|
mercoledì, settembre 24, 2008
FINE DEL PROLETARIATO
Mi è successa una cosa un po’ strana.
Un’ amica connazionale di mia moglie (portoghese) mi ha consigliato un negozio di abbigliamento che si trova in un piccolo centro nei dintorni di Lugano. Si tratta di una specie di outlet che vende dei capi con leggeri difetti di produzione (in genere cosine di poco conto) a prezzi stracciati. Non so se siete mai stati a “Le matte” vicino Crema, insomma la filosofia alla base è la stessa. Grazie al suo consiglio ho acquistato un giubbotto di pelle a 150 franchi svizzeri (circa 95 euro).
La cosa strana è che, nell’indicarmi il posto, si è raccomandata di non dire nulla ai suoi connazionali e di non far sapere che lei è solita comprare i capi di abbigliamento a prezzi così bassi. Me lo ha chiesto confidando (direi a torto a questo punto) sulla mia riservatezza.
Ora non riesco a spiegarmi i motivi alla base del suo comportamento e se ci provo mi vengono in mente cose come voglia di “ganassare” sulle ristrettezze economiche dei suoi connazionali e/o di ragionare sulla base dell’equazione oggetto di classe= oggetto costoso e guai a far sapere che per “quel vestito che portavi al matrimonio di Jorge e Andrèia” in realtà hai speso poco.
*****
Mi capita di vedere spesso nelle tv di molti paesi le pubblicità delle carte di credito.
Molti istituti di credito insistono molto sulla possibilità di decidere in qualsiasi momento il pagamento delle spese a saldo o in modalità rateale anche su internet e al telefono, con la massima riservatezza. Sul fatto che questo genere di carte siano uno strumento di pagamento che ha una sua utilità non discuto. Quante volte la vecchia carta aura, avuta senza richiesta da parte mia solo per aver fatto un finanziamento per l’acquisto di un pc, mi ha salvato da sicure cacciate con tanto di valigie buttate dalla finestra da appartamenti bolognesi. La cosa che mi colpisce è questo insistere sulla massima riservatezza. Insomma, un po’ come dire: caro consumatore, stati tranquillo che potrai pagare a rate senza che il commesso del negozio che poi è il cugino del tuo amico e il signore che è in fila alla cassa dietro di te che conosce benissimo il tuo dirimpettaio possano venirlo a sapere.
Insomma, forse il proletariato esiste ancora e forse siamo ancora proletari, fatto sta che ne vergogniamo e molto.
venerdì, settembre 19, 2008
W L'ITALIA (2)
Telecomunicazioni: un anno fa mi chiama mio padre dicendo che ha visto un volantino a ha ricevuto delle ripetute chiamate dai commerciali di una nota compagnia telefonica di cui non voglio fare il nome ma dico solo che inizia con Fast e finisce con Web, dove gli promettevano internet a velocità supersonica e tutta una serie di servizi innovativi a costo bassissimo e senza il canone telecom.
Oggi, dopo quasi un anno senza telefono fisso, sono stati riaccolti da Telecom Italia cambiando il numero telefonico che avevano dal 1971, praticamente hanno dovuto rifare un’attivazione ex-novo.
Morale: nell’Italia del libero mercato non vi venga mai in mente di cambiare operatore telefonico. Mi piacerebbe conoscere le disavventure dei miei lettori, se ci sono state, sul tema.
Alitalia: tutti a criticare l’esultanza dei lavoratori alla notizia del ritiro dell’offerta della Cai. Ma veramente volevamo di nuovo la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti? Veramente volevamo regalare un altro pezzo di Italia ai soliti 4 stronzi, la cui fedina penale somiglia per lunghezza all’edizione integrale de “i fratelli Karamàzov”, in nome di una distorta idea di patriottismo? Ma avete visto chi c’è dietro la Cai? Ma vogliamo proprio un paese a gestione familiare? Ma veramente, come consumatori, volevamo un altro bel monopolista sulla Milano-Roma? Non sono un economista ma secondo il mio modesto parere le cose sono due: 1) L’Alitalia diventa di fatto una compagnia privata con tanto di vincoli di bilancio e senza oneri per i comuni cittadini. 2) L’Alitalia resta pubblica, con oneri per i comuni cittadini, ma svolge un servizio di trasporto visto come funzione sociale con tariffe basse, insomma per 100 euro mi porta da Malpensa all’aviosuperficie di Maratta Bassa (Tr) e ritorno. Avere un carrozzone pubblico mangiasoldi che ti chiede 500 euro per un Milano-Roma mi pare proprio una cosa inaccettabile.
Razzismo: non sono un economista e non sono nemmeno un giurista ma, nel caso del ragazzo di colore ucciso a Milano dai gestori di un bar, mi chiedo come mai non ci sia stata l’aggravante dei motivi razziali unitamente a quella dei futili motivi. Insomma, ricostruiamo il fatto. Uno ruba dei biscotti dal valore commerciale di 3 euro, un altro lo prende a sprangate in testa urlando “ti ammazzo, negro di merda” il giorno dopo la moglie dei due aggressori dice “noi ci alziamo alle 5 di mattina, sti negri non fanno un cazzo tutto il giorno” e qui aggiungo che basterebbe alzarsi davvero alle 5 di mattina in una qualsiasi città europea per rendersi conto del colore della pelle e della nazionalità di chi in quelle ore si reca al lavoro o ritorna dal lavoro, dal mio modesto punto di vista la stazione di Lugano sembra la stazione di Novi Sad o di Casablanca. Insomma, visto tutto il quadretto (biscotti, negro di merda, gli stranieri non fanno un cazzo) per avere ‘ste benedette aggravanti dei motivi razziali e dei futili motivi, uno cosa cazzo deve fare? E’ una domanda seria.
martedì, settembre 16, 2008
FEISBUC
Ho letto molto, girando per i miei blog preferrimi, tutta una serie di impressioni su facebook, uno dei prodotti della rete 2.0 di maggiore impatto e soprattutto, a mio modesto modo di vedere, un prodotto destinato agli over 30 o per lo meno a quegli individui che arrivano ad un’età di “primi bilanci della vita”.
Tanto per non farmi mancare niente mi sono buttato anch’io nell’enorme calderone e devo dire che, dopo attenta analisi, sulle grandi emozioni date dal rivedere una certa persona (pari quasi a zero) hanno prevalso nettamente i personaggi tirati fuori da qualche cassetto della memoria. Ecco i miei incontri, naturalmente i nomi e cognomi sono di pura fantasia.
Gabriele Verdi: Abbiamo fatto le elementari nella stessa classe e le medie in una sezione diversa, vivevamo comunque nello stesso quartiere. Il signor Verdi aveva una serie di tic nervosi come per esempio quello di aprire e chiudere velocemente le dita delle mani al punto che tutti dicevano che si scaldasse continuamente i muscoli delle estremità. Il padre aveva un’officina di autoveicoli dove fuori c’era una fontanella dove andavamo a dissetarci dopo le partire di calcio, avevamo in comune che i nostri compagni di gioco litigavano per non averci in squadra a parte quando eravamo presenti tutti e due e allora si trovava la salomonica soluzione “voi vi pijate Monsieurdosto, noi ce pijamo Verdi”.
Alberto Migliotti: Scuola medie insieme, ragazzo del quartiere. Fin da giovane tempestato dall’acne e ancora adesso ne porta i segni evidenti. Naturalmente i soprannomi di sprecavano e purtroppo il suo nome era inserito nei discorsi sulla avvenenza fisica o meno di una persona come termine di paragone negativo: “dai, non sei mica Migliotti”; “Brutto come Migliotti”. Alla non avvenenza fisica però univa delle notevolissime doti caratteriali, era solito tenere un altissimo profilo in tutte le occasioni e a sperticarsi in atteggiamenti iper amichevoli. Oggi ha trovato il suo paradiso dei non fighi in Brasile, appare in numerose foto con avvenenti ragazze mulatte e si esprime con una tanto forzato quanto stucchevole slang latino-americano.
Federico Balducci: Stessa classe al Liceo. Aveva la caratteristica di essere molto popolare con le femmine di fascia medio-bassa. Saltava di fiore in fiore ripassandosi e mettendo in concorrenza le bruttine della classe. Storica una querelle che lo vide coinvolto insieme a Francesca e Giorgia, due bruttine di un’altra sezione. Si era da poco lasciato con Giorgia che gli dedicava ancora poesie e frasi d’amore sui muri dell’aula magna e intanto si vedeva clandestinamente con Francesca che era la migliore amica di Giorgia la quale si sfogava con lei e alla quale manifestava tutto il suo amore per Federico. Quando la situazione venne fuori le due fecero a pugni per strada e non si parlarono per molti anni, voci narrano che ancora oggi sono acerrime nemiche. Federico nel frattempo continuava a saltare di fiore in fiore, scegliendole meticolosamente tra le più brutte e insignificanti. Quando dico meticolosamente intendo che era quasi certo che si trattava, per mutuare un termine dal marketing, di una sua oculata tecnica di posizionamento. Oggi è divorziato e vive in una città dell’Emilia.
Nicola Serra: Scuole elementari, medie e liceo insieme. Alle elementari e medie se osavi contraddirlo ti minacciava che avrebbe chiamato i due bulli della scuola che avrebbero preso le sue difese, non si metteva nessun capo che non fosse firmato. Al Liceo il classico secchione: antipatico, ignorante su tutto ciò che non fosse scritto su un libro scolastico, cocco di alcune vecchie cariatidi di insegnanti. Ho provato un moto di disgusto nel rivederlo. Oggi è un insegnante.
Maria Serbelloni Mazzanti: la ragazza di questo post e direi che non ci sarebbe nulla da aggiungere.
Mauro Brega: Eravamo, per dirla con gli altri, gli unici due sfigati che studiavano il tedesco. Oggi è paleontologo e professore presso l’Università di Karlsruhe in Germania. Un bel ricordo di lui: era estremamente educato, parlava a voce bassa, era gentile, magro, moro con gli occhi azzurri. La semplicità e la grazia in persona pur essendo figlio di un piccolo industriale. Tanto bastava per essere considerato gay. Sposato con una tedesca, un figlio in arrivo.
A presto con nuovi aggiornamenti.
venerdì, settembre 12, 2008
TRENITALIA
Ma quando si dice “Eurostar a prenotazione obbligatoria” si esprime un concetto così difficile?
Ma sono solo io lo sfigato che sull’eurostar Milano-Roma trova immancabilmente i propri posti, preventivamente prenotati, occupati abusivamente da una famiglia (in gergo cuore della società) con marito, moglie, figli nati a raffica, armadi di bagagli e divani letto al seguito e ovviamente muniti di normale biglietto di seconda classe senza supplemento eurostar? E’ normale che quando poi ti fanno la grazie di spostarsi, non senza mugugni e senza quegli sguardi che ti fanno passare da sadico torturatore di bambini, lasciano comunque sul posto le 15 borsette, buste e borse frigo non lasciando spazio per il tuo unico e misero bagaglio a mano?
Chiedere la deportazione forzata per queste “persone” è comunque considerato un crimine contro l’umanità? Posso usufruire delle attenuanti generiche se li butto dal treno in corsa? E’ così difficile, anche per il personale di Trenitalia, far passare il concetto che, nei treni a prenotazione obbligatoria, no prenotescion=no parti? A voi l’ardua sentenza.
mercoledì, settembre 10, 2008
OTTO PER MILLE
Ricevo un paio di e-mail al mese, in genere da parte di conoscenti o membri di newsgroup riconducibili al Partito Radicale, dove mi si invita (inutilmente direi dato cha la quasi totalità delle imposte le pago in Svizzera) a forme di boicottaggio, sarebbe meglio dire di uso critico, del famoso otto per mille dell’irpef che di riffa o di raffa arriva in gran parte alla chiesa cattolica.
Ho sempre trovato quello dell’8 per mille un meccanismo perverso. In pratica l’alternativa è o dai i soldi allo stato che poi li rigira alle chiese, o dai i soldi direttamente alle chiese e personalmente io, che giudico la religione nelle sue commistioni con la politica e con la vita di tutti i cittadini come il male assoluto del XXI° secolo, avrei più di qualche remora nel consegnare a qualsiasi chiesa una parte, seppur minima, del mio denaro.
La cosa che comunque mi infastidisce maggiormente, e l’otto per mille c’entra un po’ per sbieco, è la funzione di supplenza che la chiesa cattolica in Italia, ma il discorso può essere tranquillamente esteso ad altre confessioni nel resto d’Europa, esercita nei confronti dello Stato.
Lungi da me attaccare coloro che fanno opera di volontariato, in genere persone lodevoli che svolgono un’opera che merita il più alto riconoscimento sociale, ma quando alla logica del welfare state si sostituisce la logica della carità qualche domanda dobbiamo pur farcela.
Ecco, a chi vedendo in me il fustigatore delle derive terzomondiste, slowfoodiste, ecologiste e modaiole della sinistra mi chiede perché voto ancora a sinistra o mi impartisce lezioni di vita, io tiro fuori un mio vecchio vezzo da marxista ortodosso: quello di considerare l’uguaglianza, il “a ciascuno secondo i propri bisogni” come un diritto e non come una concessione e alla logica della carità tipica delle chiese preferisco di gran lunga la logica del diritto tipica del welfare state concetto, che piaccia o no a molti, figlio della tradizione marxista e socialista (non liberale…) del nostro continente.
Otto per mille o non otto per mille quella che va combattuta è, secondo me, questa cultura della delega di intere tematiche sociali, basta pensare all’assistenza ai tossicodipendenti o alle forme estreme di povertà, a soggetti esterni alla collettività, soggetti che nel fare queste attività ci mettono magari una loro visione ideologica e non laica del mondo.
Mi sentirei molto più tranquillo sapendo che il benessere dei cittadini sia pertinenza di un sistema statale, con tutta la necessaria conseguenza di diritti, mezzi e doveri, piuttosto che in mano al mecenatismo del prete o della rockstar di turno e forse non avrà più senso parlare di otto per mille.
venerdì, settembre 05, 2008
DIRITTO ALL'INVISIBILITA'
Nella mia vita ho sempre alimentato il sogno di potrei vivere un giorno in una metropoli. Ho sempre avuto una forte ammirazione per quella che è la vita in una grande città un po’ perché si ha l’idea comunque di stare al centro del mondo o per lo meno dentro un qualcosa di mobile, di vivo, per altri versi sono affascinato dalla dimensione sconfinata e da quell’essere fuori misura e fuori orario tipico di certe grandi città ma soprattutto amo le metropoli per il motivo per il quale chi vive in provincia tende a parlarne male o a detestarle: il diritto all’invisibilità.
Sono nato e ho sempre vissuto in piccole comunità, se escludiamo il periodo universitario e post-universitario a Bologna sul quale però andrebbero fatte delle considerazioni a parte, e il dramma della piccola dimensione è appunto quello della rigidità di certe etichette e di sentirsi in qualche modo obbligati dal controllo sociale e dalla mancanza di anonimato imperante a dare continua testimonianza del proprio esserci. Sentirsi dire frasi come “strano, a Terni non ti avevo mai visto”, in genere pronunciate da individui di sesso femminile con l’aria di chi ha davanti al naso due kg di diarrea putrida, ha sempre suonato in me come un sinistro messaggio di condanna. Il fatto di volersi isolare rispetto a quelli che sono i collaudati schemi della vita di provincia porta gli altri a dover per forza darti l’etichetta di deviante e a fare le peggiori illazioni nei tuoi confronti. Nel mio caso per esempio sono stato considerato gay, qualcuno sosteneva di avermi visto fare pompini alla stazione di Roma Termini. Il tutto nacque dal mio semplice possesso di cd di Jimmy Somerville e Marc Almond che associato al mio isolazionismo, al mio scarso interesse per le cose maschili e al fatto di non sbavare e non farmi vedere in giro con le mie coetanee si è tradotto in un 2+2=4.
L’isolazionista in provincia è il vero ribelle, non chi indossa l’etichetta di ribellione data dall’appartenenza ad una qualche sottocultura e ad un gruppo ben definito. Non si può essere invisibili, l’invisibilità mette paura e questa paura è il terrore di chi non può ricondurre e schematizzare il tutto all’interno dei suoi stereotipi rassicuranti.
Non capisco perché io debba sapere tutto sulla moglie del Dott. Megna, giovane stimato ginecologo, medico da generazioni e quindi “buon partito”, sulla quale sento dire le peggiori cattiverie, senza nemmeno averla mai vista e senza conoscerla. Per esempio so che ha fatto la villocentesi, che ha preso il diploma di dirigente di comunità infantile presso un diplomificio privato, so che una volta ha telefonato al marito dicendo che se il figlio non smetteva di piangere lo avrebbe buttato dalla finestra, so che non è bella, che spende un sacco di soldi. Ma perché? Ma perché non me ne posso fregare un cazzo della vita della signora Megna? Che cazzo gliene dovrebbe fregare ad uno che abita a Lugano e capita a Terni nelle vacanze degli studi della signora Megna? Chissà se anche lei vorrebbe rivendicare il suo diritto all’invisibilità…
Nella mia vita di provincia mi sarebbe piaciuto tante volte essere invisibile, essere considerato un codice fiscale nel registro dell’agenzia delle entrate, un qualcosa di insignificante in un meccanismo troppo grande per me. Quando cammino da solo per i boulevard di Chateau Rouge a Parigi o a Camden Town a Londra e so di essere una parte insignificante di un tutto infinitamente più grande di me, io sto bene.
|