Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi.
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Si/No. Un altro gap culturale che ho faticato un po’ a colmare nei confronti degli svizzero-tedeschi riguarda una questione prima che linguistica profondamente culturale. Espressioni come “si”; “ok”; “va bene” significano appunto “si”; “ok”; “va bene”.
Mi spiego meglio. Il ternano è abituato a due usi del “si” (o espressioni equivalenti) che nella Svizzera tedesca non esistono: A) il “si” come generica disponibilità ad una cosa che va poi confermata. B) il “si” teso a chiudere un discorso e fare contento e coglionato il tuo interlocutore, in genere quando si affronta un discorso su cose o attività non proprio gradevoli.
Data la leggendaria tendenza degli svizzeri alla pianificazione e a programmare le cose con un certo anticipo, il si dato ad un invito a svolgere un determinato compito lavorativo, o semplicemente ad andare ad una conferenza, al ristorante, al cinema o a qualsiasi evento magari proposto due settimane prima, mentre a Terni, ma penso un po’ in tutta Italia, decade automaticamente in assenza di una riconferma, in Svizzera invece equivale ad un precisissimo impegno. Non aspettatevi nemmeno che il vostro collega si dimentichi della disponibilità, magari data distrattamente, ad aiutarlo a fare qualche compitino del cazzo di quelli che cercano tutti di evitare del tipo: spostare archivi cartacei ricopiare al pc dei taccuini scritti a mano e via dicendo…
In certe occasioni sono stato costretto a dei veri e propri tour de force solo perché magari ho ricordato all’ultimo momento che avevo detto una settimana prima a Tizio, Caio o Sempronio che mi sarei tenuto libero o che avevo preso dei, per me generici, impegni con loro.
Questa abitudine fa il paio con l’inesistenza del “no di cortesia”, pratica invece molto in voga in Italia. Per esempio quando si declina l’offerta di un caffè, di un dolcetto, di una caramella, non viene MAI fatto un secondo invito, a differenza della tendenza alla cerimoniosità di noi italiani.
Solitudine. La personalissima convinzione che la mia vita, se fossi nato e cresciuto a Basilea o in qualsiasi città della Svizzera tedesca, sarebbe stata migliore viene suffragata ogni volta che osservo la totale naturalezza con la quale gli svizzeri vanno al cinema, al ristorante, nei concerti, al teatro o in vacanza da soli. Riflettevo anche sul fatto che è inutile discutere di individualismo politico senza un individualismo che viene dal basso e senza avere un modus vivendi autenticamente individualista.
Si tratta sicuramente di una diversa e tipicamente mitteleuropea rielaborazione della solitudine vista in questo contento come una condizione privilegiata e consapevole senza tutte le accezioni negative tipiche di chi viene dai luoghi del “calore mediterraneo”.
Durante la mia vita nella provincia italiana mi è capitato spessissimo di prendere parte a delle pratiche sociali in perfetta solitudine. Il prezzo da pagare per tutto ciò? Praticamente la rapida acquisizione dello status di “sfigato” e di “malato di mente” con tutto l’inevitabile corollario di conseguenze a cascata per l’intera esistenza.
Alcuni giorni fa mia moglie ha ricevuto un per lei lusinghiero invito da parte di una mia cugina: quello di fare da madrina per il battesimo del suo primogenito. A differenza mia, pur accomunandomi con lei la stessa educazione fortemente laica, mia moglie è anche credente, ha avuto tutti i sacramenti, partecipa attivamente ad un gruppo corale e ad uno di volontariato, nelle grandi occasioni (natale pasqua e feste comandate…) segue le funzioni religiose e ci teneva affinché i nostri figli fossero battezzati. Abbiamo risolto lasciando a loro la scelta “quando avranno l’età della ragione”, insomma come fece il padre del Melandri su “Amici Miei”.
Mia cugina ha pensato a mia moglie perché sta comunque crescendo, e bene, due figli senza grossi ausili esterni e vedeva in lei una persona idonea per far da “guida” nella vita di suo figlio. Così, purtroppo per lei, non l’ha pensata il sacerdote della chiesa dove questo bambino avrà il battesimo.
Ebbene si, mia moglie è stata considerata inidonea a fare da madrina (e qui cito le testuali parole) “poiché non vive secondo i dettami di Cristo… Sia chiaro, questo non vuole essere un giudizio morale sulla sua persona…” che tradotto dal cattolichese significa “Siccome sei sposata solo con rito civile e la chiesa nella sua ottusità non riconosce altra forma di convivenza se non quella sancita davanti a quel por. .. ehm a “Dio” non puoi essere considerata degna di fare da guida ad un bambino”, ovviamente loro il giudizio morale lo hanno dato (mancava solo un “brutta troia” alla fine) anche se dicono il contrario nelle loro ipocrite parole.
All’iniziale domanda su come si possa permettere un prete a giudicare mia moglie nel ruolo di donna e madre si sono susseguite una serie di riflessioni.
Penso che la chiesa cattolica abbia il diritto di decidere chi è degno di appartenervi e chi no e penso che con atti di questo genere si qualifichi per quello che è. Penso pure che, pur essendo da sempre stato restio ad appoggiare le varie organizzazioni che promuovono lo sbattezzo, è bene che il battesimo sia considerato nella sua essenza: l’adesione dogmatica e totale ad una istituzione i cui crimini e la cui assenza di rispetto per il pluralismo e per la libertà e la dignità della persona sono sotto gli occhi di tutti, adesione coatta e violenta proprio perché imposta ad un individuo che non è in grado di scegliere. E’ bene che prima di battezzare i propri figli ognuno di noi, invece che lasciarsi trasportare dalla consuetudine come fa il 90% delle famiglie, ci pensi bene prima di alimentare, in un vizioso circolo di “banalità del male” un’istituzione di questo tipo.
Dopo sei giorni di fila passati a Basilea e la sempre maggior frequentazione di questa città mi è venuta voglia di fare un esercizio, quello di elencare alcuni motivi per i quali vale la pena vivere in Italia piuttosto che in Svizzera, con particolare riferimento alla Svizzera tedesca perché come diceva Lucio Dalla “Il Ticino come estero è una fregatura”. Sia chiaro, i motivi per i quali vale la pena l’esatto contrario sono pressoché infiniti ma siccome a me piacciono le varie sfumature di grigio ho voglia di fare questo esercizio ed elencarne alcuni con un ordine assolutamente casuale.
Il servizio sanitario nazionale. Non mi stancherò mai di ripeterlo ma un sistema sanitario che non ti considera un “assicurato” e parte da un presupposto universalistico è milioni di volte meglio rispetto ad altri sistemi tanto cari ad un certo pensiero liberista. Se non fosse per il Vaticano che influenze le scelte di alcuni medici il sistema sanitario italiano sarebbe forse il migliore al mondo. Lo dice l’OMS, del resto, che quello italiano è il 2° sistema sanitario del mondo a livello qualitativo e al primo posto non c’è quello Svizzero. (tiè!).
La qualità del cibo. E’ un luogo comune assolutamente vero: in Italia si è molto più attenti alla qualità del cibo e questo vale sia per quello somministrato nei ristoranti che per quello industriale. Stendiamo un velo pietoso sul cibo svizzero: scadente, a prezzi altissimi e completamente “artificiale” nel gusto e nelle componenti.
Ironia. Questa è una cosa che veramente richiede, in particolare da parte di noi ternani che nell’esprimerci abbiamo tutta un’arte del grottesco (cose come esprimere la propria soddisfazione nel rivedere una persona augurandogli le peggiori disgrazie o prendersi per il culo pesantemente ma dalla sfumatura del tono si capisce che si scherza) uno sforzo immane: gli svizzeri prendono tutto alla lettera si offendono per delle cazzate abominevoli devi spiegare centomila volte che “quella volta” stavi scherzando.
Caffè espresso. Per uno come me che da un quarto di secolo oramai non rinuncia alla tazzina di caffè la mattina appena sveglio e subito dopo pranzo non riuscire a trovare niente di diverso dal solito sciacquone è veramente un dramma.
Uso discriminatorio del dialetto. Praticamente quello che ho già scritto qualche giorno fa.
Gli orari di apertura dei negozi: “Se questa è una città che alle 6 si spengono le luci e i negozi sono vuoti…” . E’ l’incipit di un pezzo di Pippo Pollina, una grande cantautore italiano residente a Zurigo. La canzone parla di Ginevra ma anche a Basel le cose non stanno poi diversamente. Ad onor del vero piano piano la realtà sta cambiando, anche qui diventa sempre più facile trovare i megastore aperti fino alle 20 (!) ma la Domenica le città svizzere si trasformano in delle autentiche ghost town. Solo una recente votazione che consente agli esercizi all’interno di stazioni e aeroporti l’apertura domenicale permette a chi per esempio non è stato previdente nel fare provviste alimentari di non sentire i morsi della fame e di avere un alternativa, grazie ai mini-market a prezzi gonfiati presenti nella stazioni, ad un pranzo o ad una cena a base di snack dei distributori automatici.
Socialità: Ho sempre odiato con tutte le mie forze l’invadenza cafona (in gergo calore mediterraneo) tipica del centro-sud Italia, ma un soggiorno seppur breve nella Svizzere tedesca farebbe cambiare leggermente idea anche al più accanito tra gli isolazionisti. Per esempio annunciare senza il dovuto preavviso una tua visita ad una persona è un qualcosa che viene percepito come una totale mancanza di delicatezza al punto da ricevere un fermo diniego anche se quella persona quel giorno non ha nulla da fare. Insomma… La giusta via di mezzo no, eh!? Contraltare: non sei visto come un pericoloso maniaco o un frustrato se vai al cinema o al ristorante da solo.
Da qualche mese a questa parte il Comune di Terni ha dato il via alla raccolta differenziata “porta a porta” dei rifiuti. Un’ottima prassi che in Svizzera è in vigore, senza troppi patemi d’animo, da alcuni decenni ma che applicata alla realtà umbra scatena il fenomeno, dalla mia esperienza tutto italiano, dell’odio condominiale con le sue mille varianti di logiche del territorio.
Nel corso della mia esistenza e delle numerose case cambiate ho quasi sempre vissuto all’interno di condomini. Come mia indole ho sempre improntato i rapporti con gli altri condòmini alla massima cortesia e al contempo alla massima presa di distanze, non sono tanto per intenderci il tipo che va a chiedere il sale alla vicina per poi imbastire delle gioviali chiacchierate. Per farvi qualche esempio, pur vivendo da oramai 7 anni nella stessa abitazione, alle facce della maggior parte dei coinquilini del mio stabile non riesco ad associare un nome, un interno, non saprei dire qual è la loro auto, quali sono le loro abitudini e via dicendo… Le rare riunioni di condominio sono una delle cose che delego completamente alla mia signora, i miei rapporti si basano sul “buongiorno, buonasera, come sta signora?” e su qualche piccolo presente in occasione, per esempio, della nascita di un bambino. Non ricordo di aver mai invitato un vicino a prendere un caffè né di essere mai stato a casa loro. Naturalmente rispetto le elementari norme di buona educazione, non ascolto la musica ad alto volume, evito di dare party con 120 invitati a casa mia, di fare lavori di falegnameria alle 8 di domenica (vi giuro che in una mia esperienza condominiale mi è capitato anche questo) di camminare per casa alle due di notte con gli zoccoli del pescatore caprese e altre piccole accortezze.
Ho pensato a tutto questo quando, passando davanti ad un grande condominio vicino casa dei miei, ho letto un cartello a caratteri cubitali con su scritto testualmente: “I casoneti presenti sono riservati al numero civico 43, Signora Ceccacci, per evitare brutte conseguenze, è pregata di mettere i suoi rifiuti urbani nei propi contenitori! !” Ovviamente un messaggio mafioso, dove si minacciano “brutte conseguenze” e che in Svizzera, ma penso in qualsiasi paese civile, non sarebbe rimasto legalmente impunito, scritto in forma anonima che conferisce bene l’idea di che arietta si respiri nel suddetto civico 43.
Ho pensato poi ad una violenta discussione avuta da mio padre e dagli altri condomini con un altro suo vicino di casa che si arrogava il diritto di considerare privato un parcheggio pubblico solo perché di fronte al portone di casa sua arrivando a rigare le auto. Per la cronaca, dopo una decina di denunce infruttuose, le forze dell’ordine a Terni sono troppo impegnate a rompere il cazzo a quelli del centro sociale “Icaro” o ai pochi e pacifici extracomunitari residenti in città per aiutare i cittadini, tali pretese territoriali sono miracolosamente svanite dopo una mia e di mio fratello “cortese visita domiciliare”.
Ecco, ripensando in particolare all’episodio della raccolta differenziata, mi immagino l’autore del cartello. Me lo vedo appostato sul balcone in piena notte con la lupara a tracolla e il sigaro in bocca, scena degna di un western-spaghetti di quarto ordine, quando ad un certo punto compare lei, la signora Ceccacci che si guarda intorno e con fare furtivo inserisce i suoi rifiuti nei “casoneti” proibiti, ed ecco poi l’uomo blaterare di “suo territorio” di “suoi cassonetti”mentra accarezza la lupara e soffia via una nuvola di fumo meditando “brutte conseguenze” per la signora Ceccacci e mi chiedo che cazzo di vita fa questa gente, cosa li spinge a “stanare” con questa grinta coloro che usano abusivamente i cassonetti dei rifiuti? Ma non hanno niente di meglio a cui pensare? E penso anche che se non si parte dal “micro” è inutile parlare di “macro” cioè, com’è possibile parlare di convivenza con culture diverse, di integrazione degli stranieri, di capire l’altro con gente che ancora difende con la violenza e con logiche del territorio primitive il proprio posto auto e il proprio cassonetto dei rifiuti? Come reagirebbe il signore della lupara al trasferimento di una famiglia di nigeriani al civico 43?