MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

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    venerdì, novembre 30, 2007
     

    IL TASSINARO

    I tassisti romani protestano. Già. Proprio alcuni giorni fa ho avuto l’idea, di ritorno da Parigi, di utilizzare gli ottimi servizi della Ryanair (grandissima compagnia) per fare un salto a Terni passando (disgraziatamente) per Roma Ciampino.

     

    Che io ami Roma e i romani così come li ama(va) Alberto Fortis è cosa nota, ma veniamo al dunque. Naturalmente da Ciampino-aeroporto a Roma Termini (15 km di tragitto) esiste solo un inefficientissimo servizio di bus (gestito da una compagnia straniera, la Terravision) con autobus che partono con una cadenza di 30 minuti, naturalmente spesso, nelle ore di punta del traffico aereo, davanti al terminal si crea un ingorgo di persone con file “all’italiana” ossia non regolate né da un sistema di numeri, né da un sistema di prenotazione dei posti, né dal senso civico e naturalmente se non c’è posto sul primo bus bisogna aspettare quello dopo e spesso quello dopo ancora, portando l’esasperazione a punto tale che esiste, e non sto mica scherzando, un sistema di mazzette per scavalcare la fila (una cosa del genere l’ho vista solo in Messico nello stato del Michoacan, non c’è che dire, proprio una bella pratica da “primo mondo”). Le alternative sono o un autobus di linea che ti porta a Termini in due ore passando per Anagnina da dove si prende la metropolitana (sullo stato della metropolitana di Roma meglio stendere un velo pietoso) o un altro bus gestito da una compagnia privata che arriva alla stazione ferroviaria di Ciampino (frequenza nel pomeriggio di un bus ogni ora e 20 minuti) dove si possono prendere, dei treni per Termini o, se come me avete urgenza di prendere un treno, il taxi.

     

    Da Ciampino aeroporto a Roma Termini esiste una tariffa fissa pari a 30 € ma naturalmente se provate a far valere il vostro diritto alla tariffa fissa (a Parigi lo stesso tragitto costa poco più della metà) la vostra corsa sarà allietata dagli insulti del simpatico conducente di turno. Sta di fatto che al quarantesimo oltraggio alle mie origini ternane (carpite ascoltando le mie chiamate al cellulare) di uno dei personaggi di cui sopra, all’arrivo a Termini gli porgo una banconota da 10 euro con tanto di vaffanculo e solo dopo accorate discussioni e dopo essere quasi venuti alle mani (fosse stato per me e non fosse stato per l’intervento di due allievi sottufficiali dei carabinieri che passavano di lì potevate togliere anche quel quasi) ho pagato i 30 euro della corsa.

     

    Il precedente più recente con la categoria è stato una volta in occasione di un incontro internazionale che si è svolto in un hotel in zona Roma Lido, incontro che ha visto il forte ritardo dei colleghi stranieri perché nessun tassista era disposto ad accompagnarli da Fiumicino visto che il tragitto era troppo breve, problema risolto grazie alla mia auto e a quella di un dipendente dell’hotel e con un laconico “mai più a Roma”. Certi signori purtroppo rappresentano il primo contatto umano che molti turisti stranieri hanno con l’Italia e i danni che creano vanno ben oltre le questioni di lana caprina di 10 euro in più e in meno.

     

    Starei dalla parte di Veltroni e ci starei molto di più se dotasse un aeroporto, che grazie alle compagnie low-cost ha raggiunto un certo numero di passeggeri, di un sistema di trasporti degno di un paese civile. La prossima volta che dovrò arrivare da Parigi a Terni atterrerò a Perugia con scalo a London Stansted oppure, per risparmiare tempo, mi dicono che c’è una compagnia low-cost che fa scalo su Ancona….

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 10:18 | commenti (18)


    martedì, novembre 20, 2007
     

    NORMALIZZAZIONI

    Un paio di fatti: il primo riguarda Vladimir Luxuria, la nota parlamentare transgender di Rifondazione Comunista giorni fa al centro di una polemica in quanto il Vescovo di Foggia le avrebbe inizialmente negato l’opportunità di fare da testimone di nozze in occasione del matrimonio di una sua cugina, il secondo riguarda un più anonimo cittadino che, dopo aver fatto outing in una trasmissione televisiva, sarebbe stato espulso da un sacerdote dalla corale della chiesa.

     

    Nel primo caso la marcia indietro del porporato è dovuta più che altro a motivazioni di carattere tecnico e giuridico. Esistendo in Italia un’aberrazione giuridica chiamata matrimonio concordatario, un istituto mediante il quale lo stato delega le sue funzioni di stato civile ad una (e una sola) confessione religiosa e che consegna quindi al parroco anche le funzioni di ufficiale dello Stato, il sacerdote in quanto rappresentante di uno Stato che prevede nella sua costituzione la non discriminazione in base all’orientamento sessuale è stato costretto ad accettare il ruolo di Vladimir Luxuria proprio in virtù di ufficiale dello Stato Italiano. A differenza di altri paesi dove matrimonio civile e matrimonio religioso sono due cose distinte, il matrimonio concordatario ha anche degli effetti civili. Nel secondo caso altro che non c’è che la conferma di posizioni della chiesa oramai note.

     

    Non finirò mai di contestare le discriminazioni perpetrate dalla chiesa cattolica in base all’orientamento sessuale ma c’è un interrogativo.

     

    Un po’ di tempo fa parlai con un mio collega gay che mi disse che un gay cattolico equivale un po’ ad un ebreo che tiene la foto di Hitler sul comodino eppure, a dispetto di quanto detto dal mio collega, noto da una parte del mondo gay una strana tentazione e una strana voglia di essere accettati dal “nemico” storico, da una confessione religiosa che oltre a non accettare il loro modo di essere fa pressioni sugli Stati affinché, in base al proprio orientamento sessuale, vengano considerati cittadini di serie B e vengano loro negati dei sacrosanti diritti. Mi chiedo il perché di tutta quest’ansia di accettazione, di questo voler sentirsi parte di un’istituzione che continua a odirali. Faccio davvero fatica a capire questa ennesima “cosa” tutta italiana.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 10:51 | commenti (6)


    mercoledì, novembre 14, 2007
     

    AI TEMPI DI NAPSTER

    E’ da un po’ che volevo scrivere un post da perfetto teorico del “si stava meglio quando si stava peggio” e finalmente ho trovato l’occasione.

     

    In un vecchio scatolone da tempo giacente in soffitta ho trovato una mia vecchia maglietta con il logo di Napster che, per chi non lo sapesse, è stato il programma che ha inaugurato il peer to peer.

     

    Questo episodio, oltre a dirla lunga sul mio rapporto con il bel vestire e con il dare un’immagine vincente e alla moda, mi ha fatto venire in mente una serie di episodi in perfetto stile idealizzazione del passato.

     

    Il Napster fu una rivoluzione. Consentiva, per la prima volta di condividere file mp3. In quanto antenato dei programmi più moderni aveva una serie di limiti, per esempio si poteva scaricare solo da una fonte per volta e non esisteva la funzione di resume per il download, quindi succedeva spesso che la fonte si disconnettesse, magari poco prima che tu terminassi un download, mandando tutto allegramente a puttane, oltretutto all’epoca non erano ancora diffuse le connessioni a banda larga (vera rivoluzione nella rivoluzione quest’ultima) e solo per scaricare un singolo mp3 ci voleva anche una mezz’ora buona. All’epoca, in una delle mie case bolognesi, avevo un particolare abbonamento con infostrada che per la cifra da furto di 95.000 lire + iva al mese ti dava telefonate urbane, interurbane e internet a 56K gratis.

     

    Grazie a Napster sono entrato nel magico mondo della masterizzazione e ho cominciato a perseguire un mio ideale rivoluzionario che ha l’obiettivo ultimo di negare le elemosina ai magnati dell’industria discografica una volta mandati in rovina, al primo che mi viene a dire che è il peer to peer a uccidere la cultura e non chi paga i diritti d’autore il 5% del prezzo di copertina gli tiro una torta in faccia, e grazie a questa particolare tariffa flat mi potevo permettere di tenere il programma connesso tutta la notte in modo che, contando su una serie di circostanze favorevoli, potevo scaricare anche degli album interi, album che venivano conservati come una reliquia e attentamente archiviati.

     

    Poi è arrivata la banda larga e sono migliorati i programmi di condivisione, è arrivato il download multifonte, sono arrivati nuovi formati multimediali e naturalmente è cresciuta esponenzialmente, insieme alla velocità di connessione, la tendenza a condividere e a scaricare.

     

    Oggi purtroppo capita spesso di scaricare per il solo gusto di farlo, magari senti parlare di un certo artista, scarichi i suoi album da emule ripromettendoti che li ascolterai quanto prima ma poi, in genere per l’atavica mancanza di spazi e di tempo per l’ascolto di musica, va a finire che tutto diventa paccottiglia nel tuo hard disk o si trasforma in un cd rom dimenticato su qualche scaffale o in qualche raccoglitore. Devo dire che la condivisione selvaggia non ha portato ad una crescita della cultura dell’ascolto e che dai download “andati a culo” di napster, download che spesso chiedevano anche la creazione di rapporti virtuali con singoli utenti a noi simili per gusti musicali (a me capitava spesso di contattare possessori di mp3 che mi piacevano e di metterci d’accordo in modo da permettere l’un l’altro di scaricare senza disconnetterci) si è passati ad una rete sempre più spersonalizzata e con sempre meno contatti sociali.

     

    Quando lo scaricare l’album intero era un’impresa che chiedeva pazienza, tempo e selezione dei contenuti il fruire la musica aveva una valenza ben diversa. Il prezioso cd accompagnava i tuoi momenti, diveniva sottofondo delle tue ore di studio, dei tuoi spostamenti in automobile, oggi l’avere tutta la musica che vuoi in un batter d’occhio ha reso il tutto un po’ scontato come l’acqua corrente. Non c’è più quel sapore che nasceva dall’aver trovato gratuitamente qualcosa di introvabile, non c’è più quel senso di scoperta e di conquista e purtroppo anche in questo caso qualità e quantità non vanno mai di pari passo.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 16:34 | commenti (26)


    venerdì, novembre 09, 2007
     

    XENOFOBIE

     

    Italia: Ho seguito la vicenda della donna uccisa a Roma per mano di un rom e devo dire che provo raccapriccio nel vedere le conclusioni cialtrone a cui gran parte della stampa e del sistema politico italiano, direi con l’eccezione dell’area del multiculturalismo “romantico” dell’estrema sinistra, stanno giungendo.

     

    Cialtronismo che si basa su approssimazioni linguistiche e geografiche. Alla luce di tale cialtronismo è bene specificare che i rom non sono necessariamente romeni e naturalmente i romeni non sono necessariamente rom. Nell’immaginario collettivo i rom sono delinquenti e criminali ed essendo i romeni equiparati ai rom allora il sillogismo si chiude: i romeni sono un popolo di criminali e delinquenti che meritano leggi speciali, con il beneplacito di politici e giornalisti, nonché dei beppegrillo di turno.

     

    La cosa che più mi distacca dal “multiculturalismo romantico” dell’estrema sinistra è che, dal mio punto di osservazione, dico che una “questione Romania” all’interno dell’ area europea di libero scambio esiste. Con l’apertura delle frontiere molti romeni stanno tentando la fortuna all’estero: in Italia e, anche se in misura minore, in Svizzera. Naturalmente non tutti partono con un serio progetto di emigrazione, l’impressione è che molti di loro tentino un’impresa disperata, spesso senza conoscere la lingua e senza avere nemmeno un minimo alloggio nel paese ospitante e lo fanno con l’incoscienza tipica di chi non ha nulla da perdere: del resto cosa si ha da perdere in un paese dove si guadagnano 250 euro al mese? Non vale la pena rischiare quando la posta in gioco è un salario che è 5 e anche 10 volte tanto? Proviamo a farci queste domande. E comunque da qui a criminalizzare un intero popolo e un’intera ondata di immigrazione fatta per lo più da persone educate e lavoratrici (lo dico per esperienza diretta) ce ne corre.

     

    Mi preme inoltre dire che la baraccopoli di Tor di Quinto (ma anche quelle che si trovano sull’Appia Nuova e su altre zone di Roma) non sono il prodotto delle politiche di integrazione europea, sono accampamenti che ci sono sempre stati e per ciò che è avvenuto a Roma è giusto che valga il principio della responsabilità individuale e che vengano fatte rispettare le leggi che esistono, ed è proprio forse qui che sta il punto: fare rispettare le leggi che esistono, cosa alquanto complicata in un paese che ha fatto dell’illegalità un po’ il suo segnale di riconoscimento.

     

    Svizzera: Come previsto continua la temuta onda lunga dell’ UDC, partito di destra con a capo un certo signore che ha, a più riprese, definito l’olocausto come un “dettaglio della storia”. Se non fosse per il fatto che gli svizzeri hanno creato un sistema politico che fa del consociativismo e dell’immobilismo i propri cardini e che fa si che il partito socialista sia allegramente al governo con la destra dura, quindi un sistema che qualunque sia lo spostamento della società politica tende a non cambiare, ci sarebbe di che preoccuparsi.

     

    Ho sempre definito l’UDC come una malattia senile della Confederazione Elvetica, una forza politica che basa il suo successo su una certa dose di passatismo e sul mito di una Svizzera felice fuori dalle contaminazioni di un mondo visto come corrotto e pericoloso e gelosa del suo ruolo di cassaforte di quel mondo dal quale dice tanto di escludersi. Nel paese in cui è nata la nostalgia come categoria emotiva e culturale i suoi epigoni politici hanno degli aspetti interessanti e raccapriccianti allo stesso tempo, nonché dei risvolti sempre nuovi. I teorici del “come stavamo meglio quando stavamo peggio” raggiungono, in queste latitudini, delle cime e delle iperboli inimmaginabili. Da un po’ di giorni dinnanzi alle preoccupazioni su una svolta xenofoba della società elvetica la frase che più senti pronunciare è “non siamo razzisti ma non ci sono più gli immigrati di una volta” e via con  la lamentela sui nuovi immigrati slavi e balcanici che non si integrano etc…

     

    Ma chi sono questi romantici “immigrati di una volta” che oggi tanto vengono rimpianti, dipingendo un passato di una Svizzera fatta di fratellanza tra popoli così diversi ma uniti nelle comuni appartenenze? Quelli contro i quali negli anni ’70 venivano promossi i referendum (respinti in genere con percentuali di poco superiori al 50%) per rispedirli al paese di origine? Quelli che facevano parlare di “inforestimento”? Ripenso a tutto il dibattito portoghese sulla saudade e alle parole di Pessoa che diceva che “colui che viene colpito dalla saudade ha una serie di rappresentazioni distorte, tende a confondere eventi reali e immaginari” e tende a creare nella sua mente un “immigrato dal volto umano” che non è mai esistito aggiungerei io. Lo straniero, l’immigrato ha sempre fatto paura e il germe della xenofobia è lungi dall’essere debellato.

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 10:34 | commenti (9)