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martedì, settembre 26, 2006
ESSERE COMUNISTA OGGI
“If you’re not communist at twenty you have no heart. But if you’re still communist at thirty then you have no brain”.
Mi ricordo ancora la prima volta in cui mi fu rivolta, con il sorriso sulle labbra, questa frase da parte di un docente della Hofstra University di New York. Era il 1994, avevo 21 anni e mi ritrovavo, con il mio bagaglio di marxismo ortodosso e comunismo in salsa ternana, ad imparare l’inglese in casa di un “nemico” in fondo da me mai percepito come tale. Penso che non ha senso dirsi antiamericani solo perché così ci ha detto qualche rampollo dai tanti cognomi ma comunque disobbediente, dopo essere cresciuto con i film di Hollywood, con la musica jazz, dopo aver scritto un post sul mio blog con un pc con installato windows (ma anche se avessi un mac sarebbe la stessa cosa). Non ho mai condiviso la politica internazionale degli Stati Uniti ma da qui a dirmi antiamericano ce ne corre. Del resto cosa provavo quando gli svizzeri mi prendevano per il culo, in quanto anti-italiani, perché non condividevano la politica di Berlusconi? Avevo uno spontaneo moto difensivo, una voglia di dire che l’Italia è una realtà composita e lo è, forse a maggior ragione, anche l’America, paese nel quale durante le mie due permanenze non ho comunque avuto nessuna difficoltà ad esprimere il mio essere di sinistra, ho imparato, dalle mie esperienze americane, quanto sia stupido ragionare a blocchi demonizzanti.
Bene, quel professore newyorkese, forse senza nemmeno volerlo, mi ha dato una delle più grandi lezioni della mia vita o quanto meno è stato molto premonitore nell’esprimere quel concetto apparentemente semplice ma che nascondeva quella che negli anni a venire sarebbe stata un’incontestabile realtà delle cose.
Ho superato da qualche anno la soglia dei 30 e del mio essere comunista dei 20 anni è rimasta una forte componente romantica di un’antropologia di sinistra che non esiste più, o che forse non è mai esistita, che nasce dai ricordi di infanzia di chi è nato e cresciuto nella Terni operaia della grande industria pesante, un comunismo che nasce, come raffigurato dalla iconografia falce e martello, dai simboli del lavoro. Ho sempre avuto una robusta etica del lavoro e percepito sempre una grande dignità come lavoratore, intendendo il lavoro nella sua concezione più ampia. Mi è sempre piaciuto lavorare e ho sempre provato una certa soddisfazione sia nel terminare una ricerca che nello scaricare una cassa d’acqua in un cash and carry o nel montare una libreria dell’Ikea.
Se penso a cosa significa essere comunista oggi ho un moto di repulsione e tutto ciò deriva da una serie di microfratture, di microepisodi insignificanti presi di per se ma che messi insieme mi aiutano a capire la mia estraneità a certa antropologia che oggi si identifica tout court con la sinistra radicale. Ho provato rabbia, per esempio, nel vedere a Zurigo un gruppo di giovani con tanto di kefiah, rasta, piercing, magliette del “che” insomma, tutta la paccottiglia oramai geograficamente trasversale di chi lotta contro l’omologazione global (sic) che volantinavano contro la prossima apertura di un supermercato della Lidl, “simbolo internazionale di sfruttamento” che avrebbe messo in ginocchio tanti “poveri produttori e fornitori locali”, parlando degli iper-protetti e iper-garantiti contadini e grossisti svizzeri come se fossero i contadini del Chiapas o della Kamkatcha e non quella categoria di buzzurri e avidi profittatori. Per carità, denunciare i comportamenti antisindacali di una catena di distribuzione che tutto è meno che una sorta di paradiso in terra, è anche legittimo, peccato però che eravamo a Zurigo ossia la città più cara del mondo, universalmente riconosciuta come tale da più di uno studio serio.
Sarebbe bello spiegare alle comunità di lavoratori, operai e immigrati che popolano la città e dalla cui parte i no-global in questione dicono di stare, che è giusto pagare 20 franchi per una bottiglia di olio d’oliva alla Coop o alla Migros o in una di quelle piccole e caratteristiche botteghe del centro che notoriamente NON sfruttano i lavoratori o 40 franchi una tavoletta di cioccolato equo e solidale.
Quando la sinistra diventa antipopolare e perde le sue radici storiche e la sua missione di riscatto delle classi sfruttate e oppresse è destinata ad essere sconfitta, come è destinato ad essere sconfitto un popolo che dice di rifarsi ad una certa ideologia politica ma che poi si lascia rappresentare da una serie di personaggi che parlano di integrazione, di etnismo di maniera, in modo del tutto vuoto senza aver mai vissuto a contatto con le comunità dalle quali dicono di essere contaminati e se oggi la sinistra e rappresentata da viziati portatori di etichette a uso e consumo dei peggiori media, da raffinati amanti dello slow-food, da vuoti ripetitori di parole d’ordine leggicchiate da libri mal compresi interpretati come una sorta di vangelo forse la colpa è anche un po’ la nostra.
mercoledì, settembre 13, 2006
NO SMOKING
Leggevo una notizia che oramai sicuramente non rappresenta più una novità: il tribunale di Neuchatel ha condannato la filiale svizzera di una nota multinazionale del tabacco a pagare un risarcimento milionario alla famiglia di una vittima del tabagismo, decisione che avrà inevitabilmente delle grandi ripercussioni e che si porterà dietro un inevitabile codazzo giudiziario.
Purtroppo appartengo alla categoria dei fumatori, ho 33 anni e fumo, seppur in maniera moderata e discontinua, da quando ne avevo 14. Perché fumo? Per incoscienza, perché pur sapendo dei danni procurati dalla nicotina penso, in maniera quantomeno ingenua, che non andrà a succedere proprio a me di ammalarmi, perché sono un debole, perché, come disse Funari in uno sfogo televisivo, sono essenzialmente un grandissimo stronzo che non riesce a fare a meno di un vizio che a fronte di un effimero piacere porta a delle conseguenze nefaste.
Bene, se dopo tutti questi anni di fumo mi venisse un cancro ai polmoni non avrei nessuna denuncia da sporgere se non contro me stesso. Detesto il piagnisteo delle vittime di se stessi che cercano e trovano sempre un colpevole pronto a sollevarli dalla loro dabbenaggine. Penso che anche un eremita oggi è al corrente dei danni che le sigarette portano al fisico, danni reclamizzati addirittura sui pacchetti stessi e oramai ogni paese ha una severa legislazione per cercare di limitare i danni del tabagismo e per imporre ai produttori di destinare una cospicua fetta dei loro profitti al finanziamento dei sistemi sanitari.
Anche se la cosa è più facile a dirsi che a farsi, per evitare certi danni, basterebbe non fumare. Insorgere contro l’industria del tabacco dopo esserne stati entusiasti clienti non ha senso alcuno. Le denunce e le richieste di risarcimento hanno un senso quando non c’è stata informazione, quando ci troviamo a consumare prodotti che ci recano un danno inconsapevole, davanti agli alimenti adulterati, davanti a conclamate disinformazioni. Quando si parla di vittime della nicotina nella quasi totalità dei casi si tratta di persone che consapevolmente fanno una scelta pur conoscendo le possibili conseguenze, siamo persone dotate di libero arbitrio e tale facoltà ci consente talvolta di scegliere anche il male e un atto di libertà come questo richiama anche una grande responsabilità personale.
Basterebbe dire: sto facendo una cazzata. Smettendo di fumare e lasciando i tribunali a pratiche più urgenti. Ci proverò di nuovo.
venerdì, settembre 08, 2006
UN TORMENTONE LUNGO UNA VITA
Ciaaaaaoooooooooo! Tutto beneeeeeeeeee!? E le vacanzeeeeeeeeeeee!? Come mai sei così biancoooooooooooo!? Non ti sei un po’ abbronzaaaaatooooooooooooo!?
martedì, settembre 05, 2006
100 GIORNI, DUBBI ESISTENZIALI, PROSTATA
100 giorni: Già da qualche settimana il nuovo governo italiano ha superato la boa “psicologica” dei 100 giorni. Che dire? A parte il decreto Bersani che, sia chiaro, è un decreto degno di una buona destra liberale europea al punto che anche tra le file della CDL si sprecano i “ma perché non lo abbiamo fatto noi?” di fianco ovviamente ad alcuni paladini di categorie professionali assolutamente indifendibili, è un governo che non ha fatto molto.
Certo, 100 giorni sono pochi, non è in questo lasso di tempo che si capovolgono le sorti di un paese, ma i famosi 100 giorni servono sempre per dare un segnale, per dire al paese che qualcosa è cambiato, per dare uno scossone e questo scossone purtroppo non c’è stato. Vedo l’Italia immersa nel solito pantano, nessun messaggio culturale alla “Zapatero” è emerso dalla coalizione di centro-sinistra a parte un timido ritiro dall’Iraq, annunciato quando anche gli Stati Uniti di Bush si rendono conto che rimettere la merda dentro il cavallo è un’operazione ardua e che forse forse è meglio andarsene, nessun forte segnale verso la laicizzazione del paese, si parlava di cittadinanza agevolata (non automatica) per gli stranieri ed è bastata la prima campagna stampa improntata attorno ad un omicidio familiare, come ce ne sono a decine nelle famiglie italiane benedette da Follini e da papa Ratzinger e nessuno parla di modello familiare italiano sbagliato quando invece lo è per molte ragioni, per fare una retromarcia molto poco coraggiosa, per dire che per avere la cittadinanza bisogna passare un esame su nozioni sconosciute al 90% degli italiani stessi. Per carità, non è che mi aspettassi tanto dal governo italiano ma un qualcosa che almeno sappia di cultura, di civiltà, di diritti, un qualche scarto, rimaniamo in attesa…
Dubbi esistenziali: Come si può mantenere il difficile equilibrio tra immersione nel mondo e limitazione di qualsiasi rapporto umano? La riscoperta dello spazio dell’interiorità come unica strada di salvezza? Sono i due interrogativi di fondo della mia esistenza.
Prostata: Quando incontro persone che vivono attorno a pochi temi forti (me compreso) mi viene da pensare alla vita di molti signori che magari per 60 anni hanno avuto un’esistenza anonima, ma poi si sono operati alla prostata e fanno del racconto dell’intervento il loro cavallo di battaglia, inserendolo anche in discorsi che con la prostata non c’entrano nulla. Bene, io vivo nella terronia elvetica (Canton Ticino) e la prostata del Canton Ticino si chiama accordi bilaterali Svizzera-Ue. Ovviamente il Ticino è stato l’unico cantone svizzero a votare sempre in maniera anti-europeista data l’ostilità nei confronti dei frontalieri italiani accusati di rubare il lavoro agli autoctoni, naturalmente lungi dalla popolazione di Lugano e dintorni fare una seria analisi economico-sociale e/o puntare il dito contro gli imprenditori o contro leggi che riducono il ruolo della contrattazione collettiva, per loro il nemico è la libera circolazione dei frontalieri italiani. Lo è al punto che ogni dibattito politico viene ricondotto a ciò. Si vota per l’estensione dei bilaterali ai 10 nuovi stati membri? Ecco una serie di articoli e discussioni sull’idraulico lombardo (vera figura mitologica da queste parti). Si parla di misure anti-inquinamento? E via con la solita ridda su invasione dei frontalieri, contro gli accordi bilaterali.. Si parla di asilo politico? Riecco l’idraulico lombardo e i soliti bilaterali che impoveriscono la gente ticinese. Si parla di un intervento svizzero nelle missioni internazionali di pace? Ecco i bilaterali che hanno spogliato la Svizzera della sua sovranità. Sono discorsi che come la prostata fanno male ai coglioni di chi li ascolta.
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