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lunedì, ottobre 27, 2008
FIGLI
Nonostante i tempi e tutto il processo di emancipazione che oramai va avanti da secoli, essendo padre di un maschietto e di una femminuccia non ho potuto fare altro che notare quanto segue:
- I negozi di abbigliamento per l’infanzia, oltre a vendere i propri articoli a prezzi vergognosamente alti, in Italia più che in Svizzera, con sottile ricatto sottinteso del tipo “non starai mica a dare un prezzo e a fare il taccagno sulla testa dei tuoi figli”, presentano un vastissimo assortimento di abiti per bambine e un assortimento essenziale e piuttosto ridondante di abbigliamento per bambini. Il messaggio è chiaro: formiamo future donne vanitose e futuri uomini inquadrati in giacca e cravatta.
- Nei giocattoli esiste ancora una netta divisione dei ruoli. I giochi per le bambine non hanno nessuna dimensione ludica e consistono per lo più in: bambole con relativi accessori, cucine in miniatura il cui prezzo varia in base alla riproduzione più o meno fedele dei normali utensili casalinghi, riproduzioni di elettrodomestici più o meno funzionanti, case delle bambole che somigliano alle case vere da arredare con accessori vari, bambolotti che riproducono neonati.
- Sia in Italia che in Svizzera si fa un gran parlare di famiglie tradizionali ma di aiuti concreti neanche l’ombra ad esclusione di assegni familiari dall’importo irrisorio. Per la serie: “dare fiato alla bocca non costa niente” oppure “che figata! Se non costa un cazzo divento clerico-familista pure io”.
- Le enormi differenze di prezzo di articoli equivalenti inerenti l’infanzia rendono subito chiare ed inequivocabili le differenze di classe sociale.
- Il livello di apertura dei genitori nei confronti degli stranieri è inversamente proporzionale al numero di turchi e slavi presenti nella classe dei figli. Il partecipare alle riunioni dei genitori ti porta a pensare che in fondo abbandonare lo stalinismo non è stato poi un gran bell’affare e che la signora Cianciulli non era in fondo così male.
Varie ed eventuali che magari mi verranno in mente più avanti.
lunedì, ottobre 20, 2008
IL MEDICO SCOLASTICO
In un articolo sulla cosiddetta “Riforma Gelmini” della pubblica istruzione, cosiddetta perché nel definire una politica con il termine “riforma” si presuppone che dietro ci sia un progetto educativo qui invece sono finiti i soldi e basta, ho letto che ci sono stati dei tagli alla medicina scolastica e che i medici scolastici (figuratevi, nemmeno sapevo che esistevano ancora i medici scolastici!) sarebbero sul piede di guerra.
Nel leggere la notizia sono emersi alcuni ricordi relativi alla mia infanzia. Ebbene, ai miei tempi la visita dal medico scolastico era un momento vissuto da molti con estremo terrore. Nella scuola italiana di gentiliana memoria la medicina scolastica altro non era che uno dei tanti mezzi subliminali in mano al potere costituito per creare sfigati e umiliati e, inutile dirlo, un’altra stratificazione nella mia carriera da non figo.
Nella mia fattispecie il medico scolastico era un tale Dottor Balice, ai tempi un uomo sulla sessantina, piccoletto, brizzolato e con i baffetti, un vero genio del male.
All’epoca, parlo della fine degli anni ’70, il concetto di privacy, tanto in voga al giorno d’oggi, era un concetto da gentleman, da “fighetta” britannica e naturalmente non era nemmeno concepito che un bambino in Italia potesse rivendicarne il diritto, cosicché le visite del medico scolastico avvenivano sempre in pubblico, in genere nella palestra della scuola in presenza di tutti gli altri compagni con la sola separazione maschi/femmine.
Ho ancora un nitidissimo ricordo della visita a cui venivamo periodicamente sottoposti per controllare i difetti di postura e/o se avevamo i piedi piatti. Venivamo messi in mutande e dovevamo camminare a turno lungo le linee che delimitavano il campo da gioco, con il dottor Balice che di tanto in tanto berciava uno “Stai dritto!” e ci invitava a correre davanti allo sguardo dei compagni di classe. La visita si concludeva con un invito a impugnare le caviglie mettendoci a 90° e un controllo della colonna vertebrale, un vero paradiso del pedofilo. Naturalmente le diagnosi di cifosi, scoliosi e piedi piatti e/o a papera e la prescrizione della ginnastica correttiva (indovinate un po’come è andata a me?...) venivano fatte in pubblico.
E le scarpe ortopediche, ma ve le ricordate le scarpe ortopediche? Giorni fa davanti alla vetrina di un negozio di articoli sanitari, nel vedere un paio di scarpine ortopediche “moderne” esternamente in tutto e per tutto uguali alle calzature normali, sono stato percosso da un fremito di emozione. Le scarpe ortopediche dell’epoca erano riconoscibilissime: severe, nere, bombate, con il tacco di gomma, pesanti, insomma notavi già ad un km di distanza che erano scarpe ortopediche, erano fatte apposta per far prendere per il culo lo sventurato che si ritrovava costretto a portarle, erano come un tatuaggio indelebile con scritto “ho i piedi piatti” applicato trasversalmente lungo il viso.
Poi c’erano le campagne anti-pidocchi durante le quali il Dottor Balice girava per le classi accompagnato da due dipendenti dell’allora “Ufficio di igiene” e controllava una ad una le teste degli scolari. Per coloro che erano affetti da pediculosi scattava una sorta di quarantena: innanzitutto veniva loro cosparso il capo con una polvere bianca, venivano allontanati dalla classe e potevano far ritorno a scuola solo con un certificato di idoneità rilasciato dall’Ufficio di igiene. Ho ancora davanti a me i volti in lacrime e i fragorosi pianti di due compagne di classe sottoposte a questa umiliante cerimonia di degradazione.
Detto questo, se un domani dovesse capitare di vedere un medico scolastico, vittima dei tagli alla pubblica istruzione, cadere in miseria, sarà mio immenso godimento potergli negare l’elemosina davanti al portico di una chiesa e sicuramente non mi struggerò più di tanto a suo favore.
lunedì, ottobre 13, 2008
C'E' GROSSA CRISI
Dico brevemente la mia sulla crisi finanziaria di questi giorni.
Tutti si riempiono la bocca con il “libero mercato” ma poi siamo alle solite: quando tutto va bene si privatizzano i profitti e quando tutto va male si socializzano le perdite, tanto c’è sempre il caro e vecchio Stato che ci pensa e anzi, quando lo stato interviene per aiutare un poveraccio è assistenzialismo (detto con tono spregevole) quando versa miliardi nelle casse delle banche il suo intervento è benedetto. Verrebbe voglia di dire “basta con l’assistenzialismo, che i ricchi si mantengano da soli!” citando il buon Guzzanti, ma veniamo al dunque
Mutui
La gente è strozzata dal tasso variabile e rompe il cazzo. Ma perché all’epoca non fecero un tasso fisso? Che senso aveva fare un tasso variabile quando i tassi erano al 3%?
Il tasso variabile era più conveniente, ma la parola “variabile” indica che può appunto variare, quindi anche crescere…
E poi andiamo a vedere un po’ certe zone grigie che si nascondono dietro l’operato delle banche.
1) Checco e Nena vanno dal direttore della filiale, dove hanno il conto conintestato da 10 anni, a chiedere un mutuo. Bene, i dirigenti della banca fanno una valutazione patrimoniale in modo che la rata del mutuo non superi 1/3 delle loro entrate mensili, guardano l’atto di vendita della casa e finanziano al massimo un 80%. Procedure giustamente rigide e scrupolose.
2) Lo stesso grande gruppo bancario di cui Checco e Nena sono clienti ha anche un suo istituto interno che è specializzato nell’erogazione di mutui e/o si rivolge a certi intermediari che, come per miracolo, rendono tutto possibile. Finalmente l’eterna domanda di Checco e Nena “come possiamo avere un mutuo pur essendo lavoratori precari?” ha una risposta. Rivolgendosi alla “Finprimacasaancheapensionatiprotestati esseerreelle gruppo Intesa San Paolo, Unicredit, Banca di Roma e del Lazio e della Toscana” ricevono il loro mutuo 100%+mutuo liquidità basando il valore dell’immobile su una perizia gonfiata e eludendo il fisco con la connivenza di qualche notaio accondiscendente.
Ecco l’inghippo. Forse chi accede ad un mutuo 130% paghi da Aprile 2010 per acquistare la prima casa magari non sarà in condizioni di onorarlo a prescindere da un suo futuro aumento.
Sull’utilità di fare mutui trentennali e quarantennali finendo per pagare la propria abitazione il triplo del prezzo originario ho già detto in passato, con il risultato che mi hanno dato del coglione. Diceva il buon Totò ne “La banda degli onesti” che la miglior truffa è quella dove il truffato si sente truffatore… Entonces…
Rate varie
Ho letto la storia di un inglese strozzato dai debiti contratti a poco a poco con piccole rate… telefonini… tv al plasma… etc…
Al centro commerciale “Il Pianeta” di Terni ho visto che vendono anche un ferro da stiro a rate, basta che costi almeno 99 euro. Il tutto a 10 rate da 10 euro, Tan 0% . Insomma, siamo davanti ad un istituto di credito che presta tutto a tutti guadagnando, in casi come questo, solo sulle spese di apertura della pratica, sperando poi di riavere i soldi. Vedo pubblicità di prestiti anche a protestati e cattivi pagatori.
Ma (bestemmia pesante), se non hai nemmeno 99 euro per comprare un ferro da stiro, non ti pare che è arrivata l’ora di “svoltare” in qualche modo?
Oppure (bestemmia da condanna per vilipendio al sentimento religioso), non ci arrivi che se compri mezza casa a rate, tutte sommate ti pesano più del mutuo?
Qual è la morale della storia?
La morale della storia è che la colpa di tutto è degli istituti di credito, non (solo) perchè rubano sapendo che poi tanto arriva lo Stato e la collettività di contribuenti coglioni a pagare tutto, ma perché prestano a cani e porci che non sono in grado di pagare le rate, così non rientrano dei soldi e vanno in merda pesando, appunto, sulla collettività.
venerdì, ottobre 03, 2008
EVOLUZIONE DEL FAST FOOD
Non so se ricordo male o meno ma, nel risentire l’ennesimo discorso contro i McDonald’s, mi viene in mente una fenomenologia tutta italiana e tutta tipica degli anni ’80, con particolare riferimento alla moda dei paninari.
Insomma, quelli che un tempo erano i primi fast food e che ora sono considerati ricettacoli di cibi grassi e insalubri avevano subito il tocco dell’Italian Style (continuo a dire che se l’Italia fosse rimasta a quei tempi sarebbe stato meglio) e furono appunto trasformati nell’esclusivo fenomeno dei paninari.
Ma ve li ricordate i primi fast-food? Mi ricordo che a Terni, verso la metà degli anni’80, fece una breve e fugace apparizione un ristorante della catena “Dairy Queen”, il primo esempio di fast food “all’americana” che prese campo nella mia città. In precedenza c’era solamente il “Ciao Bar”, che fu il primo esercizio a proporre menù a base di hamburger e patatine fritte anche se con un inconfondibile tocco ternano ad accompagnare, insieme alla pizza di Elio o della pizzeria del secolo o di superman, i pomeriggi ipercalorici degli adolescenti ternani, e il Dairy Queen con il suo arrivo portò come una ventata di futuro, di cosmopolitismo.
Insomma, per dirla breve, c’è stato un tempo in cui il fast food era un qualcosa non dico di esclusivo ma sicuramente una realtà che applicata all’Italia dell’epoca aveva un che di modaiolo, un certo tocco di eleganza. L’andare al fast food era visto come un primo passo verso la sprovincializzazione, un leggero moto di ribellione e di apertura verso un qualcosa di “altro” al di fuori di un certo localismo . Al fast food ci si andava infighettati e bardati da gran parata, i gruppi che si incontravano al fast food erano riconosciuti come i gruppi degli snob e dei fighetti della comunità.
A distanza di 20 anni i fast food vengono tirati fuori nei discorsi sul rapporto tra crisi economica e obesità, sono considerati come simbolo di austerità, di povertà, di stile di vita malato di contro al fenomeno della slowfoodizzazione, di ritorno al “locale” gastronomico come tendenza cool. Eppure un tempo era tutto il contrario…
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