MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

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    martedì, gennaio 30, 2007
     

    SULLE UNIONI MISTE

    Una recente inchiesta dell’Eurispes, inchiesta vera e seria, non come quelle di pseudo-sociologi da shampista, segnala un forte aumento, in Italia, dei matrimoni misti. Si dice che negli ultimi 10anni tali matrimoni siano triplicati e, se si considerano anche le unioni non ufficiali, risulta che le coppie italiano/a-straniera/o sono circa il 15% del totale, nel 78% dei casi uomo italiano-donna straniera.

     

    Sul cosa spinga un italiano a scegliere una straniera si stanno sprecando le parole, spesso a sproposito, dei vari analisti più o meno ( in genere meno) autorevoli.

     

    Si va da analisi del tipo le italiane sono diventate troppo indipendenti e in carriera (interpretazione ben lontana dalla realtà soprattutto in comparazione con il contesto europeo) e allora gli italiani vanno sulle straniere che sono più legate a valori tradizionali, a slanci ottimistici sul tenore “si è spinti dalla ricerca del multiculturalismo” ; “una seria tensione verso l’altro, verso la cultura differente” e via dicendo…

     

    L’assunto mi interessa in prima persona. Perché si sceglie una straniera? Semplice, la straniera non si sceglie, la straniera càpita, succede, si incontra per puro caso e le motivazioni che ci spingono verso una straniera non sono quasi mai consapevoli e mai e poi mai particolarmente nobili. Poi dalle famiglie miste nascono tante belle cose: i figli bilingue, le famiglie che viaggiano per incontrarsi, si conoscono nuovi posti, nuovi idiomi. Ma il motore di tutto ciò qual è? Tristissimo ma è così: ci si mette con la straniera perché si è sfigati, perché c’è una legge non scritta che enuncia infallibilmente la proporzionalità inversa tra il grado di avvenenza di un uomo e la distanza della fidanzata dal luogo di origine, perché se io fossi stato figo probabilmente sarei accoppiato con la ragazza di buona famiglia di Terni, con la compagna di liceo.

     

    Non ho scelto di mettermi con una portoghese, né avrei mai pensato a una tale evenienza, poi comunque mi è andata anche molto bene, ma qual è stato il fattore che più degli altri ha fatto si che tutto andasse per il verso giusto? Ho avuto culo, tutto qui, né più né meno. Non ho ponderato un cazzo anzi, per come mi sono comportato i primi tempi sarei stato da prendere a calci nel sedere, non esiste nessuna particolare equazione che vuole che i matrimoni misti vadano meglio degli altri, in genere vanno ugualmente male, qualche volta meglio, qualche volta peggio ma niente che faccia pensare che la famiglia “mista” sia la famiglia del futuro o la panacea di tutti i mali tipici dei rapporti di coppia

     

    I bei discorsi che si fanno sul multiculturalismo, sul fatto che abbiamo scelto una compagna straniera per voglia di confrontarci, crescere e di metterci in discussione il nostro bagaglio culturale e il nostro retroterra sono solo magrissime consolazioni che servono ad autoconvincerci che “ci avimm’ saput’ fa”, che abbiamo visto giusto, che noi si che abbiamo capito. La straniera è roba da sfigati, da non fighi, a meno che non si è figli di ambasciatori e si è conosciuta durante un party all’ambasciata svedese di Tokio.

     

    Alcune coppie miste fanno gruppo tra loro, diventano come i padroni di cani. Quelli che poi hanno la moglie che viene da un paese del terzo mondo, che sono i meno vincenti in assoluto, ne sottolineano i progressi come si sottolineano i progressi del proprio cucciolo che impara a porgerci la zampa, sono patetici, persone che il più delle volte vanno a raccattare figa in un paese del terzo mondo oculatamente scelto perché stanchi di raschiare il fondo del barile della figa e per non rimanere soli, poi si trovano ben che vada una in pigiama e il lavandino pieno di piatti da lavare, un tamagotchi gigante, una tipa per la quale andare a comprare il pane da sola è già un conquista. Voglio vederli questi “paladini del melting-pot” se avrebbero mai sopportato certi comportamenti da una svizzera o da un’italiana.

     

    Si va dalla straniera perché non si è condizionati reciprocamente dal controllo sociale, perché lei in quanto all’estero si prende qualche licenza in più, perché noi ai loro occhi non abbiamo la reputazione, messa su dopo anni di microfratture, da strani o da sfigati, da tipi comunque da evitare, che abbiamo nella nostra ridente cittadina di provincia. Si va dalla straniera, specie quando questa proviene da paesi poveri, per far valere un nostro non scritto “diritto alla velina” perché è bello in certi luoghi sentirsi tutti come calciatori di serie A, per far bella figura al bar, come se andare con la straniera sia una cosa da furbi. Si va con la straniera perché lei magari ha bisogno ed è accondiscendente con noi, perché così aiutiamo lei che è ucraina ed ha difficoltà con il permesso di soggiorno, aiutiamo lei ma in fondo è noi che vogliamo aiutare e lo sappiamo bene.

     

    C’è il 60 enne che ad un certo punto deve scegliere se farsi la macchina nuova o la 18 enne cubana e opta per la seconda opzione, tra la condanna morale e la presa di distanza del gruppo di “padroni di cani” che continueranno a dire che le loro compagne si che sono fortunate, loro si che non sono in fondo così male, senza ovviamente chiedersi se le loro compagne in quel momento magari preferirebbero stare al parco con le amiche invece che con loro.

     

    C’è il terzomondista sfigato convinto di aver trovato il vero amore nella donna povera che si accontenta di poco, perché in quei paesi non hanno ma sono, sorridono sempre e sono felici anche se poveri. Continuerà ad autoconvincersi della veridicità di quella grande parodia dell’amore anche quando le nonne malate a cui inviare aiuti economici pioveranno dal cielo. C’è anche la terzomondista sfigata, quella che ha sposato l’animatore egiziano o capoverdiano perché è un uomo ancora capace di essere romantico e di certe forme di cavalleria, alla quale spetta un bel biglietto di sola andata per un futuro di sfornatrice di pargoli mulatti piena di corna e guai se prova a fiatare. Son mazzate.

     

    Ci sono questi e tutta una lunga serie di umanità mediocri. Il mondo purtroppo non è come Paperopoli dove tutti hanno la villetta con l’amaca in giardino e non è la pubblicità dei Ringo boys. Il mondo è un luogo che anche dietro un’apparenza incantevole nasconde il suo sfacelo.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:42 | commenti (10)


    venerdì, gennaio 19, 2007
     

    CARAMELLE DAGLI SCONOSCIUTI

    Leggo l’ennesima notizia di questo genere. Praticamente due ragazze sono state invitate a casa e violentate da ragazzi conosciuti su Myspace e le loro famiglie hanno deciso di denunciare e citare in giudizio per parecchi milioni di dollari il famoso portale. Non è una notizia nuova, di tanto in tanto si leggono degli avvenimenti simili e dei commenti di esperti o pseudo tali che puntano il dito o promuovono crociate contro le nuove tecnologie di interazione, ultima in ordine di tempo quella contro “la piaga del bullismo in rete”, come se il bullismo prima non fosse mai esistito e non avesse avuto delle sue raffinatissime tecniche. Senza andare troppo lontano ognuno di noi ha una storia, se non direttamente per sentito dire, di incontri non proprio graditi fatti con persone conosciute nel virtuale che siano truffe nate da forum, antipatie personali, belle storie d’amore virtuali trasformatesi in tragici incontri e via dicendo…

     

    Rimango basito quando leggo da giornali e da illustri critici dei discorsi e degli articoli che saccheggiano quello che diceva il mio parrucchiere dieci anni fa ossia “internet è quella cosa piena di piedofoni” e quando non leggo, sulle stesse pagine, delle semplici e doverose raccomandazioni sulla propria sicurezza personale rivolte soprattutto ai più giovani.

     

    So che molti, e io tra loro, hanno fatto dei bellissimi incontri scaturiti da relazioni virtuali ma rimango spesso esterrefatto dalla leggerezza con cui si tratta l’argomento “mi posso fidare, l’ho conosciuto in chat/leggo il suo blog etc..”. Purtroppo la facilità con la quale uno può camuffare la propria identità e le proprie intenzioni dietro un monitor è un parametro da tener conto e non solo si può incontrare la crisalide (dal nick della ragazza che simulò la propria vita e la propria morte creando una ridda di emozioni/reazioni indignate), il cazzaro/a di turno o il più brutto della sua peggiore foto, eventi che poi possiamo (dobbiamo) prendere con ironia, ma possiamo fare incontri ben più pericolosi.

     

    Ma è mai possibile che siamo ancora a ribadire di non accettare caramelle da sconosciuti? Ma ci vogliamo svegliare? Ma è mai possibile che magari io chiami una mia lettrice e dica “Ciao, sono Kendostoe del blog Monsieurdosto, quello che scrive le cose simpatiche sui non fighi, verresti a casa mia?” e quella dice “certo!” e poi magari sono un maniaco sessuale; o magari non sono nemmeno io ma uno che dice “aspetta, adesso faccio finta di essere qual nick”.

     

    Sapete cosa farei io qualora prendessi uno schiaffo o venissi inchiappettato da una persona conosciuta su internet? Gli dico “grazie” perché poteva essere una coltellata o un colpo di pistola in fronte, tanto ci sarei cascato ugualmente.

     

    Quindi, a volte, ben ci stanno le fregature prese in internet, a modico prezzo abbiamo imparato una lezione che poteva costarci più cara.

     

    Raccomandare prudenza senza fare crociate può rendere ancora più bello e utili questo grandioso strumento e raccomandare prudenza significa insegnare a fare attenzione a persone che non si conoscono perché nei forum, nei blog, in chat, NON ci si conosce, e, in certi casi, evidentemente è meglio così.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 15:40 | commenti (15)


    martedì, gennaio 16, 2007
     

    L'IMMIGRATO UN PO' ALL'ANTICA. PARTE SECONDA

    A rendere quanto meno interessante il soggetto della nostra trattazione agli occhi della brava ragazza del paese di origine c’è una specifica sindrome chiamata sindrome dello zio d’America.

    Tale sindrome, facilmente individuabile già ad una prima osservazione dei comportamenti dell’immigrato un po’ all’antica, non è solamente riscontrabile in questo tipo di immigrato, ma anche in quelli che un po’ all’antica non lo sono.

     

    L’immigrato è terrorizzato dalla sola idea del ritornare nei luoghi di origine come sconfitto quindi per cui, grazie anche al maggiore potere d’acquisto derivato dal suo status di lavoratore immigrato in Svizzera, quando è al paese di origine “sboroneggia” un po’. Va a cena tutti i giorni al ristorante, invita amici e parenti fino al 5° grado a sue spese, passa i fine settimana negli alberghi più costosi e soprattutto, e questa è la cosa che suggella che l’immigrato che “ce l’ha fatta”, compra una casa al paesino di origine a costo di mutui dissanguanti, nella quale passerà le ferie quando ritornerà e nella quale andrà a godersi la pensione; poi succederà che al dunque non avrà voglia di allontanarsi dai figli i quali, abituatisi alla libertà data dal contesto mitteleuropeo, non ci pensano nemmeno a seguire i genitori in un paesino della Calabria dove nessuno si fa i cazzi suoi e dove se una donna di 28 anni vive da sola ed è single è vista come una zitellatroia. Il massimo della sindrome dello zio d’America è però manifestato dai racconti su com’è la vita in Svizzera. Nei suoi racconti la pur onesta Fiat Punto che ha in garage diventa una concept car Mercedes, per chi guarda mtv una sorta di “Pimp My Ride” del tutto immaginario, il suo lavoro diventerà un posto dove un sacco di gente fa la fila e attende per avere qualcosa da lui (addetto al magazzino consegne dell’Ikea). Così tra una racconto del suo panfilo a Montecarlo e uno delle sue sciate a Saint Moritz assume lo status di “buon partito”. Consiglio cinematografico e musicale: “Pane e Cioccolata” di Nino Mafredi, “Chiaramente Gulfi” di Pippo Pollina.

     

    E’ così che, dopo un fidanzamento a distanza più o meno lungo, dopo un discorso del futuro suocero sul tenore “che intenzioni hai con mia figlia, non starai giocando mica!?” ecco che si accoppia con la brava ragazza del paese di origine che lei si che è una brava donna con i valori, non le svizzere che sono tutte troie che mangiano le salsicce la mattina e mettono la marmellata sugli spaghetti o non hanno idea di cosa sia il Bacalhau.

     

    A questo punto direi che è d’ obbligo una bella classificazione su questo altro interessantissimo tipo umano che è la brava ragazza del paese di origine alla luce del suo comportamento una volta a contatto con questa nuova realtà.

     

    • La spaesata

     

    Trattasi di una ragazza la cui vita è stata caratterizzata dal padre-padrone e da una famiglia che dire retrograda è poco. Quello che esiste al di fuori del suo paesello di origine è mistero, non si è mai mossa da sola se non quella volta che il padre, in coma farmacologico mentre gli iniettavano urina di capra nelle vene, non l’ha potuta accompagnare a scuola e lei ha sbagliato pullman ritornando a casa alle 3 di notte. Il padre-padrone, davanti all’altare, l’ha consegnata al marito raccomandandogli di aver cura di lei e tale passaggio di consegne ha un valore tutt’altro che simbolico.

    Una volta in Svizzera la spaesata, non abituata al freddo svizzero, si trincererà in casa, alcuni la scambiano per la bambola sopra la coperta con il rosarione damascato del letto matrimoniale facente parte del corredo di nozze. Il neo-marito ovviamente sarà felicissimo della mancata integrazione della neo-sposa (altrimenti si sarebbe preso una troia svizzera e non una brava ragazza del paese di origine, dice lui con un ghigno di soddisfazione) la quale non darà nessuna testimonianza della propria esistenza al punto che gli amici del marito penseranno addirittura che lei non esista e che il nostro immigrato un po’ all’antica si sia inventato tutto per celare una sua impotenza quando gli amici lo invitano a troie. Ma lei esiste e ve ne accorgerete dopo dieci anni, quando chiamato in casa del vostro amico Jorge alla domanda “Buonasera, posso parlare con Jorge?” una voce risponderà “Sculpe senhore eu nao capicci il itagliano”. La spaesata ha una capacità di apprendimento linguistico pari a quella di un germano reale, il suo principale compito nella società elvetica sarà quello di mettere al mondo manodopera straniera.

     

    • Studentessa universitaria triste e solitaria nella sua stanzetta umida

     

    Mi riferisco alla nota canzone di Simone Cristicchi che parla di una studentessa siciliana che, lontana dall’asfissiante controllo sociale del paesino, sbraga di brutto, passa le giornate a  ripassare la filosofia china su una scrivania” e le notti a “guardare il soffitto” ritrovandosi incinta data la sua fondamentale ignoranza sul tema contraccezione (nell’interpretazione del Monsieurdosto il significato della canzone è una grossa metafora sessuale). Per capire il tipo in questione basta guardare le studentesse fuori sede del sud o le studentesse erasmus che, da fighe di legno e principessine sul pisello “guardare ma non toccare”, si trasformano nella massima esponente della filosofia “basta che respira”. Non siete convinti? Andate a Londra e informatevi sulla prostituzione “English course”.

    La tipa in questione esce dall’ufficio della Polizia Stranieri mano nella mano con il neo marito sognante, pensa già al suo ritorno nel paesello di origine a come far rosicare di invidia l’ex compagna di scuola o la vicina con tutti i gadget che comprerà con la carta di credito del marito. La sua permanenza in Svizzera sarà scandita dallo shopping sfrenato e dalle richieste più assurde che il marito asseconderà sempre più malvolentieri aspettando che le cose si mettano apposto con il tempo e pensando che si, poverina, fa così perché è spaesata e in fondo con una svizzera gli sarebbe andato peggio. Socializzerà con un gruppo formato da un manipolo di consimili. Passerà le notti nei locali a elargire numeri di telefono perché “deve ambientarsi”. Questa la sua giornata tipo.

    Dalle 6 alle 15: sarà in casa a dormire e non dovrà volare una mosca  eccetto quelle che depongono uova sui resti di carne di una settimana fa nei piatti mai lavati.

    Dalle 15 alle 17 : in pigiama sul divano a guardare la televisione e a ricevere/inviare sms alle amiche porche o agli spasimanti di turno.

    Dalle 17,30 alle 20,00: E’ l’ora dello shopping, con la scusa di andare a vedere quel pantalone porterà l’oramai sempre più disincantato marito a svaligiare negozi, ovviamente se tutto si concluderà senza acquisti, il rapporto si rovinerà perché il partner non la ama ed è solo un buffone che in preda alla sindrome dello zio d’America ha millantato cose e disponibilità economiche non vere.

    Dalle 20 alla 06: a cena con le amiche troie e in discoteca. Durante una di queste nottate in discoteca verrà beccata, da un connazionale del marito, nel parcheggio a ispezionare la nerchia di un qualche spasimante di turno e al bar della “Libera Colonia Italiana” e della “Casa Portuguesa” se ne parlerà, poi un amico in preda a crisi di coscienza riferirà, ma lui non crederà, la sua ragazza continuerà e trullallero trullallà…

     

    • La determinata

     

    Per capire il contesto familiare di provenienza della determinata basta guardare quello della spaesata solo che la determinata, al posto di una acritica adesione ai modelli imposti, accumulerà una grande rabbia pronta ad esplodere da un momento all’altro. La parola d’ordine della determinata è: mai più nel paesello di origine. Vede immediatamente l’emigrazione come la liberazione dalla dittatura familiare, disprezzerà quelle che sono le usanze del suo contesto di origine, cambierà subito il suo accento, non farà mai capire di dove è, diventerà più svizzera di Guglielmo Tell. E’ una donna che, se si hanno palle per stare con lei, è in grado di dare delle grandissime soddisfazioni. Purtroppo l’immigrato un po’ all’antica è ben lungi dall’avere palle per una donna simile, anzi di lamenterà spesso di aver sbagliato moglie, di avere una donna che ha perso i suoi valori, la moglie al contrario rimprovererà il marito di essere chiuso, provinciale e si vergognerà spesso di lui. L’unione in qualche caso termina con un divorzio ma spesso va avanti, anche per lunghi anni, in un clima di reciproca sopportazione. I due litigheranno molto su tutti i fronti, dall’educazione dei figli al tifo calcistico e arriveranno alla terza età litigando di brutto perché, una volta in pensione, lui vorrà tornare nella sua casetta di Praia a Mare o di Nazarè, lei col cazzo! Ma oramai sono anziani ed è troppo tardi per rifarsi una vita. La determinata guarderà il marito ingozzarsi di spaghetti davanti a “Domenica In” e penserà che in fondo poteva fare meglio ma per lo meno qualcosa nella vita ha fatto e con questi bilanci in chiaro-scuro arriverà fino alla vedovanza quando scoppierà di ulteriore nuova vitalità.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:17 | commenti (10)


    venerdì, gennaio 12, 2007
     

    L'IMMIGRATO UN PO' ALL'ANTICA

    I vari cambi generazionali, l’omologazione dei costumi e un continuo processo di integrazione con la popolazione locale hanno reso gli immigrati europei in Svizzera quasi del tutto indistinguibili dalla popolazione autoctona o quanto meno hanno fatto sfumare molte loro caratteristiche e peculiarità, tuttavia continua a resistere un personaggio molto ben raffigurato dalla filmografia di Alberto Sordi e che, nonostante le lettere e le riviste di amori per corrispondenza siano state sostituite dalle nuove tecnologie e il “ragazza illibata sposerebbe immigrato in Svizzera anche lieve difetto fisico” sia stato sostituito da altri tipi di pretese, continua a resistere in una maniera quasi commovente, stiamo parlando dell’immigrato un po’ all’antica.

     

    Dicesi immigrato un po’ all’antica soggetto generalmente proveniente dalle regioni del Sud Italia, ma anche dalle campagne del centro-nord sebbene in misura minore, dalle regioni rurali della Spagna, del Portogallo e della Grecia che si è creato un suo habitat in Svizzera riproducendo in piccolo quello della regione, del paese e del villaggio di provenienza; che all’assimilazione, un po’ per scelta, un po’ gioco-forza, ha preferito la creazione di una società parallela. Mi preme sottolineare, a scanso di equivoci, che sono soggetti che hanno fatto molto e hanno arricchito la Svizzera sia dal lato economico che dal lato antropologico e culturale, è facile trovarli nei grandi centri urbani (Zurigo, Basilea, Ginevra) ma anche in centri minori (a Lugano si nota discretamente una certa sua presenza). In genere è un immigrato di prima generazione o di seconda generazione venuto in tenera età al seguito della famiglia allargata, composta da soggetti dediti a lavori di manovalanza, quei lavori che “gli svizzeri oramai non fanno più da tanti anni” cosa che, insieme ad un loro connaturato orgoglio e alle loro forti radici culturali ulteriormente rafforzate dalla lontananza  e vuoi anche da una certa chiusura della popolazione elvetica nei loro confronti, ha fatto proliferare tante società parallele. Alcuni di loro hanno anche avuto un certo successo economico mettendosi in proprio, aprendo in genere bar, ristoranti, gelaterie o negozi di prodotti tipici regionali.

     

    Oltre a crescere e a sopravvivere l’immigrato un po’ all’antica si riproduce. Il soggetto maschio dell’esemplare in questione, al quale momentaneamente dedicherò la mia trattazione, eviterà accuratamente ogni rapporto con ragazze svizzere, giudicate da lui e dalla sua famiglia allargata; che ha per mole e per stili di comportamento le fattezze del branco, come ragazze leggere, facili, non affidabili, troppo autonome, insomma ci siamo capiti: zoccole, troie e via dicendo, anche se la nettezza di certi giudizi è sfumata da espressioni quali “le donne svizzere non sono donne, sono manager”; “vorrei una donna con la gonna” etc… cosicché quando decide di mettere su famiglia lo farà con un altro personaggio da commedia neorealista: la brava ragazza (o figliuola) del paese di origine, qualche volta anche lei appartenente alla specie dell’immigrato un po’ all’antica, più spesso conosciuta e “importata” dalla zona di origine.

     

    A mettere in atto questo comportamento sono vari tipi di soggetti che illustrerò sinteticamente:

     

    • Il 40enne che si “rimette in gioco”

     

    Notate le virgolette. “Rimettersi in gioco” è uno stratagemma di quella meravigliosa lingua che è l’italiano che serve a dare un tono epico alle imprese più banali. Qualche esempio: Naso pronunciato (possessore di una snacchera di 30 cm) Robusto (ciccione) e via dicendo… “Rimettersi in gioco o in discussione” equivale a dire andare a raccattare figa in una zona vagamente depressa allo scopo di matrimonio. Si tratta di un uomo sulla quarantina che si ritrova single in circostanze assolutamente non fortuite, ovvero non è che prima stava con una svizzerotta più bella di una fotomodella e direttrice di banca che è stata rapita dagli alieni. Parliamoci chiaro: stanco di raschiare il fondo del barile in Svizzera e stanco di rapporti occasionali con semi-pro o professioniste brasiliane, ungheresi e ucraine decide che è giunto il momento di mettere la testa a posto e di trovare la brava ragazza all’antica del paese di origine.

     

    • L’under 40 un po’ mammone

     

    In Italia (o Spagna, Portogallo etc…) rientrerebbe in pieno nella media e nelle statistiche, in Svizzera è visto come un tipo lievemente ritardato visto che ultratrentenne vive ancora con la famigliola (in genere molto pittoresca nei modi e nelle manifestazioni) e quindi evitato accuratamente dalle donne. Tende a disprezzare la categoria precedente e si ritiene per lo meno affascinante. Non ha una fidanzata nel luogo di residenza dal 199x e le precedenti fidanzate sono in genere brave ragazze del paese di origine residenti in Svizzera. Qualche volta si vede accompagnato da qualche prostituta o da qualche immigrata da paesi poveri, nonostante tutto si sente affascinante e sicuro di sé, ma è mai possibile che tutte le ragazze che lo ritengono come tale vengano da aree depresse?

     

    • Il colpito da “colpo di fulmine”

     

    Durante una vacanza, con la famiglia, nel Salento, in Andalusia, nell’ Alentejo (insomma nelle zone di origine) ha visto una ragazza dai grandi occhioni neri, un grande amore cresciuto con lettere e e-mail appassionate, l’ansia dell’attesa che arrivi un’altra estate, i giorni e le ore contate, le farfalline nello stomaco, gli abbracci alla stazione, le lacrime davanti al check-in dell’aeroporto e quel pensiero fisso ad ogni ora del giorno e della notte, i fiori, le poesie, quella stella in cielo che ho dedicato a lei… e l’idea fissa di come sarà il grande matrimonio.

     

    Continua….

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:59 | commenti (8)


    giovedì, gennaio 11, 2007
     

    DUE COSE CHE ODIO IN QUESTO PERIODO

    Le persone “schiette” o “autentiche” o “sincere” che dir si voglia

     

    Trattasi generalmente di persone che non riescono a completare un discorso di almeno tre parole senza inserirci i termini “cazzo”, “figa”, “inculare” e che quando hanno una discussione con te sono soliti rivolgersi con strafottenza con preludi del tipo “se sei una persona intelligente dovresti capire che…” oppure “tanto per cambiare non hai capito un cazzo…” etc… o che tendono ad alimentare polemiche assolutamente inutili e pretestuose al solo scopo di rompere i coglioni. Se provi a invitarli ad essere maggiormente educati ti senti dire che loro si comportano così perché sono “schietti”, “autentici”, “sinceri”, come se il rivolgersi educatamente agli altri sia un simbolo di ipocrisia e di falsità. Si è soliti incontrarli sia negli ambienti lavorativi che in quelli mediatici (specialmente nei reality show). Sono fortemente tentato, da qualche giorno a questa parte, di esprimere ad un mio collega, con le caratteristiche suddette, la mia schiettezza e la mia autenticità a suon di cazzotti.

     

    Il terzomondismo di maniera della sinistra

     

    E’ un discorso che, anche se in minima parte, può essere ricondotto a quello precedente e che consiste nel giudicare le popolazioni dei paesi del terzo mondo, in quanto tali, come dotate di un naturale sentimento di bontà, di sincera dedizione verso il prossimo.

    Così leggi che magari due ventenni svizzeri in vacanza a Santo Domingo vengono adescati da due fanciulle locali, portati in un bar, truffati con consumazioni da 1000 dollari e in seguito malmenati dai buttafuori e dai poliziotti locali corrotti e in combutta con i gestori del locale e senti il solito intellettualoide di sinistra struggersi in una predica nei confronti dell’occidente e dei turisti che con le loro monete forti “colonizzano la dignità dei popoli”.

     

    Altro esempio: l’islam. Non andiamo nella questioni internazionali che è meglio, rimaniamo sul locale. Si creano tavoli di mediazione istituzionali dove i rappresentanti della comunità islamica, e già invitare ai tavoli di mediazione certi soggetti dell’islam organizzato è come se in un qualsiasi paese, per mediare con la comunità italiana, invitassero l’opus dei o comunione e liberazione considerandoli rappresentati di tutti gli italiani, chiedono cose come far partorire le donne a casa perché quegli stronzi di svizzeri fanno i turni con soli ostetrici e ginecologi uomini, eliminare la carne di maiale dalle mense (propongo ai ternani immigrati di unirsi in associazioni per l’imposizione della porchetta e della pizza grassa a tutti)  che vengano vietati certi film contrari ai criteri islamici ed altre cose che non sto qui ad elencare (sul tenore di se l’infibulazione debba o non debba essere rimborsata dalle casse malati) e da sinistra senti i discorsi del tipo “per non ferire la sensibilità della cultura islamica” o vedi trattare certe limitazioni della libertà come pittoresche caratteristiche di una cultura verso la quale non dobbiamo esprimere nessuna nostra superiorità. Addirittura in Italia c’è stato tutto un dibattito sull’ovvio, ossia l’italiano come lingua ufficiale, misura osteggiata da Rifondazione Comunista perché di questo passo conoscere l’italiano diventerebbe condizione per avere la cittadinanza. Sono coglione io che penso che quando si va da straniero in un paese ci si debba adattare a quella che è la cultura, alla lingua e a quelle che sono le usanze del paese ospitante? Sono coglione a tal punto da frequentare corsi di Svizzero-tedesco? Sono dell’idea che la sinistra talvolta sia talmente muticulturale, ma talmente tanto, da giudicare che tutte le culture vanno bene meno che la nostra.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:38 | commenti (5)


    lunedì, gennaio 08, 2007
     

    IL BIVIO

    Esiste un nuovo format televisivo europeo di una trasmissione chiamata “Il bivio”. Vengo a sapere solo ora che hanno già trasmesso il tutto anche in Italia sulle reti Mediaset. Personalmente sono venuto a conoscenza del programma guardando una tv locale della Svizzera tedesca.

     

    Si tratta di una trasmissione dove un soggetto del tutto scialbo e anonimo racconta la sua vita come se fosse quella di Napoleone Bonaparte, il tutto a partire da un evento che sarebbe potuto andare diversamente e la redazione ricostruisce la vita alternativa che avrebbe avuto il protagonista se l’evento scatenante non si fosse manifestato.

     

    Nonostante, almeno nella versione svizzero-tedesca, i personaggi e lo stile di conduzione siano interessanti e coinvolgenti come la mia scarpa sinistra, l’idea di fondo non è male e la voglio fare mia.

     

    Parlerò di un mio carissimo amico, di una persona che stimo moltissimo e che mi sta molto a cuore: il Monsieurdosto.

     

    Monsieurdosto è un simpatico ragazzo. Nasce in Umbria dove vive mediocremente la sua infanzia e la sua adolescenza. Si è trasferito da qualche tempo a Bologna, si è brillantemente laureato con il massimo dei voti in Scienze Politiche presso l’ateneo bolognese e, dopo la laurea e dopo essersi guardato un po’intorno, viene convinto da un suo docente a intraprendere il dottorato di ricerca in “Sociologia e Politiche Sociali”. Le spese per il dottorato sono molto alte e la borsa di studio abbastanza magra e elargita con atavici ritardi, tanto più considerato il fatto che, essendo Monsieurdosto uno spirito solitario e isolazionista quasi ai limiti della paranoia, vive da solo in un monolocale arredato, svolgendo dei lavoretti stagionali per potersi permettere le spese bolognesi. Le cose in genere non vanno benissimo, è stato appena malamente scaricato da B. dopo una storia fatta di un anno di sottili ricatti morali e paranoie dovute alla problematicità della ragazza e ad un ex eccessivamente ingombrante, Monsieurdosto è spesso solo e molte volte depresso al punto che preferisce non fermarsi mai dagli impegni lavorativi e di studio per non subire il peso di certe domeniche passate da solo a guardare il soffitto e a meditare sul suo rapporto problematico con la solitudine e con gli altri.

     

    Un giorno un suo amico, originario di una città a 30 km dalla sua e anche lui studente a Bologna, gli chiede se si sarebbe unito a lui e ad un altro compagno di Università per andare una settimana a Londra, visto che i due avevano ricevuto una “buca” da una terza persona ed erano nell’impossibilità di recuperare le somme precedentemente pagate per il volo e il soggiorno. Monsieurdosto, dopo varie paranoie morettiane, non sapendo se essere felice per l’invito o mortificato per rappresentare per l’ennesima volta il poco invidiato ruolo di “ruota di scorta” e dopo una nottata passata a chiedersi se “lo si notava di più se non andava o se andava” decide di accettare l’invito.

     

    Al ritorno da quel viaggio vide nella sala d’attesa dell’aeroporto di London Stansted, una ragazza dai chiari tratti mediterranei e nell’aereo, timidamente spronato dal cameratismo maschile dei compagni di viaggio, prende posto vicino a lei. Siccome Monsieurdosto è un ragazzo dotato di doti istrioniche ai limiti della schizofrenia, nonché un buon conversatore dato anche il buon livello culturale e un certo numero di lingue conosciute, il viaggio di ritorno è caratterizzato da una fitta conversazione dei due su quello che era il senso della propria esistenza. Monsieurdosto nota subito in lei quel magnifico modo di sorridere e di ammiccare con gli occhi e come fosse carina e gentile nei modi, oltretutto scopre che la ragazza è originaria del Portogallo e si trova in Italia per studiare in un città poco lontana da Bologna  dove lui ogni tanto andava per impegni di dottorato.

     

    Si lasciarono abbracciandosi nell’atrio dell’aerostazione, al che lei prende un foglietto da un’agendina e scrive un indirizzo e-mail e un numero di cellulare seguiti da due nomi e tre cognomi portoghesi, i suoi. Dopo qualche MESE di e-mail simpaticone, sms galeotti, appostamenti tattici fingendo casualità degli incontri, nonchè una serata da soli in casa di lei dopo una cenetta, passata da Monsieurdosto imitando, da perfetto imbecille qual’era, i personaggi di Verdone, i due si misero insieme. Per Monsieurdosto si aprì una stagione di nuovi entusiasmi, ricopriva i suoi impegni con più voglia di vivere, si era aperto al mondo e a nuove conoscenze finchè una di queste, una volta terminato il dottorato, lo spinse, apprezzandone la professionalità e la preparazione, ad andare a lavorare in un paese che lui conosceva solo per le banche e la cioccolata  dove, nel corso degli anni, riuscì a farsi apprezzare facendo il lavoro per il quale aveva studiato. Grazie alle maggiori disponibilità economiche e alle opportunità concesse da quel paese straniero, i due si fecero una vita, misero al mondo un bambino e una bambina e vissero felici e contenti, per lo meno fino al presente attuale.

     

    MA COSA SAREBBE SUCCESSO SE:

     

    Monsieurdosto avesse ceduto alle sue paranoie e rinunciato al viaggio?

    Avrebbe continuato a seguire gli impegni di dottorato integrandoli con i lavoretti interinali, limitando al massimo i rapporti sociali e chiudendosi nel monolocale bolognese. La sua eternamente quasi fidanzata B, nei momenti di crisi con l’ex ingombrante, lo avrebbe cercato ripetutamente, rovesciandogli contro quintali di suoi problemi per poi scaricarlo quando il sole della sua relazione con l’ex ingombrante tornava a splendere. Il tutto per un lungo periodo, finchè lei un giorno gli dice con un sms che lui in fondo è troppo buono e che non è abbastanza deciso per stare con lei, motivazioni che non ammettono repliche e fatto sta che lascia Monsieurdosto deluso dal genere femminile.

     

    Monsieurdosto si tuffa così nel lavoro, terminando il dottorato e trovando, grazie alla spinta del professore che lo aveva convinto a questo primo passo nella carriera accademica, un lavoro come assistente alla cattedra di “Sociologia delle popolazioni agricole dal casello di Bologna San Lazzaro seguendo la via Emilia fino a Faenza” presso il polo universitario di Cazzaniga sul Santerno, con un contratto a progetto di un anno. Al termine del contratto a progetto il suo mentore gli comunica che purtroppo il contratto non verrà rinnovato poiché per quel posto si è candidato Manuel Ravaioli, figlio del presidente della fondazione della cassa di risparmio, principale finanziatrice del polo di Cazzaniga sul Santerno, laureatosi in psicologia del lavoro con 80/110 all’età di 35 anni e per evitare il taglio dei finanziamenti e la chiusura del polo l’assunzione del figlio del notabile locale era la contropartita da pagare.

     

    Dopo qualche vano tentativo di rientrare nel mondo accademico, dove purtroppo gli venivano offerti solo lavoretti che non gli consentivano di ricavarne uno stipendio che gli permettesse di continuare a vivere da solo a Bologna e avendo un titolo poco spendibile sul mercato del lavoro, come gli avevano ricordato durante 85 colloqui pre-assuntivi, non dichiarando più i suoi titoli di studio trova lavoro come magazziniere alla “Metro cash and Carry” di Bologna, finchè un giorno lo chiama suo padre dicendogli che il marito medico di una zia ha saputo dal capo del personale di una multinazionale tedesca che produce tubi in acciaio inossidabile e che era stato da lui operato alla prostata pochi mesi prima, che stavano cercando un impiegato per l’ufficio commerciale estero che conoscesse il tedesco. Forte della raccomandazione dello Zio, Monsieurdosto rientra in Umbria, non potendosi più permettere i costi bolognesi, nel frattempo ulteriormente lievitati con l’avvento della moneta unica europea e torna a vivere dai suoi. Dopo tre mesi di stage retribuito con buoni pasto dal valore di € 5,29, viene assunto con un contratto di formazione professionale destinato alle aree a declino industriale a 800 euro al mese prima e con un contratto a tempo indeterminato a 1100 euro al mese poi.

     

    Monsieurdosto non ha nessuno stimolo alla carriera dato che odia i tubi in acciaio inox e il lavoro come commerciale non gli interessa per niente, così in azienda si limita a mantenere i rapporti con i clienti di lingua tedesca, a fare delle traduzioni e ad accompagnare il capo ufficio durante i viaggi in Austria e Germania, durante i quali gli veniva fatto notare che la sua era l’unica azienda a non avergli dato una segretaria figa ma al Monsieurdosto in fondo sta bene così, il lavoro non gli dà preoccupazioni ma nemmeno gli consente di andare a vivere da solo, soprattutto ora che si è accollato un prestito quinquennale per comprare un’automobile e in fondo quell’azienda era una grande realtà industriale per il territorio e poteva ritenersi fortunato, come gli ricordavano continuamente i genitori.

     

    Nel frattempo, dopo un paio di delusioni avute da brevi relazioni nate in internet, ha un rapporto con Caterina, impiegata con un contratto a progetto part-time presso il call-center esternalizzato della multinazionale presso la quale lui lavorava, ma viene scaricato dopo poco più di un anno e una ventina di rapporti sessuali da minimo sindacale. Lei lo rimproverava continuamente di non avere ambizioni e sottolineava il fatto di non essere una tipa da vita piatta e tranquilla, voleva emozioni forti e un uomo con più amor proprio che gli desse maggiore sicurezza. In casa la madre continua a rimproverargli il fatto di non riuscire a trovarsi una ragazza e di aver buttato via anni della sua vita studiando cose inutili e di non aver mai portato mai Caterina a fare una settimana bianca (Monsieurdosto odia sciare).

     

    Continua così con la sua routine, il lavoro gli impone spesso degli straordinari che gli impediscono di dedicarsi alle sue passioni. Si ritrova così a 33 anni, con 35 giorni di ferie maturate e senza nemmeno un bambino che per Natale gli dica “auguri papà”.

     

    E voi? Avete avuto un vostro bivio?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:18 | commenti (17)


    mercoledì, gennaio 03, 2007
     

    NO MORE MONOPARTIES

    Non c’è stato nessun monoparty di capodanno. In fondo meglio così. Quello del monoparty di capodanno è stato un evento mediatico che nel suo piccolo ha avuto una certa portata. Durante il monoparty dell’anno scorso il mio blog, nella sua modestia, ha avuto un incredibile picco di visite e contatti unici benché un numero contenuto di commenti. Ciò significa innanzitutto che esiste tutta un’umanità di isolazionisti, di persone che sfuggono alle convenzioni, ai riti di massa, persone che guardano, non prive di una certa curiosità, la cronaca di un’asocialità e di un isolazionismo seppur da spettatori passivi. Non si partecipa ai grandi riti di inclusione e ci si vergogna un po’. Del resto gli intellettuali degli anni ’70 ascoltavano Battisti di nascosto, noi ascoltavamo gli 883 di nascosto, così come c’è stato qualcuno che ha assistito al monoparty di nascosto, con le dovute proporzioni. Tornando al monoparty direi che proprio in quanto evento è bene che sia dotato di una propria unicità, che non si cada nel tranello del sequel, del teatrino, del tormentone a scadenza fissa, della saga, altrimenti si rischia la “fantozzizzazione” (dal grandissimo personaggio di Villaggio reso perfino stucchevole dai troppi inutili seguiti cinematografici) dell’esperienza a scapito della qualità dell’evento e a costo del grandissimo rischio di cadere nello snobismo. Quello che abbiamo voluto dimostrare lo abbiamo dimostrato l’anno scorso. Vedi anche il blog del Coniglione.

    Pensieri e parole di kendostoe | 11:30 | commenti (8)