallato dal successo in termini di pubblico e di vendite.
L’era Panella del cantante di Poggio Bustone sembra sempre più cadere nel dimenticatoio, addirittura (segnale dei tempi moderni) questi album sono praticamente quasi introvabili anche su emule e, nelle odiosissime raccolte postume, vizio di cattivissimo gusto di tutta l’industria discografica che sono sicuro che Lucio Battisti non avrebbe mai autorizzato, non compare nessuna canzone nata dal connubio con Panella. Eppure secondo me questi brani sono frutto di una scelta coraggiosa, sono decisamente apprezzabili e nei temi c’è comunque un forte filo di continuità con il Battisti di sempre, comunque sono parte di lui, di una persona dal grande coraggio, di quell’uomo schivo e isolazionista, di un non figo, di uno di noi a cui è dovuto il mio tributo.
giovedì, gennaio 05, 2006
REALTA' VIRTUALE
Noto oramai da tempo come ci si stia avviando verso la fine della virtualità e come internet si stia trasformando da strumento “freddo” a strumento “caldo” di comunicazione.
Un tempo il blog e tutte le forme di comunicazione via internet erano il regno dell’anonimato, la fine della corporeità nelle relazioni umane, il contenuto che aveva la meglio sulla forma. Oggi sembrerebbe che la situazione si stia capovolgendo. Due blog su tre sono diventati sconcertanti mostre fotografiche degli autori, c’è la voglia di apparire a tutti i costi anche a scapito della sostanza e il successo di Flickr e degli altri siti di photo sharing è la riprova di una tendenza oramai ineluttabile.
Nel giro di pochi mesi il software skype ha raggiunto i 228 milioni di downloads, vuoi per i costi telefonici nettamente competitivi, 2 centesimi di euro al minuto senza scatto alla risposta per chiamare dalla Svizzera in Portogallo o in Italia (con la telefonia tradizionale spenderei 15 volte tanto, non parliamo poi delle card internazionali, veri e propri strumenti di truffa organizzata) vuoi perché sostituisce alla comunicazione scritta la comunicazione verbale, presentandosi come un ritorno in pompa magna e in forma tecnologica del vecchio CB.
Non esiste più il parallelismo tra reale e virtuale, non sono più due dimensioni con punti di incontro ma tutto sommato distinte, stanno diventando la stessa identica cosa ed ho seri dubbi che tutto ciò faccia bene e sia funzionale ad una comunicazione di qualità e alla circolazione delle idee. Siamo sempre più alla parete di cesso, al trionfo dei banalizzatori, agli stantii racconti di vite beat generation di maniera di universitari di Avellino e alla vetrina per le peggiori aspiranti troie televisive. Siamo al parente povero dell’esperienza televisiva o per lo meno ci stiamo arrivando.
domenica, gennaio 01, 2006
THERE IS A MONOPARTY YEAAAAHHHHH!!!
Ore 01:15: Seduta fiume di skype con la mia dolcissima Carla, drink in compagnia dei miei vicini di casa peruviani che stanno dando luogo ad una serie di danze andine, ora sto ballando da solo YMCA dei Village People. Splinder sta sfanculando i commenti.
Ore 01:30: Cristiano Malgioglio su rai uno sta cantando “pelame” insieme ad un gruppo di tamarri cubani culette-uomo. Il Che Guevara si starà rigirando nella tomba. Che ne dite lo prendo o no il VichsMediNait?
Ore 01:40: A sentire la gente che incontro sulla rete irc, chattare è un’attività da after hour e non l’incontro di solitudini mondiali, è entrata intanto su msn Alessandra da Bologna che ha passato il capodanno in una clinica psichiatrica o giù di li dove lavora. Carlo Conti e Gigi Marzullo chiudono la serata su rai uno. Domanda di Marzullo: nella vita è importante dove si è, dove si va o essere felici mentre si cammina? Risposta di MonsieurDosto: ma va a cagare Marzullo!
Ore 02:00: Mi sto ingozzando di ciambelline al mosto direttamente dall’Umbria, sarà l’effetto psicotropo del mosto contenuto nelle ciambelline se sto molestando pesantemente ogni donna che incontro in chat? Intanto in una tv locale c’è Andrea Mingardi che gioca a fare il giovane con un contorname di ballerine di fila over 40 (anni) e over 70 (kg).
Ore 02:45: Sto ascoltando a volume da tamarro “Menina Bahiana” di Gilberto Gil , intanto in Portogallo mia moglie è vistosamente ubriaca, mi ha appena chiesto perché non le scrivo una canzone bella come “Lugano Addio” di Ivan Graziani.
Ore 03:10: Indosso il pigiama ascellare, uno dei grandi piaceri della vita, sto guardando la pubblicità dei coltelli miracle blade, addirittura ci tagliano i tubi delle marmitte. Interessante.
Ore 03:30: Chi più e chi meno sono tutti d’accordo nel definire, se non irritante, quanto meno una convenzione vuota di senso la notte di capodanno. Sarà un po’ come la storia che il 94,4% degli italiani si dice “fuori dalla massa”?
Ore 03:45: Ho sempre invidiato le donne, vuoi perché si possono permettere di rispondere con fastidio ai complimenti e ai tentativi di corteggiamento, vuoi per la loro fondamentale mancanza del senso della vergogna e della dignità. Su Rai Uno canta un certo Gigi Finizio, un tamarro napoletano con al suo fianco due ballerine di fila poco vestite che ballano muovendosi male e senza alcuna sintonia. Cosa spinge una donna a diventare ballerina di fila di Gigi Finizio? Ma una volta a casa si vanteranno di essere state in televisione ballando come deficienti di fianco a un Gigi Finizio qualunque? Perché io rabbrividisco all’idea di poter ballare in televisione di fianco a Gigi Finizio?
Ore 04:00: Rifletto sempre molto sulla solitudine, forse tutto si gioca sulla solitudine, forse il figo è colui che può decidere autonomamente quando stare solo, il figo è padrone della sua solitudine, il non figo ne è schiavo. O forse tutto si gioca sul binomio affettività/anaffettività. Tra il MonsieurDosto di oggi che passa il capodanno in casa da solo e quello di 10 anni fa che piangeva all’altezza della stazione di Fabro-Ficulle c’è proprio questa differenza, 10 anni fa ero anaffettivo. Ho solo un desiderio irrealizzato nella vita: vorrei essere bello, almeno un giorno nella vita vorrei essere solo un bell’uomo e basta, senza tante altre rotture di coglioni.
Ore 04:15: E con questo chiudiamo i post sul monoparty. Sto chiudendo la serata con un actimel alla fragola, quello che se dopo 15 giorni non raggiungi la regolarità intestinale ti rimborsano. Ma come fanno? Si fidano? Basta che io dica che non cago e mi ridanno indietro i soldi spesi in actimel? Ad ogni modo è un ottimo prodotto e un bel modo per chiudere la nochevieja. Buonanotte e buon anno a tutti voi.
Ore 16:30: Ti accorgi che stai invecchiando quando non conosci nessun brano della top ten del momento ma soprattutto ti accorgi che stai irrimediabilmente invecchiando quando ti svegli con il mal di testa anche dopo un monoparty. Ho quasi finito di scaricare il file con tutte le serie complete dei Simpson, ho pranzato con caffè e brioche al bar della stazione, oggi resto in casa, domani si riprende a lavorare. I bar delle stazioni sono luoghi tipici del non figo isolazionista, sono luoghi a-topici e decontestualizzati e poi i negozi dentro la stazione, insieme ai “piccadilly” l’equivalente svizzero degli autogrill, sono gli unici luoghi aperti la domenica.
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