MonsieurDosto

   Un uomo a bassa manutenzione e al passo coi tempi. Per contatti, chiarimenti, spiegazioni,proposte indecenti E-MAIL & MSN: ken_dostoe(chiocciola)hotmail.com ICQ: 92199778

 

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    martedì, agosto 25, 2009
     
    PENSIERI DI FINE ESTATE

    Superenalotto. Trovo che sia la perfetta metafora della società capitalista: arricchimento del tutto indipendente dal merito. Il vecchio totocalcio per esempio aveva dietro di sé tutta una sua antropologia, tutta una serie di discussioni sulle squadre, sullo stato di forma dei singoli calciatori, su sistemi condizionati e ridotti, seppur la componente aleatoria non fosse del tutto assente dietro a questo gioco c’erano tutta una serie di competenze e di calcio bisognava capire qualcosa. Oggi il gioco che va per la maggiore è questa lotteria che promette facili arricchimenti unicamente basati sulla “botta di culo”, sul puro caso. E penso che l’evolversi delle lotterie siano, come molte altre cose, il corollario di un determinato sistema economico. Il totocalcio che nasce in piena illusione capitalista, quando i capitalisti volevano lasciare una traccia della loro esistenza sulla terra e quando il dogma liberale della meritocrazia era, forse, qualcosa di più di una finzione. Oggi siamo in una fase del capitalismo in cui manca proprio questo fondamento morale del sistema: il merito. E chi pensa che ancora si viva in una società che abbia una giustizia di fondo vive in un mondo del tutto immaginario, un po’ come quelli che parlavano e parlano del “vero comunismo”.

     

    Il capitalismo come il comunismo partono dalla stesso presupposto sbagliato: un eccessiva fiducia nella condizione umana, il credere ad una natura dell’uomo dominata dai sentimenti di giustizia e altruismo.

     

    Propositi per l’anno nuovo. Quale mese migliore di settembre per fare propositi per l’anno nuovo? In fondo tutte le nuove attività cominciano in questo mese dell’anno e, lavorativamente parlando, nel periodo fine agosto-primi di settembre si prefigura come sarà la “stagione lavorativa”. Nel mio caso sono stato in pieno fermento ma poi come al solito è stata la classica montagna che ha partorito il topolino. Si erano profilate all’orizzonte due mie collaborazioni con atenei del Centro Italia, fortemente volute da una mia vecchia conoscenza. Peccato che in un caso avrebbero preteso che lavorassi per loro praticamente gratis, e l’altro caso sarebbe stato Roma, città verso la quale ho un rapporto di repulsione totale proprio a livello di malessere fisico. Avrei potuto prendere Terni come base ma trovarsi a 36 anni e ritornare, seppur parzialmente, da babbo e mammà è una prospettiva allettante quanto una sonda gastrica. Pertanto, essendo terminato il lavoro “parigino”, si continua con il binomio Lugano-Basilea con maggiori impegni in quest’ultima sede.  

     

    Dialetti nelle scuole. A che cazzo serve imparare il Rodigino o il Varesotto quando oramai nel mondo tutti parlano inglese? Che cazzo di utilità pratica ha perdere tempo a imparare i dialetti? Eppure attorno a questa ennesima minchiata leghista ho sentito anche qualcuno avventurarsi in ragionamenti seri. Ma soprattutto considerando che in una regione come L’Umbria esistono tante varianti dialettali quanti i centri abitati sopra i 5.000 abitanti che dialetto si insegnerebbe? A Narni dovrebbero rinunciare ai loro intercalare in “Ao” e “Eo” e imparare il ternano di città? Ma quale ternano poi? Quello che si parla a Terni Centro o quello dei villaggi operai? (considerate che gli abitanti dei quartieri operai quando vanno in centro dicono “vado a Terni” quasi a rivendicare una loro alterità)  o tutti gli Umbri dovranno imparare il perugino e iniziare a esercitarsi parlando tenendo uno gnocco in bocca?

     

    Pensieri e parole di kendostoe | 12:50 | commenti (7)


    mercoledì, agosto 05, 2009
     
    IL GSC (GRANDE SINDACATO CONFEDERALE)

    In questo blog ho parlato spesso, anzi direi solo, di me stesso.

     

    C’è stato tuttavia un periodo della mia vita del quale ho sempre parlato, non solo nel blog, poco e malvolentieri e tale periodo rappresenta la risposta alla domanda “cosa facevi in Italia prima di andare in Svizzera?”.

     

    Ne parlo poco e malvolentieri perché rappresenta forse il periodo più umiliante e brutto della mia vita professionale, anche confrontandolo con le esperienze adolescenziali di ordinario non fighismo, ma siccome non mi piace mai lasciare orfana una sconfitta voglio un po’ riflettere anche su quel determinato lasso della mia esistenza.

     

    Terminato il dottorato di ricerca e in attesa del “concorso giusto” su indicazione di un mio mentore sono stato parcheggiato all’interno dell’istituto di ricerca di un grande sindacato italiano. Ben presto mi accorsi che di ricerca e di pubblicazioni, fondamentali per chiunque voglia intraprendere una carriere accademica, ne avrei veramente fatte molto poche. Nei primi giorni il mio compito fu riprendere dall’archivio cartaceo degli impolverati questionari compilati, molto grossolanamente a dire il vero, da alcuni partecipanti a corsi di formazione (veri o presunti) organizzati dal sindacato stesso e avrei dovuto trarre delle conclusioni sulla soddisfazione dei partecipanti in merito ai corsi svolti. Il centro naturalmente non metteva a disposizione i supporti informatici che servono per fare ricerca sociale (per averli bisognerebbe fare davvero ricerca sociale) e pertanto giù di excel e giù a rispolverare le vecchie conoscenze di statistica per un lavoro che serviva solamente a giustificare la mia presenza in quel posto e che non avrebbe avuto alcuna utilità e validità scientifica fatto in quel modo.

     

    Quello, durante la mia permanenza che fu da Gennaio ad Agosto del 2001, fu l’unico lavoro di “ricerca” che mi fu assegnato, in compenso però quei pochi mesi bastarono per farmi un’idea di come funziona veramente un sindacato. Veniamo ad alcune considerazioni:

     

    1. Il GSC (Grande Sindacato Confederale) è una macchina che si nutre di soldi e tessere. Per le mani e sotto gli occhi vigili del GSC passa una quantità inimmaginabile di denaro di gran lunga più grande del migliore jackpot del superenalotto. Gestiscono fondi per la formazione, i soldi delle deleghe (spintanee con la I e meno) e da qualche tempo a questa parte gli accantonamenti dei Tfr destinati ai fondi negoziali. Venendo alla tessere e a scanso di ogni possibile visione “romantica” ed “eroica” sul ruolo del sindacalista, lo scopo di ogni attivista di professione è appunto quello di vendere tessere e di ragionare non in base a “quale diritto del lavoratore è stato violato?” ma in base a “se faccio la vertenza in quell’azienda quanti iscritti, anzi quante deleghe (così chiamano le persone) riesco ad accaparrarmi?”

     

    1. Il GSC all’interno delle grandi aziende gode di un potere immane, per molti versi simili a quello dell’imprenditore: decide assunzioni, crea una classe di suoi protetti, si accaparra quote quando si parla di avanzamenti e carriera. Gli imprenditori poco intelligenti e gli imprenditori persone perbene quando il sindacato si affaccia in azienda si cagano addosso e il sindacato sfrutterà al massimo questa loro debolezza, quelli intelligenti invece hanno capito che garantire all’interno della propria azienda un tot di deleghe al sindacato può aprire la strada a prassi (strettamente negoziate) tutte a suo favore e contro gli interessi dei dipendenti.

     

    1. Il GSC dice di essere contro la precarizzazione del mercato del lavoro ma ha firmato TUTTI gli accordi (nazionali e locali) che hanno inserito elementi di sempre maggiore precarietà nei rapporti di lavoro.

     

    1. I Sindacati autonomi vivono tutti la stessa identica parabola: nascono “ribelli” e appena si istituzionalizzano e vengono invitati al banchetto diventano come il GSC.

     

    1. Terni: molti mi dicono che per entrare alla Thyssen prima di passare dall’ufficio del personale si passa dai sindacati e non credo che sia l’unico esempio.

     

    1. Tra obiettori di coscienza, tempi determinati cococo, coccodè, coccopro e trullallero trullallà ci sono più precari all’interno di un sindacato che in un call-center dell’ultimo operatore di telefonia.

     

    1. Dal GSC me ne sono andato con un biglietto di solo andata per la Svizzera. Scrissi la lettera di dimissioni dove rimanevo a disposizione per concordare il preavviso, mi è stato detto che durante il preavviso avrei dovuto smaltire le ferie accumulate e che non mi avrebbero fatto nessuna trattenuta sul tfr. Me lo hanno detto a parole e mi sono fidato. Illuso me.
    Pensieri e parole di kendostoe | 15:33 | commenti


    lunedì, agosto 03, 2009
     
    PICCOLI FASTIDI ITALIANI

    1. Carte di credito. Ricordo vagamente uno spot, adesso non rimembro se di un circuito di carte di credito, dell’associazione delle banche italiane o cosa, con protagonisti una lei e un lui a cena in un ristorante chic. Al momento del pagamento del conto lui si accorge di avere il portafoglio vuoto, al che lei tira fuori la sua carta di credito sottoponendolo alla peggiore umiliazione senza alcuna possibilità di appello a cui può essere sottoposto un uomo medio italiano in occasione di un appuntamento galante: quella di farsi pagare il conto. Ecco, nelle mie sortite italiane a me capita spesso il contrario: ho la carta di credito (in Svizzera ci pago anche il caffè e i giornali) ma il ristoratore o l’esercizio pubblico è naturalmente sprovvisto di Pos costringendomi a del tutto non richieste sortite alla ricerca di un bancomat nelle vicinanze con moglie e prole che mi attendono all’interno del ristorante come garanzia del fatto che non ho intenzioni di fuga, in un caso (ero da solo) sono stato accompagnato al più vicino sportello automatico. Ma che cazzo! Siamo nel 2009 e ancora siamo rimasti al denaro contante!?
    2. Pane e coperto. Altra simpatica caratteristica italiana questa di farti pagare il “coperto” e in alcuni casi aggiungere una percentuale di “servizio” e poi pretendere pure la mancia. Risposta per il 2009: andate a fare in culo.
    3. Prezzo delle bevande: 2 €- 2,50 € per una lattina al banco, praticamente il doppio di quello che costa nel resto d’Europa (esclusa Parigi). Aggiungiamo la bellissima abitudine di farti pagare anche l’acqua del rubinetto filtrata e il piccolo fastidio è fatto!
    4. Venditori: In un ristorante di San Benedetto del Tronto, che tra l’altro accettava solo pagamenti in contanti, in 45 minuti di permanenza sono stato molestato (perché sia chiaro, a me che ancora condivido il parere di Marx sul sottoproletariato le varie forme di para-accattonaggio rompono alquanto i coglioni) da ben 5 persone: un paio di pakistani venditori di rose, due “sordomuti” venditori di gadget e un senegalese che voleva appiopparmi dei calzini bianchi e al quale ho dato due euro pur di essere lasciato in pace.

     

    Me ne verranno sicuramente in mente altri…


    Pensieri e parole di kendostoe | 17:51 | commenti (8)