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lunedì, giugno 26, 2006
IL CALCIO
Esiste una categoria di persone decisamente più odiosa di chi si blocca davanti ai mondiali di calcio: quelli che criticano un presunto “paese che si blocca davanti alle partite della nazionale”. Questa predica viene spesso dagli stessi individui che “non guardano la televisione perché fa schifo” e che magari odiano i voli low-cost per il loro carattere popolare e/o perché consentono ai buzzurri di tutta Europa di conoscere le altre città europee, poco importa se poi queste sono le stesse persone che si ammantano di un’aura di difensori del multietnico e del multiculturalismo magari solo perché cenano al ristorante pakistano.
Addirittura c’è chi come Beppe Grillo e i giornalisti de “Il Manifesto” arriva a tifare contro la nazionale italiana, simbolo di un calcio corrotto, proponendo addirittura una sorta di tifo “eticamente sostenibile” a favore delle nazionali africane. Come se l’ambiente che invece gira attorno al giornalismo e alle cosiddette “arti nobili” sia invece del tutto immacolato, come se i nazionali del Togo non avessero minacciato di abbandonare il mondiale per una banalissima questione di sponsor e premi partita. Loro, rappresentanti di un paese che io conosco tramite i racconti di mio fratello e che mi viene descritto come un luogo con un’elevata mortalità per malattie di cui ci rimangono i racconti al passato remoto dei nostri nonni e dove la quasi totalità della popolazione non dispone di energia elettrica e di acqua corrente.
Ma vabbè: l’Italia è un paese che si blocca davanti al calcio. Non è vero per un cazzo (posso dirlo con cognizione di causa visto che mi trovo in Italia) o per lo meno sicuramente non più della Svizzera e del Portogallo tanto per fare due nomi, dove le vittorie delle nazionali locali vengono salutate con giorni di festeggiamenti (fatevi un giro a Basilea o a Zurigo in questi giorni). L’Italia è un paese che ha smesso di emozionarsi per il calcio oramai da diversi anni, ho dei ricordi delle partite di serie C della Ternana giocate davanti a 20.000 persone contro il Monopoli, la Fidelis Andria o il Campania Puteolana, mi ricordo la tensione e l’emozione che accomunava tutte loro, le trasferte in treno o in bus, la tensione delle domenica mattina condivisa attraverso le frenetiche telefonate agli amici e l’ambiente dello stadio: le discussioni, gli abbracci con gli sconosciuti, gli ottimisti, i pessimisti, i “bene informati” sedicenti amici e compagni di scuola di persone vicine alle stanze dei bottoni e da cui ricevevano telefonate per sfoghi e confidenze. Tutto estremamente lontano dal tifo aggressivo e violento con cui i moralisti anti-calciofili bollano tutto ciò che gira attorno alla passione calcistica. Il calcio è emozione, la passione calcistica è un qualcosa di immensamente irrazionale che richiama i sentimenti, la comune appartenenza, poi può piacere come non piacere, uno può trovare il gioco del calcio più o meno noioso, può interessarsene come può non interessarsene, ma questo fa parte della varietà umana.
Sono passati diversi anni da quando seguivo la Ternana e nel rivedere lo stadio semivuoto in serie B, nel rendermi conto che ho smesso di emozionarmi, nel leggere i resoconti che parlano di poche centinaia di spettatori paganti, mi piange il cuore. Non è una Terni migliore quella che ha smesso di interessarsi alle sorti della Ternana, così come non è un’Italia migliore quella che non saluta le vittorie della nazionale con i caroselli. Non è un’Italia migliore quella di oggi rispetto a quella del 1982, quando dopo la vittoria ai mondiali di Spagna eravamo una nazione, quando il calcio rappresentava un seppur misero sentimento comune di appartenenza ed è proprio sui sentimenti di appartenenza che si basa la società civile, sulle cose che accomunano tutti. E lo ha capito Berlusconi che la nazionale di calcio era l’essenza dello spirito di appartenenza nazionale tanto che ci ha rubato l’unica cosa che ci faceva essere una nazione, bastardo maledetto.
Trovo immensamente più bella l’immagine di un paese che si ferma e i cui cuori battono all’unisono seppur solo per una misera partita di calcio piuttosto di quella di una quotidianità fatta a rincorrere i fatturati, fatta di uffici in cui i colleghi si scannano tra loro per questioni lavorative e senza mettere minimamente in discussione quelli che da vecchio marxiano continuo a chiamare “rapporti di produzione”, trovo molto più folle la normalità dell’evento straordinario, per quanto stupido e frivolo esso sia.
E tiferò Italia, Portogallo e Svizzera a questi mondiali e quando morirò cospargete le mie ceneri sullo stadio Libero Liberati di Terni, così che possa ancora sentire il brivido di un gol della Ternana al 90’.
giovedì, giugno 22, 2006
CRONACA DI UNA SCONFITTA
Purtroppo la mia grande particolarità è sempre stata quella di arrivare tardi sugli eventi.
Mi sarebbe piaciuto avere un blog una decina di anni fa..
Sarebbe stato un blog assai diverso dal Monsieurdosto, sarebbe stato un classico e meticoloso diario della mia quotidianità. In quegli anni avevo la vita scandita da semplici e ripetitive operazioni. Pagare affitto il 5 del mese, spesa settimanale al LIDL, comprare pane nella bottega sotto casa. La sera, dopo gli studi universitari e le letture, passavo il tempo in chat su un canale Mirc, la mia vita sessuale era fatta per lo più di attività onanistica e di sesso virtuale (per lo più è un eufemismo) e di qualche appuntamento e disastrosa uscita con membri del sesso opposto, uscite in genere organizzate da compagne/i di Università mossi da non so quale insana pietà, una pietà che li portava ad appiopparmi casi umani che conferivano in me una visione ben precisa di quale fosse la mia “fascia di mercato” e di come fossi percepito “visto da fuori”. Tutto ciò veniva immancabilmente intervallato, per lo più durante i periodi estivi, da qualche umiliazione familiare nella città di origine. Ogni tanto c’erano degli eventi salienti e straordinari, tipo “il mio compagno di appartamento mi ha sgamato mentre mi facevo le seghe in chat”.
Sarebbe stato bello rileggere dopo 10 anni la lucida cronaca di una sconfitta.
Non si sarebbe trattato di un esperimento vagamente camp ma appunto della lucida cronaca di una vita insignificante, il tutto senza alcun distacco autoironico e colto, solo fredda e meticolosa narrazione.
Sarebbe stato tutto molto pionieristico, non ci sono blog, almeno tra quelli che leggo io, che praticano la lucida cronaca di una monotona e banale quotidianità, forse ce n’è uno solo, gli altri quando lo fanno sembrano voler dare alle attività insignificanti dei del tutto ingiustificati toni roboanti. I blogger non mangiano mai, non cagano mai, non passano mai ore davanti alla televisione, a loro la televisione fa schifo e non la guardano, per loro la televisione è un soprammobile, poi in giro ci sono tante belle cose da fare… Devo capire ancora quali siano, ma se dicono che ci sono debbono pur esserci, di sicuro frequentare corsi di balli latini (tanto per citare un’attività fatta dai più) o ascoltare i discorsi della gente nella sala d’attesa di un medico, in piscina o in palestra non è più istruttivo di stare tre ore davanti alla televisione. Alcuni cagano e parlano della loro merda, ma sembrano farlo con intenti poetici o cercando una comicità che vede nella scuola per l’infanzia il proprio target, i bambini, si sa, dicono “cacca” e ridono.
Non c’è nessun orgoglioso cantore della propria sconfitta, eppure lo siamo tutti, sconfitti. Non ci sarebbe bisogno delle telenovelas o dei telefilm o di certa letteratura fatta di eroi del quotidiano se fossimo tutti veramente dei vincitori. Leggevo una ricerca di un mio collega sulle telenovelas e sui serial americani, alla domanda “pensi che la tua vita sia più intensa gratificante rispetto alla vita rappresentata nei serial o nelle telenovelas?” un buon 89% ha risposto “assolutamente si”.
La differenza tra il sociologo e il sondaggista è proprio questa, il sondaggista si ferma all’assolutamente si, il sociologo, e questa è una cosa che ti viene insegnata solo dai grandi maestri, davanti a tanta unanimità capisce che è vero il contrario. Del resto i giovani del Canton Grigioni (disoccupazione all’1,9% nonché una delle regioni più ricche della Svizzera e quindi del mondo) hanno nella stragrande maggioranza dei casi (percentuali vicine al 90%) il terrore della disoccupazione e della povertà.
Quel 89% significa che si ha paura della normalità, della mediocrità. Nei blog per esempio tutti si incazzano con i fake non perché abbiano mentito e mentire è un qualcosa di ignobile (il più delle volte non lo è affatto e la sincerità è forse la più inutile delle virtù… Diffidate da chi si vanta di essere sempre stato sincero e di dire sempre ciò che gli passa per la testa) ma perché hanno smascherato le regole del gioco, perché hanno indicato la più ovvia delle verità: siamo mediocri e un po’ ce ne vergogniamo.
martedì, giugno 13, 2006
IL MIO VOTO PER IL "NO"
Voterò “NO” al referendum perché:
- Il federalismo in Italia non ha senso alcuno. Già gli enti locali applicano delle prassi diversissime tra loro, già i servizi funzionano con criteri di inclusione/esclusione diversi da Comune a Comune, provate poi a farvi ricoverare o a ricorrere a prestazioni mediche fuori della vostra asl. L’Italia ha bisogno di più leggi quadro nazionali, altrochè federalismo. Il federalismo è stato promosso, oramai da oltre un decennio, a falsa priorità dell’Italia, il tutto per assecondare gli istinti razzisti di quei buzzurri della Lega Nord che oltretutto non hanno mai avuto un serio programma federale se non uno che prevedeva di annettere il Canton Ticino e il Tirolo alla padania. Parlano di nazione padana ma se ne guardano bene dal rinunciare ai privilegi della politica “romana”.
- Essendo contrario per principio al federalismo in Italia, viene a cadere tutta l’impalcatura fatta di bicameralismo imperfetto, camera delle regioni, moltiplicazione dei corpi di polizia (siamo l’unico paese in cui esiste questa patologia) e degli apparati dello stato.
- Un sistema scolastico per ogni regione. Che bello! Proprio la cosa che in Svizzera hanno eliminato con un referendum che ha visto il 90% della popolazione votare a favore dell’armonizzazione. La creazione di 20 sistemi scolastici rappresenterebbe un ulteriore ostacolo alla mobilità geografica e sociale e il vero dramma dell’Italia è che è un paese in cui i giovani sono immobili, preferiscono fare un lavoro di merda e sottopagato ma nella loro città, appena possono si mettono il mutuo trentennale e quarantennale per continuare a vivere sotto il cortiletto di casa loro a costo di sanguinosi sacrifici.
- Con la vittoria del “SI” si darebbe agli esponenti della destra italiana la dignità di statisti. Nonostante il clima caramelloso e rassicurante che oggi si respira a sinistra, continuo a pensare che questo sarebbe un errore molto grave. La destra che ci si ritrova in Italia è una grande anomalia nel contesto non solo europeo ma anche mondiale, sono forze con le quali una vera sinistra non dialoga, sono forze che si combattono. Vi ricordate i tempi della bicamerale? Non ripetiamo gli stessi errori per favore. Meglio un paese felicemente diviso che uno infelicemente unito. Se permettete i padri costituzionalisti che hanno scritto la costituzione del 1948 avevano uno spessore un po’ diverso dei vari Calderoni, Bossi, Fini e Berlusconi.
Detto ciò:
- Non condivido comunque i toni apocalittici e salvifici del fronte del “NO” e non condivido i richiami retorici all’unità nazionale in un paese in cui comunque a dominare è sempre stata la dimensione comunale.
- Non si tratta comunque di una riforma che sovvertirebbe l’ordinamento democratico.
- Penso che essenzialmente una costituzione debba enunciare principi chiari e brevi che possano essere appresi anche da un bambino. Avete provato a leggere gli articoli della bozza di riforma? Sono prolissi, noiosi, dicono tutto e il contrario di tutto, prescrivono, si ha la sensazione del “cambiare tutto per non cambiare nulla” in un paese da sempre allergico alla complessità.
giovedì, giugno 01, 2006
SULLA SOLIDARIETA' "NON FIGA"
Il mio precedente post si è chiuso con una nota ottimistica, con un simbolico richiamo ad un’unione dei non fighi. A tali affermazioni ha fatto eco il mai troppo lodato Coniglione, con un post apparentemente antitetico e sicuramente provocatorio dove il co-fondatore dell’istituto superiore di non figologia nega invece l’esistenza della solidarietà e della naturale comunità di intenti all’interno del mare magnum del non fighismo, sottolineando i lati più irritanti dei non fighi.
Ovviamente le affermazioni del collega avevano al loro interno una buona dose di provocazione. Non avremmo mai dato luogo, nel nostro piccolo, a creare questa sub-cultura, a far emergere dei lati comuni e a richiamare sensi di appartenenza se non avessimo creduto nella possibilità di creare riconoscimento e di dare dignità ad un modus vivendi minoritario, ma è altrettanto vero che quando si parla di minoranze si tende spesso a fare delle generalizzazioni e ad avere una visione romantica e rassicurante delle stesse, ma soprattutto a dipingerle come un fenomeno unitario all’interno del quale si creano delle naturali solidarietà.
Purtroppo spesso così non è. Come le donne non votano per le donne alle elezioni e tutto hanno meno che solidarietà all’interno degli ambienti lavorativi, come le comunità africane immigrate in Europa e da noi percepite come un fenomeno unitario sono in realtà gruppi spesso compositi, chiusi e autoreferenziali tra loro, anche all’interno dei non fighi non c’è poi questa naturale unità.
Stavo pensando ad alcune mie note biografiche, a come abbia avuto profondi rapporti di amicizia con ragazzi molto belli fisicamente, magari non appartenenti alla cultura affluente, che insieme alla bellezza mescolavano una grande forza di carattere, una capacità di mettersi in gioco nei rapporti e di comprensione spesso fuori dal comune. Quella che noi non belli abbiamo una maggiore profondità d’animo è spesso una magra consolazione che molte volte non trova conforto dalla realtà, basta pensare al cinismo di fondo del non figo che vince o alle tante fenomenologie che portano per esempio gli ex grassi ad essere i più crudeli nei confronti delle persone sovrappeso.
Dei rapporti con le donne poi non ne parliamo. Le persone di sesso femminile con le quali ho incontrato una maggiore complicità e con le quali ho instaurato un rapporto di amicizia sono tutte riconosciute come belle donne, magari non “professione figa” ma comunque persone gradevoli e abbastanza altere rispetto al non fighismo. Ho sempre trovato più naturale l’intesa con loro. La non figa spesso cerca nel rapporto con un uomo il proprio riscatto e vede nel rapporto con il non figo un’ulteriore ed evitabilissima conferma della sua più o meno volontaria condizione di minorità. Il discorso ovviamente vale anche al contrario, il discorso è anche una profonda autocritica.
Insomma, noi non fighi non siamo quel monolite chiuso e autoreferenziale, la solidarietà non figa è una cosa che va costruita a costo di profonde rielaborazioni intellettuali, prese di coscienza, di un percorso spesso duro e quasi mai naturale. Negli altri cerchiamo il benessere, la nostra parte solida, siamo sempre refrattari ai tormenti altrui, a farci carico dei disagi degli altri quando abbiamo già il peso dei nostri che da soli bastano e avanzano. Diventiamo sensibili ai tormenti altrui quando siamo, anche se relativamente, pacificati con il mondo.
Prendetela come una rielaborazione, prendetela come un’autocritica, ma soprattutto rifletteteci sopra, non succede anche a voi?
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