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SOCIALITA' IMPOSTE: IL MARITO DELL'AMICA DELLA MOGLIE
E’ primavera, tra pochi giorni tornerà l’ora legale, le giornate si fanno miti e il sole splende, comincia l’epoca delle scampagnate fuori porta. Tutto bello, per carità, ma per il non figo la fregatura è sempre dietro l’angolo.
La vita del non figo è caratterizzata da un rapporto schizofrenico con il binomio solitudine/socialità al punto che i noti studi dell’istituto scaligero-ticinese di non figologia sono arrivati ad identificare la condizione del fighismo con il poter scegliere liberamente quando stare e non stare solo. Il non figo invece no! Il non figo vive di solitudini non volute e mal rielaborate ma anche, anzi direi soprattutto, di socialità imposte, di una serie di rapporti che a partire dall’età scolare è costretto a subire suo malgrado in virtù del fatto (e chi dice il contrario è un tronfio cazzàro) che la vita è fatta di tanti piccoli e grandi compromessi, di adattamenti, di tolleranze e di passi indietro spesso frutto di un lungo e sofferto processo di negoziazione.
Fatta questa debita premessa possiamo dire che l’acutizzarsi della SSI (sindrome della socialità imposta) si ha quando il non figo è accoppiato e queste socialità divengono parte della rielaborazione quotidiana di un rapporto di coppia o familiare. Tale sindrome segue più o meno lo stesso ciclo stagionale delle allergie, tende a riacutizzarsi con l’arrivo della stagione calda quando, appunto, come gli allergeni nell’aria si moltiplicano le occasioni di socialità, le gite fuori porta, i picnic in riva ai laghi (usanza molto elvetica) le cene e via dicendo… Ed ecco che vi ritrovate in una domenica primaverile, con il vostro fantozziano programma di un pomeriggio passato davanti al pc ad ascoltare via web la radiocronaca di Ivano Mari della partita della Ternana mentre intanto vi incazzate bestemmiando in ternano sul forum rossoverdi.com schiumando rabbia per le ultime decisioni dell’allenatore e della società, con la dolce consorte che vi ha già preparato un bel programma alternativo: la gitarella, con annesso picnic o pranzo in un ristorantino tipico, in compagnia di una coppia di amici, insomma la classica e mai troppo vituperata uscita a 4: tu, lei, l’amica e il marito della sua amica. Ed è proprio su quest’ultima categoria che si dilungherà la mia trattazione odierna.
A scapito di ogni individualità quella del marito dell’amica della moglie è una categoria chiusa sulla quale si possono fare, anzi si devono fare, le più grossolane e per molti deprecabili generalizzazioni. Il marito dell’amica della moglie è caratterizzato da alcune rigide caratteristiche ricorrenti a partire dall’avere degli interessi del tutto antitetici ai vostri. In genere professionalmente fa dei lavori del cazzo che per definizione sono poco simpatici ai non fighi, lavori tipo il promotore finanziario, il broker assicurativo, il rappresentante di abbigliamento, tutto ciò che ha a che fare con la “piazza finanziaria”, il commerciale per un’azienda che vende pompe idrauliche e via dicendo, tutte professioni che conferiscono al nostro un vago atteggiamento di rampantismo e la convinzione di essere in qualche modo “motore dell’economia”.
Sarà tifoso di squadre del cazzo tipo l’Inter, anzi, il marito dell’amica della moglie è quasi sempre interista e per tutta la giornata ti massacrerà i coglioni con l’Inter prima di parlarti della sua seconda grande passione (il soggetto in questione è solito dare un tono epico alle sue inclinazioni, anche a quelle più banali) che in genere sarà un qualcosa come la pesca sportiva, la barca a vela, l’alpinismo, lo sci, la raccolta di funghi e/o castagne, il paintball, il restauro di vecchi ruderi, la sua band musicale fatta fuori dal giro discografico che conta a causa dei “soliti personaggi e della solita mafia” e che sta preparando il suo cd di inediti intitolato “il labirinto della passioni”; il tutto naturalmente passando per qualche, del tutto non richiesto e che ti guarderai bene dal seguire, consiglio sul mercato azionario, sui fondi pensionistici, sulla gestione del risparmio, sul mercato dei maglioni in lana d’angora, sul restauro dei mobili antichi.
Tenderà a catalizzare l’attenzione e in ogni scampagnata che si rispetti ad un certo punto tua moglie, ma più spesso la sua amica, se ne usciranno con un “perché non porti anche il Monsieurdosto a pescare in riva al lago/etc…” A questo punto prendi dei generici impegni intervallati da espressioni del tipo “Eh! Mi piacerebbe ma a trovarlo il tempo!…”; “Domenica prossima purtroppo no visto che sono in Umbria dai miei, forse tra un paio di settimane…”; “Con i figli piccoli e con tutta la settimana passata in giro per lavoro è dura trovare la forza” e pensi che anche infliggersi un certo numero di ferite con un coltello e passare la giornata a farsi operare in ospedale potrebbe essere una prospettiva più allettante, il tutto mantenendo una certa cortesia di circostanza.
La giornata si conclude in genere con i quattro passi sul lungolago e con i pensieri sugli impegni lavorativi della settimana seguente che a questo punto, superata la prova dell’uscita a 4, hanno un che di consolatorio e conferiscono un buon umore di fondo che lasciano pensare alla tua consorte che “in fondo non è stato così terribile” quando tu solo sai che in realtà è stato molto peggio.
Ricevo un sms da un mio collega. Si tratta di un coetaneo, gay, originario più o meno della mia zona d’Italia, conosciuto all’Università di Basilea che per quest’anno ha deciso di andarsene in missione a Barcellona. Il messaggio recita: “mi sento come un militare alla naja, conto i giorni che mi separano dal ritorno… Che delusione!”.
Nel leggere questo sms ho avuto una piccola vittoria personale. Ripensando a come si sia esaurito già l’innamoramento per la Spagna di questo mio collega non ho potuto fare a meno di notare come una certa componente della popolazione italica in particolare, ma anche europea in generale, si crogioli nell’errata e stolta convinzione che le misure politiche di Zapatero, anticipate comunque da quelle dei governi di Aznar, una vivace crescita economica trascinata quasi unicamente dal settore delle costruzioni, si dice che negli ultimi anni la Spagna da sola abbia costruito più di Francia e Germania messe insieme, e una diffusa vitalità delle città siano di per sé garanzia di libertà e reale apertura mentale.
Forse il mio collega si sarà scontrato con il lato ipercattolico e retrivo della Spagna o forse ha fatto l’errore di caricare un semplice luogo geografico di troppe responsabilità (sospiro…) fatto sta che la Spagna non mi ha mai convinto e quando circolava notizia di un sorpasso spagnolo ai danni dell’Italia da un punto di vista del prodotto interno lordo pro-capite (notizia falsa) non mi sono unito al coro di autolesionismo dei miei connazionali italiani. Perché parliamoci chiaro: per quanto abbruttita dalle tristi vicende politiche degli ultimi 15 anni l’Italia è in grado anche oggi di esprimere delle aree di eccellenza che la Spagna non ha. Prendiamo per esempio il mio campo, quello della ricerca sociale. Non mi viene in mente nessuno studio spagnolo degno di nota e se escludiamoManuel Castells, che comunque ha profuso la sua opera tra la Francia e le Università statunitensi, non c’è nessun gran nome legato a questa disciplina. D’accordo, la sociologia è “cosa” di tedeschi, francesi e americani ma all’interno delle grandi scuole la presenza italiana è comunque molto forte e per quanto non sfruttata in patria lo studioso italiano può comunque valutare una robusta preparazione grazie ad Università più prestigiose e migliori di quelle spagnole. Stessa cosa possiamo dire per altri campi.
Ho l’idea che la Spagna abbia economicamente puntato su settori a basso impatto qualitativo, su un turismo che sicuramente ha avuto delle ottime performance di crescita ma che lascia una sensazione di “riminizzazione” generalizzata e che ad una legislazione tra le più evolute sui grandi temi sociali e inerenti la laicità facciano da contrappeso una presenza ancora forte della mentalità cattolica e una divisione linguistica e regionale simbolo di una certa chiusura. Insomma, in Spagna c’è un regionalismo molto spinto ed esasperato che si traduce anche in una mancata unità linguistica degli spagnoli.
Sono sempre più dell’idea che per quanto possa essere bello un qualsiasi luogo in fondo in fondo il paradiso non esiste.
Oggi, rivedendo una mia collega, mi è tornato in mente un episodio della mia biografia professionale.
Nel 2002 partecipavo ad un gruppo di ricerca su “emigrazione e frontalierato” e dato che millantavo una “fluente conoscenza della lingua spagnola”, che in realtà era una sorta di neolingua appresa per lo più da un corso universitario di spagnolo base, da un paio di “fidanzate” cubane di 7-8 anni prima e dai dialoghi in ital-portu-nol con i miei suoceri, venivo mandato a svolgere delle non meglio definite ricerche al confine tra Stati Uniti e Messico, in luoghi chiamati “Chihuahua”; “Ciudad Juarez”; “El Paso” che richiamano alla memoria antichi film western.
Fu una permanenza funestata da vari malanni e non fighismi dovuti per lo più al cambio di clima e al micidiale mix tra temperature oltre i 40 gradie aria condizionata a palla nei locali pubblici. Ricordo in particolare una divertentissima situazione dove io e la mia collega abbiamo ripetuto la leggendaria scena di Titanic (quella di Leonardo di Caprio sul ponte della nave) davanti alle porte di ingresso del Wal Mart di Chihuahua (Messico) da dove usciva un vento gelido sparato fuori dall’impianto di aria condizionata che faceva svolazzare i lunghi capelli biondi della mia collega. Il giorno dopo tonsillite per lei e diarrea fulminante e imodium-resistente per il sottoscritto.
Comunque, chiusa questa parentesi, è stata un’esperienza interessante che mi ha reso veramente orgoglioso di essere europeo o meglio mi ha fatto ringraziare quello che molti chiamano “fato”, che altri chiamano “culo” e che altri ancora chiamano “Dio” per avermi fatto nascere in Europa. Ho scoperto per esempio che, nel “civile” Texas (sfido chiunque a definire il Texas un luogo che abbia qualcosa a che fare con la civiltà) è prassi consolidata presso le aziende sottoporre le lavoratrici donne ad un test di gravidanza preassuntivo, stessa cosa avviene nella maquilladoras messicane. Inoltre è possibile licenziare o dequalificare un dipendente sulla base dell’umore del principale o del datore di lavoro; solo i più fortunati hanno un lavoro che può dare diritto all’assistenza sanitaria e tra questi fortunati non rientrano i frontalieri e gli emigrati messicani. Sono queste le cose che mi rendono orgoglioso della tradizione marxiana e socialista europea con tutto ciò che ne consegue in termini di diritti degli individui e quando penso alla cultura e alla società civile europea vista come quel qualcosa che accomuna, chi più chi meno, tutti gli europei la mia mente corre verso quelli che sono i diritti sociali e il sostanziale riconoscimento di standard minimi di dignità umana.
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Leggevo, non senza un certo sincero e del tutto non sarcastico interesse, questo articolo scritto da Yoshi a sostegno di una forza politica che sostiene un percorso verso l’indipendenza di un non meglio definito “Stato Veneto”. Devo dire che ho in comune con Yoshi e con la stragrande maggioranza degli italiani di avere un senso di appartenenza che esula completamente dalla dimensione nazionale. In Italia domina ancora la dimensione comunale ed un certo, spesso malcelato, orgoglio di appartenere ad una determinata comunità locale. Non ho mai fatto mistero di amare (di quegli amori sofferti, con alti e bassi, e spesso non corrisposti e forse per questo più belli) la mia comunità locale di origine e di aver più volte fantasticato, tra il serio e il faceto, sulla creazione di uno Stato non dell’Umbria (chi ha voglia di stare ancora sotto il giogo dei perugini?) ma di uno Stato ternano.
Ho sempre ritenuto piuttosto ingiusto che da un punto di vista politico Terni debba sottostare a dei politici nazionali che non ha votato e del tutto estranei alla cultura politica della città che, tanto per fare un esempio, debba avere come Ministro dell’Interno l’esponente di una forza politica che in città ha raccolto 26 (ventisei) voti (dato vero, sono proprio 26 ventisei) così come sono sempre stato orgoglioso del “comunismo ternano” fatto di tante cose semplici, funzionanti e realizzate. Potremmo a buon titolo dire che nell’Italia del Berlusconismo Roma è molto più lontana da Terni che da Treviso.
Nel boschetto della mia fantasia la “Repubblica Ternana” è il primo Stato che ha visto la concreta realizzazione del socialismo democratico dal volto umano, così come nell’immaginario dei seguaci del Pnv uno Stato del Veneto diventerebbe l’idealtipo dello stato liberale puro, dove la liceità dell’individuo viene prima di tutto, un crogiulo di idee liberali e libertarie il cui obiettivo e far diventare il Veneto una “…Repubblica fondata sulla libertà della persona” principio bellissimo e sul quale metterei la firma domani stesso.
Veniamo però alla contingenza e alla realtà. Riflettendo sui miei concittadini e ascoltando i loro discorsi negli autobus, nelle sale d’attesa, nelle riunioni familiari, ad un mettere la croce quasi in massa su querce, Pd, Falci e martello e simboli rossi o verdi non corrisponde purtroppo un’identica apertura sociale e mentale, si trovano un po’ tutti i limiti e tutti i difetti dell’italianità, a partire dal sostanziale fallimento dell’integrazione della popolazione straniera, ed ecco che il sogno della Repubblica Ternana si sgonfia piano piano.
Ora mi chiedo, e non conoscendo il Veneto me lo chiedo nel vero senso del termine, alla luce della classe politica che esprime (mi vengono in mente i vari Tosi e Gentilini, brrrr…) dei forti elementi fascisti presenti qua e la, della diffusissima cultura cattolica e del forte potere in mano spesso alle organizzazioni più integraliste del cattolicesimo (Opus Dei e comunione e liberazione su tutte) e ad una certa tendenza ad un arricchimento individuale non solidale, può un micro-stato veneto con governanti democraticamente eletti esprimere veramente questi grandi principi di libertà e liceità individuale? Non potrebbe per caso trasformarsi in uno staterello clerico-fascista che è l’esatto contrario di ciò che in realtà si proponeva?
Tramonto del blog? Forse no, anche se parrebbe. La poca voglia di commentare il baratro politico e culturale in cui sta sprofondando l’Italia unita ad una mia poca disponibilità di tempo per scrivere hanno portato un po’ alla lenta morte apparente di questo spazio. Non ho tempo perché lavoro molto e di questi tempi direi che è un segnale decisamente buono. Oltretutto il mio lavoro sta diventando sempre più itinerante tra il Ticino (sempre meno, per una serie di ragioni che non sto qui ad elencare) la Svizzera tedesca, l’Italia, la Francia e la Germania, attività estremamente piacevoli ma che hanno fatto e fanno si che il blog, nei pochi ritagli liberi, sia nei miei pensieri né più né meno come lo è il clitoride di Liz Taylor.
Leggevo delle ultime tendenze “informatiche”, dei blogger che abbandonano il blog per rifugiarsi su facebook, così come vedo persone sui mezzi pubblici dare testimonianza della loro presenza su questo sistema di social network grazie ai sempre più evoluti smartphone. Così come vedo molte mie colleghe e miei colleghi riempire in questo modo i tempi morti delle attività lavorative. Il buon Fantozzi che leggeva di nascosto la “Gazzetta Dello Sport” in orario di ufficio altro non era che l’antenato pre-web di questa nuova specie da ufficio.
Non amo facebook per una serie di motivi che elencherò brevemente.
1) L’abuso del termine “amico”. Quelli che su msn messenger si chiamano “contatti”, termine decisamente più appropriato per un rapporto informatico, su facebook si chiamano, appunto, “amici” e trovo che questo lemma sia il più abusato e il più mal posto in tutti questi anni che hanno caratterizzato la mia presenza su questo pianeta. Sarà perché sono abituato a vivere l’amicizia e tutto ciò che comporta in maniera spesso molto radicale. L’amicizia è un rapporto importante che prevede la condivisione di cose vere della vita, un valore disinteressato a dispetto della sfumatura quasi “clientelare” che lo caratterizza al giorno d’oggi, un valore molto alto tale da non poter essere assolutamente svilito dalla categoria quantitativa. Penso di aver vissuto e di vivere nell’epoca del “molti amici, molto onore” un imperativo che ci ha fatto decisamente perdere la qualità dell’evento e del rapporto in un vortice di vita sociale vista solo nella dimensione ludica e del divertimento e questa corsa alla quantità di “amici” mi sembra un voler normalizzare un’attività da sottosuolo, e che è proprio affascinante perché appartiene a questo sottosuolo, come quella dei rapporti informatici.
2) La naturale inerzia delle cose, l’entropia e la caducità che caratterizzano gli aspetti della nostra vita vista come narrazione sono di gran lunga dei processi molto ricchi di senso e che hanno una loro giustizia di fondo. Se ho perso da 15 o 20 anni contatto con una persona o un determinato gruppo di persone in fondo vuol dire che è stato meglio così. Se non ho più incontrato i miei vecchi compagni di scuola o non ho sentito il desiderio di fare rimpatriate con i giocatori della “Polisportiva San Giancoglione da Barletta” nella quale ho gloriosamente militato nel ruolo di ala destra del campionato uisp della provincia di Terni non è certo stato perché è mancato un mezzo di comunicazione che consentisse tutto ciò ma è stato perché in fondo non me ne è mai importato molto.
3) Leggo e faccio rileggere spesso un classico della letteratura: 1984 di George Orwell che, per chi non lo sapesse, narra di un futuro immaginario (il libro fu scritto nel 1948) in cui vige un regime nel quale tutti sono controllati dalla tecnologia, in cui si nascondono grandi schermi nei luoghi più disparati e il buon Orwell, da grande analista delle dinamiche sociali e politiche, vedeva tutto ciò in chiave di una prospettiva aberrante. Oggi invece si entra consapevolmente e gioiosamente nel “Grande Fratello” e c’è stato il totale capovolgimento di prospettiva e tutto ciò non è un bene. I nostri dati sono spesso protetti da astruse e inefficaci leggi sulla privacy ma vengono dati, nel contempo, gioiosamente in pasto ad una piattaforma informatica qualunque.
Più altri che magari mi verranno in mente con il vostro aiuto… Se siete ancora lì dopo tutti questi mesi.