MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

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    giovedì, marzo 30, 2006
     

    SE NE PARLA NELLA PIAZZA DEL PAESE

    Purtroppo Silvio Berlusconi e la sua coalizione vinceranno le elezioni. Perché? Perché l’Italia è una paese pronto a credere a tutto ciò che è grottesco anzi, più il tutto diventa grottesco più viene considerato credibile. Berlusconi dice che l’Italia è una sorta di paese delle meraviglie, dove tutto va bene e credo proprio che nei monolocali a 800 euro al mese, con impianto di riscaldamento revisionato nel 1981 e non funzionante e gli avvisi di bollette insolute da pagare, ci siano degli italiani, esponenti della classe media, che credono che tutto ciò sia vero. E’ vero perché lo hanno detto in tv, è vero perché era scritto da qualche parte.

     

    Da buon frequentatore del villaggio globale e mai termine fu più azzeccato per descrivere la dimensione telematica e virtuale dei rapporti visto che vengono riprodotte le logiche di cortile e di piccola comunità locale (appunto di villaggio) su scala planetaria (quindi globale) ho un po’ seguito e mi sono appassionato al caso UnaCrisalide/Anturium. Per chi non lo sapesse più o meno è successo che una ragazza che ha partecipato ad un blog-reality si sia inventata la sua vita e soprattutto la sua morte di cancro suscitando forti emozioni. Chi ha vissuto da vicino l’esperienza del cancro e quella della morte di una persona giovane sa bene che sono esperienze che scuotono le corde delle coscienza e delle emotività ed è anche in parte comprensibile il risentimento di chi si è un po’ sentito preso in giro dalla vicenda. Li comprendo.

     

    Però ragazzi, dai! Adesso mi chiederete cosa c’entra Berlusconi immagino? Analizziamo la vita della signora UnaCrisalide. Bella ragazza di origini sarde, 25 anni, famiglia numerosa, i ben informati parlano di 8 figli, genitori scomparsi quando lei era in tenera età affidando lei e i 7 fratelli/sorelle ad una nonna, vita difficile, ha un figlio da un campione di basket, si ammala di cancro, subisce un trapianto di fegato ma poi tira fuori le unghie e gli artigli e stanca della vita in Sardegna si trasferisce a Milano dove vive in un appartamento dietro il Teatro la Scala e lavora come stilista per Dolce e Gabbana, il tutto fino al tragico epilogo, annunciato dalla sedicente sorella Anturium. Insomma, sembra un film sul cosiddetto (e falso) sogno americano, peccato che il tutto sia ambientato in Italia.

     

    Cominciamo con il dire che in Italia una famiglia dalle umili origini, con 8 figli, appartiene generalmente al sottoproletariato più degradato e poi, ma dove cazzo vivete? Credete davvero che nell’Italia di Berlusconi sia davvero possibile questa mobilità sociale verticale? Credete davvero che una persona a 25 anni abbia il tempo di fare una storia con un campione di basket, avere un figlio e l’esperienza della maternità, sconfiggere due cancri, subire un trapianto di fegato, fare carriera, trasferirsi nella Milano strabene dove comunque un lavoratore dipendente, mettiamo anche guadagni 5000 euro ma oramai non li guadagna nemmeno un direttore generale, non può minimamente permettersi di vivere? E poi dai!!! “dietro La Scala ”!!!  Ma lo vedevo solo io quel paese stantio dove non c’è spazio per nulla di nuovo, dove il potere è saldamente in mano alle solite vecchie cariatidi, dove vige e domina il familismo amorale e dove i 25 enni ben che vada hanno un co.co.pro in un call-center? Ma secondo voi ce la può fare veramente una ragazza madre 25enne, sarda e di famiglia umile, malata di cancro e con il fegato trapiantato? Non scherziamo su! Era una storia che andava presa come le storie che raccontano i cazzari al bar e tra una cazzata e l’altra magari ti rendi conto che certi cazzari sono anche molto simpatici e ciò li rende apprezzabili più dell’essersi trombati 7 donne in un sol colpo a Cuba e anche se il pesce che ha pescato quella volta che è andato a pesca diventa ogni volta sempre più grosso.

     

    Bene, UnaCrisalide/Anturium vi ha preso per il culo tutti, tutti voi che credete che basta essere una bella figa per avere il massimo successo nella vita, e nel mondo della moda, che non vedete che su una che ce la fa ce ne sono mille che muoiono letteralmente dietro a questo sogno di carta e quelle che ce la fanno verranno poi scaricate, fatte cadere nel dimenticatoio, perché la civiltà dell’immagine ha bisogno di immagini sempre nuove, non tollera il vecchio, voi che credete che la vita e la società siano un varietà mediaset, voi che credete al tutto che è falso e al falso che è tutto, che credete al mito della Milano berlusconiana. Se avete creduto, anche un attimo, che la vita e la morte di UnaCrisalide potessero essere state vere, allora Berlusconi ha già vinto.

     

    Ma chi è questa UnaCrisalide/Anturium? Forse un genio. Un genio dell’ovvio poiché ha fatto quello che tutti fanno, non solo nel virtuale, ossia dare una rappresentazione di sé. L’uomo non vuole mai essere ciò che realmente è, il tutto fa parte della natura umana, nessuno ha il dovere morale di manifestare il vero sè stesso, anzi, il vero sè stesso forse non esiste, allora l’uomo, per dirla con Labranca “…emula, fallendo, modelli più elevati (trash), si dedica alla magniloquenza (barocco brianzolo), si getta a capofitto nei luoghi comuni perché ha paura delle diversità (cialtronismo) o ne crea di nuovi (non fighismo n. d. a.)  e cerca disperatamente di elevarsi dalla sua condizione di umiltà, rovinato da modelli televisivi di "bellezza" fisica o da stili di vita fintamente trendy (neoproletariato)...”  la vita è un’immensa rappresentazione, poi c’è chi calca un po’ troppo la mano e nel virtuale è tutto più facile, è un gioco, un bluff a cui tutti partecipiamo anche se poi ci indigniamo e facciamo gli offesi quando di questo gioco vengono scoperte le regole che tentiamo fino all’ultimo di negare, anche spudoratamente. Ma alla fine? Alla fine siamo sempre più brutti della nostra peggiore foto, alla fine creiamo inclusione/esclusione sulla base di concetti così difficili da maneggiare come quelli di vero e falso, non ci chiediamo mai quanto vero ci sia dietro il falso e viceversa, alla fine il globale si riduce alle regole del villaggio, alla “condanna della piazza del paese” e tutti, proprio tutti, ci prendiamo e prendiamo troppo sul serio, non ci accorgiamo che tutto spesso è un gioco, che tutto è affabulazione, alla fine forse tutto dovrebbe risolversi nell’interrogarsi se c’è un limite al fake e se questo limite debba essere quello della malattia e/o della morte. Nel caso di UnaCrisalide/Anturium è tutto così grottesco, è stata così grottesca la rappresentazione della vita che è impossibile indignarsi per la rappresentazione della morte, allora ci dovremmo indignare anche quando la morte entra al cinema, in televisione, nella letteratura.

     

    Di sicuro c’è che se UnaCrisalide/Anturium lo ha fatto apposta ha raggiunto il suo scopo (genio) al punto che anch’io sto qui a parlarne, se non lo ha fatto apposta ha fatto morire una delle sue mille sfaccettature (schizofrenia). In ogni caso tra genio e schizofrenia la linea è sottile, quasi invisibile.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:45 | commenti (21)


    martedì, marzo 28, 2006
     

    REALITY BLOG

    Protagonisti del dialogo: Kathrin (collega zurighese); Monsieurdosto.

     

    Kathrin: che te ne pare di Emma Bonino?

    Monsieurdosto: è una persona che stimo moltissimo, una laica liberale, insomma in un contesto normale che non sia quello italiano sarebbe un’avversaria che avrebbe tutto il mio rispetto. Il dramma dell’Italia è che anche un perfetto liberale, quindi un laico, una persona a favore della liceità della persona, della libertà di ricerca, è visto come un rivoluzionario. Prendi M. (collega esponente dell’ala conservatrice del partito liberale radicale) ieri parlavo con lui ed è favorevole all’eutanasia, alla legalizzazione delle droghe leggere, alla somministrazione controllata di eroina, all’ingresso di stranieri in Svizzera, è un laico, è nettamente contro le ingerenze delle chiese in politica, è contrario alla pena di morte e ad eventuali leggi sulla “legittima difesa”, è un convinto difensore dello stato di diritto, un vero garantista, eppure dice di essere di destra. In Italia sarebbe più a sinistra dei centri sociali.

     

    Kathrin: quindi voterai per la Rosa Nel Pugno?

    Monsieurdosto: mi piace molto che quel partito sia nel centro-sinistra, ma non lo voterò, sarei contento se Emma Bonino diventasse ministro o addirittura, come avevano proposto un po’ di tempo fa, Presidente della Repubblica ma ci sono delle discriminanti serie che mi separano dalla Rosa Nel Pugno, cioè la loro posizione sulla guerra in Iraq alla quale io sono nettamente contro, come sono contro tutte le guerre, la loro adesione un po’ troppo acritica a tutti i dogmi del liberismo. Io mi reputo oltre il pensiero liberale, nel senso che a quel pensiero dobbiamo molto, sono nettamente a favore delle libertà e dei diritti fondamentali dell’individuo, sono a favore dello stato di diritto, della legittimazione legale-razionale del potere, ma il liberalismo ha fallito nei suoi stessi principi sul piano economico.

     

    Kathrin: ti riferisci alle povertà che ha creato nel mondo?

    Monsieurdosto: anche, ma non solo. Il pensiero liberale partiva dal presupposto di una libera competizione, delle pari opportunità e del premiare i meriti. Oggi come oggi è un sistema che non ha più legittimazione morale, si è perso del tutto il principio morale che sta alla base dei meriti, perché una Naomi Campbell merita e una qualsiasi bella ragazza di colore solo perché è nata in Angola deve morire di fame? Ho una visione fortemente morale del mio essere comunista, prenderei molte cose del pensiero liberale ma ne supererei molte altre. Sono uno che parte da una forte e radicale critica al sistema capitalista. Il liberalismo, come tutte le grandi narrazioni del mondo, ha avuto una sua forte spinta propulsiva che reputo esaurita da tempo. Il colonialismo e l’imperialismo sono state le tombe del pensiero liberale.

     

    Kathrin: la sensazione che ho è che l’Italia sia retrocessa ad un livello pre-liberale, è ancora in discussione la laicità dello stato; la ricerca e  la pubblica amministrazione seguono ancora delle logiche familistiche e feudali, dai… i nostri colleghi a Francoforte avevano tutti lo stesso cognome e poi, scusami se parlo da vetero-femminista, ma quando guardo la rai mi sembra di guardare la televisione egiziana, cavolo tutti uomini quando si parla di politica! Almeno Emma Bonino è anche una donna.

    Monsieurdosto: stimo molto la Bonino come persona, non in quanto donna. In Italia le donne impegnate, soprattutto quelle di sinistra, sono persone estremamente prevedibili, di una noia mortale, ne conosci una e le hai conosciute tutte, ti tirano sempre fuori le solite idee, i soliti autori, i soliti Baricco, Mazzantini, Terzani… Terzani poi porta una sfiga tremenda. La Bonino è diversa, ti sorprende sotto molti lati è la donna che non ti aspetti, lei può fare molto per le donne in politica, di sicuro molto di più di tante sdilinquite di sinistra.

     

    Kathrin: Non pensi che sia il caso di mettere delle quote?

    Monsieurdosto: Sono fondamentalmente contrario o meglio, possono andare bene come strumento, i fattori che impediscono alle donne di entrare in politica sono però tanti altri, le quote vanno bene se sono un mezzo, non se sono un fine. Il rischio concreto che esiste in Italia è di trovarsi 190 Santanchè e 10 Bonino in parlamento. Le donne non sono dei panda che vanno protetti, sono persone, hanno le stesse mediocrità degli uomini, non credo che migliorino la politica in quanto donne, il meccanismo delle quote è un implicito riconoscerne l’inferiorità, è un discorso del tipo non ce la fanno da sole allora aiutiamole. Dovremmo invece aiutarle a farcela da sole.

     

    Kathrin: Per chi voterai quindi?

    Monsieurdosto: Rifondazione Comunista, anche se avrei centomila cose da dire e centomila motivi per storcere il naso, comunque continuo a dare fiducia a questo partito.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 17:52 | commenti (14)


    domenica, marzo 26, 2006
     

    INVASIONE ALIENA

    Molti di voi ricorderanno sicuramente il film “Men in black”. La sceneggiatura narrava che, mescolati ai terrestri, vivevano da tempo degli alieni che si dedicavano ai lavori più normali e si mimetizzavano perfettamente tra la popolazione.

     

    Ebbene si, ho la dimostrazione che quel film raffigurava benissimo la realtà. Il reality show non è una trovata televisiva ma tutti noi viviamo all’interno di un immenso reality e in questa grande drammaturgia ci sono dei figuranti, probabilmente degli alieni, ma non escluderei che si tratti di robot, ologrammi o umanoidi, che recitano quotidianamente parti di contorno in quelle che sono le nostre esistenze. Ne ho individuati alcuni:

     

    Famiglia meridionale: Si tratta di una famiglia meridionale composta da madre, padre e due figli, generalmente un maschio e una femmina in età scolare, tutti i componenti della famiglia sono in evidente sovrappeso, di solito vestono con abiti di scarsa fattura, la mamma tende ad indossare in genere fuseaux dai colori più improbabili (vanno per la maggiore il viola e il rosa confetto) accompagnati dai classici zoccoli neri in legno con la gomma sotto. Habitat naturale della famiglia meridionale è il centro commerciale nei giorni e negli orari di maggior frequentazione. Li riconoscerete, oltre che per le già citate caratteristiche, dalla presenza nel seggiolino del carrello del figlio maschio che piange rumorosamente, dalla figlia femmina trascinata per mano dalla madre e dal padre che rimprovera, senza alcuna autorità, i figli per le loro intemperanze, nonché da un’ espressione facciale che indica una tensione che si taglia con il coltello. Li incontri in qualsiasi centro commerciale, mi è capitato di vederli nelle città di Terni, Bologna, Milano, Como, Varese, Mendrisio, Lugano, Basilea. Stranamente questa tipologia di umanoidi è del tutto assente nei centri commerciali delle regioni dell’Italia meridionale. Al di fuori del loro habitat naturale è impossibile incontrare singolarmente i membri della famiglia meridionale, i figli non risultano in nessuna scuola elementare della zona, così come non vi è traccia del padre e della madre. Sarà mia premura, la prossima volta, seguirli. Se il blog non verrà più aggiornato sarà perché ho scoperto qualcosa di grosso.

     

    Anziano portoghese con la coppola: Trattasi di signore molto anziano, dalla pelle rugosa e olivastra e dal naso pronunciato che è solito indossare la cosiddetta coppola (o beccaccia sulla base del dialetto). Sotto la coppola presenta una calvizie e una traccia di vitiligine alla base del cranio e pochi capelli bianchi tagliati corti nella zona occipitale. E’ solito vestire con giacca a quadri, maglione color vinaccio,  pantaloni e mocassini neri. E’ solito comparire nei servizi televisivi sulla comunità portoghese in Svizzera o nei documentari sul Portogallo in genere dedito alla pesca e all’agricoltura o all’ozio nella piazza del villaggio. Durante i numerosi viaggi in Portogallo non ha mai manifestato la propria esistenza, nessun portoghese dice di conoscere persone con quelle caratteristiche e coloro che sono residenti in Svizzera sono del tutto ignoti alla Polizia Stranieri e all’AVS nonché alla popolazione residente. Leggende narrano che nei sotterranei delle sedi dell’associazionismo portoghese si trovino, rinchiusi in delle teche di vetro, migliaia di anziani portoghesi con la coppola pronti, come tanti emuli di Paolini, a uscire allo scoperto davanti alle telecamere.

     

    Gente sui treni: La verità è che il treno non è utilizzato quasi da nessuno cosicché le compagnie ferroviarie di tutta Europa, per nascondere i loro buchi di bilancio che ricadono sulle spalle dei contribuenti, hanno ingaggiato una serie di figuranti che fanno credere all’opinione pubblica che i treni sono in realtà molto frequentati. Ce ne sono di varie tipologie: dalla famigliola slava o albanese con tre figli, il più grande di 5 anni, e moglie incinta che siede nel posto da te prenotato smentendo tutte le statistiche sulla bassa natalità, ai tedeschi dediti al bivacco, al signore veneto che parla in falsetto, fino alla sopraccitata famiglia meridionale e alle ragazze obese americane con i sacchi a pelo giganti. Anche queste persone all’infuori del treno non hanno vita.

     

    Frequentatore di agenzie di scommesse sportive: In genere si tratta di individui che ricalcano pienamente le caratteristiche lombrosiane del soggetto deviante, di soggetti affetti dalle patologie fisiche più strane come il nanismo o di signori grassi con la maglietta nera che ricalcano le più disparate varianti dialettali sulla base della zona dov’è situata l’agenzia di scommesse. In qualche caso abbiamo anche il signore distinto con cellulare, in genere Motorola Star-tac o altri modelli comunque superati. Ovviamente di tali individui non vi è traccia al di fuori delle agenzie di scommesse sportive.

     

    Cassiera dell’hard discount: Generalmente ragazza dall’età indefinibile, dalla corporatura tarchiata corredata da occhiali da ipermetrope e acne fino alla soglia della senescenza, dall’aspetto arcigno, dai modi bruschi e dalla mancanza totale di ogni forma di sorriso e di gentilezza. Leggenda narra che si tratti di una trovata delle grandi catene di hard Discount per fare sentire socialmente inferiori i propri frequentatori rispetto a quelli dei più blasonati centri commerciali e per rimarcare l’esistenza delle classi sociali.

     

    Possibili ulteriori aggiornamenti.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 22:13 | commenti (4)


    venerdì, marzo 24, 2006
     

    BRUTTI INCONTRI

    Fare la sauna con due attempate signore tedesche prive di senso del pudore è il metodo più sicuro per diventare omosessuali. Non ci sto dormendo da tre notti, mi sento un po’ come Carlo Verdone, nell’episodio di “Bianco Rosso e Verdone” in cui accompagna l’anziana nonna a votare, quando intravede il sesso femminile attraverso la boccia di vetro di un pesciolino rosso e riferisce all’anziana nonna di essere rimasto impressionato dalla visione del “sotto delle donne”. Una di loro, proprio per non farsi mancare nulla, aveva anche il sedere vistosamente arrossato che risaltava tra le carni bianchicce. Ho ancora davanti a me l’immagine, le vedo sullo sfondo del desktop, quando accendo la televisione, me le vedo anche attraversare la strada in prossimità di un semaforo e per quanto tenti di annullarle non ci riesco.

    Da una parte le invidio molto. Io non riuscirei a mostrare il mio corpo, comunque non bello ma non a quei livelli, con cotanta disinvoltura, dall’altra mi interrogo molto sul confine tra senso del pudore e della decenza, da un'altra ancora mi riprometto che eviterò categoricamente i centri benessere a meno che non me ne costruiscano uno assolutamente privato.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:55 | commenti (7)


    giovedì, marzo 16, 2006
     

    VARIE ED EVENTUALI

    Ho trovato il confronto Berlusconi-Prodi molto interessante, per una volta sono emersi dei contenuti. Mi fa ridere chi lo ha trovato noioso e trovo giusta la risposta di Prodi: “non siamo mica delle ballerine!”. Un paese normale è un paese che discute di politica in maniera giudicata “noiosa” dal grande pubblico e che superi finalmente la demagogia di temi comunismo-anticomunismo; aborto-non aborto; i “froci” possono o non possono essere giudicati delle persone. Fare politica è anche un’attività tecnica, che richiede delle conoscenze. Mi fa ridere (per non dire piangere) il fenomeno tutto italiano di politici che si vantano di non essersi mai occupati di politica e che sbandierano tutto ciò come un merito, una garanzia di incorruttibilità. Non mi farei amministrare da un non-politico così come non mi farei operare da un non-chirurgo.

     

    Se potessi esprimere una preferenza, cosa che viene espressamente esclusa dalla legge elettorale, voterei Vladimir Luxuria. E’ una persona preparata, ha una laurea e un dottorato in lingue straniere con il massimo dei voti, ha avuto un’esperienza di vita di tutto rispetto, ha conosciuto il degrado umano, ha il coraggio di essere sé stessa in una realtà ostile, dice cose intelligenti ed ha una grandissima cultura. Capisco che quando si parla di cultura e spessore umano non c’è niente di più distante da chi conferisce ad un mediocre odontotecnico la poltrona di ministro per le riforme istituzionali, ma c’è bisogno di ridare la politica in mano a gente preparata.

     

    Berlusconi-Annunziata: allora, chi lascia l’arena ha sempre torto tuttavia se uno dice “mi faccia terminare il discorso” sarebbe quantomeno buona educazione farlo terminare. Non manifesterò nemmeno sotto tortura simpatia per Lucia Annunziata, è ancora vivo il ricordo di come (non) ha fatto il presidente di garanzia della Rai e della vicenda “Raiot”.

     

    La destra comincia a denunciare possibili brogli elettorali, il ministro del lavoro Maroni dice che dietro gli extracomunitari in fila alle poste c’è la regia della sinistra (forse intendeva dire che sono figuranti di Nanni Moretti?) insomma: vittimismo e piagnonismo. Forse il centro-sinistra vincerà le elezioni anche se alla prima tassa tutti ridiventeranno berlusconiani.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:08 | commenti (18)


    martedì, marzo 14, 2006
     
    Pensieri e parole di kendostoe | 11:11 | commenti (10)


    giovedì, marzo 09, 2006
     

    ESPERIENZE CHE HANNO FATTO UN MONSIEURDOSTO. LA SIGNORA T.

    A giugno compierò 33 anni, un’età nella quale non puoi più dirti giovanissimo. Vieni semplicemente considerato come “giovane” ma non abbastanza giovane dal non poter introdurre i tuoi racconti e i tuoi aneddoti con la proposizione “ai miei tempi”.

     

    Ai miei tempi frequentavo un liceo classico di provincia e ai miei tempi il liceo classico di provincia non era come adesso, non era un ricettacolo di sinistroidi radical chic ma era un luogo dove l’identificazione si basava esclusivamente su certe differenze censitarie, ben lungi dall’essere percepite come storture sociali, considerate addirittura come segnale di civiltà superiore.

     

    Di alcuni aspetti di quella inutile e stronza stagione chiamata adolescenza ve ne ho già parlato a lungo nei post dedicati al non figo. Anni ’80 vissuti nel contesto macro di una Terni in crisi economica e di valori, completamente estraneo ad un ambiente scolastico composto da stronzissimi figli di bottegai, medicozzi e avvocatuncoli di provincia, i severi e improbabili maglioni e pantaloni perbenisti imposti da mia madre, il patologico ritardo che mi portavo nel tragitto verso la stazione dove passavano i treni della sessualità e dell’affettività adolescenziale, treni irrimediabilmente persi che poi avresti passato la vita a rincorrere, un rapporto con mia madre che mi avrebbe preservato dal frequentare psicanalisti visto che era fin troppo chiaro che gran parte delle mie frustrazioni sarebbero state dovute a lei e che non c’erano conflitti latenti da smascherare, dato che i conflitti con mia madre sono sempre stati ben manifesti, come sono ben manifesti i conflitti con una persona che ti rimprovera spesso anche cose di cui non hai colpa, a partire dal concepimento.

     

    C’erano poche cose da salvare nella mia vita, ma quelle poche cose poi hanno fatto la differenza. Tra quelle poche cose c’era lei, la Signora T. La signora T. è stata per anni la mia insegnante di tedesco, già dall’età di 14 anni maturai un forte spirito europeista, mi sarebbe piaciuto in futuro vivere e lavorare all’estero, un estero da me trasfigurato come una sorta dio paradiso di non fighi, così mi misi a studiare le lingue prendendo parte a delle attività integrative e a dei corsi privati.

     

    La signora T. era quella che si direbbe una splendida trentacinquenne, una donna dall’aspetto e dal portamento decisamente raffinati, dai tratti teutonici, una signora nel vero senso della parola, ben lontana dalle volgarissime ternane “mogli di…” e madri di miei compagni di scuola o dalle future borsette troiette delle mie compagne, una donna che comunicava immediatamente indipendenza, risolutezza, ma anche un’immensa dolcezza, un contrasto tra lo sguardo tipicamente nordico e azzurro glaciale e le sue forme morbide e materne. Di lei conservo delle immagini di una splendida femminilità, me la ricordo con un paio di fuseaux neri che evidenziavano la forma dei suoi fianchi e quel leggero accenno di pancetta sul quale avrei passato le notti, o quando legava i suoi lunghi capelli biondi e a me veniva in mente di baciarla dolcemente dietro l’orecchio, mi ricordo le sue splendide mani sempre curate che non ostentavano ne’ anelli ne’ gioielli costosi, il suo truccarsi sempre con gusto, mai niente di stonato, mai una goccia di profumo di troppo o un abbinamento di colori sbagliato.

     

    La signora T, fu il mio primo grande amore, il primo vero innamoramento. Un vero amore da non figo, un amore assolutamente impossibile e, naturalmente, assolutamente non dichiarato quindi non corrisposto, fatto di immaginazione di futuri possibili e irrealizzabili. Avevo pochi modi per dimostrare questo mio grande amore: una galanteria quasi da protocollo di ricevimento ufficiale, un cederle il passo alle porte quasi a volermi fare da parte dinnanzi a cotanta raffinatezza e un impegno maniacale, meticoloso, perfezionista nello studio della lingua tedesca. Ero lo studente che qualsiasi insegnante avrebbe voluto: serio, interessato, con curiosità sempre nuove, con la voglia di precorrere i tempi e di bruciare le tappe; del resto era l’unico modo che avevo per attirare la sua attenzione, per farmi stimare e apprezzare da lei e ci riuscivo, ricevevo grandi incoraggiamenti, una volta disse che ero il migliore studente che lei mai avesse avuto e che dovevo assolutamente continuare a studiare il tedesco.

     

    Conservo ancora i ricordi dei pochi contatti fisici che ebbi con lei: una volta fu davanti alla macchinetta delle merendine quando lei mi porse delle monete sfiorando la mia mano con la sua, e un’altra volta che, mentre leggevo un brano alla classe, lei da dietro mi appoggiò una mano su una spalla e avvicinò il suo corpo a distanza di pochi centimetri dalla mia schiena. Tutte e due le volte provai la stessa sensazione percepita nell’attesa di quel rigore di Paolo Doto che avrebbe riportato la Ternana in C1 nello spareggio contro il Chieti. Spesso mi imbambolavo guardandole quei fili di capelli dietro l’orecchio, immaginandomi in sua compagnia nella rappresentazione della paccottiglia dell’innamoramento e dell’amore adolescenziale questo sconosciuto. Erano immagini che talvolta, nella perfetta solitudine o nei tragitti sopra il piaggio si, avrei accompagnato con qualche lacrima, quelle lacrime che viste da fuori potrebbero essere scambiate per allergia ai pollini e alle graminacee ma che solo tu sapevi che venivano dal cuore e dalle pene d’amore non corrisposto, prima che dagli occhi e dalla congiuntivite allergica e delle quali sentivi l’oppressione tra la gola e il petto.

     

    Alle immagini esteriori e gentili di un amore discreto, pulito e non corrisposto si affiancava un aspetto di gran lunga meno “nobile” e di sicuro meno da romanzo harmony, quello della masturbazione compulsiva. La signora T, insieme ad Edwige Fenech si giocava il non so quanto ambito e simbolico trofeo di regina delle mia fantasie onanistiche. La signora T. è stata, nel corso degli anni, la musa ispiratrice di un gran numero di seghe, nell’ordine delle centinaia, forse anche del migliaio.

    Me la immaginavo spesso nella cornice dei film erotici anni ’70, immaginavo che la spiavo mentre faceva la doccia o che facevo sesso con lei in un rapporto di soggezione insegnante-allievo o in un rapporto paritetico di amanti, all’interno delle cornici romantiche che avevamo imparato dai telefilm e dalle pubblicità.

     

    Se oggi sono dove sono lo devo a quel grande innamoramento, alla forza inconsapevole della signora T.  Se non avessi vissuto questo forte innamoramento non ci sarebbe stato nulla di quello che è venuto dopo.

     

    Alcuni giorni fa ho ricomposto quel numero di telefono che negli anni non ho mai dimenticato, mi ha risposto lei, le ho chiesto se mi riconosceva e lei ha esclamato sorpresa il mio nome di battesimo. Sapeva tutto di me: sapeva della Svizzera, della moglie, del bambino; glielo aveva detto mia madre un paio di volte che si erano incontrate alla Coop di Corso del Popolo, ovviamente mia madre ha omesso di raccontarmi di questi importantissimi incontri con la signora T mettendoli in una posizione gerarchicamente inferiore rispetto alle sue innumerevoli geremiadi.

     

    Nel risentirla e nel vedere in lei vivo il mio ricordo ho provato una duplice sensazione: una un po’ triste, dell’immigrato che torna vincitore nei luoghi che lo hanno visto sconfitto e verso i quali serba un po’ di insano rancore che, per quanto tenti di ricacciarlo indietro, ritorna spesso più puntuale che mai; l’altra di una profonda gioia e tenerezza nello scoprire di avere un posto nei ricordi e nella mente di quella splendida donna così diversa e così superiore rispetto alle altre. “Ma lo sa che io mie ero innamorato di lei?” nel sentire quella frase si è messa a ridere dicendomi che un po’ se lo era immaginato e che se la rivedessi adesso rimarrei sicuramente un po’ deluso visto che “gli anni passano per tutti, sai?”. “Ma no! Sono sicuro che è ancora una splendida donna” ho incalzato io, prima di scioglierci in una risata un po’ imbarazzata e nella promessa che presto si prenderà un caffè insieme.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:55 | commenti (27)


    mercoledì, marzo 08, 2006
     

    - FAMIGLIA

    Come al solito quando siamo sotto elezioni mi viene una nausea del tutto singolare dovuta al fatto che nei programmi di ogni partito o coalizione c’è sempre ripetuta, almeno alcune decine di volte, la parola “famiglia”.

     

    Si legge sempre di più che la famiglia andrebbe difesa, andrebbe aiutata, andrebbe promossa etc… e all’interno di questi discorsi non compare mai la parola individuo o la parola Uomo (nel senso di essere umano, non nel senso restrittivo della variabile di genere) insomma è come se in Italia ci fosse poca famiglia o la famiglia sia un istituto in via di estinzione da proteggere assolutamente.

     

    La realtà, chi come me vive all’estero può tranquillamente testimoniarlo, è che in Italia c’è decisamente troppa famiglia. Nel corso dei decenni la famiglia è divenuto il primo e ahimè spesso unico ammortizzatore sociale e il fatto che il 67% degli over 35 viva ancora con i genitori, nella Svizzera tedesca questa percentuale è del 10% ed è in genere rappresentata largamente da individui portatori di handicap o da stranieri, è un elemento altamente preoccupante, forse alla base stessa anche di fenomeni quali la carenza di lavoro specializzato e la stagnazione economica.

     

    In Italia abbiamo una sorta di “familismo bloccato” che ostacola nettamente ogni fenomeno di mobilità, dinamismo e di adattamento sociale. I giovani italiani frequentano l’Università sotto casa, spesso di pessima qualità, trovano lavoro nella città di origine anche se di lavoro ce n’è poco e del tutto non attinente al percorso formativo (parlavo proprio ieri con un mio amico umbro, brillantemente laureato in scienze internazionali e diplomatiche, che lavora presso un negozio di personal computer e penso che questa sia la situazione di molti) ma soprattutto restano eterni adolescenti, non fanno esperienze, non si trovano a doversi guadagnare la vita, sono sempre più deresponsabilizzati, con tutte le conseguenze a catena del caso.

     

    I giovani sono scarsamente rappresentati nelle sfere alte. Non capita, come succede da altre parti, di vedere un trentenne professore ordinario o coordinatore di un gruppo di ricerca, ancora le leve del potere sono in mano a persone non più giovani e in un mondo in cui i processi innovativi corrono veloci ciò non rappresenta un bene.

     

    Dalla mia esperienza vedo, non senza un certo rammarico, i giovani degli altri paesi europei nettamente più preparati, più dinamici, sicuramente più seri e con maggiori problemi da affrontare, ma più vivi, decisamente con molte marce in più rispetto ai coetanei italiani; studiano e nel frattempo si fanno in quattro inventandosi lavori, incastrando gli impegni come se fossero una sorta di tetris per pagare affitti e per pagarsi da mangiare, sono nettamente meno seduti, si sanno muovere nel mondo, ti danno l’idea (soprattutto gli svizzeri che conosco) di essere una realtà viva. Tutto ciò si traduce, oltre che in ricchezza economica, anche in una grande ricchezza umana dovuta all’esperienza.

     

    Oggi non parlar,e in Italia, di questione giovanile in questi termini secondo me significa vendere aria fritta e i modelli sociali basati sul “più famiglia” sono destinati al sicuro fallimento in una spirale di inarrestabile declino delle società che li attuano.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:25 | commenti (5)


    lunedì, marzo 06, 2006
     

    LAVORO

    Stavo un po’ riflettendo su quello che è il mio rapporto con i colleghi. Non è un rapporto né buono né cattivo, nel senso che tendo molto a rimarcare i miei spazi privati nei quali il lavoro non entra e tengo i rapporti di lavoro ben all’interno di determinati tempi e luoghi. Può essere capitato che abbia a volte invitato dei colleghi, sempre singolarmente e mai in gruppo, a casa mia e che un paio di volte sia stato invitato da loro, non ho mai preso parte a manifestazioni conviviali, non riesco a trascinarmi il lavoro e le relazioni che ne conseguono al di fuori del luogo di lavoro. Alle cene e alle ricorrenze prima mi invitavano e non andavo, adesso hanno capito e non mi invitano più. Il più delle volte entro, saluto, faccio quel che devo fare, saluto di nuovo e vado via. Nonostante si parli del razzismo degli svizzero-tedeschi con loro ho un ottimo rapporto, perfino con quelli che votano e sostengono apertamente l’Udc per i quali sono un po’ “l’italiano che fa eccezione”. Mi piace molto il lunedì perché ascolto, con grande interesse, i racconti dei colleghi miei coetanei, i resoconti di sabati sera e di fine settimana passati ben coccolati nei meccanismi commerciali dell’industria del divertimento e del consenso, loro spesso ne parlano con gioia e con soddisfazione, sembrano divertirsi da matti, o almeno danno questa impressione, ammiro molto il loro entusiasmo per la vita, in fondo loro sono la vita, quelli come me sono la morte, sono delle persone che hanno una forte ricerca di senso, io riesco a vedere il nulla in ogni cosa e a pensare forse un po’ troppo all’inutilità di quel nulla che cementa le relazioni umane.

     

    Ho un’immensa fortuna: sto facendo quello che dieci anni fa avrei sempre sognato di fare e lo sto facendo nel miglior dei modi, lavoro con il massimo della libertà. Non sono mai costretto, in un corso di sociologia del lavoro, ad adottare un testo di sociologia delle religioni solo perché è stato scritto da qualche eminente collega, mi piace studiare e scoprire i fenomeni sociali. Qui non esiste la mania, come in altre parti, che vuole che il sociologo debba “curare”, non ti costringono ad organizzare corsi di fotografia per anoressiche o centri giovanili nei quartieri a rischio, centri nei quali poi andranno tutti meno che le persone a rischio, forse perché non esistono quartieri propriamente a rischio e i problemi che si possono incontrare nelle periferie svizzere non sono certo più gravi dei problemi che si incontrano nel centro di Mantova. Faccio tutto questo ma ancora oggi non provo quella soddisfazione piena che pensavo avrei assaporato, mi sembra sempre di essere all’inizio di tutto. Ho maturato la convinzione che nel lavoro come nella vita il mio concetto di felicità sta in quello stato di inquietudine, in quella oramai perpetua mancata pacificazione con il mondo.

     

    Nelle rare sparentate ascolto molto spesso i racconti di una mia cugina che ricopre un qualche ruolo all’interno di un’azienda che produce tubi in acciaio a Terni. Lei parla entusiasticamente del fatto che ogni tanto il padrone dell’azienda invita tutti a cena, organizza vacanze tra colleghi, l’anno scorso ha mandato tutti in un villaggio vacanze a Marbella, lei mostrava le foto entusiasta. Da una parte odio lei e le persone come lei, sia chiaro, non le auguro nessun male ma credo che appartenga a quella massa che si fa trascinare dalla corrente, quelli che votano Alleanza Nazionale ma non sono razzisti ma… quelli che vivono all’interno di ben determinati rapporti di produzione e che non li mettono mai in discussione, la loro è una vita che si trascina tranquilla, tra la moderata stima dei più e l’invidia di alcuni, tra poco si sposerà, spero che non mi inviti, ci sarà il matrimonio rigorosamente in chiesa perché “vuoi mettere quant’è più bello!”, ai figli ancora non ci pensa perché ti fanno perdere il posto che hai, quel posto funzionale al mondo della produzione e della lavorazione dei tubi di acciaio inox e poi, come mi disse una volta, non ci si vede con una creatura in braccio che le rigurgita la pappa addosso. Nel vedere che un neonato, invece che tenerezza, richiama immagini di creature vomitanti, di una sorta di visitors emettenti ectoplasmi mi mette addosso una certa tristezza. Un tempo mia madre prendeva questa cugina come ennesimo elemento di paragone positivo nei miei confronti, oggi parlando di lei mi dice che “sembrava che dovesse fare sfracelli ma alla fine hai fatto molto di più tu”. Questo è il modo che ha mia madre di dimostrare l’amore e con il tempo ho imparato ad accontentarmi di lei e del suo modo di (non) amare il prossimo.

     

    Per poco non ci rimanevo fregato anch’io dal mondo dei tubi in acciaio in generale, delle marmitte catalitiche in particolare. L’azienda si chiamava Zeuna Starker, aprivano una stabilimento a Terni e avevano bisogno di uno che parlasse tedesco, feci tre colloqui, due in tedesco e uno in italiano, prima di dire che odiavo l’acciaio e delle marmitte catalitiche non mi interessava alcunchè, in realtà non lo dissi, avrei voluto dirlo ma non ebbi questo coraggio; inventai una scusa anche piuttosto banale pur di non andare a fare quel lavoro nell’ufficio commerciale estero di una multinazionale del settore metalmeccanico. Per un periodo la mia fama di “strano” raggiunse delle vette inimmaginabili, avevo rifiutato il posto fisso e relativamente sicuro per continuare a vivere nell’incertezza, lavorando alla tesi di dottorato e facendo i turni come mulettista alla “metro cash and carry” di Bologna. Dottorarsi in sociologia e politiche sociali in Italia significa farsi prendere per il culo dalla società. Mia madre per qualche mese fu solo in grado di dirmi che rinunciando a quel posto in una società collegata alle acciaierie mi ero dato la morte lavorativa a Terni e che tutti dicevano che ero stato stupido perché, oltre ad aver rifiutato un lavoro D’ORO (tutti rimarcavano quel “D’ORO”) li avevo anche presi per il culo e gli avevo fatto perdere tempo. Talvolta ho dei sogni ricorrenti: in uno Cornelio Tacito mi rimprovera di aver rifiutato il posto alla Zeuna Starker, in un altro mia madre mi sveglia alle 7 di mattina e mi dice che non devo fare tardi al primo giorno di lavoro alla Zeuna Starker, in un altro ancora sono alla stadio, ad un certo punto la partita si ferma e l’arbitro indicandomi grida a tutti “quello è il signore che ha preso per il culo la Zeuna Starker !” tra i boati di disapprovazione del pubblico.

     

    Nonostante il mio odio per i rapporti di produzione attuali e per gli ambienti aziendali troppo formali e pur non essendo una sorta di Yuppie fuori tempo massimo, una delle cose che mi piace più fare è lavorare. Mi piace in tutti i sensi: lavorare ad una ricerca sociale, preparare un corso, scrivere degli articoli, montare un armadio dell’ikea, insomma fare qualcosa e vederla realizzata mi fa sentire bene. Non riesco a vedere nessuna forma di ribellione nell’attività del fancazzista, politicamente ho un culto quasi staliniano del lavoratore, falce e martello sono simboli del lavoro e odio chi a sinistra lo dimentica. Amo il lavoro ma non amo la carriera soprattutto quando è funzionale ai dogmi del pensiero unico capitalista. Sono un comunista della prima ora, alla vecchia maniera, di sicuro molto più vicino a Lenin che ai 99 Posse.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:29 | commenti (7)


    mercoledì, marzo 01, 2006
     

    OMEOPATIA DI UN REGIME

    Ragionando sulla televisione e soprattutto sullo stato dell’informazione italiana, la differenza tra i regimi vecchia maniera e il regime mediatico italiano è solo una pura questione di forme. Quando si dice che in Italia vige un regime, non c’è bisogno di richiamare immagini che risalgono alle grandi dittature del secolo scorso, sebbene durante questi tremendi cinque anni di governo Berlusconi si è persino arrivati a qualche anacronistica ricaduta (vedi editto bulgaro e censura di programmi satirici). Nel regime italiano non vengono incarcerati oppositori, non esiste di fatto il rischio che non ci siano più libere elezioni, non si incendiano sedi di quotidiani e di partiti dell’opposizione ma, con l’occupazione di tutta l’informazione televisiva da parte di Berlusconi e della maggioranza di cui è leader, abbiamo un regime somministrato omeopaticamente.

     

    Lasciamo perdere i Tg alla Emilio Fede, vere e proprie veline di regime dal sapore vagamente retrò, dove si vede Berlusconi baciare bambini e dove vengono ritratti esponenti dell’opposizione nella loro posa peggiore, talvolta con il direttore che ne storpia i nomi, ma prendiamo i Tg del servizio pubblico, quindi pagato anche e direi soprattutto con i soldi dei contribuenti di centro-sinistra. Il Tg1 e il Tg2 andrebbero studiati nelle Università come forme moderne di propaganda, sottolineando una loro singolare forma comunicativa che consiste nel dare sempre l’ultima parola agli esponenti del governo. Per esempio: Romano Prodi attacca Silvio Berlusconi, il Tg dice che Romano Prodi ha attaccato Silvio Berlusconi e subito dopo trasmette le repliche spesso non di uno, non di due, ma di tre membri del governo; altro esempio: si discute una legge sulle pensioni. In questo caso prima si dice la posizione dell’opposizione, in seguito quella del governo.

     

    Esiste una tecnica comunicativa secondo la quale il messaggio più recente è molto più efficace e che sottende il principio che chi parla per ultimo ha quasi sempre ragione. Mettiamo che qualcuno voglia parlare del fatto di avere figli elencando i lati positivi e negativi di questa scelta. Potrebbe dire: “Avere figli richiede sacrifici ,alzatacce notturne,  ti scordi le uscite notturne e le vacanze per un bel pezzo, però dai figli impari tante cose e ti danno tanto amore” oppure potrebbe dire: “Dai figli impari tante cose e ricevi tanto amore, ma tutto ciò richiede grandi sacrifici, alzatacce notturne, rinuncia alle uscite notturne e alle vacanze”. Nel primo caso si sta parlando bene dell’ipotesi di avere figli, nel secondo caso se ne sta parlando male pur dicendo le stesse cose ed esprimendo gli stessi concetti. Oppure prendiamo il classico esempio “ho due notizie da darti: una bella e una brutta”; chiunque ci rivolge questa frase inizierà sempre con il darci la notizia brutta cosicché resterà prevalente il sentimento di soddisfazione nel sentire la notizia bella. E’ una tecnica che viene usata pressoché sistematicamente dai Tg della Rai, unitamente ad altre tecniche superbamente descritte da Alexander Stille, come quella di non fare mai la seconda domanda sullo stesso argomento ad un membro del governo, con lo scopo di confutare una sua risposta. Sono tecniche da regime strisciante che omeopaticamente si autosomministra a piccole dosi.

     

    Leggevo alcuni giorni fa un’intervista a Silvio Berlusconi in cui il, spero molto presto ex, Presidente del Consiglio affermava che gli esponenti della destra sono sempre felici ed ottimisti, mentre quelli della sinistra, con il loro pessimismo, rovinano l’immagine dell’Italia all’estero. Mi è subito venuto in mente il Dostoevskij di “Memorie del sottosuolo” quando dice che “non è vero che tutti gli ottimisti sono necessariamente degli imbecilli, ma è desolatamente vero che tutti gli imbecilli sono necessariamente dei grandi ottimisti”. Sicuramente senza saperlo, Berlusconi con questa affermazione ha smascherato un’altra tecnica comunicativa tipica dei regimi del Sud-america: la carnevalizzazione.

     

    Quello della carnevalizzazione è un discorso che va ben oltre il panem et circenses e consiste per lo più nel dare un’immagine, con l’uso soprattutto del mezzo televisivo, di un paese gioioso. Molti immigrati sbarcano in Italia dopo aver visto il miraggio di un paese in cui si regalano milioni di euro in televisione, dove il genere dominante è il varietà, dove perfino i drammi familiari e privati vengono spettacolarizzati. Mi viene in mente una vecchia intervista a Victor Jara, uno dei padri fondatori della “nueva cancion chilena”, ossia un genere di musica latina che sfuggiva nettamente ai collaudati clichè ballerecci, su ritmi veloci e su temi disimpegnati a cui ci aveva abituato e ci abitua tuttora il continente latino-americano. Il cantautore cileno, in ucciso allo stadio di Santiago dai militari di Pinochet disse, in quella intervista, che con la nueva cancion chilena finalmente “si smetteva di essere felici per forza e finalmente si poteva parlare oltre che di temi politici, anche di quelli che erano drammi e tensioni psicologiche, di personaggi sconfitti, di antieroi, di umanità travagliate”.

     

    Sto arrivando alla conclusione, molto poco sociologica e molto basata su un sentire personale, che il grado di democrazia di un popolo si percepisce anche dal grado di disimpegno della propria industria culturale e mediatica. I paesi realmente democratici non ci tengono a dare un’immagine gioiosa di loro stessi, quelli non democratici ci tengono a tal punto da far apparire i loro drammi come pittoresche caratteristiche, almeno questo è ciò che avviene negli occhi di chi rimane vittima di questo genere di propaganda e che, per esempio, andando in vacanza in Brasile o in qualche altro posto giudica come parte del folclore locale anche la favela o il poliziotto prepotente che ti chiede la tangente o ti minaccia.

     

    I regimi, contrariamente a quello che si pensa, non basano la loro legittimazione solamente sul terrore, in nessun regime abbiamo un’oligarchia che comanda e milioni di persone vessate sotto il tacco di questa oligarchia, le dittature creano innanzitutto consenso. Quello delle dittature è un consenso molto spesso, per non dire sempre, più indolente che entusiastico, più latente che manifesto, è spesso il consenso delle maggioranze silenziose più di quello delle folle festanti telecomandate. C’è una frase, non mi ricordo di chi, che dice che “durante i tempi del fascismo non ci si rendeva conto di vivere durante i tempi del fascismo”, i romanzi di Silone narrano che anche il più feroce antifascista, quando aveva bisogno di qualche favore, scriveva una lettera ossequiosa al gerarca e al notabile di turno.

     

    Il regime di Berlusconi nasce soprattutto dalla società italiana, nasce perché ha comunque un suo consenso costruito con anni ed anni di creazione di modelli effimeri e superficiali, con una televisione spesso di pessima qualità, con telegiornali ridotti, quando va bene, a fare da lancio ai programmi della rete (caso unico in tutta l’informazione europea). La carnevalizzazione è divenuta fine ultimo dell’antropologia humus del berlusconismo. Nelle fiction berlusconiane i poliziotti e i carabinieri non pestano mai immigrati in 3 contro 1, parlano un italiano corretto, sanno usare il computer, sono sempre simpatici e sorridenti, sono sempre coraggiosi; un’immagine delle forze dell’ordine che esiste solamente nella mente degli autori delle fiction che purtroppo influenzano oltremodo il pensiero dell’italiano medio che, ricordiamocelo, nel 60% dei casi non ha letto né libri né giornali nell’arco dell’ultimo anno ed ha solo la televisione generalista come medium per il contatto con il mondo.

     

    Se la coalizione di centro-sinistra può fare molto per battere Berlusconi, deve fare sicuramente di più per battere il berlusconismo, deve saper creare una propria egemonia culturale, un modello alternativo di vita direi, prima ancora che un modello alternativo di società, deve riacquistare spazi nei mezzi di comunicazione, deve creare nuovi mezzi e nuovi modi di comunicare anche, se è il caso, facendo uso della televisione che, se la vedessimo al di fuori dei collaudati e snobistici schemi, è un mezzo sicuramente in forte crescita, soprattutto dopo la rivoluzione del satellite, rivoluzione dalla portata ben maggiore rispetto alla nascita delle televisioni private, spesso varianti dialettali e poveriste della televisione maggiore, nonostante sia insito nel pensiero berlusconista caricare di grandi meriti la nascita delle emittenti generaliste via etere.

     

    Per fare un paragone molto caro al premier italiano si potrebbe dire che non è bastato mandare Napoleone in esilio a Sant’Elena per sconfiggere il sistema di idee che dalla rivoluzione francese era nato, ovviamente con i dovuti capovolgimenti nei giudizi di valore! Solo quando riusciremo a sconfiggere Berlusconi culturalmente oltre che politicamente, l’Italia si sarà vaccinata contro quel morbo che è stato somministrato omeopaticamente nel corso degli anni.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 13:45 | commenti (13)