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martedì, marzo 27, 2007
SUL VOTO IN SENATO
Si è votato al Senato italiano sul rifinanziamento della missione militare italiana in Afghanistan e, come previsto, il rifinanziamento è passato con 180 voti a favore.
La mia posizione favorevole l’ho già spiegata in questo post ed aggiungerei un’ulteriore osservazione: si può essere stati a suo tempo contrari a questa guerra nata sull’onda emotiva del 11 settembre e che è ben lungi dall’essere stata efficace ma adesso come adesso è la soluzione migliore andarsene dall’Afghanistan mentre le cose si mettono male? Io personalmente avrei qualche dubbio e beati coloro che non ne hanno.
La cosa che comunque più mi ha impressionato è come tutta la questione sia stata svilita a fatto di politichetta interna, ad una questione di meschina contabilità parlamentare, come sia stata incentrata tutta sul laido manicheismo “governo si, governo no (ce famo du’ spaghi)” sul numero magico (158), senza interrogarsi minimamente sulla sostanza della questione, sul fatto che probabilmente, purtroppo, si arriverà ad uno scontro armato tra milizie talebane e soldati italiani.
Una questione così dura e così complicata merita senza dubbio ben altro dibattito. Poi può anche starci il “sono contrario perché non vale la pena sacrificare la vita di giovani italiani per l’Afghanistan”; possono starci tutti i “se…” e tutti i “ma…” del caso, possono starci tutte le lacerazioni e tutte le questioni di coscienza personale, ma i discorsi sul tenore “158 si, 157 no”; “i senatori a vita non valgono”; “Pallaro non vale”; “l’autosufficienza della maggioranza…” cazzo no! Non ci stanno proprio, sono cose di una tristezza unica e che denotano tutta la pochezza politica e soprattutto umana di chi li fa dinnanzi ad una questione così importante. Tutto ciò è triste, molto triste.
martedì, marzo 20, 2007
FAMILY DAY
Me lo aspettavo, infatti eccolo. Sto parlando del family day, di quella manifestazione che si terrà il 12 Maggio per difendere la famiglia.
Già, difendere la famiglia? Ma difenderla da cosa, visto che è un’istituzione che oramai si sta minando benissimo da sola? Pensiamo al continuo aumento del numero di separazioni e divorzi, alle cifre da “guerra civile” nelle coppie giovani, dove da vari studi dell’Eurispes e da dati dell’Istat sembrerebbe che una su due non resista alla prova dei primi 3 anni di matrimonio, ad una sentenza di divorzio ogni 4 minuti emessa dai tribunali italiani. Pensiamo alle coppie superstiti che continuano a stare insieme: quante di loro lo fanno magari per abitudine, per via dei figli, per salvare la faccia, perché hanno contratto insieme un mutuo quarantennale per l’acquisto della prima casa? Ometto volutamente le statistiche sui delitti e le violenze. Indovinate un po’ dentro quale istituzione avvengono maggiormente?
Purtroppo chi promuove queste giornate come il family day questa domande non se le fa e parla di “attacchi esterni” ad una famiglia dipinta come una villetta degna delle peggiori pubblicità del Mulino Bianco su di un’isola mentre intorno imperversa la tempesta scatenata dalle forze diaboliche dei nemici della famiglia.
C’è qualcuno che dice: “con i dico vengono sottratte risorse alle famiglie tradizionali”. Purtroppo non è vero. I Dico non prevedono nessun tipo di sgravio fiscale, non danno diritto a detrazioni e ad assegni familiari, inoltre visto che, parliamoci chiaro, il problema è rappresentato dalle coppie gay, c’è un dato sociologico che vuole che le coppie omosessuali siano quelle che al dunque non ricorreranno alle prestazioni del welfare state. C’è un dato sociologico inequivocabile e per dimostrare il quale potrei citare decine di studi che vuole che la rivendicazione di diritti relativi alle subculture avvenga una volta soddisfatti dei requisiti minimi in temi di diritti civili, politici e sociali in una gerarchia piuttosto netta dei “bisogni”. Pensate un po’ all’omosessualità nei paesi in via di sviluppo tanto per avere qualche esempio.
Eccolo alla fin fine il vero senso della manifestazione: manifestare contro, e quel contro è rivolto agli omosessuali e ai loro sacrosanti diritti, al voler rendere universale una propria morale “particolare”. Alla fine tutto torna.
giovedì, marzo 15, 2007
LA VERGOGNA DEL "PRIVATO"
Non sono mai stato uno che considera la coerenza come un valore assoluto, credo che sia normale nella vita di una persona cambiare idea su molte cose. Di sicuro io non ho più le idee politiche di quando avevo 20 anni, sicuramente vivendo in prima persona il fenomeno dell’immigrazione come individuo e come studioso, ho smesso di avere una visione da libro cuore sugli immigrati tanto per fare un esempio, ma quando vedo la trasmissione di Santoro che ha come tema la famosa base statunitense di Vicenza, provo delle sensazioni un po’ particolari.
Mi ha colpito la posizione di un paio di abitanti della zona che prima dicono orgogliosamente di aver sempre votato a destra e di aver appoggiato la guerra in Iraq, ma quando hanno scoperto che la stradina che porta alla base militare o i tubi che riforniscono di gas la base stessa passeranno di fianco alle loro case si scoprono improvvisamente ferventi anti-americani, adducendo delle motivazioni enfaticamente proclamate con un frasario e con degli slogan che ho sentito per l’ultima volta dal ministro dell’informazione della Repubblica di Cuba.
Prima tutti a parlare della guerra al terrore, dell’esportazione della Democrazia a suon di bombe e oggi tutti a disquisire di “imperialismo yankee” e a struggersi per la sorte dei “poveri bambini iracheni massacrati dalle divisioni militari che partiranno da Vicenza”.
Sono degli incoerenti da condannare? No, non è così, o meglio non è così facile. Sono semplicemente dei prodotti di una certa fusione tra etica cristiana e spirito del capitalismo, parafrasando liberamente il buon Max Weber. Sono semplicemente persone che difendono il loro interesse particolare e un po’ se ne vergognano. Perché viviamo in una società economicamente fortemente egoistica, che bada molto ad una razionalità puramente strumentale, una società, se vogliamo, dell’edonismo reaganiano, che fa della ricchezza, del modello effimero e superficiale la sua ideologia, ma ci si vergogna di esibire che ad animare le nostre coscienze e le nostre convinzioni è il puro e semplice, talvolta anche plausibilissimo, interesse personale. Allora eccoci qui ad ammantare il banale interesse privato con motivazioni nobili o pseudo-tali. Ecco il vicentino leghista che fino a ieri parlava di appendere per il collo l’immigrato pakistano, che parla di imperialismo stelle e strisce e dei poveri bambini iracheni, ecco, facendo un esempio diverso ma contiguo, la donna che si scandalizza davanti alla pornografia ma che va in estasi dinnanzi agli epigoni delle varie Melisse P che parlano del “nostro vissuto e della sessualità di noi donne liberate del XXI secolo”, ecco il folclore dei no-global e delle contadinelle che parlano della “dignità del popolo della Val di Susa” e di “modelli di sviluppo sostenibili”.
Siamo individualisti e ce ne pentiamo, un po’come la barzelletta del comunista, delle due case, delle due auto e delle due biciclette. Viviamo nell’epoca della vergogna del “privato”.
lunedì, marzo 12, 2007
IL "MODELLO" SEGOLENE ROYAL
E’ appena passato l’otto marzo e tra le pagine dei giornali e dei blog italiani, nel sottolineare la bassa rappresentanza femminile nelle cariche politiche in Italia, va molto di moda la frase “…se avessimo anche noi una Ségolène Royal…”.
In questi giorni sto seguendo la campagna elettorale per le presidenziali francesi e devo ammettere che la candidata socialista è pressoché impresentabile. Mentre il candidato della destra liberale e gollista se ne va per le fabbriche a sottolineare la centralità del lavoro, la Royal preferisce delle conferenze stampa in ambienti ovattati, oramai l’infighettamento della sinistra ha dimensioni globali e, dinnanzi alla perdita verticale dei consensi nei sondaggi, ripete come un disco rotto la frase “ce l’hanno con me/mi attaccano perché sono donna”, per il resto un nulla politico, un vuoto totale di contenuti, nessuna proposta innovativa, tanta retorica sulla famiglia (formata da una padre e una madre) tanta confusione sul progetto di integrazione europea, fino ad idiozie pure come la proposta di togliere gli assegni familiari alle famiglie i cui figli commettono anche un solo atto di delinquenza. Per lo meno i socialisti francesi, ai tempi di Jospin, erano pionieristici in Europa per misure come quella della riduzione dell’orario di lavoro e nel mantenere sotto il controllo pubblico, benché seguendo criteri produttivistici e non assistenzialisti e clientelari, molti settori chiave.
Se già le cosiddette “minoranze”, termine usato nel contesto sociologico anche per le donne benché siano maggioranza pressoché in tutte le società occidentali, non stanno simpatiche a molti, quando diventano piagnone e vittimiste riescono a stare antipatiche perfino a me. Forse il problema italiano è proprio quello di avere troppe signore Royal, forse è il caso di sostituire al piagnonismo fatto di slogan degni di “Calimerocel’hannoconmeperchèsononero” una seria strategia politica e un serio impegno. Forse in un mondo migliore sarà possibile attaccare una donna perché il suo progetto politico è debole o perché propone e dice delle cose sbagliate, senza sentirsi dare del maschilista o senza sorbirsi le irritanti geremiadi della Ségolène di turno.
giovedì, marzo 08, 2007
"L'IMPORTANZA" DELLA CHIESA CATTOLICA NELLA POLITICA EUROPEA
Basta guardare la televisione via cavo o via satellite, che non dovrebbe mancare in nessuna casa, per capire la famosa originalità italiana di cui parlavo in un post precedente. Prendiamo i Tg di ieri: tutti, ad eccezione del tg3 e del tg de La7, hanno dato come notizia di apertura la nomina a presidente della conferenza episcopale italiana del sig. Bagnasco. In altri paesi ovviamente la notizia è stata completamente ignorata o trattata alla stregua della nomina del Dott. Artemio Galbiati a presidente della società ticinese di otorinolaringoiatria.
Trovo veramente sconcertante il risalto che in Italia si dà agli affari interni della chiesa cattolica e il risultato è spesso che gli italiani che non hanno accesso ai canali satellitari, alla stampa estera e alle tecnologie informatiche, pensano che veramente la chiesa cattolica sia un soggetto decisivo negli orientamenti della politica europea e che pretini, cardinalini e cardinalozzi siano veramente tra le personalità più rilevanti del mondo, quando in realtà, in altri paesi europei, le esternazioni del Papa o di esponenti della chiesa cattolica vengono relegate a trafiletti nelle pagine interne e nella rubrica “brevi” dei giornali, eccetto quando tali esternazioni hanno un carattere di una certa “originalità” e uso il termine come userei il termine “speciale” per descrivere un malato di una grave forma di infermità mentale, vedi gli attacchi dei vescovi cattolici alla ministra tedesca della famiglia, la cristiano-democratica Ursula von der Leyen, 40enne e madre di ben sette figli, rea di sferrare il suo attacco mortale alla famiglia e di ridurre la donna a Gebährmaschinen (macchina per partorire) triplicando i posti negli asili nido statali. Le Germania è comunque un paese serio e i posti negli asili nido li triplicheranno dando l’ennesima scoppola alla chiesa cattolica il tutto ampiamente dimostrato dalla laconica risposta della ministra: “Un moderno partito conservatore preferisce la famiglia all’asilo nido ma vuole la libertà di scelta di madri e padri. Punto"
lunedì, marzo 05, 2007
NON DITEGLI "SPECIALE"
Ore 6,50 stazione di Lugano
Annuncio: Treno IC per Basilea è in arrivo al binario 3, ferma nelle stazioni di… Carrozze attrezzate per persone speciali numero 1-2-3 in testa treno.
Un signore mi guarda e mi chiede: Ha detto che la prima classe è in testa? Ebbene no, in svizzero-burocratese, oggi, persona speciale significa invalido, anche nel mio luogo di lavoro nei giorni scorsi giravano delle circolari che ci imponevano l’uso del termine speciale per definire soggetti portatori di handicap e tale uso è stato sicuramente esteso anche alle Ferrovie Federali. Un tempo, e vista la velocità dei cambiamenti direi un tempo remoto, si definiva diversamente abile una persona senza braccia (vorrei vedere la sua abilità come pianista) diversamente giovane un anziano, diversamente svizzero uno straniero e via dicendo, oggi hanno unificato tutto con la parola speciale.
Già il politically-correct, il prescrivere dei codici di condotta verbale, mi pare una forma di elegante ipocrisia, un modo per rimuovere le parole ma non necessariamente i problemi. Chiamare speciale un invalido non significa togliere le barriere architettoniche, dire “gay” invece che “frocio” non significa ammettere i pacs o difendere i diritti delle persone gay, anche se non è il caso della Svizzera, ma la cosa che maggiormente mi mette tristezza è che la parola speciale rievoca in me dei tristi ricordi adolescenziali.
Cosa dicevano le ragazzine eternamente innamorate dello stronzo e delle quali noi ascoltavamo, sempre attenti, sfoghi e confidenze, quando noi facevamo il tentativo di farci timidamente avanti? “Non sono innamorata di te/in questo momento ti darei solo problemi/non ti merito” e altre cose del genere che variavano in base al periodo e alla ragazza, ciò che non variava mai era la conclusione: “ti reputo comunque un amico/una persona/un compagno speciale”; e questo essere considerato speciale doveva essere la magra consolazione al fatto che te la aveva fatta annusare ben bene per poi continuare a darla allo stronzo e comunque serviva per marcare, in maniera melensa e ipocrita, la tua alterità nei confronti della popolazione maschile eroticamente attraente e sessualmente scopabile.
Cosa ci dicevano i genitori quando nella preadolescenza non mostravamo interesse per attività come tirare calci ad un pallone e preferivamo le nostre attività da nerd? “Certo che te sei speciale!” con un tono misto tra la preoccupazione e la presa per il culo.
Mi dispiace, è più forte di me, non li chiamerò mai speciali.
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