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giovedì, luglio 19, 2007
APPUNTI DI MEZZA ESTATE
I
Sabato partirò, con famiglia al seguito, per la più integrata delle vacanza: un bellissimo “all inclusive” al club Insotel Punta Prima a Minorca. Come di consueto arrivo sempre con quel lustro di ritardo sulle tendenze dato che, accantonata la moda del villaggione tutto incluso roba sempre più da plebei o da parvenu (interessanti a tale proposito i cartelloni che nell’italianissima agenzia di viaggi segnalavano la possibilità di pagare le vacanze con finanziamenti fino a 60 rate mensili cosa che per me, notoriamente poco avvezzo ai debiti, lasca molto pensare) il vero figo oggi mostra la propria sensibilità sofferente con viaggi “fai da te” nello Yemen e nel Burkina Faso dato che il Chiapas e gli incontri con il Pr più in voga degli anni ’90 (il subcomandante Marcos) oramai sono andati fuori moda. Poi stavo pensando che ogni tanto è un bene mischiarsi alla socialità integrata, per lo meno faccio qualcosa per stare simpatico alla gente, sarebbe comunque ora che anche la gente facesse qualcosa per stare simpatica a me.
II
C’è un proverbio cinese che dice più o meno che guardando il proprio padre si vede la proiezione di se stessi. Mio padre è oggi un quasi 60enne pensionato delle Ferrovie dello Stato che si sta piano piano (manco tanto piano piano…) trasformando in una variante umbra del leggendario Furio di “Bianco, Rosso e Verdone”. Pignolo all’inverosimile sulle questioni di lana caprina, iper-permaloso, inesauribile fonte di consigli, con risentimenti in agguato in caso di contraddizioni, su assunti che vanno dalla pediatria all’alta gastronomia (mai visto mio padre cimentarsi in un piatto diverso dalla frittata con le cipolle e poi le cipolle venivano sempre mezze bruciacchiate) passando per la pedagogia, la viabilità stradale, la navigazione e il prezzo delle barbabietole da zucchero insomma: un rompicoglioni e un saccente di prima categoria. Il brutto è che sento ripetermi spesso, da conoscenti e parenti di vario grado, che ho le stesso carattere di mio padre e devo dire che provo una sensazione simile a quando mi chiedevano se per caso io e Marco G. (lo sfigato della scuola media) eravamo fratelli.
III
E’ da stamattina che un mio conoscente, che è andato nella mia zona di origine, sta prendendo in giro il dialetto ternano (come se a Lugano avessero un accento più gradevole) e la bruttezza della città. Per carità, sul fatto che Terni non sia una bella città non gli do torto, anche se secondo me le luci e i fumi delle acciaierie al tramonto hanno un loro fascino tutto particolare, ma il rapporto che mi lega alla mia terra d’origine somiglia a quello che lega un padre al suo figlio rompicoglioni e maleducato: nessun padre sopporterà mai una critica del genere fatta al proprio figlio ma lui può comunque affermare che si, il suo figlio è il peggior trituramaroni del pianeta ma mai bisogna azzardarsi a dire “si, hai ragione tuo figlio è una scassaballe” perché il minimo che uno si becca è un sonoro vaffanculo. Da buon italiano quando si parla di radici e di sentimenti di appartenenza non vado oltre la dimensione comunale. Nelle mia classifica delle appartenenza sono per prima cosa ternano, poi c’è il vuoto, poi sono europeo, poi c’è ancora il vuoto, poi sono umbro, poi c’è ancora il vuoto e alla fine sono italiano. Comunque il bello è che se con certa gente provi a fare notare qualcosa che non ti piace della Svizzera ricevi immancabilmente come risposta “allora che cazzo ci fai qui?” e la ritengo veramente una cosa meschina, un po’ come attaccare un proprio avversario per un errore di ortografia ed evitare così un confronto sui contenuti.
mercoledì, luglio 11, 2007
DISADATTATI VIRTUALI
Sento spesso dire che la vita virtuale è lo sfogo di chi è un disadattato e un emarginato nella vita reale e ha seri problemi a relazionarsi con il prossimo.
Allora, io che sono stato bannato dagli unici due forum a cui ho partecipato posso definirmi un disadattato e un emarginato anche nel virtuale?
venerdì, luglio 06, 2007
METTERE SU CASA
Ci sono tante ma tante cose che non capisco dell’italianità ma quella che faccio più fatica a capire è il vizio, tutto nazionale, di “mettere su casa”.
Da quando ho messo su famiglia molti, ignorando la realtà svizzera, mi chiedono come mai non ho ancora comprato casa ma continuo a vivere in affitto e a “regalare soldi” all’agenzia che gestisce l’abitazione dove vivo.
Parlavo, alcuni giorni or sono, con un mio cugino che ha, appunto, appena “messo su casa” con la sua compagna, un appartamento con due camere da letto, in una zona periferica (ma molto carina e ben servita) di Terni pagandolo 160.000 euro e, non essendo ricco di famiglia e non avendo particolari capitali da parte, accollandosi un mutuo trentennale di circa 900 euro mensili. Ecco, questo mio parente ha la mia età (34 anni) e questo significa che fino all’età di 64 anni dovrà privarsi di 900 euro mensili. “Ma vuoi mettere, paghi ma alla fine la casa è sempre e comunque un investimento e ti ritrovi con una casa di proprietà” incalza lui e li per li, preso un po’ alla sprovvista, gli ho dato anche ragione.
Poi però ho pensato una cosa: quanto costa vivere nella stessa zona e con un appartamento equivalente in affitto? Mettiamo una cifra dai 500 ai 600 euro mensili. Tutto ciò vuol dire che in 30 anni il mio parente avrà speso ben 108.000 euro in più. Va bene, depuriamo questa cifra dall’inflazione e dall’inevitabile aumento del costo degli affitti, ma nonostante tutto comunque resta un investimento che chiede sacrifici considerevoli e comporta tutta una serie di incognite, Quali? Mi viene in mente che gli amori finiscono ma i mutui restano, che nella peggiore delle ipotesi (la morte) un contratto di affitto decade automaticamente, un mutuo manco per il cazzo e tutta un’altra serie di piccole cose (provvedere all’arredamento, alla manutenzione dell’immobile, pagare l’ICI, eventuali lavori condominiali etc..) senza contare poi le ripercussioni sulla mobilità geografica e professionale e sullo sfruttare eventuali opportunità che possono essere offerte dalla vita: al presentarsi di una buona opportunità in un’altra zona dell’Italia o all’estero il fatto di aver comprato casa è un notevole freno che porta molti giovani ad accontentarsi magari di una condizione professionale mediocre nei luoghi di origine.
Nonostante tutto ciò esiste un’iperconvinzione diffusissima in Italia che comunque comprare casa sia sempre e comunque un bell’affare, al punto da essere vista come una prospettiva ineluttabile.
La cosa mi lascia molto ma molto perplesso.
martedì, luglio 03, 2007
UMBRIA '07
Durante l’ultimo ritorno nella terra natia non ho potuto fare a meno di notare alcune cose.
I campetti e i cortili dove ai miei tempi venivo escluso e subivo le prime umiliazioni ludico-sportive sfociate nella mia discriminazione in quanto percepito come omosessuale e che un tempo erano sempre occupati e contesi da gruppi di ragazzini, oggi, nonostante le scuole siano chiuse già da alcune settimane, sono sempre desolatamente vuoti, vuoi per un calo delle nascite, vuoi perché i giovani d’oggi giocano sempre meno in strada. Tutto ciò porta inevitabilmente alla mancanza di un grande fattore di stratificazione della condizione del non figo appunto le prime umiliazioni ludico sportive. Più in generale posso dire che il non fighismo, così come è stato trattato e interpretato in queste pagine, è un fenomeno che ha una forte caratterizzazione generazionale ed è alla lunga in esaurimento, ciò non significa che non esisteranno più non fighi ma semplicemente il non fighismo segue e seguirà nuove strade, quali? Sarà la missione dell’istituto superiore di non figologia scoprirle.
In compenso i figli degli extracomunitari, in forte aumento anche a Terni, ripercorrono le dinamiche della generazione di coloro che sono nati negli anni ’70. Ho appena visto un gruppetto di ragazzi indiani (o pakistani, o bengalesi… insomma… quei paesi lì…) che giocavano a badminton in un cortile tra i palazzi.
Sempre a proposito di extracomunitari mi è capitato di fare delle piccole spese in alcuni loro negozietti, che hanno il grande pregio di essere praticamente sempre aperti, e in uno di questi ho trovato la fanta degli anni ’70. Si, la nota bibita prodotta dalla nota multinazionale, negli anni ’70, aveva un colore arancione accesso e tutto un altro sapore, ottenuto probabilmente mediante l’utilizzo di prodotti chimici oggi vietati nei paesi sviluppati, veniva venduta in bottiglie di vetro da mezzo litro, di forma conico-piramidale, con delle righe orizzontali prima del collo della bottiglia. Esiste ancora questa variante di Fanta, prodotta in Nigeria e importata da un’azienda di Brescia che viene commercializzata negli esercizi orientati verso una clientela extracomunitaria. Inutile descrivere il valore emozionale di questa esperienza gustativo-multiculturale immerso tra i dvd dei film di bollywood ed enormi donne africane con i bimbi sulle spalle intente ad acquistare le hair extension lamentandosi ad alta voce, in uno slang italo-franco-africano, dei loro principali nelle imprese di pulizie.
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