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lunedì, agosto 27, 2007
QUELLA VOLTA CHE UNA TEDESCA MI OFFRI' 500 EURO PER FARMI UNA SEGA
Tra i mariti di straniere, impegnati in un cosiddetto rapporto misto, spesso si crea una relazione di complicità dovuta per lo più all’appartenenza al grande sottoinsieme umano del non fighismo.
L’ho detto varie volte che, al giorno d’oggi, esiste una proporzionalità inversa tra il grado di avvenenza di un uomo e la distanza, intesa in senso geografico ma non solo, della sua compagna dal luogo di origine. Il figo generalmente trova la figa sotto casa, mano mano che diminuisce il grado di figaggine di un uomo aumenta la distanza chilometrica della fidanzata.
Questa è una novità che si riferisce per lo più all’ultima generazione, da quando Segoland (Italia) è diventato da paese di emigrazione, paese di immigrazione con il conseguente arrivo in massa di elementi femminili dalle più disparate parti del Sud e dell’Est del mondo, che trovano fertile terreno di conquista nella frustrazione della popolazione maschile non figa.
A sentire gli immigrati in Svizzera di prima generazione sposati con autoctone e alcuni miei zii, parenti o amici di mio padre, un tempo non era così. Quando gli italiani erano i giocattoli sessuali di ricche turiste della Scandinavia e della Mitteleuropa, andare con una straniera era un cosa da fighi. Addirittura esisteva una precisa carriera: da playboy del lungomare a fidanzato e/o sposato con una tedesca/austriaca/svizzera/svedese.
Dovete sapere comunque che per gli uomini, soprattutto per i vecchi “boccaloni”, quando si parla delle loro conquiste, esiste la cosiddetta sindrome del pescatore. Nei racconti del pescatore la trota di mezzo kg diventa sempre il filetto di platessa da un kg e mezzo già spinato. Se può valere la regola generale che una donna che viene da un paese ricco, e/o comunque da condizioni economiche migliori di quelle del partner maschile, potrebbe nutrire attrazione e sentimenti più sinceri e rendere più autentica la “conquista” è altrettanto vero che i loro racconti spesso rasentano la leggenda.
Così mentre “…i giovani di oggi sono tutti froci e non sanno conquistare una donna, invece io ai miei tempi…”, mentre “…adesso per fare sesso dovete pagare le ucraine e le nigeriane, mentre io venivo pagato e non c’era tutto l’eidiess (o aidese) di adesso” i vecchi e consumati playboy raccontano del bengodi degli anni ’60 e ’70, quando facoltose turiste se li contendevano a colpi di pregiata valuta straniera. Così Gianni racconta della ragazza di Basilea che, quando lui aveva 20 anni, gli ha dato 300 Franchi Svizzeri per farsi inculare, Luigi racconta di quella svedese che gli ha pagato l’ingresso nei migliori locali, i conti dei migliori ristoranti e gli ha lasciato “un milione e mezzo di vecchie lire di una volta” per una settimana di compagnia. Mario racconta della tedesca che gli ha dato 500 Marchi per fargli un pompino dentro la sua fiat 600 e così via, tanto le presunte dirette interessate difficilmente potranno smentire. Senza parlare ovviamente delle loro conquiste invernali e delle loro superlative prestazioni con italiane che fanno rabbrividire voi, appartenenti alla generazione dei trentenni, che ispirano immancabilmente l’ennesimo servizio di “Studio Aperto” sulla crisi del maschio italiano a dispetto della passata fama e che fanno sospirare alle nostre coetanee che “non esistono più gli uomini di una volta”.
C’è un detto che recita “se non vi piace ciò che siamo, lodate ciò che fummo” aggiungerei “se non vi piace neanche ciò che fummo, inventatelo” ma a tutto c’è un limite. Non è vero che la tedesca pagò 500 Marchi per fare un pompino ma concedette un’uscita al termine della quale diede qualche bacio in bocca e si fece dare qualche palpata che è rimasta, nel poco avezzo al sesso pre-matrimoniale Mario, un cavallo di battaglia, così come non è vero che Giancarlo, 62 anni, nella sua prima fiat 124 faceva l’amore tutte le sere: si ammazzava di seghe manuali come ora si ammazza di seghe mentali. Così come, purtroppo, non è vero che io a 15 anni, quando andai due settimane a Londra ospite di una famiglia inglese per imparare la lingua, conobbi le gioie del sesso con la figlia porca della famiglia che mi ospitava, in realtà non c’era nessuna figlia porca.
E voi, cari appartenenti alla generazione della “crisi del maschio italiano”, quanti vecchi boccaloni avete conosciuto?
sabato, agosto 25, 2007
MICROTRAUMI DI UN NON FIGO
Stazione di Orte (Vt). “Treno regionale numero… per Terni è in partenza dal binario 5, ferma nelle stazioni di Nera Montoro, Narni, Terni”.
Questo semplicissimo annuncio ha scatenato in me un flashback, il ricordo di un episodio apparentemente insignificante ma che a suo tempo rappresentò una delle tante microfratture che ha stratificato la mia condizione di non figo.
Come spiegato precedentemente, il non fighismo non è una condizione riconducibile ad eventi scatenanti di grande portata, ma si diventa non fighi a seguito di una serie di microtraumi e di piccoli eventi della socializzazione. Talvolta questi microtraumi vengono rimossi dal normale processo di dimenticanza e si annidano in qualche cassetto della memoria, pronti a riemergere fuori non appena una semplice contingenza di fattori o un micro-evento scatenante ce li riporta alla memoria.
Nera Montoro è una località situata nel comune di Narni, nella parte a valle c’è un grandissimo stabilimento chimico, la stazione ferroviaria che si affaccia sull’ingresso dello stabilimento, dei complessi idroelettrici e un piccolo villaggio fordista, di non più di una ventina di edifici, nato agli inizi degli anni ’30 per ospitare alcuni dipendenti del complesso chimico e, nella parte alta, una piccola rocca medioevale e qualche casa. La cosa strana, che permeava il luogo di una profonda tristezza, era che nessuno dei due abitati poteva essere ricondotto alla forma-paese. Non c’erano piazze, negozi, non c’erano centri urbani di aggregazione ne’ alcuna semiotica di socialità a tal punto che, tra noi ternani, era molto in voga ribattezzare la località con il nome di Nera Mortorio.
Non si sentiva mai dire “vado a Nera Montoro” a meno che uno lavorasse nello stabilimento chimico, a tal punto che il toponimo Nera Montoro rappresentava, nella maggioranza dei ternani, il solo stabilimento chimico. L’unica attrattiva era una piscina comunale, oggi recentemente ristrutturata e inserita dentro un bel parco, ottimo esempio di riqualificazione di una zona ma, all’epoca dell’episodio che sto per raccontarvi, sarà stato il 1989, molto spartana al punto da essere ripetutamente chiusa per invasione dei topi.
Un giorno d’estate, era il mese di Agosto, un mio compagno di scuola mi invitò ad andare nella succitata piscina in compagnia sua e di altre due nostre compagne le quali però, da buona tradizione femminile, diedero la più classica delle buche all’ultimo momento. Io intanto ero andato in treno e, non essendo ancora nell’epoca della telefonia cellulare di massa, non fu possibile avvisarmi del cambiamento di programma. Arrivai in perfetto orario nella piscina di Nera Montoro, pagai il biglietto e mi misi nella vana attesa dei miei compagni. Solo dopo un’ora circa, a testimonianza della grande considerazione di cui godevo, durante la quale approfittai per fare una nuotata in modo da combattere il gran caldo, sentii un annuncio con l’altoparlante: “Il signor Monsieurdosto è desiderato al telefono nell’atrio di ingresso” andai al telefono tra gli sguardi stupiti dei pochi astanti, per i quali evidentemente era una scena insolita, e al telefono era il mio amico che mi diceva che non sarebbero più venuti (come se non me ne fossi accorto da solo).
Decisi di ritornare in stazione e prendere il primo treno per Terni ma con una certa sorpresa notai che non sarebbe transitato prima di due ore e mezza. Mi trovai a dover ammazzare il tempo in quel non-luogo e chiesi ad un signore, che si trovava alla stazione, se da quelle parti ci fosse un bar o un posto dove passare un po’ di tempo in attesa del treno. L’uomo molto gentilmente mi accompagnò in auto nel bar di un circolo poco distante, lungo la strada che portava nella parte alta della località. Come entrai nel circolo notai in un tavolo un gruppo di quattro anziani giocare a briscola, in un altro tavolo lo stesso rito era ripetuto da altri quattro uomini, due dei quali con la tuta blu di una qualche azienda chimica del vicino complesso, che parlavano tra loro in narnese fitto. Andai al banco ad ordinare una coca-cola ad un’arcigna signora che mi chiede subito se ho la tessera del circolo, le dico di no, che ero li solo di passaggio e lei mi dice che l’ingresso al circolo era riservato solo ai soci e mi intimò di andare via senza nemmeno servirmi la consumazione, manco fossi entrato di straforo ad una festa del rotary club. Andai via e aspettai alla stazione l’arrivo del treno.
Come vedete non si tratta di nulla di eclatante, può sembrare una normale giornata con qualche contrattempo, un profano potrebbe dire che non c’entra nulla il non fighismo, che suvvia: “sono cose che possono capitare a tutti”. Eppure io dico che è un episodio tanto banale, quanto significativo. Certe cose succedono solo ai non fighi. Sono fermamente convinto che a Raul Bova, tanto per fare un esempio, non sia mai successo di essere chiamato con colpevole ritardo, tramite l’altoparlante di una piscina, per essere avvisato di una sòla oramai evidente, aprendo una parentesi sulla cosa direi che il tipo telefonò alla piscina con la convinzione di non trovarmi e solo per potermi rispondere alle mie eventuali rimostranze con un “…ma se ti ho cercato in tutti i modi!”, sono convinto che nessuno dei tanti Raul Bova che popolano il pianeta abbia mai avuto il suo “bar del circolo di Nera Montoro”. Sono questi episodi a fare il non figo.
mercoledì, agosto 22, 2007
LA SINISTRA AI TEMPI DEL PD
E’ tanto che non scrivo un post sulla situazione politica italiana, oggi ho comunque voglia di fare un riflessione su quella che è la nascita del Partito Democratico, o meglio su quella che è la morte definitiva del mio orientamento politico: la sinistra.
Essere come il sottoscritto, ossia un uomo di sinistra profondamente riformista dal punto di vista sociale, un uomo alla Zapatero tanto per fare un esempio, vuol dire non avere rappresentanza politica, essere in quell’immenso territorio di mezzo rappresentato dal vuoto che c’è tra le derive moderate del Partito Democratico, incarnate nell’attuale deludente esperienza di governo dove, a parte qualche coraggiosa sortita del ministro Bersani più da compimento di una società realmente liberale che di “sinistra”, regna un certo immobilismo, un certo status quo, un’adesione acritica ad un modello economico che se è applicato in un paese del cosiddetto primo mondo si rivela un fallimento totale, un modello tutto basato sulla mancanza di innovazione e sul basso costo del lavoro e soprattutto su una flessibilità demenziale e senza regole (posso dirlo? Marco Biagi ha partorito una legge di merda, non sarà un assassino come dice Caruso ma è un morto ammazzato che aveva delle idee pessime) senza parlare poi del grigiore intellettuale e del pauroso clericalismo di ritorno, fenomeni facenti parte tutti di una originalità italiana e che non vengono certamente sanati da questa accozzaglia fatta da post-post comunisti e cattolici dal volto umano e, dall’altra parte, un’estrema sinistra che è rimasta ad una lettura della società ferma al 1954.
Basta sentirli parlare, sentire il loro concetto di lavoro e di lavoratore che non tiene affatto conto che siamo in una società post-industriale, il loro essere sempre e comunque contro tutto (che sia la costruzione di une ferrovia ad alta velocità, di uno svincolo autostradale o di qualsiasi opera pubblica a livello locale) il garantire comunque, tramite anche le gerarchie sindacali, interessi consolidati che, come ogni cosa in Italia, assumono un carattere mafioso e corporativo. Quando sento parlare dei tessili della Valsesia e di quelle categorie oramai in via d’estinzione e riconducibili alla società industriale, penso che questa sinistra sia pressoché speculare a quegli industriali che producono per esempio televisori e che invece di impegnarsi a studiare e a produrre il televisore di ultima generazione con le immagini ad ultra-alta definizione, che propone dei programmi leggendoti il pensiero e che, collegato alla poltrona di casa, ti gratta le chiappe mentre lo guardi, pensano a come risparmiare 50 euro sul costo di un impiegato o di un operaio perché “…la concorrenza della Cina…”. Siamo di fronte ad una mentalità perdente che, non sarà oggi ma sarà magari tra trent’anni porterà alla fine inevitabile di un sistema paese. Innovazione gente, innovazione! E di sicuro non si ha innovazione mandando i migliori laureati a bloccare carte di credito o a vendere poltrone relax nei call-center o all’estero.
Una volta esisteva il proletariato che era composto dai famosi tessili della Valsesia. Il termine Proletario ha origini molto antiche, erano coloro che nell’antica Roma, erano privi di proprietà e di ricchezza ad esclusione della propria prole, oggi avere una prole è un lusso che di certo non si possono permettere coloro che sono assunti con un contratto a progetto e queste persone sono spesso soggetti con un livello di formazione medio-alto che possono contribuire veramente alla crescita di una società, soggetti colpevolmente dimenticati dalla sinistra. Siamo al paradosso che è meglio un posto da magazziniere con uso muletto, facilmente reperibile in molte regioni italiane, o da operaio generico in qualche fabbrica, piuttosto che cercare di migliorarsi, questo almeno finchè esisteranno ancora le fabbriche. Dai raffinati amanti dello slow-food, dai cadaverici funzionari torinesi, e dalle starlette televisive che oggi rappresentano la dirigenza di ciò che rimane della sinistra si attendono risposte.
venerdì, agosto 17, 2007
SUL DELITTO DI SANREMO
Leggo, non senza un certo raccapriccio, alcune cose sopra il delitto di Sanremo e la sua coda inutilmente velenosa e polemica con tanto di atti di accusa verso i magistrati e interventi da parte delle più alte sfere politiche, risvegliatesi dal torpore ferragostano.
I magistrati magari avranno pure sbagliato, non sta certamente a me dirlo dato che non mi annovero tra i 57 milioni di giuristi che popolano l’Italia, però prima di dare la colpa alle istituzioni e al sistema giudiziario secondo me andrebbero un attimo fatti dei doverosi distinguo.
Nella mia carriera accademica, scusate se cado nel personale, mi è capitato di seguire un corso di criminologia, presso l’Università di Francoforte, basato su un approccio vittimologico e mi ricordo che in una delle aule c’era, appeso ad una parete, un enorme specchio con impressa la frase “ecco il principale strumento di prevenzione del crimine” naturalmente rivolta a chi si vedeva riflesso nello specchio. Lo scopo dell’approccio vittimologico è quello di studiare la vittima in tutti i suoi aspetti e di proporre, mediante campagne di sensibilizzazione utilizzando vari canali: mass-media, scuole, depliant informativi, etc… una strategia di prevenzione basata sui comportamenti possibili messi in atto dalla vittima. Tale approccio, usato su larga scala, ha dato dei risultati, a detta dei più, straordinari sia in termini di riduzione della micro-criminalità che dei costi sociali ad essa legati e si è dimostrato alla prova dei fatti ben più efficace di tanti altri strumenti repressivi (aprire distretti di polizia, potenziare la presenza delle forze dell’ordine, etc…) benché naturalmente prevenzione e repressione vanno sempre “mano nella mano” quando si parla di lotta alla devianza.
Facendo degli esempi grossolani: se un giorno andassi nella curva dei tifosi della Lazio bardato di vessilli giallorossi, eserciterei si un mio pieno diritto ma andrei incontro praticamente a morte quasi certa. Oppure se andassi in giro per Scampia (quartiere di Napoli) tutto pieno di gioielli con a tracolla un pc ultimo modello, intorno al collo l’I-Phone e nel taschino della camicia 20.000 euro in contanti sicuramente darei un po’ nell’occhio. In tutti e due i casi non sarei nella condizione, qualora divenissi vittima di un crimine, di puntare il dito contro la carenza delle forze dell’ordine e l’assenza dello Stato.
Bene, leggo ora la “biografia” del signor Luca Delfino (l’assassino di Sanremo) e risulta, a detta delle sue ex-fidanzate (e già il fatto che un tipo del genere possa vantare a 30 anni un certo numero di ex…) come un violento, una sorta di psicopatico, con numerosi precedenti per rissa e per lesioni nonché, e la polemica si incentra soprattutto su questo punto, il principale indiziato per l’omicidio di una sua ex, avvenuto con le stesse modalità, delitto che gli è costato un lasso di tempo di carcerazione preventiva. Leggendo poi i profili di altre persone coinvolte in crimini analoghi non si riscontrano poi grandi differenze: si tratta sempre di individui da tutti conosciuti come violenti, difficilmente capita di leggere “collezionista di francobolli/appassionato di videogames, letteratura e via dicendo, uccide fidanzata”.
Ecco, io mi chiedo: cosa spinge una donna ad innamorarsi e a fidanzarsi con un tipo del genere? E’ mai possibile che in una cittadina di provincia nessuno conoscesse il passato anche recente di questo giovane? Capisco che il bravo ragazzo è quanto di più noioso ci sia in giro e quanto di più contrario al machismo da paese in via di sviluppo che è stato assurto a modello dominante in Italia e che vede nell’uomo “maledetto e un po’ mascalzone” un’indiscutibile attrattiva, ma io mi chiedo, non senza un pizzico di risentimento: è mai possibile che per un tipo del genere si parla di “testimonianze delle numerose fidanzate” due delle quali purtroppo non possono testimoniare più?
Alla luce di queste considerazioni certe frasi del tipo “i giudici devono avere sulla coscienza la morte della ragazza” mi suonano un po’ stonate e semplicistiche, siamo alla solita negazione della responsabilità individuale, purtroppo la scelta di amare un ex omicida e un uomo violento comporta dei rischi ben specifici e quel padre che oggi gioca a fare il genitore con i controcazzi minacciando di denunce e di quant’altro i magistrati di Genova, rei della scarcerazione di Luca Delfino, forse i controcazzi doveva tirarli fuori in un’altra occasione, cosa che farei senza dubbio qualora mia figlia mi portasse in casa un qualcuno che è stato in galera per omicidio di una sua ex.
Le mie sono comunque polemiche inutili dato che la povera ragazza comunque ha commesso un errore grave ed errare purtroppo, non voglio dire una frase fatta, fa parte della condizione umana, errore, il suo, pagato con la vita in una maniera comunque ingiusta. Massima comprensione per il dolore di chi perde una persona cara ma anche massima attenzione al fatto che troppo spesso “lo specchio di Francoforte” si riflette nel vuoto.
giovedì, agosto 02, 2007
LA SETTIMANA DEL VILLAGGIO
Sono ritornato dalla mia vacanza integrata ed ecco alcune considerazioni.
- L’italiano frequentatore di villaggi turistici è un coglione prossimo al ritardo mentale ed è una persona che ti fa letteralmente vergognare delle tue origini soprattutto al cospetto degli altri avventori europei. La quasi totalità dei connazionali conosciuti non sapeva, per esempio, che il Portogallo è uno stato appartenente all’Unione Europea, piazzava Terni nelle regioni più disparate, molti non sapevano di trovarsi in Spagna (un paio erano convinti che le isole Baleari fossero uno stato indipendente, uno di essere in Marocco e non sto scherzando) quasi tutti necessitavano di assistenza al check-in in un aeroporto da 5 voli al giorno e/o per compiere delle semplici operazioni tipo compilare un qualsiasi modulo.
- Oltre ad essere un coglione prossimo al ritardo mentale il tipo umano di cui sopra ovviamente è anche presuntuoso ed è convinto di essere sempre il più furbo, il migliore. Lo vedi accalcarsi al buffet, senza ovviamente rispettare la fila, e riempire i piatti di cose che non mangerà mai ma che prende perchè “tanto sono gratis” quando invece dimentica che sono già pagate dall’Italia e spesso ad un prezzo per il quale si potrebbe pretendere di consumare il proprio pasto sopra il corpo di Re Juan Carlos in perizoma o, con la scusa di dover prendere le posate, ordinare prima di te al ristorante con show cooking.
- In particolare c’era una famiglia, proveniente da qualche triste paese della bergamasca, che meritava di gran lunga l’oscar internazionale degli stronzi. Tutto un lamentarsi della qualità del cibo (in realtà veramente ottimo) un fare battute pesanti sul personale di colore e via dicendo. Il capo famiglia poi vinceva a man bassa tutti i giochi-aperitivo, un vero figo.
- Animatori: Ne ho conosciuti un paio italiani, entrambi laureati in lingue con 110 e lode e con master e specializzazione in letteratura spagnola preso nelle Università di Siviglia e Salamanca e che sfruttavano in questo modo, lavorando sottopagati per 16 ore al giorno al servizio degli stronzi di cui sopra, il loro titolo di studio. Se tanto mi dà al tanto, se tornassi in Italia con la mia laurea in scienze politiche, il mio dottorato in sociologia e i miei 6 anni di ricerca e docenza all’estero… beh! Un bel co.co.pro come sondaggista telefonico o addetto al telemarketing non me lo toglierebbe nessuno.
- Attività sessuali: Essendo accompagnato e guardato a vista da moglie e figli ho ovviamente evitato ogni tipo di approccio sospetto, comunque ho ricevuto delle avances nemmeno tanto velate da una signora tedesca divorziata e con figlia 15enne al seguito nonostante, anzi a dispetto, della presenza di mia moglie. “La figa è come i soldi prestati dalle banche: tutte e due vanno a chi già ce l’ha”. Per quanto riguarda gli altri direi che il tutto si è risolto in una competizione tra rampanti divorziate che “si rimettono in gioco” e gruppetti di single 20-30 enni per essere la tacca numero 630 sulla nerchia del capo-animatore e del facchino ecuadoriano, il tutto a conferma del saggio aforisma poc’anzi enunciato.
- Minorca: Tutto sommato un bel posto per starci una settimana, già 8 giorni sono troppi, anche se consiglio comunque di evitare il villaggione, per lo meno, per quanto mi riguarda, non ci sarà una seconda volta.
- Villaggio: Per gli amanti di questo genere di vacanze il villaggio dove sono stato è veramente molto ben organizzato, l’appartamento era molto bello e il cibo di ottima qualità.
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