MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
    link
    Billiejoe
    Blondi
    Cadavrexquis
    Coniglione
    Il Manifesto
    lakanamamu
    Leonardinha
    Leonardo
    Malessere
    Olympia
    Totentanz
    Underworld
    Yoshitsune
    blog archivio
    oggi
    dicembre 2009
    novembre 2009
    ottobre 2009
    settembre 2009
    agosto 2009
    luglio 2009
    giugno 2009
    maggio 2009
    aprile 2009
    marzo 2009
    dicembre 2008
    novembre 2008
    ottobre 2008
    settembre 2008
    agosto 2008
    giugno 2008
    maggio 2008
    aprile 2008
    marzo 2008
    febbraio 2008
    gennaio 2008
    dicembre 2007
    novembre 2007
    ottobre 2007
    settembre 2007
    agosto 2007
    luglio 2007
    giugno 2007
    maggio 2007
    aprile 2007
    marzo 2007
    febbraio 2007
    gennaio 2007
    dicembre 2006
    novembre 2006
    ottobre 2006
    settembre 2006
    agosto 2006
    luglio 2006
    giugno 2006
    maggio 2006
    aprile 2006
    marzo 2006
    febbraio 2006
    gennaio 2006
    dicembre 2005
    novembre 2005
    ottobre 2005
    settembre 2005
    agosto 2005
    luglio 2005
    giugno 2005
    maggio 2005
    aprile 2005
    marzo 2005
    febbraio 2005
    gennaio 2005
    dicembre 2004
    novembre 2004
    ottobre 2004
    settembre 2004
    agosto 2004
    luglio 2004
    giugno 2004
    maggio 2004
    aprile 2004
    marzo 2004
    febbraio 2004
    gennaio 2004
    dicembre 2003
    novembre 2003
    ottobre 2003
    settembre 2003
    agosto 2003
    counter
    visitato *loading* volte


    martedì, maggio 22, 2007
     

    ABUSI VIRTUALI

    Leggevo giorni fa un dibattito molto strano: si parlava se fosse il caso di punire penalmente, nella vita reale, gli abusi sessuali che “avvengono” su second life.

     

    Leggendo la notizia pensavo ad un mio episodio autobiografico. Durante il periodo più triste della mia vita frequentavo un canale internazionale della rete irc, un canale molto ben strutturato, con un certo numero di utenti storici, degli operatori fissi, una pagina web con le foto degli utenti (c’era anche la mia, in seguito cancellata non senza reiterate richieste) e un forum.

     

    A dispetto delle pur buone intenzioni che volevano il canale come un luogo di incontro virtuale di respiro internazionale, c’erano infatti membri dall’America Latina, dalla Spagna, dall’Italia, dalla Germania, dalla Polonia e dagli Stati Uniti, l’atmosfera e l’apertura mentale che si respiravano non differivano molto da quelle di un normale cortile condominiale di una qualsiasi cittadina della piana di Gioia Tauro o della provincia di Rovigo. Si crearono infatti molto presto tutta una serie di antipatie incrociate, di rivalità anche sentimentali, di dicerie che sfioravano la leggenda.

     

    L’esperienza del canale ebbe poi fine quando il proprietario dei bot (il bot è una sorta di utente virtuale il cui compito è quello di mantenere il canale) uno squallido personaggio tedesco animato da alcune antipatie personali nate a seguito di un raduno di alcuni membri del canale, decise di bannare indiscriminatamente  tutti quelli che nella sede di quel raduno avevano osato contestarlo, in seguito le maglie della sua ondata moralizzatrice si restrinsero ulteriormente su tutti coloro che, nella vita reale, avevano avuto un qualche dissidio con altri membri del canale (Pinco ha avuto una storia d’amore finita male con Pallina e tra i due ci sono dissidi, quindi banniamoli...). Per un periodo, in risposta alla politica autoritaria dell’amministratore del canale, si crearono una serie di sottocanali nati dalle costole del canale principale e che avevano come argomenti principali il parlar male appunto di chi era rimasto nella “casa madre”e tutto diventò ben presto stucchevole e fece allontanare i più.

     

    Le considerazioni sulla famosa “libertà in rete e della rete”potrebbero sprecarsi. A dispetto di quanto previsto da molti analisti, con la rete non sono affatto scomparsi gli intermediari e la libertà in rete finisce spesso dove comincia il capriccio o l’arbitrio di qualche specifico soggetto. Le mie perplessità su tutta la vicenda del canale erano incentrate sul fatto se fosse giusto o meno, naturalmente secondo me meno, bannare da una comunità virtuale sulla base di avvenimenti della vita reale ma mai e poi mai avrei pensato che si arrivasse ad una situazione apparentemente opposta ma speculare.

     

    Mettiamo che il signor Andrea di Lugano si trova davanti ad un computer, si crea un’identità virtuale su second life dove diventa Jack Dosty, il signor Jack Dosty dopo aver acquistato su second life un membro di 33 cm decide di sguainarlo e di usarlo con Laura Kroft, una 15 enne di Desenzano del Garda. Il giorno dopo la polizia va dal signor Andrea di Lugano e lo arresta per abusi sessuali su minore. Praticamente il sesso virtuale viene equiparato in tutto e per tutto al sesso reale ed aver vissuto la simulazione di trombarsi una 15enne equivale ad essersi trombato una 15enne. Siamo veramente all’assurdo, al peggiore processo alle intenzioni, ad internet che diventa il mezzo per esprimere le peggiori cacce alle streghe, siamo addirittura alla censura del semplice pensiero, alla repressione della semplice proiezione.

     

    Come scrissi in un altro post (e passatemi la “sboronata” dell’autocitazione) tirando fuori questi dibattiti siamo ancora a “internet è quella cosa piena di piedofoni” e ai discorsi che, pur emergendo dai salotti accademici e dalle colonne dei grandi quotidiani, saccheggiano quanto detto dieci anni fa dalla parrucchiera di mia madre. Se passa questo discorso sull’apologia virtuale, la libertà della rete sarà sempre più appesa al filo del capriccio e della mania di protagonismo del magistrato o del poliziotto di turno e non sarebbe bello se ciò accadesse.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 16:19 | commenti (2)


    mercoledì, maggio 16, 2007
     

    FUGGIRE DA LUGANO

    Riprendendo l’ultimo commento del Casanova al post precedente, stavo riflettendo molto sull’effettiva difficoltà di vivere la vita di tutti i giorni comunicando con una lingua che non è la propria e comunque sulle difficoltà in generale di chi emigra.

     

    Stavo pensando che conosco una ragazza portoghese la quale, durante una sua permanenza trimestrale a Lugano, è andata in notevole depressione, urla che se ne vuole ritornare a casa, addirittura dice che si sente morire e non vuole morire in Svizzera.

     

    Da una parte mi chiedo se è una cosa così terribile vivere a Lugano, dall’altra parte, però, penso che siano proprio finiti i tempi del “almeno qui si arriva tranquillamente a fine mese” e qualcuno capirà a cosa mi riferisco.

     

    Certo che comunque poteva almeno provarci…

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 14:36 | commenti (12)


    venerdì, maggio 11, 2007
     

    UCCIDERE LA PROPRIA MOGLIE

    I

    Situazione: ristorante argentino. Lei, una sua nuova amica rumena ed io (e già sull’abbinamento ci sarebbe molto da dire). Le due donne cominciano a parlottare davanti al menù e poco dopo si fanno abbagliare da un piatto dal nome esotico ma che stringi stringi è una colossale minchiata. Appena il piatto arriva, a loro non piace l’aspetto e non lo assaggiano nemmeno e spingono i piatti per 10 cm verso il centro della tavola assumendo un’espressione da macaco. A questo punto nonostante io sia da qualche tempo a dieta, sono costretto a ingurgitare quei piatti e a consegnare a loro il filetto argentino al pepe verde che avevo ordinato, filetto  che loro lasceranno raffreddare per poi dire “dai, mangialo tu”.

    Finale consueto: pago il conto, compreso quello della rumena, nel senso che pago anche quello che (non) ha mangiato la nostra commensale. Due ore dopo mi chiederanno di andare dai turchi a mangiare kebab e io le accompagnerò senza proferir parola, aiutandole a finire la porzione magnum di felafel incautamente ordinata.

    Finale alternativo: faccio finta di dovermi alzare per andare a lavarmi le mani, vado dietro le loro sedie le prendo per i capelli e gli metto la faccia nel piatto che hanno ordinato, meglio se molto caldo e piccante, quando stanno per soffocare e hanno del cibo in bocca le tiro su un momento per sbattere ripetutamente le loro teste l’una contro l’altra finchè non stramazzano al suolo. Alla fine di tutto improvviserò dei passi di tango, tra i clienti inorriditi, prendendo la via della porta.

     

    II

    Situazione: siamo a casa e ad un certo punto le viene la faccia seria e un po’ triste e comincia a rivolgersi a me nervosamente senza motivazioni apparenti. Lascio correre, pensando ad un normale momento di scazzo, alla particolare categoria dell’anima portoghese chiamata saudade o alle variazioni ormonali ma, due settimane dopo, durante una piccola discussione attorno al problema “nella carbonara è meglio la pancetta dolce o affumicata”, discussione apparentemente stupida ma che viene da lei eccessivamente amplificata con l’uso di espressioni come “tanto non ti si può mai contraddire”; “ah, vabbè, il genio di casa sei tu, io sono solo una stupida” viene fuori che il motivo di tanta acredine attorno ad una discussione così banale sta nel fatto che a lei, due settimane prima, è per puro caso “capitato in mano” il mio cellulare ed ha letto un sms da parte di una certa A. Zuberbühler che recita “puoi tranquillamente continuare a scrivermi alla solita e-mail, grazie di tutto”. La lettera A sta per Albrecht. Trattasi di un collega sulla sessantina, vagamente somigliante all’uomo della birra Moretti, al quale dovevo mandare delle relazioni lavorative via e-mail. Naturalmente la mia dolce signora ha interpretato che A. Zuberbühler è la mia amante svizzero-tedesca alla quale io mando e-mail e lettere d’amore appassionate, “altrimenti non si spiegherebbe quel tono e quel grazie di tutto alla fine” incalza lei; “perché, cosa vorrebbe dire grazie di tutto?” ribatto io; “che probabilmente oltre a mandarle lettere d’amore te la scopi” chiosa lei.

    Finale consueto: la consolo che non ho nessuna amante, la convinco a fare il numero dal suo cellulare fingendo di aver sbagliato, risponde Albrecht e lei si convince che non ho nessuna amante, al che si prende il tutto a ridere e si fa perdonare come sa fare lei.

    Finale alternativo: mi sono rotto i coglioni che a lei “capiti in mano” il mio cellulare così spesso, allora, due settimane dopo, compro 100 cellulari, la lego al letto fingendo un gioco erotico, le lego i telefonini intorno alla testa poi li faccio chiamare tra loro. Le onde radio favoriscono la crescita di tumori celebrali fulminanti che la uccideranno nel giro di un due-tre giorni.

     

    III

    Situazione: dobbiamo andare al teatro e siamo già in ritardo ma, naturalmente, da quando ha avuto la bambina, dice che nessun paio di pantaloni le sta più bene che tutti le “fanno apparire” il culo grosso. Del resto la capisco, dato che io non sono un panzone ma se appaio come tale è sempre colpa di un difetto della maglia, e continua a perdere tempo provandosi dieci paia di pantaloni diversi.

    Finale consueto:  le dico che sta benissimo, mantengo un tono calmo e amorevole mordendomi ripetutamente la lingua e prendendomi a pugni sullo sterno per non perdere la calma, al che la convinco che stiamo facendo tardi e trova i pantaloni adatti all’occasione. Arriviamo in ritardo e i nostri posti di platea vengono sostituiti con dei posti sfigatissimi e inoltre ci perdiamo gran parte della commedia..

    Finale alternativo: Le dico “adesso te li faccio io un bel paio di pantaloni” mentre la stordisco a padellate. Quando sarà bella che stordita comincio a scuoiarle le gambe fino alla carne viva e le tatuerò la scritta  FORÇA BENFICA con aghi non sterili, lasciandola poi in balia degli insetti. La morte avverrà per setticemia nel giro di 3-4 giorni. Intanto sarò andato al teatro e al Family Day.

    Pensieri e parole di kendostoe | 18:24 | commenti (26)


    mercoledì, maggio 02, 2007
     

    CONFESSIONI DI UN VECCHIO NON FIGO

    Nascere e vivere in provincia è una cosa tremendamente difficile. Le città dure non sono mai le grandi metropoli, sono le piccole città. Le piccole città mettono una grandissima paura perché nelle piccole città è tutto molto chiaro. Non è il “lontano geografico” a mettere paura ma è il vicino, ciò che è più prossimo a noi stessi. Domande come “chi sono?”; “da dove vengo?”; “come sono visto da fuori?” in provincia, nei luoghi a te vicini, hanno tutte una risposta. Netta. Inequivocabile. Se esiste una “vera essenza delle cose” questa si trova in provincia. Se non esiste, invece, in provincia c’è qualcosa che gli somiglia molto ma molto bene.

     

    Andarsene dalla provincia, come ho fatto io, è, lo dico a costo di dire una grossa banalità trita e ritrita, fuggire da sè stessi e fuggire da sè stessi è credere illusoriamente che altrove non si rendano conto quanto sei non figo. Ma il non figo è non figo ovunque. A cambiare non è mai la qualità ma la quantità degli eventi. La fuga del non figo è sempre e comunque un trascinare sè stesso verso fallimenti sempre nuovi e inediti. Cambia il significante ma non il significato, cambia l’apparire ma non cambia l’essere delle cose. Basta guardare tante piccole cose: come ti vesti, come parli, quanto sei inopportuno nelle manifestazioni più spontanee, per capire quanto sei non figo. E’ un’etichetta che ti porti indelebile a prescindere dal tempo e dai luoghi.

     

    Essere sfigati etimologicamente significa essere senza figa ma anche l’etimologia non rappresenta la vera essenza delle cose. L’essere senza figa richiama delle semplici e pure contingenze e tu, non figo, puoi avere anche tanta figa, puoi anche aprire il bar in una spiaggia in Brasile, a Cuba o a Santo Domingo, puoi trombartene ogni giorno una diversa ma alla fine finirai sempre per innamorarti di una, per portarla a vivere a casa dei tuoi genitori, per portarla al bar del quartiere dove cercherai il riscatto, perché si parte sempre per vedersi ritornare e si ritorna solo quando si ha la consapevolezza di ritornare da vincitore, ma finirà che lei ti metterà un sacco di corna e ti prosciugherà il conto in banca, e ricorderà l’essere andata a letto con lo sfigato come un momento triste della sua vita, come un inevitabile prezzo da pagare, perché comunque essere non fighi alla fin fine non è il male peggiore e infatti se parlo di questo è perché non mi manca il piatto di riso e baccalà giornaliero.

     

    Allora sarai sempre più sfigato di prima. Se essere senza figa vuol dire essere sfigati, averla non vuol dire non esserlo. Puoi anche vivere situazioni meno estreme ma la solfa comunque non cambia. Puoi anche trovare la donna della tua vita che si innamora pazzamente di te, puoi mettere famiglia e fare figli con lei, ma ciò non ti rende figo e il tuo essere non figo sarà una cosa di cui renderai conto solo a te stesso. Non ci sono sintomi ma c’è tutta la “patologia” del non fighismo. Siamo come degli ipocondriaci al contrario. Possiamo prendere per il culo mezzo mondo, ma non possiamo mai prendere per il culo noi stessi, possiamo rimuovere, negare. C’è anche chi nega e chi rimuove di aver ucciso un figlio, ma la sostanza non cambia.

     

    Possiamo allora chiamarci fuori e lo faremo. Lo faremo sempre con un’aria di supposta superiorità, con una saccenteria che può talvolta essere scambiata per sicurezza, con un cercare vie alternative che ci portano a quella felicità, così mainstream e banale, che tanto deprechiamo negli altri. Si diventa poeti, studiosi, sociologi, politologi, non figologi per essere amati come lo era il bomber dell’Elettrocarbonium di Narni Scalo ai tempi dell’interregionale, quello con tutti muscoli e inflessioni dialettali, e si peregrina alla ricerca di un mondo che non esiste, un mondo dove noi siamo il bomber dell’Elettrocarbonium di Narni Scalo e dove il bomber dell’Elettrocarbonium di Narni Scalo è noi.

     

    Ma siamo e restiamo sempre dei non fighi e questo è il nostro punto di partenza. Nella nostra vita le cose sono come sono all’inizio e se lo capite troppo tardi avrete solo perso tempo. Ripartire dal non fighismo, questa è la vittoria e se in quasi quattro anni di blog e in tanti post sul non fighismo e racconti sulla mia vita e sulla mia esperienza sono riuscito a insegnare questo a qualcuno questo blog non è stato inutile.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 23:42 | commenti (15)


    martedì, maggio 01, 2007
     

    1° MAGGIO, SU CORAGGIO

    Ho fatto un brutto sogno. Ero in Piazza San Giovanni a Roma in occasione del concerto del 1° Maggio. Non so come, mi ritrovavo ad assistere all’evento da un balcone che si affacciava sulla piazza. Al mio fianco c’era Gaetano Palesio, mio compagno di scuola al Liceo di Terni, militante di Rifondazione Comunista prima, che poi, schifato dalla politica partitica e da una sua visione tesa solo all’assunzione del potere, ha aderito al movimentismo di sinistra e oggi si occupa di commercio equo e solidale, dei movimenti di liberazione del Chiapas e delle Kamkatcha settentrionale, di laboratori collettivi di pizzica e taranta e di slow-food etico che valorizza le risorse del territorio con aperture verso la cucina etnica.

     

    Gaetano diceva che in quel modo avrei riscoperto le mie radici di sinistra e che era assolutamente necessario che io assistessi al concerto, anche se in realtà avrei voluto passare quella giornata a passeggiare sul lungolago di Lugano. Sul palco si alternavano i “Ragamuffin” di San Severo di Foggia, i “Jamaican sound” di Francavilla Fontana, i “Kingston rebelde” di Mesagne, i “Sinti” di Squinzano e i “Rom Khorakanè” di Ceglie Messapica; tutti grandi esponenti della tradizione reggae pugliese. Cantavano tutti contro il precariato su di un palco allestito da chi ha firmato tutti gli accordi e i ccnl sui contratti atipici e da chi oggi, per assaggiare l’ebbrezza e spartirsi la torta del capitalismo finanziario, incula allegramente i tfr dei lavoratori silenti-assenti.

     

    Barcollavo paurosamente, completamente ubriaco di vini rossi doc prodotti in Sicilia sui terreni confiscati alla mafia e con i rinfacci di porchetta equo-solidale prodotta a San Moro Capitone di Narni utilizzando maiali morti di vecchiaia o che avevano usufruito dell’eutanasia e ripiena di finocchio selvatico e canapa indiana autoprodotta dai cassintegrati dell’Alcantara di Nera Montoro.

     

    Mentre i 99 Posse cantavano a cappella “la canzone popolare” di Ivano Fossati e “Voglio o’ salario garantito” raggiungevo l’acme del mio malessere fisico e cominciavo a vomitare e a stare male, mentre Gaetano Palesio mi porgeva una tazza di carcadé prodotto dagli ex cocaleros della Bolivia, il peggio però doveva ancora arrivare ed arrivò durante l’intervento dal palco di Hussain Asghar Iftikhar, presidente del movimento transnazionale per “l’Islam democratico e antimperialista” quando ad un mio conato di vomito tutto si fermò e venni illuminato da tutti i fari presenti sulla piazza.

     

    Attorno a me e contro di me tutti fischi di disapprovazione, riuscivo a malapena a percepire delle frasi: “Quest’uomo che è stato al soldo delle grandi multinazionali del lavoro interinale e della ristorazione collettiva”; “ecco un lettore di Libero!”; “Deve essere sicuramente un elettore dell’UDC di Blocher!”; “Rappresentante di un’istituzione universitaria borghese e reazionaria”, frasi tutte rivolte contro di me che stavo troppo male per riuscire a replicare.

     

    Ad un certo punto vengo costretto da Gaetano Palesio a indossare la kefiah, simbolo di disobbedienza contro la massificazione borghese dell’abbigliamento, e a guardare su di un mini-screen installato sul balcone il film di Federico Zampaglione e a leggere trenta volte un articolo sulla necessità di istituire il reddito minimo garantito, scritto dai ragazzi del centro sociale occupato e autogestito di Gioia del Colle mentre in loop Paolo Rossi canta “In Italia si sta bene, in Italia si sta male”. Poi mi sono svegliato.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 23:45 | commenti (5)