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Due parole sul caso della signora canadese che per “colpa” di Facebook ha perso il diritto all’indennità di malattia.
Facebook ha avuto il grande merito/demerito di avvicinare cani e porci alla rete. Non voglio entrare nel merito della questione e mi sembra perfettamente inutile sottolineare che non si stilano diagnosi psichiatriche a partire da due foto ma la cosa che mi rende alquanto perplesso è la leggerezza con la quale certa gente decide che le proprie sfere intima e privata non debbano essere più tali. Vuoi per manie di protagonismo, vuoi per l’aspirazione al wharoliano quarto d’ora di notorietà, vuoi per semplice incompetenza informatica e ignoranza delle possibili conseguenze, molta gente si espone e si espone veramente troppo.
Ho scoperto proprio da Facebook che un mio collega, all’apparenza anonimo, che conoscevo limitatamente e per motivi di lavoro è “gay e comunista” ed è uno dei promotori di vari “Gay Pride”. Naturalmente niente di cui vergognarsi, sono comunista anch’io e ho partecipato a varie manifestazioni indette da associazioni gay e sono un netto sostenitore dei pacs e dell’estensione del diritto di matrimonio anche agli omosessuali, tuttavia sostengo anche che non è il caso di far sapere tutto a tutti e che l’esposizione indiscriminata della propria vita sia più dannosa che altro.
Ritengo addirittura che sia un bene prezioso che i propri studenti, il proprio partner, il proprio direttore o datore di lavoro certe cose non le sappiano e che un certo alone di mistero e di riservatezza faccia funzionare meglio qualsiasi rapporto.
Ciò che per Orwell era un incubo oggi diventa la normalità o addirittura una condizione auspicabile.
Update: Ho ricevuto una e-mail dove con tono un po’ risentito vengo accusato di ipocrisia in quanto nel mio post sosterrei che chi è gay e comunista non deve ostentarlo ed è meglio che lo tenga nascosto. Forse mi sono spiegato male e ci tengo a puntualizzare che non intendevo dire nulla di tutto ciò, volevo solo sostenere che la sovraesposizione su facebook è innanzitutto pericolosa per il soggetto stesso e può dare luogo facilmente a pregiudizi e a discriminazioni aprioristiche e quello scrivere orientamento politico: comunista; orientamento sessuale: gay purtroppo potrà ritorcersi contro di lui.
Due paroline, ma proprio due, su una vicenda personale di poco conto ma che immagino e spero toglierà molte illusioni a chi, in totale buona fede, vede la Svizzera come un paradiso di inviolabilità dei redditi e del frutto del lavoro del cittadino e la patria dei diritti economici e “liberali”.
Ieri sera sono stato a Olten per pagare una multa, per un’infrazione al codice della strada, di 1089 Franchi Svizzeri. Multa inizialmente di 200 chf ma che grazie all’intervento di un esponente di quella categoria di persone che vedrei bene nelle aule scolastiche in qualità di crocifissi viventi (mi riferisco agli avvocati) ha praticamente quintuplicato il suo importo in men che non si dica, son bastate due letterine del legale per giungere a questo risultato.
La cosa singolare è che nel verbale della sentenza dove mi si “intima” di pagare tale cifra c’è una dicitura che recita “Ha 30 giorni di tempo per procedere al pagamento, termine oltre il quale tale somma verrà pignorata dal suo conto corrente numero xxxxxx presso la Banca xxxxxx filiale di Lugano (Ti)” contestualmente ricevo a casa una comunicazione della mia banca dove mi dicono che “L’amministrazione del Canton Soletta ha intimato loro di rendere disponibile la somma di 1.089 chf a titolo di etc… etc… e di presentare loro, anche a mezzo fax o e-mail le ricevute di pagamento qualora decidessi di pagare la sanzione autonomamente”.
Morale della favola: 1) Il segreto bancario svizzero vale solo per i grandi delinquenti, cosa volete che sia uno che infrange il codice della strada? I delinquenti da difendere noi banche svizzere ce li scegliamo belli grossi!
2) La famigerata inviolabilità del denaro vale solo per i conti cifrati a innumerevoli zeri che alimentano e ingrassano le voci del bilancio statale e degli istituti bancari. Scordatevi, ripeto SCORDATEVI che valga per i conti correnti di voi/noi comuni mortali.
3) Con l’amministrazione pubblica elvetica non si scherza, se dovete dei soldi non ci stanno santi.
4) Non ricorrete MAI e ripeto MAI contro una contravvenzione che vi viene propinata in Svizzera, meglio pagare subito, magari bestemmiando, e non stare a fare “questioni di principio” come ho fatto io. Si rischia di prendere sonore bastonate.
Le vogliamo dire due parole sulla sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo secondo cui la presenza del crocifisso nelle classi rappresenta una violazione alla libertà religiosa degli alunni?
Bene, direi che era ora e che sia un po’una classica scoperta dell’acqua calda dire che in uno stato laico non dovrebbero esistere simboli religiosi negli edifici pubblici.
Però non riesco a condividere le parole di roboante entusiasmo di un Raffaele Carcano, segretario nazionale dell’Uaar, che parla di “grande giorno per la laicità italiana” e addirittura di “provvedimento epocale”.
Perché penso che il crocifisso nella scuole per i cattolici sia un po’ come il velo delle donne quando si parla di islam: un simbolo o poco più. Così come non basta togliere il velo a scuola ad una ragazza di una famiglia islamica praticante per renderla un qualcosa di più del “ground zero” della condizione umana che è, non penso proprio che la vita di coloro che vengono avversati dal cattolicesimo culturale strisciante che permea il panorama politico e sociale italiano cambierà all’indomani di questa decisione.
Lascerei i toni roboanti per altre occasioni, per quando anche i gay potranno sposarsi o potranno vedere riconosciuta la loro unione, per quando verrà riconosciuta come aggravante la motivazione dell’orientamento sessuale in un atto di violenza, per quando una ragazza di una qualsiasi città di provincia italiana potrà vivere la sua vita sessuale e affettiva, la sua voglia di maternità senza paura del controllo sociale asfissiante che la circonda, per quando un leader di sinistra comincerà a chiedere i voti proprio sui temi della laicità e dello Stato di diritto, per quando per avere una cattedra in un’Università pubblica non servirà più essere amico del vescovo o iscritto a Comunione e Liberazione.
Per il momento (forse visto che il governo italiano ricorrerà contro la decisione) toglieranno solo un simbolo…